sabato 30 gennaio 2010

VIVIAN MAIER, IL BLOG DELLE SUE FOTO


Foto di Vivian Maier dal blog di John Maloof

Vivian Maier è morta, in disgrazia, lo scorso anno. Per tutta la vita aveva fotografato americani medi per le strade dello shopping con uno sguardo triste. Dopo la sua morte un collezionista ha comprato all'asta 40mila negativi, 15mila da sviluppare, e ha pubblicato il suo tesoro su un blog bellissimo che vi invito a visitare. Presto un libro e una mostra su di lei. Venti anni di storia americana, fotografata per le strade di Chicago in bianco e nero con una macchina Rolleiflex medio formato, tornano alla luce, online, grazie a un collezionista fortunato. L'autrice di questi mirabili scatti, esempi preziosi di street photography, è la francese Vivian Maier: arrivata negli Stati Uniti negli anni '30, impiegata prima come commessa e poi come bambinaia, morta in disgrazia nel 2009 e solo oggi celebrata come una fotografa di successo. Ha scattato ininterrottamente fino agli anni '90 per poi conservare migliaia di negativi mai stampati tutti per sé, senza mostrarli mai a nessuno. Ma nel 2007, a causa di alcuni pagamenti insoluti, parte della produzione di Vivian viene ceduta, insieme ad altri mobili d'epoca, chiusa in un armadietto di archiviazione.

I mobili vengono messi all'asta e 40mila negativi, dei quali circa 15mila ancora all'interno di rullini non sviluppati, vengono acquistati per poche centinaia di dollari da John Maloof, fotografo per passione e agente immobiliare per professione, in cerca di materiale fotografico per la scrittura di un libro sui quartieri di Chicago. È lui a decidere di far conoscere al mondo l'opera di Vivian pubblicando parte delle immagini acquisite sul blog Vivian Maier - Her discovered work. Sboccia così, a metà tra la leggenda e la virtualità, il mito di Vivian Maier, la fotografa del mistero della quale si conoscono rare notizie biografiche e il cui viso si intravede solo in alcuni autoscatti.

Nata in Francia il 1 febbraio 1926, la ragazza arriva negli Stati Uniti negli anni '30 e vive per alcuni anni a New York lavorando come commessa in un negozio di caramelle. Dagli anni '40 in poi si trasferisce a Chicago, dove viene assunta come bambinaia in una famiglia del North Side. Appassionata di cinema europeo, impara l'inglese andando a teatro, veste abiti e scarpe da uomo e indossa grandi cappelli. Una donna che non amava parlare, così la ricordano gli impiegati nello storico negozio di apparecchiature fotografiche di Chicago Central Camera, e i suoi ultimi giorni li ha trascorsi in una casa pagata dai tre ragazzi che aveva accudito fino agli anni '60. Sono loro, raggiunti da Maloof in un tentativo di ricostruire la biografia della fotografa, a raccontare di una donna misteriosa, socialista, femminista e anti-cattolica, che scattava fotografie in continuazione.

Maloof aveva cercato di contattarla circa un anno dopo l'acquisizione della collezione, dopo aver scoperto il suo nome, scritto a penna con una accurata grafia di altri tempi, a margine di una busta porta negativi. Digitando le parole Vivian Maier su Google aveva trovato però solo un annuncio mortuario. "Vivian Maier, nata in Francia e residente a Chicago negli ultimi 50 anni è morta serenamente lo scorso lunedì - recitava così il necrologio apparso su un quotidiano locale - Seconda madre di John, Lane e Matthew. Uno spirito libero che ha magicamente toccato le vite di chi la conosceva. Critica cinematografica e straordinaria fotografa".

Paradossalmente la donna era morta il giorno prima dell'inizio delle ricerche di Maloff. La storia di Vivian, dei suoi soggetti che a tratti ricordano l'asperità dei personaggi di Diane Arbus, dei suoi rullini non sviluppati e della sua tecnica unica, diventa per lui quasi un'ossessione. L'agente decide di comprare una Rolleiflex come quella di Vivian e di scendere per le vie di Chicago per ripercorrere le sue tracce. Capisce così il valore di quegli scatti, la difficoltà di cogliere quelle espressioni, e decide di pubblicare l'opera online. In attesa di scrivere un libro sulla fotografa del mistero.

Una storia in continua evoluzione che non smette di affascinare i centinaia di blogger che visitano il sito dedicato alla Maier Lì, una sezione speciale dal titolo Unfolding the mistery of Vivian Maier, ovvero svelare il segreto di Vivian Maier, raccoglie le poche informazioni e invita i visitatori a contattare l'autore in caso di altre notizie sulla donna. E mentre tutti i negativi sono stati scansionati ci sono ancora circa 600 rullini che attendono di essere sviluppati. Nella collezione acquisita da John solo un paio di immagini sono state stampate in piccolo formato da Vivian, quanto basta per pensare che nelle volontà della fotografa non ci fosse l'idea della divulgazione e dell'esposizione di questi incredibili scatti. (Notizia presa da La Repubblica.it)


venerdì 29 gennaio 2010

AVEVO DORMITO TRENT'ANNI



(immagine da http://digilander.libero.it/NukeHP/images/s.artico/il-sonno.jpg)

Avete mai visto 16 ragazzi quindicenni con il fiato sospeso per una poesia? E' accaduto oggi in classe. L'autrice? Una studentessa del primo anno di liceo.
Ecco i versi bellissimi di una "poetessa" sconosciuta di cui svelerò solo il nome: brava Valentina V.!

AVEVO DORMITO TRENT'ANNI
avevo dormito trent'anni quando
d'un tratto, con fare distratto
un uomo CANUTO ma pieno di brio
con forza e dolcezza mi svegliò dal mio OBLIO

ho aperto gli occhi come d'incanto
senza sapere né come né quando
il mio riposo fosse diventato BRAMA
di sonno infinito, di sonno perpetuo

poi lentamente tutto venne a mente
le idee RECONDITE, i desideri
BISLACCHI che m'avevano trascinato nel
bosco AMENO per conservare i miei pensieri

trent'anni fa il re del mio paese
EBBRO di potere come pure di follia
aveva deciso, a nostre spese,
di proibire il pensiero a chicchessia

non distingueva tra giovani e anziani
né tra lombardi e siciliani
voleva che nessuno si ribellasse,
in poche parole: che nessuno pensasse

avevo amici di intelligenza SAGACE
di INDOLE forte e di fare loquace
con cui tentai di praticare l'ELOQUIO
per conservare il pensiero, come un gioco

poi un giorno improvviso ci presero a forza
per chiuderci tutti in prigione per sempre
ma riuscii a scappare ( ho dura la scorza)
e corsi impaurito nel bosco di Lempre

ingoiai la pillola donata dal nonno
serviva a dormire fino a tempi migliori
ed eccomi ora, svegliato d'incanto
dal mio sonno forzato, venuto fuori

guardai attentamente l'uomo CANUTO
con l'intenzione di chiedergli aiuto
ma mio malgrado capii con dolore
che l'uomo canuto non sapeva pensare

inventai STRATAGEMMI per farmi capire
ma lui riusciva solo a BLATERARE
indicava gli oggetti, li mostrava orgoglioso
ma se pronunciavo concetti maestosi

o semplici idee o parole INEFFABILI
l'uomo canuto cominciava a tremare.
Capii che era timore di farsi VESSARE
per l'espressione del proprio pensiero

non parlai più, stetti in silenzio
osservai meglio il suo volto
lo comparai al mio
vedevo nei suoi occhi solo TEDIO

riuscii a dire soltanto con parole appropriate
"Uomo, ti prego, cerca di essere sincero,
sarà ancora possibile esprimere il pensiero,
i sentimenti, le parole amate?"

l'uomo osservò prima me poi il cielo TERSO
poi di nuovo me come fossi diverso
mi prese la mano, sentiva il mio tormento
e disse con fare paterno "Dormi, non è ancora il tuo tempo"

provai gratitudine misto a dolore infinito
e con la certezza che sarei tornato
salutai l'ARTEFICE del mio nuovo sonno.
lo guardai meglio, riconobbi mio nonno.

giovedì 28 gennaio 2010

ADDIO "GIOVANE HOLDEN"


Addio a Salinger, una vita trascorsa
tra mistero e "Il giovane Holden"

NEW YORK - J. D. Salinger è morto oggi a 91 anni a Cornish, New Hampshire: la cittadina dove ha trascorso gran parte della sua vita appartatissima. Aveva 91 anni. L'autore del Giovane Holden, lo scrittore che col suo romanzo - uscito nel 1951 - ha rappresentato in mito per diverse generazioni di giovani, resterà per sempre un simbolo di ribellione, di inquietudine, per chi sta per attraversare la "linea d'ombra" tra l'infanzia e l'età adulta. Un mito alimentato anche grazie alla sua esistenza misteriosa; all'alone di segretezza, quasi di leggenda, che la sua leggendaria riservatezza creò attorno a lui.

Pochissime infatti, nel corso dei decenni, le informazioni sulla sua attività di scrittore. E ancora meno sulla sua vita privata. Quel che è certo è che Jerome David Salinger nacque a New York nel gennaio del 1919. E nel 1953, due anni dopo l'exploit dovuto alla pubblicazione del suo libro più celebre, si spostò dalla Grande Mela al New Hampshire. Cominciando una reclusione volontaria che si è conclusa solo con la sua morte.

Negli ultimi cinquant'anni, infatti, lo scrittore ha rilasciato pochissime interviste. Una, nel 1953, a una studentessa per la pagina scolastica The Daily Eagle di Cornish, un'altra, nel 1974, al New York Times. Non si ricordano sue apparizioni pubbliche. E dal 1965 - anno in cui sulla rivista New Yorker apparve il suo ultimo racconto - non ha mai pubblicato nulla. Esiste però una sorta di leggenda, messa in giro da persone vicine al suo agente, sull'esistenza di una cassaforte piena di manoscritti inediti che avrebbero dovuto essere pubblicati dopo la sua morte.

Nell'attesa di sciogliere questo mistero, di Salinger restano le opere pubblicate. A partire, naturalmente, dal romanzo che gli ha dato fama eterna: Il giovane Holden (titolo originale Catcher in the Rye), appunto. Un romanzo di formazione anomalo, la crisi precoce di un ragazzino di buona famiglia, insofferente a tutto, raccontata in presa diretta. Un eroe anomalo, il suo, un disadattato di lusso, in cui tanti adolescenti, in tutto il mondo, non hanno potuto non identificarsi. Tra gli altri suoi lavori, vanno ricordati Alzate l'architrave carpentieri, I nove racconti e Franny e Zooey. Tutti all'insegna del disagio esistenziale.

Da Repubblica.it (28\02\10)

mercoledì 27 gennaio 2010

CI VEDIAMO A CASA SUBITO DOPO LA GUERRA di TAMI SHEM-TOV



Nel giorno dedicato alla memoria ho scelto per il nostro blog il lieto fine della storia raccontata nel romanzo di Tami Shem-Tov, una ragazzina ebrea sfuggita alla Shoah che scrive la sua storia bellissima, il sogno di una bimba nell'orrore.
Ho trovato alcune pagine del libro in pdf sul sito della casa editrice Piemme, che ha pubblicato il romanzo http://api.edizpiemme.it/storage/village/2010/01/13/566-0219.pdf . Di seguito, invece, una recensione di S. Mazzocchi per Repubblica.it.



A casa, dopo l'Olocausto
di SILVANA MAZZOCCHI

Ci vediamo a casa subito dopo la guerra, la storia raccontata da Tami Shem-Tov ha un miracoloso lieto fine proprio come lo ebbe, nella realtà, la vicenda di Jacqueline, una bambina ebrea di dieci anni sfuggita alla Shoah grazie alla rete della Resistenza e al coraggio di una famiglia cristiana che la tenne nascosta sotto la falsa identità di Lieneke. Suo padre, veterinario e uomo di scienza dall'innato talento artistico, riuscì in quel periodo buio e traumatico a dialogare con sua figlia attraverso lettere costellate di disegni colorati e d'amore. Si firmava zio Jaap e, con quella corrispondenza segreta, ossigeno e viatico per la bambina, riuscì a farle sentire sempre il suo amore aiutandola a superare il freddo, la paura e la lontananza da casa.

