GIORGIO CAPRONI: IL MAESTRO DEL POPOLO BAMBINO


In cattedra per gli ultimi

Vent´anni fa moriva il poeta autore de "Il seme del piangere". Mentre convegni e iniziative lo ricordano, si scopre la sua seconda vita da insegnante elementare con i ragazzi di borgata. Tra programmi anarchici e poco ortodossi, liti con direttori burocrati, povertà da dopoguerra. Una lezione, la sua, di grande umanità

Un articolo di PAOLO MAURI
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Quando il fascismo arrivò al capolinea il «popolo bambino», per dirla con il titolo di un bel saggio di Antonio Gibelli, risentiva ancora fortemente dell´educazione guerresca subita durante il Ventennio: ma balilla e piccole italiane, moschetti di legno ed enfasi, nascondevano spesso situazioni sociali molto meno "eroiche". Nel bambino balilla, tuonava la propaganda del tempo, c´è il soldato di domani. La realtà era ben diversa. Nelle ristrettezze della guerra ai bambini veniva chiesto di risparmiare su tutto e spesso le famiglie non avevano i soldi sufficienti per comprare i pochi libri di testo necessari nelle elementari. Il poeta Giorgio Caproni, di cui cade venerdì prossimo il ventennale della morte (lo si ricorderà, tra l´altro, con un convegno a Roma in Campidoglio nel pomeriggio, proprio il 22 gennaio, e con un´altra manifestazione ad Arenzano) fece il maestro in quelle condizioni difficili. Anche a lui toccò di andare a fare la guerra: ma a Mentone, contro quella Francia che era, culturalmente, tra i suoi punti di riferimento più amati. Per fortuna un colonnello avvertì i soldati che le pallottole non erano adatte ai fucili in dotazione. Meglio non sparare, dunque: si rischiava di vedersi esplodere l´arma tra le mani. Il soldato Caproni non sparò neanche un colpo.
Ai suoi alunni non diceva mai che era un poeta. E quando faceva il poeta quasi non si ricordava di essere anche un maestro, se non per pochi accenni come quello alle facili rime in "are"... rime, appunto, da scuola elementare. Ho potuto, grazie a una maestra che si sta occupando del Caproni insegnante, Pamela Di Ludovico, leggere alcuni tra i suoi registri di classe, in particolare quelli della scuola Pascoli di Roma, dove lavorò negli anni Quaranta e nei primi anni Cinquanta, prima di trasferirsi in un´altra scuola, la Crispi, di Monteverde Vecchio, più vicina a casa sua. Classi numerose, aule spesso inadeguate, povertà se non miseria saltano fuori dal giornale di classe che ogni maestro era tenuto a redigere. Dunque Caproni, che divideva spesso i suoi pomeriggi con Pasolini o con Bertolucci, quando non era impegnato a scrivere recensioni per La Fiera Letteraria o per qualche quotidiano, spartiva le sue mattinate con i bambini che abitavano in una periferia piuttosto informe. Erano, si legge nei registri, figli di lavoratori umili: carrettieri, facchini, meccanici, spesso indisciplinati e poco intenzionati a studiare.
Su molti di loro, specie nei primi anni Cinquanta, pesa la tragedia della guerra. Viene in mente l´analoga esperienza di Sciascia, maestro nelle scuole elementari di Racalmuto. Anche lì povertà e distribuzione delle scarpe ai più bisognosi. «Ero un maestro svogliato», confessava Sciascia, che talvolta nelle ore pomeridiane rischiava di appisolarsi. Ne Le parrocchie di Regalpetra scrive: «Penso alla scuola qui, ai ragazzi nella scuola, a me tra i ragazzi. Al pane, penso, e ai ragazzi». Il padre di Sciascia voleva farlo diventare sarto, mentre lui voleva leggere e scrivere. Calvino aveva subito notato quel giovane maestro molto intelligente che gli scriveva dalla Sicilia. E sempre Calvino fu tra gli interlocutori di un altro maestro scrittore: Lucio Mastronardi. Il suo Il maestro di Vigevano esce da Einaudi nel ´62 e comincia così: «Sono un maestro elementare e ho famiglia. Ho moglie e figlio, e il mio guadagno è sufficiente per arrivare alla fine del mese». Ma nonostante la dichiarazione (l´alterigia piccolo borghese) le ristrettezze sono tante. Con il boom economico il prestigio sociale del maestro declina: a Vigevano tutti fanno soldi meno che lui.
Caproni cercava di entrare in sintonia con i suoi ragazzi fingendo di non sapere questo o quello e di rischiare addirittura il licenziamento da parte del direttore. Lo ha raccontato una volta Vincenzo Cerami che aveva a lungo frequentato Caproni. Ecco il maestro accogliere gli alunni al mattino con un problema da risolvere: il direttore vuol sapere quanto misura la superficie della lavagna e lui è disperato, non si ricorda più come si fa a calcolarla. Allora un alunno azzarda: base per altezza! E così insieme si mettono a verificare se è vero e perché si fa così. Caproni non seguiva un metodo di insegnamento particolare. Ma in qualche modo si capisce che con intelligenza metteva in gioco se stesso cercando di catturare l´attenzione e la complicità dei ragazzi. Si metteva al loro livello e con loro spesso giocava. Un trenino Rivarossi poteva diventare il fulcro di un´aula: Caproni amava i trenini. Quando finivano presto il compito mandava gli alunni a comprare dei dolcetti che distribuiva come premio. Insegnare è un´arte.
