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PRIMO LEVI: INVASIONI DI CAMPO


Sto rileggendo "L'altrui mestiere" un'opera di Primo Levi che racchiude pagine bellissime frutto di quanto egli definì "decennale vagabondaggio di dilettante curioso. Invasioni di campo, incursioni nei mestieri altrui, bracconaggi in distretti di caccia riservata, scorribande negli sterminati territori della zoologia, dell'astronomia, della linguistica".
La premessa alla raccolta di saggi è una pagina bellissima in cui Levi spiega il timore, ingiustificato, dello scienziato che si accinge a parlare di letteratura e del letterato che si avventura nello sconfinato paesaggio della scienza. Primo Levi, chimico di professione ma troppo distratto dal paesaggio, variopinto, tragico o strano per sentirsi chimico in ogni fibra, tenta comunque di giustificarsi con quanti gli chiedevano come potesse scrivere pur essendo un chimico e sostiene che non c'è "incompatibilità tra le due culture".
Ecco alcune sue parole illuminanti sulla spinosa questione dei confini tra letteratura e scienza da "L'altrui Mestiere":

Sovente ho messo piede sui ponti che uniscono (o dovrebbero unire) la cultura scientifica con quella letteraria scavalcando un crepaccio che mi è sempre sembrato assurdo. C'è chi si torce le mani e lo definisce un abisso, ma non fa nulla per colmarlo; c'è anche chi si adopera per allargarlo, quasi che lo scienziato e il letterato appartenessero a due sottospecie umane diverse, reciprocamente alloglotte, destinati ad ignorarsi e non interfeconde. E' una schisi innaturale, non necessaria, nociva, frutto di lontani tabù e della controriforma, quando non risalga addirittura a una interpretazione meschina del divieto biblico di mangiare un certo frutto. Non lo conoscevano Empedocle, Dante, Leonardo, Galileo, Cartesio, Goethe, Einstein, né gli anonimi costruttori delle cattedrali gotiche, né Michelangelo; né la conoscono i buoni artigiani, né i fisici esitanti sull'orlo dell'inconoscibile. (...) Stiamo vivendo un'epoca piena di problemi e di pericoli, ma non noiosa".
(Primo Levi)

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