1943, nell'Olanda occupata vigono da tempo le leggi razziali e si va verso la tragedia. Chi può fugge e a Jacqueline e a sua sorella Rachel i genitori spiegano che è necessario separarsi e che, da allora, si dovrà fare "il gioco dei nomi". Lei lascerà il suo, andrà a stare in un'altra famiglia, lontano da Utrecht e non dovrà mai rivelare chi è veramente. Né che suo padre è il vero autore delle lettere che le riempiono il cuore e che lei si beve al riparo da tutti gli sguardi. Nella casa che la ospita, in un villaggio remoto, la piccola Leneke passa il tempo aiutando il dottor Kohly e sua moglie a preparare le medicine nel retro della loro farmacia, ma spesso si sente triste e sola. Manda a memoria le lettere di papà; è l'unico modo per tenerle con sé visto che poi le deve consegnare a "zio" Kohly che è costretto a distruggerle. Nessuno le deve trovare, nessuno si deve insospettire. Chi nasconde un ebreo, viene passato per le armi, senza se e senza ma. Allora lei le legge e rilegge per, infine, mormorare un tenero e consolatorio: "Ci vediamo a, casa, subito dopo la guerra." E così accade davvero. Scampata all'Olocausto, la famiglia si trasferisce in Israele. E, dopo oltre sessant'anni, Tami Shen-Tov, israeliana, giornalista e scrittrice affermata, raccoglie la testimonianza di Jacqueline-Lieneke, vola con lei in Olanda a caccia di memoria e ci regala un romanzo struggente che ricorda la vena poetica di La vita è bella.

La storia di Lieneke è vera, chi era quella bambina?
"Naturalmente ci sono delle differenze tra la protagonista del libro e la ragazzina della vita vera. Ci vediamo a casa subito dopo la guerra è un romanzo e non una biografia ma, quando ho incontrato Lieneke, ho ascoltato le sue memorie e il modo in cui rievocava le sue vicende e ho parlato di lei con altre persone. Ho capito molto velocemente che tipo di ragazzina fosse perché in qualche modo, da ragazza, anch'io ero come lei. E infatti dopo aver letto il libro, Lieneke mi ha detto che io ero stata la prima persona al mondo ad avere davvero capito chi lei fosse stata. Era una "goody goody", una bambina che voleva piacere, con moltissima immaginazione (nella vita come nel libro, tanto che a volte raccontava le storie ai cassetti del comodino e la sorella le diceva "Smettila di parlare con i mobili!") e comunque era una bambina molto riflessiva. Quindi mi sono potuta ritrovare profondamente in lei. Lieneke è molto vicina a come poteva essere Jacqueline ma, ovviamente, il mio è un romanzo e dentro c'è anche un po' di me. E' davvero come se la Lieneke del libro fosse un'emanazione delle nostre due esperienze di vita".

Quanti bambini/bambine vennero all'epoca esiliati e nascosti all'estero sotto falsa identità?
"Per me è difficile azzardare dati precisi sul fenomeno, non sono una storica né una ricercatrice e ho scelto di affrontare il tema della Shoah partendo da una piccola storia che sta dentro alla "Grande Storia". Tuttavia il fenomeno era piuttosto diffuso in Europa, in Olanda in particolare sono stati migliaia i bambini nascosti sotto falsa identità da famiglie del luogo, prevalentemente di religione cattolica. Queste famiglie correvano peraltro rischi altissimi in quanto la parte del Reich che occupava l'Olanda offriva ricompense economiche a chi denunciava le persone che ospitavano fuggiaschi e, inoltre, se veniva scoperto un ebreo nascosto all'interno di una famiglia, tutti gli abitanti della casa venivano immediatamente e pubblicamente uccisi. Chi decideva di correre questo rischio lo faceva soprattutto per spirito di solidarietà cristiana e accadeva spesso che si creassero legami fortissimi con i piccoli protetti. In alcuni casi è perfino successo che, dopo la guerra, gli ospitanti si rifiutassero di aiutare il bambino a ricongiungersi con le proprie famiglie di origine".

Nella tragedia della Shoah, un lieto fine... Perché questa scelta?
"Questa è una storia vera e fortunatamente la vicenda di Lieneke si è davvero risolta positivamente. E sono stata molto felice di poter scrivere un libro sul tema della Shoah che potesse prestarsi a un messaggio positivo. Per me era importante enfatizzare l'eroismo, la solidarietà e la bontà dell'animo umano anche in un periodo buio come quello del regime nazista. Non ho voluto, infatti, affrontare l'argomento attraverso l'orrore dei campi di sterminio, il dolore, le torture. Inoltre io tendo a identificarmi molto con i miei personaggi e non credo sarebbe stato possibile immergermi nella realtà di un campo di concentramento; sarebbe stato un coinvolgimento emotivo troppo forte, per quanto sia stato spesso duro identificarmi nella stessa Lieneke in certi passaggi molto delicati del libro...".

Tami Shem-Tov
Ci vediamo a casa subito dopo la guerra
Traduzione di Ofra Bannet e Raffaella Scardi
Pag 270, euro 18, edizioni Piemme

martedì 26 gennaio 2010

IL PRODIGIO DEL LINGUAGGIO


Oggi vi propongo, per approfondire lo studio della filosofia, un sito molto interessante che si chiama "Il cammino della filosofia" .
Il sito curato dalla Rai propone interessanti interventi sulle più importanti questioni "irrisolte" di tutti i tempi. Si parla di filosofia e raccoglie i contributi di Hans-Georg Gadamer che del progetto disse:"Ritengo che l'iniziativa intrapresa dalla RAI, quella di riportare a nuova vita il colloquio con i grandi filosofi del passato e di accogliere questo colloquio nella propria programmazione, sia qualcosa di grandioso."

Hans-Georg Gadamer è tra le voci più più lucide del '900. Di lui Marino Freschi scrive: "scomparso nel 2002 Hans-Georg Gadamer è nato lo stesso giorno di Brecht, l’11 febbraio, ma in questo caso gli astri hanno deciso destini completamente diversi. Gadamer nasce a Marburgo, la roccaforte della cultura protestante che proprio agli inizi del Novecento conosce un’intensa stagione filosofica legata "germanicamente" all’Università con la scuola neokantiana e poi soprattutto con Heidegger e la sua cerchia. Sono gli anni in cui il filosofo svevo abbozza genialmente la sua filosofia e ha tra i suoi uditori Hannah Arendt e il giovanissimo Gadamer, che per tutta la vita farà i conti con il pensiero heideggeriano. E saranno meditazioni che si snodano per decenni all’interno della claustrale pace di Marburgo. L’unico passatempo che si concedeva era la lettura serale di romanzi inglesi (letti in originale) insieme con la prima moglie e i colleghi più vicini: era uno svago dalle riflessioni sui greci. I greci, la filosofia classica tedesca e Heidegger: così fino alla grandiosa svolta del 1960 culminata con la pubblicazione del suo "opus" Verità e Metodo. Da allora la produzione filosofica e saggistica di Gadamer diventa fluviale e torna continuamente a ribadire l’intuizione dell’incontro dell’analisi esistenziale, svolta da Heidegger, con la storicità hegeliana. Da qui sorge irruente la proposta di una nuova prospettiva filosofica, che è l’ultima grande voce della filosofia classica tedesca, di cui Gadamer è l’estremo rappresentante. La sua filosofia è basata sulla centralità dell’interpretazione, possiamo anche dire sulla replica del mondo alla nostra intima e autentica interrogazione. La sua filosofia del dialogo, che si radica non a caso nelle origini platoniche del pensiero, intero e vissuto come ermeneutica. In Italia Gadamer ha avuto una funzione dirompente, contribuendo al superamento definitivo del crocianesimo e del marxismo gramsciano con due centri d’irradiazione: la scuola torinese di Pareyson e Mathieu che ha il suo esponente più vivace in Vattimo, che ha tradotto il monumentale Verità e Metodo, e Napoli".

Ho scelto per voi uno scritto sul linguaggio. Buona lettura!

Il cammino della filosofia - Aforismi
Hans-Georg Gadamer
Il prodigio del linguaggio


Non c’è dubbio che fu innanzitutto il linguaggio il primo grande prodigio nell’evoluzione dell’umanità. Noi naturalmente non sappiamo quando sia nato, ma la scrittura… – di questa e della capacità figurativa possiamo fissare un inizio: di tali segni e tracce rimane infatti testimonianza. Abbiamo scoperto pitture rupestri, abbiamo trovato iscrizioni, forme di scrittura del testo parlato anche agli albori della grecità, ma ciò che chiamiamo filosofia, e che ha rappresentato l’evoluzione del pensiero occidentale nel flusso ininterrotto della tradizione, ha certo invece una storia relativamente recente.

Questa storia comincia a un certo punto…. Sappiamo naturalmente che la Grecia, così come gli altri Paesi europei, è stata colonizzata dal movimento migratorio e culturale dei popoli indoeuropei. È nota pure la preesistenza in quelle regioni di altre grandi culture, più prossime alle origini anche agli occhi degli stessi Greci. C’è un passo stupendo nel Timeo di Platone in cui Solone, uno dei più grandi statisti ateniesi, giunto in Egitto vede qualcosa che lo interessa, al punto tale da chiedere: "Ah, fanno anche qui come noi?" E allora il sacerdote del posto gli risponde: "Voi Greci siete sempre rimasti fanciulli! Non riuscite a capire quanto tardi siate arrivati nella storia della nostra vita culturale".

Dunque, è vero che la tradizione scritta comincia assai tardi, ma l’autentico passo avanti è segnato piuttosto da qualcos’altro, cioè dalla particolare forma in cui si sviluppò in Europa – in questo caso in Grecia – l’alfabeto, ovvero la nuova scrittura alfabetica. Si tratta di un processo che ci lascia davvero con il fiato sospeso, se pensiamo, oggi, che nel giro di pochi decenni l’alfabeto creato in Asia minore – con poche correzioni e modifiche – è diventato quell’ABC di cui tutti conosciamo almeno la prima e l’ultima lettera: l’alfa e l’omèga. Questa evoluzione dell’alfabeto ha portato in brevissimo tempo a una trasformazione della tradizione orale relativa a leggende,… miti,… storie di dèi e di eroi, memorie di grandi eventi come per esempio la guerra di Troia, testimonianze esistenti già prima che ci fosse la possibilità di una registrazione scritta. Lo stesso si può dire, ovviamente, anche per quanto concerne la storia ebraica delle origini, ovvero tutto ciò che conosciamo dall’Antico Testamento. Quando io ero giovane, la storiografia collocava ancora la preistoria del popolo ebraico (e quindi anche della coscienza storica occidentale) subito dopo le dinastie regnanti egizie. Oggi sono al centro della nostra attenzione ipotesi di un inizio ancora più remoto; ma un fatto è tangibile: l’alfabeto; grazie al quale anche il racconto di Omero (il grande epos della guerra di Troia e del ritorno di Ulisse) è diventato uno dei testi fondamentali della letteratura universale.


Tratto dall’intervista Il mistero dell'inizio (Il Cammino della filosofia)


lunedì 25 gennaio 2010

KARL POPPER: CONOSCENZA E FALLIBILITA'



Oggi volevo proporvi le riflessioni di Karl Popper sulla filosofia, ma poi abbiamo dovuto rinunciare alla filosofia dopo scuola per...mancanza di studenti! Dove siete fininit? Ah, si...qualcuno di voi è in visita all'Aia, altri stanno provando per lo spettacolo della scuola "Grease". Allora, alla prossima settimana...ecco le parole da cui avrei cominciato per parlarvi di Propp. Riprendiamo la lezione lunedì prossimo!


Karl R. Popper
Il fallibilismo e la teoria dei tre mondi
«Oggi ci sono due mode filosofiche...»


