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IL VALORE DELLA POESIA: FRANCESCO PETRARCA


Govoni, poesia visiva

Invective contra medicum quendam di Francesco Petrarca

"Mi domandi quale sia l'utilità della poesia e quale il suo scopo. C'è materia abbondante per risponderti, e la risposta non sarà noiosa né inutile. Avrei potuto rendere soddisfazione alla verità se non a te, e buttarti in faccia poche parole, non per farti capire, ma perché avevi posto delle domande; tu però non lo permetti, e, frettoloso come certi malati, vuoi tu stesso precipitosamente risolvere il problema con un sacco di parole piuttosto ricercate, ma col proposito di fissare alla poesia un fine davvero meraviglioso: ingannar lusingando. Ma i poeti non sono profumieri: lusingare e ingannare è cosa vostra. Ma a questo ritengo d'aver già risposto a sufficienza.

E ora dove, dove si precipita il nostro filosofo? Con un terribile sillogismo dimostra che la poesia non è necessaria. Mi vergogno di ripeterlo: non vorrei che nei miei scritti si potesse rintracciare nulla di così stupido. Rigiralo, tu che l'hai fabbricato in tanti mesi, e ti proverà il contrario. Ma preferisco che tu non muti nulla e porti a fine quello che vuoi: lo voglio anch'io, e su questo punto sono d'accordo con te, e con te sono d'accordo i poeti stessi. In realtà che altro vuole Flacco nella sua Arte poetica, servendosi di certe sue espressioni meravigliose? E non le riferisco perché ti sembrerebbero barbare. Però, se sono d'accordo con te per la cosa in se stessa, dissento tanto sulle cause quanto su gli effetti: e non soltanto io, ma la verità stessa. Infatti, se la poesia non è necessaria ciò non dipende dalla ragione che pensi tu; né dal fatto che si riconosca non necessaria deriva quello che tu credi. Le circostanze sembrano richiedere ch'io ripeta quel ch'ebbi a dire or sono parecchi anni con un vecchio dialettico siciliano, anche lui pazzissimo, ma in modo più tollerabile. Lui, infatti, che di stile si intendeva, non osava scrivere; tu, pronto a precipitarti in ogni stoltezza, oseresti apostrofare Cicerone stesso e stroncare coi tuoi scritti persino Demostene; pur di farti notare, non esiteresti, omiciattolo temerario e sfrenato, a provarti in qualsivoglia duello, per sproporzionato che fosse. Lui, dunque, non scriveva, aveva almeno questo pudore, ma tutti i giorni continuava a bisbigliare agli orecchi di un mio amico, e tutto mi arrivava fin qui riportato dalla penna di lui. Fra le tante c'era anche questa che ora sento da te: che la poesia assolutamente non è necessaria. Nessuno dei presenti glielo contestò e allora egli ne trasse certe conclusioni con un sillogismo zoppo e fioco, tanto che a giudicare dalle parole dovrei sospettare che fosse o tuo scolaro o tuo maestro; e disse: "Dunque la poesia è senza nobiltà e senza dignità". Tu affermi lo stesso e lo pensi. A cos'altro conduce infatti, quella tua macchinosa e futile e fiacca deduzione? Ma quel che si dice per un fatuo, vale per tanti altri. Pazzo da legare! Credi dunque che l'essere necessaria implichi la nobiltà di un'arte. È tutto il contrario. Altrimenti un contadino sarebbe il più nobile di tutti i lavoratori; il calzolaio, il fornaio, e persino tu, se smettessi d'ammazzare, sareste tenuti in gran pregio. Dio ne guardi! Siate pur necessari, non per questo sarete pregiati, non per questo cesserete d'essere "meccanici". Non sapete che spesso il servo di casa tanto più è necessario quanto più accudisce a lavori grossolani? I soldati e i caporali quanto sono necessari, eppure quanto rozzi! Il popolino avrà forse più immediato bisogno di scuole filosofiche e di pennacchi da generale, che di macellerie e di piscine? Coraggio, dunque, vecchi dialettici: argomentate pure la nobiltà dall'indispensabilità, se così vi sembra; a meno che non la intendiate diversamente quanto si tratta di cose inanimate, insensibili e irrazionali, sperimentate anche qui gli effetti dell'arte vostra. L'asino è più necessario del leone, la gallina dell'aquila: dunque sono più nobili; il fico è più necessario dell'alloro, la macina del diaspro: dunque sono più nobili. Deduzione illecita, affermazione errata, discorsi da ragazzi: il che s'intona con la vostra natura e le abitudini e le applicazioni, ma non con la vostra età. Imbecilli presuntuosi, avete sempre in bocca Aristotile, che certo starebbe più volentieri all'inferno che nei vostri discorsi, e finirà per odiare quella mano con la quale scrisse ciò che da pochi viene compreso e che si trova sulla bocca di tanti ignoranti. Aristotile non approva certo quella vostra conclusioncella, là dove dice: "Tutte sono più necessarie, nessuna più nobile". Non sto a indicare il luogo: è conosciutissimo e tu sei un aristotelico di vaglia".


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