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ASPETTANDO YEHOSHUA



Ci sono piccoli piaceri che aiutano a vivere: uno di essi è l'attesa del prossimo libro dello scrittore preferito. E, nel mio caso, di Abraham Yehoshua; di lui apprezzo la capacità di creare personaggi e storie che ti restano dentro e di cui, quando hai finito di leggere, senti la mancanza.
In Italia il suo prossimo libro uscirà nel 2011! Ancora un po'... Nel frattempo che arrivi nelle mani del traduttore italiano, ecco un articolo in cui lo scrittore svela qualche segreto e sollecita la curiosità.

Yehoshua, i colori della pace
di Wlodek Goldkorn

Un nuovo libro in uscita, e che L'espresso ha letto. Al centro: la colpa e il pentimento. Qui il grande scrittore parla del suo Paese dall'identità incerta e propenso all'oblio. Colloquio con Abraham Yehoshua
Abraham YehoshuaPer Abraham B. Yehoshua, il 2010 sarà l'anno di un nuovo romanzo: 'Carità romana' è il titolo provvisorio. Il 73enne scrittore, nato a Gerusalemme, tra i massimi narratori viventi, pensa di pubblicarlo in Israele alla fine della primavera (in Italia uscirà da Einaudi nel 2011). Intanto 'L'espresso' ha avuto il raro privilegio di leggerne alcune parti.

La storia, ambientata in Spagna, ha per protagonista un anziano regista del cinema israeliano, che ripercorre a ritroso la propria biografia e le opere che ha creato, e mentre lo fa è afflitto da sensi di colpa per un torto che ha fatto a un suo allievo e sceneggiatore. In quel romanzo che ha la scrittura, la struttura, l'attenzione ai dettagli e il ritmo degni della sua migliore produzione, sono condensati tutti i temi cari a Yehoshua: la memoria che affiora come in un processo psicanalitico; il rapporto maestro-allievo e tra la vecchiaia e la gioventù; l'amore; la bellezza; l'arte che trasforma la materia volgare in trascendenza. Alla geografia dell'opera dello scrittore, oltre all'India, all'Africa, all'Europa nell'anno Mille (e a Israele) si aggiunge così la catolicissima Spagna: l'immaginario religioso è importantissimo nel romanzo.

Yehoshua ha lasciato per sempre la sua Gerusalemme, con i suoi fanatici in guerra perenne tra una comunità e l'altra, e abita con la moglie psicanalista, a Haifa. In questa città un terzo della popolazione è composto da palestinesi cittadini israeliani, integrati nella vita collettiva, con gli ebrei. E basta fare una passeggiata a Wadi Nissnass, il quartiere accanto al porto, dove bellissime ragazze palestinesi, sicure di sé e libere, sono sedute ai tavoli dei caffé a fianco della Grande Moschea, dominio assoluto invece dei maschi, per capire quanto in questa città ci si sente liberi di inventare le storie, perché qui tutto è possibile.


Yehoshua, perché si raccontano le storie?
"Ho cominciato a scrivere perché volevo raccontare biografie che non fossero la mia. La scrittura è uno strumento per inventare esperienze e vite che io non ho mai vissuto. Nel mei libri ci sono solo pochissime tracce della mia autobiografia. E poi scrivo perché voglio l'identificazione del lettore con i personaggi, voglio conquistare l'empatia di chi legge".

Israele vanta in questo periodo molti scrittori importanti. È un caso?
"Non solo scrittori. Abbiamo una straordinaria fioritura di arti di ogni genere: musica, danza, teatro, cinema. È un fenomeno magmatico. È come se sotto il terreno ci fosse la lava in ebollizione. Pensi ai film sulla guerra in Libano".

'Valzer con Bashir' e 'Lebanon'. Lei li ha criticati.
"Soprattutto 'Valzer con Bashir'. Manca di contesto storico. Si parla di una guerra, quella del 1982: che è stata una follia, una catastrofe. Sono stato richiamato il primo giorno di quella guerra: il mio compito era spiegare le ragioni della nostra invasione. Un ufficiale mi indottrinava. Più parlava e più io mi stavo rendendo conto della follia: conquistare Beirut, per installarvi un regime amico... Già allora si capiva tutto. A maggior ragione, 27 anni dopo, girare un film giocato tutto su emozioni intime dei protagonisti, privo invece di un giudizio etico, e dove i soldati non si chiedono del perché sono lì, mi disturba, così come mi disturba che non si dica come Ariel Sharon fosse il responsabile morale del massacro di Sabra e Shatila. Parlo del contesto, non del valore formale dei due film".

Lei critica i film perché troppo intimisti. Però è stato lei il primo in Israele a scrivere romanzi che si occupano di questioni intime, e non più del contesto di un Paese appena nato.
"Sì, ma nella situazione normalità della prima metà degli anni Sessanta. Qui si parla invece di persone in guerra. La cosa strana è che si tratti di cineasti di sinistra. Ma forse è lo spirito del tempo. Da otto, nove anni a questa parte nessuno parla più di politica. E quando non c'è politica rimane solo narrazione esistenziale: al posto dell'etica c'è l'arte di non soccombere".

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