Oggi ci sono due mode filosofiche dalle quali io ritengo che sia importante tenersi lontano: da un lato il materialismo, o come viene chiamato spesso al giorno d’oggi, fisicalismo, e questa moda è quella dei computer. Dall’altro lato vi è l’ostilità moderna alla scienza, che forse può essere definita come anti-razionalista. La mia posizione fallibilista è assai favorevole alla scienza, purché la scienza venga interpretata come congetturale o ipotetica, come lo è da quasi tutti gli scienziati della natura moderni. La conoscenza scientifica, che è conoscenza congetturale, è, secondo me, la migliore conoscenza che noi abbiamo. Tuttavia, essendo congetturale, non ha né pretende di avere alcuna autorità: essa è fallibile. (Accusare di scientismo questo punto di vista è perciò un errore). Come tutti sanno l’evoluzione della scienza ha creato problemi pressanti ma imprevedibili. Uno di questi è la progressiva fiducia riposta in autorità illegittime, come quella dei computer e l’autorità che la gente incompetente attribuisce alla fisica. Il dogmatismo e l’autoritarismo sono i più grandi pericoli dell’umanità; perché la verità è che noi conosciamo molto poco, e nulla in modo certo.

Tutto ciò doveva essere detto prima di spiegare la mia classificazione del Mondo in tre sub-universi, chiamati per semplicità Mondo 1, Mondo 2, Mondo 3. La classificazione è molto semplice, anche se vi è qualche sovrapposizione tra il Mondo 1 e il Mondo 3.

Con Mondo 1 io voglio indicare l’universo delle cose fisiche, ivi inclusi gli organismi, e inoltre le forze e i campi di forza. Con Mondo 2 voglio indicare in particolar modo le esperienze coscienti, come il piacere e il dolore, la speranza e la paura e le aspettative; le percezioni di cose ed eventi e i ricordi degli eventi del passato; l’esperienza di afferrare un ragionamento o di comprendere una teoria; e inoltre le esperienze inconscie (se esistono) come convinzioni o aspettative inconscie. Con Mondo 3 io voglio indicare i prodotti della mente umana. Esempi di oggetti importanti che appartengono al Mondo 3 sono le frasi dei linguaggi (orali, scritte o stampate); le teorie scientifiche, siano esse vere o false; i problemi scientifici; i quadri e altre opere d’arte; i lavori musicali; gli utensili e le altre invenzioni; le istituzioni sociali.

I materialisti o i fisicalisti spesso affermano di non credere nel mio Mondo 3, oppure che il Mondo 3 non esiste, o che la mia teoria del Mondo 3 non è sostenibile, o altre cose del genere. Ora io sostengo certi punti di vista nei confronti del Mondo 3 che possono essere considerati come una teoria. A me pare che «l’esistenza» del Mondo 3 non sia problematica: essa è soltanto l’affermazione che una classe di oggetti – oggetti creati da noi, oggetti del lavoro degli esseri umani (quali scrittori, scienziati, capomastri, compositori) – esistono. A volte essi sono comuni oggetti fisici, i quali senza dubbio appartengono anche al Mondo 1, ma formano una sottoclasse del Mondo 1 di un tipo molto particolare: i rumori molto particolari prodotti dall’uomo, nel linguaggio parlato o nella musica; i manoscritti e i libri; i quadri e gli utensili per le sculture sono tutte cose la cui esistenza difficilmente può essere negata dai fisicalisti o dai materialisti. Ed essi non possono neppure trovare alcuna obiezione nel classificarli sotto l’etichetta di «Mondo 3».

Neppure si potrà opporre alcuna obiezione al fatto che certi libri sono assai simili in quanto corpi fisici, quasi come possono esserlo due gemelli identici, e che è per questa ragione che vengono spesso identificati; e che noi possiamo sempre descriverli, in quanto oggetti del Mondo 3, come identici, sebbene in quanto oggetti del Mondo 1 essi siano corpi differenti (sebbene simili). Non può essere fatta alcuna obiezione alla distinzione, secondo questi princìpi, tra la sottoclasse del Mondo 1 e la sottoclasse del Mondo 3 che vi corrisponde. Neppure vi può essere una obiezione di qualche rilevanza alla proposta di considerare, ad esempio, un libro come un elemento del Mondo 1, quando si prendano in considerazione principalmente le sue dimensioni, il suo peso, il numero delle pagine ecc. Mentre esso si deve considerare come un elemento del Mondo 3, se noi ci riferiamo principalmente al suo contenuto: il suo contenuto di informazioni, il pensiero che vi è espresso.


I materialisti o i fisicalisti spesso affermano di non credere nel mio Mondo 3, oppure che il Mondo 3 non esiste, o che la mia teoria del Mondo 3 non è sostenibile, o altre cose del genere. Ora io sostengo certi punti di vista nei confronti del Mondo 3 che possono essere considerati come una teoria. A me pare che «l’esistenza» del Mondo 3 non sia problematica: essa è soltanto l’affermazione che una classe di oggetti – oggetti creati da noi, oggetti del lavoro degli esseri umani (quali scrittori, scienziati, capomastri, compositori) – esistono. A volte essi sono comuni oggetti fisici, i quali senza dubbio appartengono anche al Mondo 1, ma formano una sottoclasse del Mondo 1 di un tipo molto particolare: i rumori molto particolari prodotti dall’uomo, nel linguaggio parlato o nella musica; i manoscritti e i libri; i quadri e gli utensili per le sculture sono tutte cose la cui esistenza difficilmente può essere negata dai fisicalisti o dai materialisti. Ed essi non possono neppure trovare alcuna obiezione nel classificarli sotto l’etichetta di «Mondo 3».

Neppure si potrà opporre alcuna obiezione al fatto che certi libri sono assai simili in quanto corpi fisici, quasi come possono esserlo due gemelli identici, e che è per questa ragione che vengono spesso identificati; e che noi possiamo sempre descriverli, in quanto oggetti del Mondo 3, come identici, sebbene in quanto oggetti del Mondo 1 essi siano corpi differenti (sebbene simili). Non può essere fatta alcuna obiezione alla distinzione, secondo questi princìpi, tra la sottoclasse del Mondo 1 e la sottoclasse del Mondo 3 che vi corrisponde. Neppure vi può essere una obiezione di qualche rilevanza alla proposta di considerare, ad esempio, un libro come un elemento del Mondo 1, quando si prendano in considerazione principalmente le sue dimensioni, il suo peso, il numero delle pagine ecc. Mentre esso si deve considerare come un elemento del Mondo 3, se noi ci riferiamo principalmente al suo contenuto: il suo contenuto di informazioni, il pensiero che vi è espresso.

domenica 24 gennaio 2010

POESIA DELLA DOMENICA


Iosif Brodskij


Non sono uscito di senno, ma sono stanco dell’estate.
Cerchi nel cassettone una camicia, e il giorno è perso.
Venga l’inverno e copra tutto, presto,
le città e le genti e, innanzitutto, il verde.
Io dormirò vestito, sfoglierò libri in prestito,
finché non se ne andrà per la sua strada l’anno,
quel che resta,
come il cane che sfugge al cieco e che traversa
lungo le strisce pedonali. È libertà
se scordi il patronimico del capo,
se è dolce la tua bocca più della chalvà
di Shiraz e se, col cervello strizzato
come il corno di un capro,
dall’occhio azzurro nessuna stilla scenderà.

Traduzione di Giovanni Buttafava



Iosif Brodskij
Poesie
a cura di Giovanni Buttafava
Adelphi Edizioni 1986

NOAM CHOMSKY: CONOSCENZA E LIBERTA'


Il saggio "Conoscenza e libertà" di Noam Chomsky, riflette sulle parole di Bertrand Russel e ridefinisce, partendo dal filosofo americano, il significato di una educazione liberale. Da tempo desideravo leggere questo libricino dal titolo coraggioso. L'ho comprato su internet ed è arrivato sulla soglia di casa come un figliol prodigo. L'ho accolto con grande entusiasmo e l'ho portato con me in un piccolo viaggio sulla cima delle Alpi. Non sapevo se a tenermi al di sopra delle nuvole fosse il piccolo aereo o le parole di Chomsky e Russel (di sicuro entrambe le cose!).

Ecco alcuni brani che mi hanno ispirato e che spero facciano riflettere anche voi!

Buona domenica.


"Lo scopo di un'educazione liberale, scrisse un giorno Russel, è quello di trasmettere il senso del valore delle cose che non fanno parte delle forme di dominio, contribuire a creare dei cittadini equilibrati di una comunità libera, e attraverso la combinazione di questa appartenenza alla comunità con la creatività individuale mettere gli uomini in condizione di conferire alla vita quello splendore che, come un limitato numero di persone hanno dimostrato, la vita può raggiungere". Tra i pochi che in questo secolo hanno dimostrato lo splendido significato che la vita umana può assumere, Bertrand Russell occupa un posto d'onore. Riflettendo sulla sua vita e sulle sueopere non si pò fare a meno di citare le sue stesse parole. "Coloro le cui vite sono feconde per se stessi, per i loro amici o per il mondo, sono ispirati dalla speranza e sostenuti dalla gioia; essi vedono con l'immaginazione le possibilità del futuro e il modo in cui esse devono essere realizzate. Nelle loro relazioni privati essi non sono dominati dall'ansia di perdere l'affetto e il rispetto di cui sono fatti oggetto; esi liberamente distribuiscono affetto e rispetto e la ricompensa giunge da sé senza che loro la debbano cercare".


(Noam Chomsky, Conoscenza e Libertà, Net-Il Saggiatore, 2004 p. 9 Introduzione)

mercoledì 20 gennaio 2010

BENIGNI RICORDA FEDERICO FELLINI



Federico Fellini nacque il 20 gennaio 1920. Oggi, a 90 anni esatti dalla nascita, un piccolo grande omaggio con otto foto di Tazio Secchiaroli sul set di "Otto e mezzo", esposte al Palazzo del Governatore di Parma nell'ambito della mostra "Nove100" che resterà aperta fino al 25 aprile. Le eccezionali immagini sono di proprietà del Csac, il Centro studi archivi della comunicazione dell'Università, fondato dal professore Arturo Carlo Quintavalle.

Noi lo ricordiamo con una poesia scritta da Roberto Benign e un video.


Quando muore Fellini il grido è forte
Spacca la terra che improvvisa piange
Lacrime dal Marecchia fino al Gange
Alluvionano il mondo alla sua morte.

Quel giorno dimmi chi non lacrimava
Nemmeno la persona, la più frigida,
Pianse Rondi co' Akira Kurosawa
Pianse la Loren con la Lollobrigida

Pianse Anita e Marcello, Pianse il sole
Pianse Mollica lacrime a bizzeffe
Pianse anche i verbi e tutte le parole
Che, quel giorno, cominciavano per effe.

Quando muore il maestro d'Amarcorde
Anche i poeti abbassano le teste.
Era più bello lui di Harrison Forde.
Era più sexy lui di May Weste

Era leggero come Cavalcanti
Saggio come i filosofi tedeschi.
Umano come sanno esserlo i santi
Profondo come Fjodor Dostoesky

Elegante narciso mai avaro
Lui era insieme Topolino e Pippo
Lugubre come Antonio Fogazzaro
Buffo come Peppino de Filippo.

Quando dava l'azione con un rombo
Il set si illuminava d'alabastro.
Era come Cristoforo Colombo,
Un condottiero come Fidel Castro.

Lo studiavano le pisicanaliste
Ma a lui nessuno mai tolse le brache.
Fellini aveva più forza di Maciste
E più immaginazione di Mandrake.

Dolce come Verlaine, come Beatrice
E maledetto come James Dean
Casto della purezza di Euridice
E intelligente come RinTinTin

M'han detto che era morto, ebbi uno shocke
Come se fossen morte le albicocche
Fellini, m'hai avviluppato con le tue passioni
E per saluto estremo ti dirò
Citando un bel reframe di Little Tony
che t'amo, t'amo, t'amo e t'amerò

lunedì 18 gennaio 2010

TOTO' & PASOLINI: LA SERIETA' & LO SPECCHIO



Totò e Pasolini:la chiave di lettura del Totò personaggio pasoliniano è stata delineata dallo stesso Pasolini, in un’intervista:
“La mia ambizione era proprio quella di strappare Totò al codice, cioè decodificarlo. Quale era il codice attraverso cui si poteva interpretare Totò allora? Era il codice del comportamento dell’infimo borghese italiano, dell’infima borghesia portata alle sue estreme espressioni di volgarità e aggressività, di inerzia, di disinteresse culturale. Totò, innocentemente, faceva tutto questo, vivendo parallelamente […] un altro personaggio che era al di fuori di tutto questo. Però il pubblico lo interpretava mediante questo codice. Ed allora io, per prima cosa, ho tolto a Totò tutta la sua cattiveria, tutta la sua aggressività, tutto il suo teppismo, tutto il suo fare sberleffi alle spalle degli altri. Questo è scomparso completamente. Il mio Totò è quasi tenero e indifeso come un implume, è sempre pieno di dolcezza, di povertà fisica, direi, non fa le boccacce dietro a nessuno”.
E, scrivono Franca Faldini e Goffredo Fofi in un libro dedicato ai due autori(Franca Faldini, Goffredo Fofi: Totò ed. Tullio Pironti, Napoli 1987, p. 70), "fu l’incontro di due timidi, complessati, ognuno a modo suo. E su questa base si instaurò tra loro un rapporto di reciproca stima e comprensione. Pasolini affascinò Antonio per la sua capacità di essere colto senza salire in cattedra, per l’incisività con cui tratteggiava un certo sottoproletariato che non gli era del tutto sconosciuto, per i suoi tormenti di creatura umana. Delle sue Poesie in forma di rosa conosceva a memoria Supplica a mia madre, che lo aveva molto colpito. Viceversa, egli dovette interessare Pasolini perché, immagino, lo riconobbe perfetto nella famelica veste dei miseri, deformato dalla grandezza dei miseri, di quella razza umana, ossia, che accentrava il suo interesse artistico".

