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FRANCESCO PETRARCA: LA CULTURA STRUMENTO DI PAZZIA


Lunedì si ricomincia: sto organizzando il lavoro da fare con gli studenti per il secondo semestre. Un nuovo inizio e la possibilità di un percorso che incoraggi anche i più deboli e ispiri loro l'amore per la letteratura. Per voi del primo anno di liceo c'è l'Inferno di Dante e parallelamente vorrei proporvi alcune opere in prosa di Petrarca (oltre che Il Canzoniere). Comincerò con questo brano sperando che vi incuriosisca...

Francesco Petrarca
da De sui ipsius et multorum ignorantia

La vera cultura
Per molti la cultura è uno strumento di pazzia, per quasi tutti di superbia, tolto - ed è cosa rara - che sia capitata in qualche anima buona e ben educata. Quel tale sa una quantità di cose sugli animali feroci, sugli uccelli, sui pesci: quanti peli ha il leone sulla testa, quante piume l'avvoltoio nella coda, con quante spire il polipo abbraccia il naufrago; come gli elefanti si accoppino volgendosi le terga e come la loro gravidanza duri due anni, come siano animali docili e vivaci e d'intelligenza quasi umana, capaci di arrivare a due o tre secoli di vita; come la fenice si bruci sopra una pira di legni aromatici e, bruciata, rinasca; come il riccio possa frenare una nave spinta a qualsivoglia velocità, mentre fuori dell'acqua non ha forza alcuna; come il cacciatore incanti la tigre con lo specchio; come l'Arimaspo1 trafigga con lo spiedo i grifi2; come i cetacei ingannino col loro dorso i marinai; sa che il parto dell'orsa è deforme, raro quello della mula, unico e felice quello della vipera3; che le talpe sono cieche e le api sorde, che - finalmente - di tutti gli esseri animati soltanto il coccodrillo è capace di muovere la mandibola superiore. Tutte cose false in grandissima parte, come s'è visto in molti casi simili quando sono state alla portata di tutti nei nostri paesi; oppure chi le affermò non l'ebbe certo per sicure ma, dato che erano incontrollabili, fu più facile a crederle o più sfrenato a inventarle. Comunque, anche se fossero vere non servirebbero affatto a vivere felici. Di grazia, che può giovare conoscere belve, uccelli, pesci, serpenti, e ignorare ovvero non curarsi dell'uomo: ignorare lo scopo della nostra vita, donde veniamo, dove andiamo? (...) Tu sai come sarà facile che sputacchino questo libriccino che è solo, piccolo, inesperto, perché si tratta di gente abituata a calunniare; ma ci penserà da se stesso il libercolo a pulirsi col fazzoletto: purché non sputino anche addosso a me, questo mi basta. Ascoltino, ripeto, tutti gli aristotelici, e giacché la Grecia è sorda alle nostre parole4, ascoltino quelli che si trovano in tutta l'Italia, in Francia e nella litigiosa Parigi5, nella rumorosa strada della Paglia6. Ho letto, se non erro, tutte le opere morali d'Aristotele, certe altre le ho sentite esporre, e prima che fosse messa a nudo l'enorme mia ignoranza7 sembrava che ne capissi qualcosa. Da quelle opere me ne tornai forse più dotto, ma non migliore, come pur sarebbe stato conveniente, e spesso tra me, e talvolta anche con gli altri, mi lagno che nella realtà non si verifichi ciò che nel primo libro dell'Etica quel filosofo premette: che cioè egli vuole insegnare quella parte della filosofia non per aumentare il nostro sapere, ma per farci buoni.

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