Marcella Bacigalupi e Piero Fossati pubblicheranno in primavera presso Il Melangolo un libro dedicato al Caproni maestro che si intitola Feci il maestro per caso di cui ho potuto leggere un capitolo in anteprima. Era, dicono i due autori, la disperazione dei direttori didattici, tutti intenti a far rispettare le fatali norme della burocrazia scolastica. Norme messe in forse, con la caduta del regime fascista, da un´Italia ancora incerta sui propri programmi e figurarsi su quelli della scuola. Capitò ad Antonio Debenedetti bambino di avere per un certo periodo Caproni come ripetitore privato: il poeta era amico del padre Giacomo, il grande critico letterario. Doveva, Antonio, rimettersi in pari con i programmi e Giorgio lo aiutò. Parlandogli, particolare curioso, malissimo del Cuore di De Amicis. Antonio, che vedeva in Caproni un maestro d´altri tempi, quasi un collega della maestrina della penna rossa, sospetta che fosse un modo astuto per farglielo leggere e amare, cosa che puntualmente avvenne. Secondo Debenedetti non c´era affatto distanza tra il poeta e il maestro: erano tutt´uno.
«Quando vinsi il premio Viareggio nel 1959, la Rai», annotava Caproni sul registro di classe «ha trasmesso alcuni miei versi. Sorpresa degli scolari, già colpiti dall´intervista di un quarto d´ora alla Tv, dove sono state lette alcune poesie mie, da me commentate, tratte da Il seme del piangere. Potenza della radio e della Tv!, esclamo ironicamente. Ma ho subito smontato i miei piccoli... ammiratori. "Sono il vostro maestro, e voletemi bene come tale. Il resto... è letteratura"».
Bene ai suoi alunni ne voleva anche lui. Una volta un direttore gli propose di alleggerire la sua classe, troppo affollata, mandando alcuni alunni da un altro maestro. Ma ormai si era affezionato a tutti e dunque rifiutò quell´aiuto. In un´altra scuola c´era il problema di molti alunni orfani, una quarantina, sparsi in diverse classi. Caproni vedeva che soffrivano quella loro condizione e allora propose di raccoglierli tutti in una classe dove avrebbe insegnato lui. Forse non era una proposta pedagogicamente corretta, ma comunque ebbe successo. I bambini sentirono meno il peso della loro condizione in una classe dove tutti avevano lo stesso problema. Molti di loro rimasero legati al loro maestro e lo andavano a trovare anche da adulti. «Quei bambini», ricordava Caproni, «vivevano dalle suore e arrivavano a scuola già diversi dagli altri: tutti col grembiulino nero e con solo una rosetta di pane. Erano ostili e soffrivano per essere diversi e per non avere i genitori che li venissero a prendere all´uscita. Erano ostili anche ai compagni, in classe, anche a chi nella ricreazione delle dieci, offriva loro qualcosa da mangiare. Insomma odiavano tutti e tutto. Io allora li misi assieme e cominciai a stare e a vivere veramente con loro. È stata la più bella esperienza della mia vita d´insegnante».
Caproni resta sostanzialmente il maestro dei ragazzi poveri: da socialista qual era, era attratto soprattutto dal riscatto dei più disagiati e in questo ricorda un po´ l´esperienza lontana di Giovanni Cena e del gruppo di intellettuali che si era impegnato all´inizio del secolo a costruire e far funzionare scuole elementari nell´Agro romano: «A Trastevere», scrivono la Bacigalupi e Fossati, «nell´immediato dopoguerra si era trovato di fronte a classi di ragazzi che, se non vivevano nella desolazione delle borgate nell´Agro, erano comunque in condizioni sociali e economiche gravemente disagiate». In un registro della Pascoli, Caproni annota la propria commozione per un ragazzo rimasto orfano di madre e col padre troppo vecchio che non ce la fa più a tirare il carrettino al mercato. Non è difficile immaginare che l´impatto e la realtà di un certo mondo fosse argomento delle conversazioni con Pasolini, in qualche modo inventore letterario delle borgate romane proprio in quegli stessi anni.
Oggi la scuola elementare ha altri problemi ma ricchezza e povertà (gli immigrati e non solo) vi si confrontano ancora. Resta il luogo in cui si imparano e si conoscono molte cose per la prima volta. Magari anche una poesia di Caproni, come questa: «Fa freddo nella storia. /Voglio andarmene. Dove/anch´io, col mio fucile scarico,/ possa gridare: "Viktoria!"» .
(La Repubblica, 17 gennaio)



Vi propongo una sua limpida poesia "L'idrometra" e la lettura del numero speciale di Poesia dell'autore Crocetti dedicato al poeta. Se avete voglia e tempo, vi ricordo l'appuntamento di venerdì 22 gennaio in Campidoglio per "Roma ricorda Caproni".


L’idrometra


Di noi, testimoni del mondo,

tutte andranno perdute

le nostre testimonianze.

Le vere come le false.

La realtà come l’arte.



Il mondo delle sembianze

e della storia ugualmente

porteremo con noi

in fondo all’acqua, incerta

e lucida, il cui velo nero

nessuna idrometra più

pattinerà – nessuna

libellula sorvolerà

nel deserto, intero.

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