La leggerezza di Totò al servizio della profondità di Pasolini che dice, in uno scritto del 1969: "La serietà! Dio mio, la serietà! Ma la serietà è la qualità di coloro che non ne hanno altre: è uno dei canoni di condotta, anzi, il primo canone, della piccola borghesia! Come ci si può vantare della propria serietà? Seri bisogna esserlo, non dirlo, e magari neanche sembrarlo! Seri o si è o non si è: quando la serietà viene enunciata diventa ricatto e terrorismo!" (Caos, Serietà e frazioni, di P. Pasolini 1969)

COMPLEANNI


Prepariamoci ad alcune date da ricordare. In questa settimana sono nati uomini e donne incredibili che hanno cambiato un pezzetto di mondo e una parte di noi:

Anne Bronte (17\1\1820)
Edgar Allan Poe (19\01\1809)
Paolo Borsellino (19\01\1940)
Federico Fellini (20\01\1920)
Francesco Bacone (22\01\1561)
George Byron (22\1\1788)
Antonio Gramsci (22\01\1932)

Una pioggia di stelle...:)

GIORGIO CAPRONI: IL MAESTRO DEL POPOLO BAMBINO


In cattedra per gli ultimi

Vent´anni fa moriva il poeta autore de "Il seme del piangere". Mentre convegni e iniziative lo ricordano, si scopre la sua seconda vita da insegnante elementare con i ragazzi di borgata. Tra programmi anarchici e poco ortodossi, liti con direttori burocrati, povertà da dopoguerra. Una lezione, la sua, di grande umanità

Un articolo di PAOLO MAURI
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Quando il fascismo arrivò al capolinea il «popolo bambino», per dirla con il titolo di un bel saggio di Antonio Gibelli, risentiva ancora fortemente dell´educazione guerresca subita durante il Ventennio: ma balilla e piccole italiane, moschetti di legno ed enfasi, nascondevano spesso situazioni sociali molto meno "eroiche". Nel bambino balilla, tuonava la propaganda del tempo, c´è il soldato di domani. La realtà era ben diversa. Nelle ristrettezze della guerra ai bambini veniva chiesto di risparmiare su tutto e spesso le famiglie non avevano i soldi sufficienti per comprare i pochi libri di testo necessari nelle elementari. Il poeta Giorgio Caproni, di cui cade venerdì prossimo il ventennale della morte (lo si ricorderà, tra l´altro, con un convegno a Roma in Campidoglio nel pomeriggio, proprio il 22 gennaio, e con un´altra manifestazione ad Arenzano) fece il maestro in quelle condizioni difficili. Anche a lui toccò di andare a fare la guerra: ma a Mentone, contro quella Francia che era, culturalmente, tra i suoi punti di riferimento più amati. Per fortuna un colonnello avvertì i soldati che le pallottole non erano adatte ai fucili in dotazione. Meglio non sparare, dunque: si rischiava di vedersi esplodere l´arma tra le mani. Il soldato Caproni non sparò neanche un colpo.
Ai suoi alunni non diceva mai che era un poeta. E quando faceva il poeta quasi non si ricordava di essere anche un maestro, se non per pochi accenni come quello alle facili rime in "are"... rime, appunto, da scuola elementare. Ho potuto, grazie a una maestra che si sta occupando del Caproni insegnante, Pamela Di Ludovico, leggere alcuni tra i suoi registri di classe, in particolare quelli della scuola Pascoli di Roma, dove lavorò negli anni Quaranta e nei primi anni Cinquanta, prima di trasferirsi in un´altra scuola, la Crispi, di Monteverde Vecchio, più vicina a casa sua. Classi numerose, aule spesso inadeguate, povertà se non miseria saltano fuori dal giornale di classe che ogni maestro era tenuto a redigere. Dunque Caproni, che divideva spesso i suoi pomeriggi con Pasolini o con Bertolucci, quando non era impegnato a scrivere recensioni per La Fiera Letteraria o per qualche quotidiano, spartiva le sue mattinate con i bambini che abitavano in una periferia piuttosto informe. Erano, si legge nei registri, figli di lavoratori umili: carrettieri, facchini, meccanici, spesso indisciplinati e poco intenzionati a studiare.
Su molti di loro, specie nei primi anni Cinquanta, pesa la tragedia della guerra. Viene in mente l´analoga esperienza di Sciascia, maestro nelle scuole elementari di Racalmuto. Anche lì povertà e distribuzione delle scarpe ai più bisognosi. «Ero un maestro svogliato», confessava Sciascia, che talvolta nelle ore pomeridiane rischiava di appisolarsi. Ne Le parrocchie di Regalpetra scrive: «Penso alla scuola qui, ai ragazzi nella scuola, a me tra i ragazzi. Al pane, penso, e ai ragazzi». Il padre di Sciascia voleva farlo diventare sarto, mentre lui voleva leggere e scrivere. Calvino aveva subito notato quel giovane maestro molto intelligente che gli scriveva dalla Sicilia. E sempre Calvino fu tra gli interlocutori di un altro maestro scrittore: Lucio Mastronardi. Il suo Il maestro di Vigevano esce da Einaudi nel ´62 e comincia così: «Sono un maestro elementare e ho famiglia. Ho moglie e figlio, e il mio guadagno è sufficiente per arrivare alla fine del mese». Ma nonostante la dichiarazione (l´alterigia piccolo borghese) le ristrettezze sono tante. Con il boom economico il prestigio sociale del maestro declina: a Vigevano tutti fanno soldi meno che lui.
Caproni cercava di entrare in sintonia con i suoi ragazzi fingendo di non sapere questo o quello e di rischiare addirittura il licenziamento da parte del direttore. Lo ha raccontato una volta Vincenzo Cerami che aveva a lungo frequentato Caproni. Ecco il maestro accogliere gli alunni al mattino con un problema da risolvere: il direttore vuol sapere quanto misura la superficie della lavagna e lui è disperato, non si ricorda più come si fa a calcolarla. Allora un alunno azzarda: base per altezza! E così insieme si mettono a verificare se è vero e perché si fa così. Caproni non seguiva un metodo di insegnamento particolare. Ma in qualche modo si capisce che con intelligenza metteva in gioco se stesso cercando di catturare l´attenzione e la complicità dei ragazzi. Si metteva al loro livello e con loro spesso giocava. Un trenino Rivarossi poteva diventare il fulcro di un´aula: Caproni amava i trenini. Quando finivano presto il compito mandava gli alunni a comprare dei dolcetti che distribuiva come premio. Insegnare è un´arte.
Marcella Bacigalupi e Piero Fossati pubblicheranno in primavera presso Il Melangolo un libro dedicato al Caproni maestro che si intitola Feci il maestro per caso di cui ho potuto leggere un capitolo in anteprima. Era, dicono i due autori, la disperazione dei direttori didattici, tutti intenti a far rispettare le fatali norme della burocrazia scolastica. Norme messe in forse, con la caduta del regime fascista, da un´Italia ancora incerta sui propri programmi e figurarsi su quelli della scuola. Capitò ad Antonio Debenedetti bambino di avere per un certo periodo Caproni come ripetitore privato: il poeta era amico del padre Giacomo, il grande critico letterario. Doveva, Antonio, rimettersi in pari con i programmi e Giorgio lo aiutò. Parlandogli, particolare curioso, malissimo del Cuore di De Amicis. Antonio, che vedeva in Caproni un maestro d´altri tempi, quasi un collega della maestrina della penna rossa, sospetta che fosse un modo astuto per farglielo leggere e amare, cosa che puntualmente avvenne. Secondo Debenedetti non c´era affatto distanza tra il poeta e il maestro: erano tutt´uno.
«Quando vinsi il premio Viareggio nel 1959, la Rai», annotava Caproni sul registro di classe «ha trasmesso alcuni miei versi. Sorpresa degli scolari, già colpiti dall´intervista di un quarto d´ora alla Tv, dove sono state lette alcune poesie mie, da me commentate, tratte da Il seme del piangere. Potenza della radio e della Tv!, esclamo ironicamente. Ma ho subito smontato i miei piccoli... ammiratori. "Sono il vostro maestro, e voletemi bene come tale. Il resto... è letteratura"».
Bene ai suoi alunni ne voleva anche lui. Una volta un direttore gli propose di alleggerire la sua classe, troppo affollata, mandando alcuni alunni da un altro maestro. Ma ormai si era affezionato a tutti e dunque rifiutò quell´aiuto. In un´altra scuola c´era il problema di molti alunni orfani, una quarantina, sparsi in diverse classi. Caproni vedeva che soffrivano quella loro condizione e allora propose di raccoglierli tutti in una classe dove avrebbe insegnato lui. Forse non era una proposta pedagogicamente corretta, ma comunque ebbe successo. I bambini sentirono meno il peso della loro condizione in una classe dove tutti avevano lo stesso problema. Molti di loro rimasero legati al loro maestro e lo andavano a trovare anche da adulti. «Quei bambini», ricordava Caproni, «vivevano dalle suore e arrivavano a scuola già diversi dagli altri: tutti col grembiulino nero e con solo una rosetta di pane. Erano ostili e soffrivano per essere diversi e per non avere i genitori che li venissero a prendere all´uscita. Erano ostili anche ai compagni, in classe, anche a chi nella ricreazione delle dieci, offriva loro qualcosa da mangiare. Insomma odiavano tutti e tutto. Io allora li misi assieme e cominciai a stare e a vivere veramente con loro. È stata la più bella esperienza della mia vita d´insegnante».
Caproni resta sostanzialmente il maestro dei ragazzi poveri: da socialista qual era, era attratto soprattutto dal riscatto dei più disagiati e in questo ricorda un po´ l´esperienza lontana di Giovanni Cena e del gruppo di intellettuali che si era impegnato all´inizio del secolo a costruire e far funzionare scuole elementari nell´Agro romano: «A Trastevere», scrivono la Bacigalupi e Fossati, «nell´immediato dopoguerra si era trovato di fronte a classi di ragazzi che, se non vivevano nella desolazione delle borgate nell´Agro, erano comunque in condizioni sociali e economiche gravemente disagiate». In un registro della Pascoli, Caproni annota la propria commozione per un ragazzo rimasto orfano di madre e col padre troppo vecchio che non ce la fa più a tirare il carrettino al mercato. Non è difficile immaginare che l´impatto e la realtà di un certo mondo fosse argomento delle conversazioni con Pasolini, in qualche modo inventore letterario delle borgate romane proprio in quegli stessi anni.
Oggi la scuola elementare ha altri problemi ma ricchezza e povertà (gli immigrati e non solo) vi si confrontano ancora. Resta il luogo in cui si imparano e si conoscono molte cose per la prima volta. Magari anche una poesia di Caproni, come questa: «Fa freddo nella storia. /Voglio andarmene. Dove/anch´io, col mio fucile scarico,/ possa gridare: "Viktoria!"» .
(La Repubblica, 17 gennaio)



Vi propongo una sua limpida poesia "L'idrometra" e la lettura del numero speciale di Poesia dell'autore Crocetti dedicato al poeta. Se avete voglia e tempo, vi ricordo l'appuntamento di venerdì 22 gennaio in Campidoglio per "Roma ricorda Caproni".


L’idrometra


Di noi, testimoni del mondo,

tutte andranno perdute

le nostre testimonianze.

Le vere come le false.

La realtà come l’arte.



Il mondo delle sembianze

e della storia ugualmente

porteremo con noi

in fondo all’acqua, incerta

e lucida, il cui velo nero

nessuna idrometra più

pattinerà – nessuna

libellula sorvolerà

nel deserto, intero.

sabato 16 gennaio 2010

UNA MOSTRA (REALE E VIRTUALE) DEDICATA AL CANDIDO DI VOLTAIRE!

Cari i miei studenti, guardate che regalo ci hanno fatto: lunedì field trip a New York per festeggiare i 250 anni di Candido...ovviamente viaggio virtuale!


La New York Public Library presenta tutte le prime edizioni dell'opera e il manoscritto. Ecco il video, in cui si parla del Candido e di seguito l'articolo da LaStampa.it da cui ho preso l'informazione. In più, il link al sito della NYCPL per la visita virtuale...e il viaggio prosegue con Google Earth, proprio come abbiamo provato a fare noi! :) (Angelica, se leggi questo post ricorderai quando Lodovico si è smarrito correndo dietro a Candido...!)



NEW YORK
La Grande Mela celebra i 250 anni della pubblicazione di «Candido», il celebre racconto filosofico di Voltaire (1694-1778), con una mostra che corre anche su Internet. Il compito spetta alla New York Public Library, la grande biblioteca pubblica della Grande Mela, che per l’occasione ha organizzato fino al 25 aprile una mostra nella sua storica galleria, la Sue and Edgar Wachenheim III Gallery sulla Fifth Avenue, dove è esposto come un gioiello l’unico manoscritto di «Candide» trascritto dal segretario del filosofo e scrittore francese.

La mostra «Candide at 250: Scandal and Success» è accompagnata anche da un’esposizione online, intitolata «On the Road with Candide», visitabile sul sito della New York Public Library, dove i navigatori di internet possono divertirsi a giocare con le parole del romanzo che fin dall’esordio destò scandalo.

La rassegna, la più grande mai allestita al mondo sull’opera satirica di Voltaire, presenta il modo in cui il filosofo illuminista compose, modificò, rimaneggiò il suo «Candido» e come il romanzo è stato interpretato nel corso degli ultimi 250 anni. E descrive anche le censure subite, a partire dalla messa all’Indice dei libri proibiti da parte del Sant’Uffizio. La New York Public Library è una delle due biblioteche al mondo (l’altra è la Bodleian Library di Oxford) a possedere tutte le prime 17 edizioni del libro stampate nel 1759, esposte per l’occasione in una vetrina centrale dotata di un sofisticato sistema di allarme. Una delle sezioni più grandi della mostra newyorchese è dedicata a mostrare l’influenza letteraria di «Candido» con la presentazione di centinaia di copie di libri illustrati apparsi tra il XVIII e il XX secolo. Sono esposte poi le traduzioni e gli adattamenti dell’opera in altre forme artistiche, come ad esempio balletti, film, documentari, fumetti, disegni e pitture. Molti documenti sono stati prestati da istituzioni pubbliche e private e anche dalla Biblioteca Nazionale di Francia.

PRIMO LEVI: INVASIONI DI CAMPO


Sto rileggendo "L'altrui mestiere" un'opera di Primo Levi che racchiude pagine bellissime frutto di quanto egli definì "decennale vagabondaggio di dilettante curioso. Invasioni di campo, incursioni nei mestieri altrui, bracconaggi in distretti di caccia riservata, scorribande negli sterminati territori della zoologia, dell'astronomia, della linguistica".
La premessa alla raccolta di saggi è una pagina bellissima in cui Levi spiega il timore, ingiustificato, dello scienziato che si accinge a parlare di letteratura e del letterato che si avventura nello sconfinato paesaggio della scienza. Primo Levi, chimico di professione ma troppo distratto dal paesaggio, variopinto, tragico o strano per sentirsi chimico in ogni fibra, tenta comunque di giustificarsi con quanti gli chiedevano come potesse scrivere pur essendo un chimico e sostiene che non c'è "incompatibilità tra le due culture".
Ecco alcune sue parole illuminanti sulla spinosa questione dei confini tra letteratura e scienza da "L'altrui Mestiere":

Sovente ho messo piede sui ponti che uniscono (o dovrebbero unire) la cultura scientifica con quella letteraria scavalcando un crepaccio che mi è sempre sembrato assurdo. C'è chi si torce le mani e lo definisce un abisso, ma non fa nulla per colmarlo; c'è anche chi si adopera per allargarlo, quasi che lo scienziato e il letterato appartenessero a due sottospecie umane diverse, reciprocamente alloglotte, destinati ad ignorarsi e non interfeconde. E' una schisi innaturale, non necessaria, nociva, frutto di lontani tabù e della controriforma, quando non risalga addirittura a una interpretazione meschina del divieto biblico di mangiare un certo frutto. Non lo conoscevano Empedocle, Dante, Leonardo, Galileo, Cartesio, Goethe, Einstein, né gli anonimi costruttori delle cattedrali gotiche, né Michelangelo; né la conoscono i buoni artigiani, né i fisici esitanti sull'orlo dell'inconoscibile. (...) Stiamo vivendo un'epoca piena di problemi e di pericoli, ma non noiosa".
(Primo Levi)

giovedì 14 gennaio 2010

PRIMO LEVI: "CARICHI PENDENTI"


Non vorrei disturbare l'universo.
Gradirei, se possibile,
Sconfinare in silenzio
Col passo lieve dei contrabbandieri
O come quando si diserta una festa.
Arrestare senza stridori
Lo stantuffo testardo dei polmoni,
E dire al caro cuore,
Mediocre musicista senza ritmo:
- Dopo 2,6 miliardi di battute
Sarai più stanco; dunque, grazie e basta-.
Se possibile, come dicevo;
Se non fosse di quelli che restano,
Dell'opera lasciata monca
(Ogni vita è monca),
Delle pieghe e piaghe del mondo;
Se non fosse dei carichi pendenti,
Dei debiti pregressi,
Dei precedenti inderogabili impegni.

Primo Levi, 10 dicembre 1984

PAT ROBERTSON: IL DIAVOLO & HAITI

Satana in un'incisione di W. Blake

Chi ha creduto che parlare di Voltaire in occasione del terremoto di Haiti sia un richiamo superfluo alla razionalità in un momento di grande emotività mediatica (vedi post del 13\1\ tag: Voltaire, terremoto di Lisbona) troverà interessante l'intervento allla CNN di Pat Robertson (l'evangelista più famoso degli Stati Uniti d'America che in TV ha proseliti paragonabili a interi paesi), sul terremoto di Haiti e le cause di tanta sofferenza.

P.S.
In breve, Robertson sostiene che Haiti sia un'isola maledetta per aver venduto al diavolo l'anima collettiva della nazione circa duecento anni fa, quando invocò il demonio per riuscire a sconfiggere i francesi...Mah!

mercoledì 13 gennaio 2010

ASPETTANDO YEHOSHUA



Ci sono piccoli piaceri che aiutano a vivere: uno di essi è l'attesa del prossimo libro dello scrittore preferito. E, nel mio caso, di Abraham Yehoshua; di lui apprezzo la capacità di creare personaggi e storie che ti restano dentro e di cui, quando hai finito di leggere, senti la mancanza.
In Italia il suo prossimo libro uscirà nel 2011! Ancora un po'... Nel frattempo che arrivi nelle mani del traduttore italiano, ecco un articolo in cui lo scrittore svela qualche segreto e sollecita la curiosità.

Yehoshua, i colori della pace
di Wlodek Goldkorn

Un nuovo libro in uscita, e che L'espresso ha letto. Al centro: la colpa e il pentimento. Qui il grande scrittore parla del suo Paese dall'identità incerta e propenso all'oblio. Colloquio con Abraham Yehoshua
Abraham YehoshuaPer Abraham B. Yehoshua, il 2010 sarà l'anno di un nuovo romanzo: 'Carità romana' è il titolo provvisorio. Il 73enne scrittore, nato a Gerusalemme, tra i massimi narratori viventi, pensa di pubblicarlo in Israele alla fine della primavera (in Italia uscirà da Einaudi nel 2011). Intanto 'L'espresso' ha avuto il raro privilegio di leggerne alcune parti.

La storia, ambientata in Spagna, ha per protagonista un anziano regista del cinema israeliano, che ripercorre a ritroso la propria biografia e le opere che ha creato, e mentre lo fa è afflitto da sensi di colpa per un torto che ha fatto a un suo allievo e sceneggiatore. In quel romanzo che ha la scrittura, la struttura, l'attenzione ai dettagli e il ritmo degni della sua migliore produzione, sono condensati tutti i temi cari a Yehoshua: la memoria che affiora come in un processo psicanalitico; il rapporto maestro-allievo e tra la vecchiaia e la gioventù; l'amore; la bellezza; l'arte che trasforma la materia volgare in trascendenza. Alla geografia dell'opera dello scrittore, oltre all'India, all'Africa, all'Europa nell'anno Mille (e a Israele) si aggiunge così la catolicissima Spagna: l'immaginario religioso è importantissimo nel romanzo.

Yehoshua ha lasciato per sempre la sua Gerusalemme, con i suoi fanatici in guerra perenne tra una comunità e l'altra, e abita con la moglie psicanalista, a Haifa. In questa città un terzo della popolazione è composto da palestinesi cittadini israeliani, integrati nella vita collettiva, con gli ebrei. E basta fare una passeggiata a Wadi Nissnass, il quartiere accanto al porto, dove bellissime ragazze palestinesi, sicure di sé e libere, sono sedute ai tavoli dei caffé a fianco della Grande Moschea, dominio assoluto invece dei maschi, per capire quanto in questa città ci si sente liberi di inventare le storie, perché qui tutto è possibile.


Yehoshua, perché si raccontano le storie?
"Ho cominciato a scrivere perché volevo raccontare biografie che non fossero la mia. La scrittura è uno strumento per inventare esperienze e vite che io non ho mai vissuto. Nel mei libri ci sono solo pochissime tracce della mia autobiografia. E poi scrivo perché voglio l'identificazione del lettore con i personaggi, voglio conquistare l'empatia di chi legge".

Israele vanta in questo periodo molti scrittori importanti. È un caso?
"Non solo scrittori. Abbiamo una straordinaria fioritura di arti di ogni genere: musica, danza, teatro, cinema. È un fenomeno magmatico. È come se sotto il terreno ci fosse la lava in ebollizione. Pensi ai film sulla guerra in Libano".

'Valzer con Bashir' e 'Lebanon'. Lei li ha criticati.
"Soprattutto 'Valzer con Bashir'. Manca di contesto storico. Si parla di una guerra, quella del 1982: che è stata una follia, una catastrofe. Sono stato richiamato il primo giorno di quella guerra: il mio compito era spiegare le ragioni della nostra invasione. Un ufficiale mi indottrinava. Più parlava e più io mi stavo rendendo conto della follia: conquistare Beirut, per installarvi un regime amico... Già allora si capiva tutto. A maggior ragione, 27 anni dopo, girare un film giocato tutto su emozioni intime dei protagonisti, privo invece di un giudizio etico, e dove i soldati non si chiedono del perché sono lì, mi disturba, così come mi disturba che non si dica come Ariel Sharon fosse il responsabile morale del massacro di Sabra e Shatila. Parlo del contesto, non del valore formale dei due film".

Lei critica i film perché troppo intimisti. Però è stato lei il primo in Israele a scrivere romanzi che si occupano di questioni intime, e non più del contesto di un Paese appena nato.
"Sì, ma nella situazione normalità della prima metà degli anni Sessanta. Qui si parla invece di persone in guerra. La cosa strana è che si tratti di cineasti di sinistra. Ma forse è lo spirito del tempo. Da otto, nove anni a questa parte nessuno parla più di politica. E quando non c'è politica rimane solo narrazione esistenziale: al posto dell'etica c'è l'arte di non soccombere".

TERREMOTO DI HAITI: "RISPETTO DIO MA AMO L'UNIVERSO"


Chi vive la tragedia del terremoto non può dimenticarne l'orrore che, come una voragine, si spalanca nella vita dei superstiti. Il tempo si ferma: tutto viene azzerato dalla catastrofe. Il dopo terremoto è un incubo da cui si riemerge derubati (di un familiare, della propria casa, della gioia di vivere). Da quel momento inizieremo a ricostruirci e a ricostruire, con coraggio e rassegnazione, estraendo l'anima dalle macerie.
In Irpinia, nel 1980 morirono 3000 persone: io ero una bambina spaventata che credeva che a far tremare la mia terra fosse stato un drago terribile, venuto a inghiottirci nelle sue fauci di fuoco.
Con il pensiero rivolto ad Haiti, rileggo il "Poema sul disastro di Lisbona" di François Marie Arouet de Voltaire
Voltaire scrisse questi versi subito dopo il terremoto che rase al suolo Lisbona nel 1756.
Il filosofo, in polemica con chi all'epoca invitava ad un ottimismo ingiustificato (Leibniz) o ad un naturalismo ingenuo (Roussau), per la prima nella storia dell'Umanità, invitava a considerare i terremoti non come eventi per punire una nazione, per il male commesso dall'Umanità, ma come eventi naturali del tutto privi di senso e quindi ingiustificabili.
Scrisse questa poesia invocando quel Dio, distante e muto, che non ha nulla a che fare con il nostro dolore. Il deismo di Voltaire si traduceva, infatti, nella fede in un dio distante e ignaro dei mali del mondo. Per la prima volta il male ed il bene venivano classificati come "eventi naturali" e "casuali", privi del nesso causa -effetto che spesso gli veniva attribuito.
Poca consolazione "cristiana" ma tanta lucidità nell'ammissione di una fragilità che è l'elemento più vitale della nostra natura. E la fonte del nostro coraggio.

Alle 16:31 di oggi, davanti all'ecatombe di Haiti, Obama afferma, con lo stesso stupore che colpisce di fronte all'ingiustizia di un simile disastro: " E' una tragedia crudele e incomprensibile" che colpisce un Paese che ha già patito "difficoltà e sofferenze". Il presidente americano ha parlato dell'ingiustizia inconsapevole di un sisma che si scaglia contro una popolazione che è per il 70% indigente e povera. Obama, offrendo "i suoi pensieri e preghiere" alle vittime ha promesso di essere accanto agli haitiani "nell'ora del bisogno". Sono nostri "vicini", ha detto, ricordando che Haiti è a poche centinaia di miglia di distanza dagli Stati Uniti.



Poveri umani! e povera terra nostra!
Terribile coacervo di disastri!
Consolatori ognor d'inutili dolori!
Filosofi che osate gridare tutto è bene,
venite a contemplar queste rovine orrende:
muri a pezzi, carni a brandelli e ceneri.
Donne e infanti ammucchiati uno sull' altro
sotto pezzi di pietre, membra sparse;
centomila feriti che la terra divora,
straziati e insanguinati ma ancor palpitanti,
sepolti dai lor tetti, perdono senza soccorsi,
tra atroci tormenti, le lor misere vite.
Ai lamenti smorzati di voci moribonde,
alla vista pietosa di ceneri fumanti,
direte : è questo l’effetto delle leggi eterne
che a un Dio libero e buono non lasciano la scelta?
Direte, vedendo questi mucchi di vittime:
fu questo il prezzo che Dio fece pagar pei lor peccati?
Quali peccati ? Qual colpa han commesso questi infanti
schiacciati e insanguinati sul materno seno?
La Lisbona che fu conobbe maggior vizi
di Parigi e di Londra, immerse nei piaceri?
Lisbona è distrutta e a Parigi si balla.
Tranquilli spettatori, spiriti intrepidi,
dei fratelli morenti assistendo al naufragio
voi ricercate in pace le cause dei disastri;
ma se avvertite i colpi avversi del destino,
divenite più umani e come noi piangete.
Credetemi, allorquando la terra c’inghiotte negli abissi
innocente è il lamento e legittimo il grido:
ovunque avvolti in una crudele sorte,
in furori malvagi e imboscate mortali,
subendo l'attacco di tutti gli Elementi:
compagni dei miei mali, possiamo pur lamentarci.
E' l'orgoglio, direte, il ripugnante orgoglio
che ci fa dir che il mal poteva esser minore.
Interrogate, orsù, le sponde del mio Tago,
frugate, orsù, fra le macerie insanguinate,
chiedete ai moribondi, in preda a gran terrore,
se è l'orgoglio che grida: “aiutami o cielo!
O ciel, pietà per le miserie umane!”
“Tutto è bene , voi dite, e tutto è necessario”.
Senza questo massacro, senza inghiottir Lisbona,
l' universo peggior sarebbe dunque stato ?
Siete davvero certi che la causa eterna
che tutto può, che tutto sa, creando per se stessa
non poteva gettarci in questi tristi climi
senza accenderci sotto dei vulcani?
Così limitereste la potenza suprema?
D’esser clemente allor le impedireste?
Non ha forse l’eterno artigian nelle sue mani
Mezzi infiniti adatti ai suoi disegni?
Umilmente vorrei, senza offendere il Signore,
che questo abisso infiammato di zolfo e salnitro,
avesse acceso il fuoco in un deserto;
rispetto Dio, ma amo l'universo.
Se l'uomo osa dolersi di un sì terribile flagello
non è perché è orgoglioso, ahimè, ma sofferente .
I poveri abitanti di queste desolate rive,
tra gli orrendi tormenti sarebber consolati
se qualcun gli dicesse : “Sprofondate e morite tranquilli,
le vostre case per il bene del mondo son distrutte;
altre mani costruiranno altri palazzi;
altra gente avrà i muri che qui oggi vedete cader;
il Nord si arricchirà delle vostre odierne perdite,
i vostri mali d’ oggi sono un ben sul piano generale;
agli occhi di Dio uguali siete ai vili vermicelli
di cui sarete preda nel fondo della fossa”?
Orribile linguaggio per degli infortunati!
Crudeli! Non aggiungete oltraggio al mio dolore!
Non opponete più alla mia angoscia
le immutabili Leggi di Necessità:
questa catena di corpi, di spiriti e di mondi.
O sogni dei sapienti! O abissali chimere!
Dio tiene in man la catena e non è incatenato;
Dalla sua saggia scelta tutto è stabilito:
Egli è libero, giusto e affatto implacabile.
Perché dunque soffriam sotto un Signore equanime1?
Ecco il nodo fatal che scioglier si doveva.
Osando negarli guarirete i mali nostri?
Le genti tremebonde sotto una man divina
Del mal che voi negate han cercato il perché.
Se la legge che da sempre governa gli elementi
può far cader le rocce con lo spirar dei venti,
se le querce frondute s'incendian con la folgore,
pur non avvertono i colpi che le atterrano;
ma io vivo, io sento ed il mio cuore oppresso
chiede soccorso al creatore Iddio;
suoi figli, sì, ma nati nel dolore,
tendiam le mani al nostro unico padre.
Il vaso, si sa, non domanda al vasaio:
perchè mi facesti così vil, caduco e grossolano?
Esso non può parlare né pensare:
quest'urna che si forma, che a terra cade in pezzi
dall'artigian non ricevette un cuore
per anelare il bene ed avvertire il male.
Il suo mal, dite voi, è il ben di un altro...
Il mio corpo insanguinato darà vita a mille insetti.
Quando la morte pon fine ai mali che ho sofferto,
un bel conforto è quello di andare in pasto ai vermi!
Squallidi disquisitori delle miserie umane,
anziché consolarmi, le mie pene rendete ancor più
amare;
e in voi non vedo che lo sforzo impotente
di indomito ferito che vuol dirsi contento.
Del tutto io non son che un picciol pezzo:
è ver; ma gli animali condannati a vivere,
tutti soggetti ad una stessa legge,
vivono nel dolore e muoion come me.
L'avvoltoio avvinghiata la timida preda
lieto si pasce delle sue carni insanguinate:
tutto sembra andar bene per lui; ma ben presto, a sua
volta,
un'aquila dal becco tagliente divora l'avvoltoio.
L'uomo colpisce col piombo micidial l'aquila altera,
finché lui stesso, in battaglia, disteso sulla polvere,
sanguinante e trafitto dai colpi, con altri moribondi,
serve da cibo orrendo agli uccelli rapaci.
Così del Mondo intero tutti i viventi gemono,
nati per il dolor, si dan l'un l'altro morte.
E voi ricomponete, da questo caos fatale,
dal male di ogni essere, la gioia generale?
Quale felicità ! o debole e misero mortale!
“Tutto è bene” gridate con stridula voce:
l'universo vi smentisce, e il vostro stesso cuore
cento volte ha smentito il vostro errore.
Elementi, animali, umani tutto è in guerra.
Confessiamolo pure, il male è sulla terra:
la ragione profonda è sconosciuta.
Dall’autor d’ogni ben provenne il male?
E' forse il nero Tifone, il barbaro Arimanno
che con legge tirannica al male ci condanna?
La mente non ammette questi mostri odiosi,
che il mondo tremebondo degli antichi aveva fatto Dei.
Ma come concepire un Dio, la bontà stessa,
che prodigò i suoi beni alle creature amate,
che poi versò su loro i mali a piene mani?
Qual occhio penetrar può i suoi profondi fini?
Dall’ Essere Perfetto il mal non poté nascere;
Non può venir da altri, ché solo Dio è Padrone.
Eppure esiste. O tristi verità!
O strano intreccio di contraddizioni!
Un Dio venne a consolar la nostra razza afflitta,
la terra visitò senza cambiarla.
Un sofista arrogante sostien che nol poté;
lo poteva, afferma un altro, ma non l'ha voluto.
Lo vorrà, senza dubbio; ma mentre ragioniamo,
folgori sotterranee inghiottono Lisbona,
e di trenta città disperdon le rovine,
dal greto insanguinato del Tago a Gibilterra.
O l'uom nacque colpevole e la sua razza Iddio punisce;
o il Padrone assoluto del mondo e dello spazio,
senza collera e senza pietà, tranquillo e indifferente,
contempla del suo primo voler gli eterni effetti;
o la materia informe, ribelle al suo padrone,
porta con sé i difetti, com'essa necessari;
o Dio vuol metterci alla prova, ed il mortal soggiorno6
altro non è che un misero passaggio al mondo eterno.
Patiamo qui dolori passeggeri;
la morte è un bene che alle nostre miserie pone fine;
ma quando usciremo da quest’orrendo passaggio
chi di noi potrà dir di meritare la felicità?
Quale che sia la nostra decisione, c'è da tremare infatti:
nulla conosciamo e nulla è senza tema.
Muta è Natura e invan la interroghiamo:
ci occorre un Dio che parli all'uomo;
spetta a lui di spiegar l'opera sua,
di consolare il debole e illuminare il saggio.
Al dubbio abbandonato e all'error, senza il suo aiuto,
l'uomo invan cercherà il sostegno di un bastone.
Leibnitz non spiega con quali oscuri fili
nel più ordinato dei possibili universi,
un disordine eterno, un caos di sventure,
al nostro vano piacer dolor reale intrecci;
né mi spiega perchè, come il colpevole, pur l'innocente
debba subire il male senza scampo;
né capisco perché tutto sia bene:
ahimè! come un dottor io son che non sa niente.
Sostien Platone che l'uomo un dì fu alato
col corpo invulnerabile ai colpi mortali;
il dolore, la morte mai si avvicinavano
al suo stato di grazia, così diverso dall'odierno stato!
Si aggrappa, soffre, muore; ciò che nasce è destinato a
perire;
Della distruzione la natura è l'impero.
Un debole composto di nervi e di ossa
non può non risentir del turbinìo del mondo;
questo misto di polvere, liquidi e di sangue
fu impastato perché si dissolvesse;
e i pronti sensi di nervi tanto vivi
fur soggetti al dolor che poi gli dà la morte.
E' questo che m'insegna la legge di Natura.
Abbandono Platone, respingo Epicuro .
Bayle ne sa più di tutti: lo vado a consultare:
bilancia alla mano, Bayle insegna a dubitare;
saggio e grande abbastanza per non aver sistemi,
li ha tutti distrutti, mettendo in discussione anche se
stesso:
in ciò simile al cieco esposto ai Filistei
che cadde sotto i muri abbattuti con sue mani.
Che può dunque lo spirito vedere all’orizzonte?
Nulla: ché il libro del Destin si chiude alla sua vista.
L'uomo, estraneo a se stesso, all’uomo è sconosciuto.
Che sono? dove sono? dove vado? e donde vengo?
Atomi tormentati in questo ammasso di fango,
che la morte inghiotte e la cui sorte è in gioco;
ma atomi pensanti, atomi i cui occhi
guidati dal pensiero han misurato i cieli:
con tutto il nostro essere tendiamo all'infinito,
eppure non riusciamo a conoscere noi stessi .
Questo mondo, teatro dell’orgoglio e dell’errore,
di disgraziati è pieno che credon tutto bene.
Ognun si duole e geme mentre il bene cerca;
nessuno vuol morir, rinascere nemmeno7.
Eppur nei giorni destinati al dolore,
le lacrime asciughiamo col piacere;
ma il piacere svanisce e passa come un'ombra,
mentre le pene, le perdite e i rimpianti sono tanti.
Il passato non è che spiacevole ricordo,
oscuro è il presente se non c'è avvenire,
se il nulla sepolcrale distrugge l'io pensante.
Tutto ben sarà un giorno: è questa la speranza;
tutto oggi è bene: è questa l'illusione.
I saggi mi ingannavan, solo Dio ha ragione.
Umile nei miei sospiri, prono nei miei dolori,
non me la prendo con la Provvidenza.
Di men lugubre umor fui visto un tempo
dei dolci piaceri cantar le leggi seducenti.
È cambiato col tempo il mio costume ed in vecchiaia,
partecipe di umana e malintesa debolezza,
cercando un po’ di luce nella notte oscura,
non posso che soffrire senza dir parola.
Una volta un Califfo, alla fin di sua vita,
al Dio che adorava rivolse una preghiera:
“Ti porto, unico Dio, che limiti non hai,
quel che non hai nel tuo potere immenso:
i difetti, i rimpianti, il male e l’ignoranza.”
Ma aggiungere poteva: la speranza.

François Marie Arouet de Voltaire

lunedì 11 gennaio 2010

ELENCHI, COLLEZIONI E LA VERTIGINE DELL'ILLIMITATO: ECO E SEPULVEDA



Luis Sepùlveda autore de "la Storia della gabbianella e del gatto" dedica questa bella favola per grandi e piccini ai suoi figli "il miglior equipaggio dei miei sogni".
Stasera, leggendolo ai miei figli che lo hanno ricevuto in regalo dagli zii lontani ma vicini grazie alle parole di un libro, mi sono imbattuta nelle collezioni di Harry, il vecchio lupo di mare che stanco di girare il mondo, compra alcune case nel porto di Amburgo e vi colloca le sue infinite, meravigliose collezioni di oggetti raccolti nel corso dei suoi viaggi.


Tra i 10 buoni propositi del nuovo anno c'era (e c'è) l'idea di cominciare una collezione di oggetti rari. Il fascino degli elenchi ha ispirato uno degli ultimi titoli di Umberto Eco, "Vertigine della lista", dal 7 ottobre in libreria per i tipi Bompiani. Il nuovo libro dello scrittore e semiologo Umberto Eco, oltre ad essere un saggio di interpretazione letteraria e filosofica, è anche il titolo della rassegna di attività e manifestazioni, (vedi articolo in link) ideata e diretta da Eco che si tiene al Louvre fino all'8 febbraio 2010.

Con questo nuovo saggio Umberto Eco va alla scoperta di una forma letteraria di rado analizzata, mostrando, inoltre, come le arti figurative siano capaci di suggerire elenchi infiniti.
Come mostra questo nuovo libro di Umbero Eco e l'antologia che esso raccoglie, la storia della letteratura di tutti i tempi e' infinitamente ricca di liste, da Esiodo a James Joyce, da Ezechiele a Carlo Emilio Gadda. Sono spesso elenchi stesi per il gusto stesso dell'enumerazione, per la cantabilita' dell'elenco o, ancora, per il piacere vertiginoso di riunire tra loro elementi privi di rapporto specifico, come accade nelle cosiddette enumerazioni caotiche. Pero' con questo libro il semiologo non va solo alla scoperta di una forma letteraria di rado analizzata, ma mostra anche come le arti figurative siano capaci di suggerire elenchi infiniti, anche quando la rappresentazione sembra severamente limitata dalla cornice del quadro. Cosi' il lettore trovera' in queste pagine ''una lista di immagini che ci fanno sentire la vertigine dell'illimitato'', come osserva Eco.


Ma eccolo per voi l'elenco che mi ha ispirato questo post: gli oggetti conservati e disposti secondo un ordine del tutto personale dall'infaticabile marinaio in pensione del romanzo di Sepulveda.
Un solo aggettivo per tutto l'elenco: fantastico!

7200 cappelli con tesa flessibile per non essere portati via dal vento;
160 ruote del timone di barche col mal di mare a forza di girare intorno al mondo;
245 fanali di imbarcazioni che avevano sfidato le più fitte nebbie;
12 telegrafi di macchina sbattuti da iracondi capitani;
256 bussole che non avevano mai perso il nord;
6 elefanti di legno a grandezza naturale;
2 giraffe imbalsamate nell'atto di contemplare la savana;
1 orso polare imbalsamato nel cui ventre giaceva la mano destra, anch'essa imbalsamata, di un esploratore norvegese;
700 ventilatori che con le loro pale ricordavano le fresche brezze dei tramonti tropicali;
1200 amache di iuta che garantivano i sogni migliori;
1300 marionette di Sumatra che avevano interpretato solo storie d'amore;
123 proiettori per diapositive che mostravano paesaggi nei quali si poteva essere sempre felici;
54.000 romanzi in quarantasette lingue;
2 riproduzioni della Torre Eiffel, una costruita con mezzo milione di spilli da sarto e l'altra con trecentomila stuzzicadenti;
3 cannoni di navi corsare inglesi;
17 ancore trovate nei fondali del mare del Nord;
2000 quadri di tramonti;
17 macchine da scrivere appartenute a scrittori famosi;
128 mutande lunghe di flanella per uomini di oltre due metri d'altezza;
7 frac per nani;
500 pipe in schiuma di mare;
1 astrolabio ostinatamente fisso sulla posizione della Croce del Sud;
7 buccine giganti dalle quali provenivano echi lontani di mitici naufragi;
12 chilometri di seta rossa;
2 boccaporti di sottomarini;
e molte cose che sarebbe troppo lungo elencare.

(p.38-40 Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, Luis Sepùlveda, Feltrinelli)

p.s.
Per un mondo più bello basterebbe uno solo degli oggetti elencati...il più accessibile della collezione resta il libro! Il più ambito uno dei 123 proiettori di paesaggi in cui non si può che essere felici...:)

SAVIANO: QUELLO CHE I MEDIA NON RACCONTANO



«Gli immigrati non vengono in Italia solo a fare lavori che gli italiani non vogliono più fare, ma anche a difendere diritti che gli italiani non vogliono più difendere». Roberto Saviano, autore trentenne del bestseller mondiale Gomorra, simbolo della lotta alle mafie che il Sole 24 Ore ha inserito nella classifica dell'uomo dell'anno per la battaglia di legalità, non rinuncia a vedere negli incidenti di Rosarno un lato positivo. L'altra faccia della luna. A mostrarla sono gli immigrati che protestano contro le mafie oggi come a Villa Literno nel settembre 1989, dopo l'omicidio del sudafricano Jerry Masso, e a Castel Volturno nel settembre 2008 dopo l'uccisione di sei immigrati.
Saviano - che in questa intervista lancia l'allarme per il rischio di nuovi attentati di 'ndrangheta e camorra dopo la bomba di Reggio Calabria - non nega che le modalità della rivolta siano criticabili, ma è convinto che «a ribellarsi è la parte sana della comunità africana» che non accetta compromessi con la criminalità. «Quello che colpisce - dice lo scrittore - è che gli immigrati hanno un coraggio contro le mafie che gli italiani hanno perso. Per loro il contrasto alle organizzazioni criminali è questione di vita o di morte». Non vanno criminalizzati. «Piuttosto dovremmo considerarli alleati nella battaglia all'illegalità».
Saviano non vuole criminalizzare gli immigrati di Rosarno, che nelle regioni a rischio mafia entrano nella rete della criminalità organizzata fin dallo sbarco. «Mentre nel nord Italia la Lega ha continuato a ostacolare l'immigrazione, la camorra si è lentamente impadronita del monopolio dei documenti falsi: le leggi più severe sull'immigrazione le hanno fruttato milioni di euro».

Saviano, lei usò parole dure anche in occasione del massacro di Castel Volturno, territorio che conosce bene.
Di Rosarno come di Castel Volturno si parla solo quando c'è una rivolta. Anche questo mi colpisce: il silenzio favorisce le mafie e si perdono occasioni di sviluppo. Castel Volturno ha il maggior numero di abusi edilizi al mondo ed è il comune più africano d'Italia.

C'è una connessione fra le due cose?
Era una città abbandonata per via dell'abusivismo e nei palazzi vuoti arrivarono gli africani. È diventata così la prima città africana d'Italia. Anziché valorizzarla, l'abbiamo nascosta come fosse una suburra.

Valorizzarla, come?
Qualunque paese europeo avrebbe fatto un vanto di avere una città tutta africana e l'avrebbe messa sotto i riflettori mediatici. Avrebbe fatto un sindaco immigrato, avrebbe portato lì le ambasciate dei paesi africani, avrebbe organizzato un bel festival africano. Ne avrebbe fatto una porta sul Mediterraneo. Invece, si è consegnata la città in mano alla mafia nigeriana con il risultato di farne uno snodo del traffico della droga. Una città dove la maggior parte degli immigrati onesti vivono una vita d'inferno.

Cos'è che i media non raccontano?
La Calabria è, come la Campania, un territorio che vive una guerra quotidiana. Se si vedono i dati, ci sono tantissimi attentati alle associazioni antiracket o a consiglieri comunali, intimidazioni con un colpo sparato alla porta o una molotov su una tomba. Magistrati continuamente nel mirino come Raffaele Cantone o Nicola Gratteri. È una guerra silenziosa che non trovi sui giornali.

Che significa in questa guerra quotidiana la bomba alla procura di Reggio?
È il segno che la 'ndrangheta alza il livello dello scontro. È una bomba artigianale, quindi un segnale di misura contenuta e simbolica ancora, un messaggino. La famiglia Condello possiede bazooka ed esplosivi C3 e C4, capaci di far saltare l'intero edificio della procura.

È credibile che l'attentato sia stato deciso da una riunione di tutti i capiclan?
Mi pare più probabile che l'abbia deciso una famiglia e abbia ottenuto il silenzio-assenso delle altre. Certo è un segnale condiviso in qualche misura da tutte le 'ndrine.

Un segnale alla procura o a chi altro?
Alla procura, non c'è dubbio. Le grammatiche delle mafie sono disciplinatissime. Se avessero voluto intimidire la direzione antimafia, l'avrebbero messo alla loro sede.

Perché ora?
Ci sono due livelli di risposta. Il primo riguarda la procura di Reggio Calabria. Il destinatario della bomba è il procuratore capo che è arrivato un mese fa e ha già fatto scelte importanti. Penso ci fossero correnti di magistrati, all'interno della procura, che le cosche preferivano. Non necessariamente colluse. Forse, più semplicemente, meno efficienti. Istruire le carte di un processo in tre mesi o due anni può cambiare il destino di una famiglia, saltano attività economiche, azioni criminose. C'è un livello di lettura più generale dell'attentato di Reggio Calabria?
Molto è cambiato con gli arresti nel casertano e le sentenze di condanna in Calabria. Un anno e mezzo fa a Reggio è stato arrestato Pasquale Condello detto "il supremo". Era il leader indiscusso, uomo capace di mediazione, anche con la politica. Il suo arresto ha messo in crisi assetti consolidati. Le mafie si aspettavano molto dai loro referenti politici e non sono disposte a vedere che se la cavano. Il problema non riguarda solo la Calabria.

Pensa che l'episodio della bomba non resterà isolato?
Non mi aspetto che sia finita qui. Chiedo molta attenzione al governo, ai media. Il 15 gennaio dovrebbe chiudersi in Cassazione il processo Spartacus contro i Casalesi. È il primo processo sull'intera organizzazione camorristica che arriva al terzo grado. È il più importante processo di mafia nella storia insieme al maxiprocesso di Palermo. Se le condanne saranno confermate, l'organizzazione non potrà non fare nulla, manderà segnali.

C'è il rischio di una escalation.
Tanto più se la cosa passerà sotto silenzio. Ricordo che questo processo era durato dieci anni in primo grado e, dopo che sono stati accesi i riflettori sui Casalesi, fino ad allora sconosciuti alla pubblica opinione, il processo di appello è durato un anno e mezzo e ora il terzo grado un anno.

C'è un collegamento fra questi gruppi? Siamo abituati a ragionare che le mafie sono sistemi isolati.
Le mafie non sono monadi isolate. Casertani e calabresi sono in continua connessione perché sono le mafie degli investimenti e delle regole. Non come i napoletani, sregolati, e i siciliani, ormai vecchi. In Romania stanno lavorando insieme, sui casinò investono insieme. Le loro strutture seguono la globalizzazione con ritmi più veloci di quanto riesca a fare lo Stato. Nelle loro strutture ci sono domenicani, boliviani, tedeschi. Negli ultimi arresti fatti a Caserta c'era un tunisino affiliato. La camorra è la prima mafia ad aver aperto agli stranieri e fra dieci anni avremo capicamorra arabi e slavi.

Il cambiamento di clima confermerebbe quel che dice il ministro Maroni: una risposta dello Stato c'è già stata. Che valutazione dà del modello Caserta?
È stato fatto un buon lavoro: arresti e molta pressione sulle amministrazioni pubbliche, sul risparmio, sul ciclo dei rifiuti. Però le mafie sono tutt'altro che sconfitte ed è un errore grave dirlo o anche solo farlo pensare.

Qual è la realtà della vita quotidiana?
Se cammini sulla Napoli-Caserta, anche stasera, continui a vedere, proprio come dieci anni fa, i fuochi delle discariche abusive che bruciano copertoni arrivati da tutta Italia. Non è vero che il ciclo dei rifiuti è stato sconfitto. Ancora sono liberi, per altro, Antonio Iovine e Michele Zagaria, latitanti da 13 anni, i capi, uomini del cemento che investono a Roma e in Romania.

Siamo in una fase di transizione?
C'è una operatività dello Stato che viene riconosciuta dalle mafie ma non ancora considerata fisiologica. Se lo Stato fosse unito e la risposta compatta, le mafie capirebbero che qualunque azione peggiorerebbe la loro situazione. Se alzano il tiro è perché sanno che ancora possono parlare con qualcuno all'interno dell'apparato statale. È un brutto clima, lo stesso che ha portato alla primavera siciliana, quando fu ucciso Lima.

Il sequestro di beni è strumento risolutivo?
Un salto di qualità c'è stato anche lì. Però rinnovo l'invito a non abbassare la guardia. Sequestrare la Lamborghini o la villa è importante, ma non abbiamo ancora intaccato i patrimoni attivi delle mafie. La cosa davvero importante è che non si mettano all'asta. Chiedo a Maroni che intervenga su questo punto: i beni vengano immediatamente riassegnati alle biblioteche, alle associazioni antiracket, alle università.

Sul piano repressivo che altro bisogna fare?
La repressione non basta. Bisogna sconfiggere l'economia mafiosa, passare al sequestro delle loro aziende. Ci vuole un segnale di cambiamento anche a livello di leggi: lo scudo fiscale, il limite alle intercettazioni, il patteggiamento per i reati di mafia non vanno bene. Qual è l'obiettivo?
Deve essere premiato il mondo delle imprese pulite, si deve permettere all'imprenditore di guadagnare dalla prassi antimafia. Oggi per l'imprenditore pulito essere contro le organizzazioni mafiose porta solo svantaggi e danni.

Come?
Va bene quel che ha cominciato a fare Confindustria Sicilia: cacciare dal mercato chiunque partecipi all'economica mafiosa, prima ancora che per un fatto morale, per una concorrenza sleale. Prendiamo gli appalti. Il gioco del massimo ribasso fa vincere le mafie perché possono fare costi più bassi: pagano meno la manodopera in nero, ammortizzano i costi con altre entrate come la droga. Se non cambi le regole degli appalti, vinceranno sempre.

Ance propone di passare a un sistema di subappalti in cui l'appaltatore scelga in un elenco di imprese pulite selezionate dalle Procure. Che ne pensa?
Il certificato antimafia è una garanzia di partenza ma non basta. Bisogna togliere all'imprenditore pulito la possibilità di utilizzare il vantaggio competitivo che arriva dall'economia mafiosa. La proposta va in quella direzione. Che significa uscire dal sistema del massimo ribasso?
Se un'impresa investe per lo sviluppo del territorio, per esempio con una scuola di formazione di carpentieri, va premiata. Di più: bisogna premiare l'attività antimafiosa delle imprese. Nelle gare d'appalto basta massimo ribasso, diamo un premio a chi si impegna in un'attività antimafiosa: chi denuncia il pizzo o l'economia mafiosa. Se vogliamo vincere questa guerra dobbiamo abbandonare il formalismo di certe gare e la legge del massimo ribasso.

Che altro si può fare per sconfiggere l'economia mafiosa?
Fare quello che fa l'associazione Libera. Porta lì ragazzi di Torino, del Friuli, romani o umbri a fare il lavoro con le bufale di Schiavone o i filari di vite portati via a Reina. Combatte l'economia mafiosa e occupa il territorio.

Vede segnali positivi?
Cresce il disgusto degli elettori per politici collusi di destra e sinistra. Penso alla Campania dove il coordinatore Pdl è Nicola Cosentino che dice di essere dalla mia parte, ma non lo è affatto. I processi faranno il loro corso. A un politico, però, bisogna chiedere non solo di essere lontano dagli affari criminali, ma anche di avere una reputazione lontana dagli affari criminali. Il fatto che sul territorio un politico sia considerato da tutti come interlocutore di quel mondo è di per sé imbarazzante anche qualora non fosse condannato. Aggiungo che anche le politiche del centro-sinistra degli ultimi anni sono state politiche di connivenza. Spero che gli elettori alle prossime regionali facciano pulizia dei collusi mandando un segnale chiaro.
(Il Sole 24 Ore 9\01\10)

CONCORSO FOTOGRAFICO: L'ACQUA


Carissimi studenti, ben tornati! Oggi abbiamo parlato di Rosarno, di Adriano Sofri e di Primo Levi ma anche di Petrarca, che si è presentato a voi con queste parole che abbiamo letto integralmente in classe commentandole:

Francesco Petrarca
Posteritati: Il ritratto di sé consegnato ai posteri

"Forse ti accadrà di udire qualcosa di me, per quanto sia dubbio che il mio nome piccolo e oscuro possa giungere lontano nello spazio e nel tempo. E forse desidererai conoscere che uomo fossi o quali fossero gli eventi delle mie opere, soprattutto di quelle la cui fama sia giunta sino a te o di cui tu abbia sentito vagamente parlare. Riguardo al primo punto le opinioni degli uomini saranno sicuramente diverse, ché ciascuno parla non sotto la spinta della verità, ma del capriccio, e non c'è misura né per la lode né per il biasimo. Io fui dunque uno del vostro gregge, omiciattolo mortale, d'origine non troppo grande né troppo bassa, d'antica famiglia come di sé dice Cesare Augusto, e, quanto al temperamento, d'animo non impudico né cattivo se non mi avesse nociuto una contagiosa consuetudine. L'adolescenza mi illuse, la giovinezza mi traviò, ma la vecchiaia mi corresse e, con l'esperienza, mi rese convinto di quanto avevo letto tanto tempo prima: perché vani sono i piaceri della giovinezza; ed anzi me lo insegnò Colui che creò tutte le età e tutti i tempi, e che talora permette che, tronfi di nulla, i miseri mortali vadano fuori strada perché possano, anche se tardi, conoscere se stessi e i propri peccati. Da giovane ebbi un fisico non troppo forte, ma di grande destrezza. Non mi vanto d'avere avuto una straordinaria bellezza, ma tale che nei miei anni più fiorenti poteva piacere: fui di color vivo tra il bianco ed il bruno; ebbi sguardo vivace e per moltissimi anni acutissimo, ma che inaspettatamente mi tradì dopo i sessanta, costringendomi, con riluttanza, a ricorrere all'aiuto delle lenti. La vecchiaia piombò di colpo in un corpo che era stato sempre sanissimo, e lo assalì con la consueta schiera delle malattie".

Presto leggeremo la sua poesia "Chiare, fresche e dolci acque":

Chiare, fresche et dolci acque,
ove le belle membra
pose colei che sola a me par donna;
gentil ramo ove piacque
(con sospir mi rimembra)
a lei di fare al bel fianco colonna;
erba e fior che la gonna
leggiadra ricoverse
co l'angelico seno;
aere sacro, sereno,
ove Amor co' begli occhi il cor m'aperse:
date udienza insieme
a le dolenti mie parole estreme.
S'egli è pur mio destino,
e 'l cielo in ciò s'adopra,
ch'Amor quest'occhi lagrimando chiuda,
qualche grazia il meschino
corpo fra voi ricopra,
e torni l'alma al proprio albergo ignuda.
La morte fia men cruda
se questa spene porto
a quel dubbioso passo;
ché lo spirito lasso
non poria mai in più riposato porto
né in più tranquilla fossa
fuggir la carne travagliata e l'ossa.
Tempo verrà ancor forse
ch'a l'usato soggiorno
torni la fera bella e mansueta,
et là ' ov' ella mi scorse
nel benedetto giorno
volga la vista disiosa et lieta,
cercandomi: et, o pieta!,
già terra infra le pietre
vedendo, Amor l'inspiri
in guisa che sospiri
sì dolcemente che mercé m'impetre,
et faccia forza al cielo,
asciugandosi gli occhi col bel velo.
Da' be' rami scendea
(dolce ne la memoria)
una pioggia di fior sovra 'l suo grembo;
et ella si sedea
umile in tanta gloria,
coverta già de l'amoroso nembo.
Qual fior cadea sul lembo,
qual su le trecce bionde,
ch'oro forbito et perle
eran quel dì, a vederle;
qual si posava in terra, e qual su l'onde;
qual, con un vago errore
girando, parea dir: Qui regna Amore
Quante volte diss'io
allor pien di spavento:
Costei per fermo nacque in paradiso.
Così carco d'oblio
il divin portamento
e 'l volto e le parole e 'l dolce riso
m'aveano, et sì diviso
da l'imagine vera,
ch'i' dicea sospirando:
Qui come venn'io, o quando?;
credendo esser in ciel, non là dov'era.
Da indi in qua mi piace
questa erba sì, ch'altrove non ho pace.
Se tu avessi ornamenti quant' hai voglia,
poresti arditamente
uscir del bosco e gir in fra la gente.

Eccola, limpida come un ruscello...e a proposito di acqua siete tutti invitati a parteciapre al concorso fotografico sull'Acqua. Ecco il bando:

Concorso fotografico a tema idrico. Per cacciatori di momenti.

Acque SpA, il gestore del servizio idrico integrato nel Basso Valdarno, in collaborazione con il circolo fotografico L'Occhio Sensibile, con la raccomandazione della FIAF, indìce un concorso fotografico nazionale a tema idrico in occasione della Giornata Mondiale dell'Acqua che si celebra ogni anno il 22 Marzo.
Per promuovere la fotografia come moderna forma di arte ed espressione.
Per valorizzare il ruolo unico e primario dell'acqua come motore di vita, la più preziosa tra le risorse naturali, non inesauribile; al fine di celebrare la sua presenza, il suo valore, la sua relazione con l'uomo e l'ambiente oppure descriverne la mancanza, l'assenza.

Il concorso è per sole immagini digitali o fotografie analogiche digitalizzate ed è suddiviso in due sezioni: generica (Acqua in un istante) e specifica (L'acqua nel territorio del Basso Valdarno).
E' molto facile partecipare.
Il link con tutto quello che c'è da sapere è qui di seguito. Buona fortuna!

http://concorso.acque.net/

LA MAPPA DELLE STORIE INVISIBILI: Roma, Fontana delle tartarughe

Stasera una storia invisibile è apparsa alla Fontana delle tartarughe... buon ascolto, se passate di là. E, a proposito, salutatemi Serafina...