venerdì 31 dicembre 2010

AUGURI IN UNA BUSTA (DI PLASTICA)

Volevo augurarvi un anno "pulito" e leggero! Liberiamoci delle zavorre, dei pesi che inquinano fuori e dentro. Vi propongo due riflessioni: la prima in immagini, sulle morti bianche, dal film "Sul mare". Un monologo bellissimo per sperare che il 2011 sia l'anno del lavoro sicuro e per tutti. La seconda è un articolo dello scrittore Marco Lodoli, per salutare in poesia il sacchetto di plastica!



VENERDÌ, 31 DICEMBRE 2010

Pagina XXI - Roma

Addio prepotenti sacchetti di plastica ma in fondo c´era anche un po´ di poesia
MARCO LODOLI

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(segue dalla prima di cronaca)
Anche da noi, per fortuna, qualcuno da solo ha imparato a non sprecare, a non seminare il mondo di plastica oscena, a ficcare la spesa in un carrello. Insomma: siamo tutti d´accordo, deplastifichiamoci! Eppure, di nascosto, vergognandosi per la propria inciviltà, per un sentimentalismo barbaro e asociale, una minuscola parte di me si ferma a ricordare… Qualcosa torna dal passato, con i colori vaghi della nostalgia. Immagini sparse, brutte, belle, piene di sacchetti di plastica.
Quella volta che pioveva a dirotto e con una ragazza che non c´è più ci siamo legati in testa due buste del supermercato, e l´acqua picchiettava sui pensieri e ridevamo. E quella volta sugli scalini di una chiesa vicino alla Stazione Termini, a parlare per un´ora con una vecchia barbona che teneva tutta la sua vita in quattro buste di plastica, i vestiti, il cibo, ma anche le foto della giovinezza, quando tutto era diverso. E quelle corse in Vespa, con una busta di libri attaccata al gancio del sellone, libri meravigliosi da riportare a casa, libri inseguiti e trovati e metà prezzo su una bancarella: tanta poesia in una sola busta! E il costume bagnato e la cuffietta per i capelli dentro il sacchetto di plastica, alla fine di una lunga nuotata, alla fine di una piscina infinita. E quelle imprecise eppure precisissime valutazioni economiche fatte al volo sul numero delle buste del supermercato: "Prima con questi soldi mi portavo a casa tre buste piene di roba, ora neanche due, porca miseria!" E quella volta sotto casa, quando davanti al cassonetto traboccante, davanti a quei cumuli nauseabondi di buste ammucchiate a casaccio, ho sentito il peso della metafora, la verità di quello che Montale chiamava il correlativo oggettivo e ho pensato: voglio una vita diversa, migliore, grazie per l´avvertimento, cari sacchetti.
E ora addio, buste della vita nostra, cariche di tutta la nostra mondezza, addio per sempre: da oggi cercheremo di essere più puliti, più chiari, più svedesi.



p.s. di Giovanna Iorio
Come non pensare ad "American Beauty"...salutiamo il sacchetto di plastica con questo video bellissimo, in cui una busta di plastica è una forza benevola, una bambina che danza...


lunedì 27 dicembre 2010

TANTI AUGURI CON IL PUNTO INTERROGATIVO



Mi mancate! Siete sopravvissuti al Natale?
Avete comprato,incartato,scartato,guardato,abbandonato un centinaio di piccoli regali per dire Auguri?
Come vi sentite dopo le abbuffate, le lunghe telefonate, dopo aver trascorso ore a mandare messaggi con l'iphone nuovo touch screen che per scrivere Auguri ci vuole un quarto d'ora?
Quanti di voi hanno avuto il tempo di uscire a fare una passeggiata, magari in campagna?
Siete avvolti dal bianco della neve o dal caldo di un'isola tropicale?
Avete già fatto ritorno a casa o state per mettervi in viaggio?
Avete già avuto la visione di quello che vi accadrà nel 2011? Avete già letto le previsioni del vostro segno zodiacale?
Siete ancora buoni o siete da pochi minuti tornati cattivissimi?
Siete di quelli che sperano nonostante tutto o siete di quelli che si disperano nonostante tutto. Avete mangiato il panettone o il pandoro?
E le fette le tagliate verticali o orizzontali?
Il vero torrone è morbido o duro?
Scartando i regali dei suoceri avete finto stupore o eravate davvero stupiti?
Qual è il regalo più inutile che avete ricevuto?
Siete offesi che l'abbiano regalato proprio a voi o vi sentite speciali?
I tacchi altissimi delle scarpe di velluto nero serviranno a conquistarlo a ad allontanarvi per sempre da lui?
L'ennesima sciarpa rossa, avete già pensato di farne una coperta patchwork?
Tra i buoni propositi per il 2011 c'è anche quello di non chiedere mai più al bar "Un marocchino in vetro"?
Chi di voi sogna di trascorrere l'ultimo dell'anno con Assange?
Sapete rispondere alle 10 domande fatte a Berlusconi un anno fa da La Repubblica? Gli studenti hanno pensato alla Gelmini anche il giorno di Natale?
La tredicesima vi ha aiutato ad essere più felici oppure i soldi non danno la felicità?
Lo spumante o lo champagne sulle vostre tavole?
Sarà vero che il cioccolato svizzero non fa ingrassare?
Roberto Saviano ha visto la sua famiglia a Natale?
Se la stella cometa non era una cometa bensì tre pianeti in congiunzione chi ci dice che Gesù non sia nato altrove?
Oppure che stia per nascere altrove?

Insomma l'anno si chiude con tanti interrogativi ed è un bene, perché un mondo senza domande è un pianeta silenzioso che si fa i fatti suoi in un cielo stellato.
Auguri a tutti gli Amici di Letture! Grazie per un altro anno di amicizia.
Vi annuncio che dal 2011 cambierò un po' il nostro blog, sperando di coinvolgervi di più, trasformandovi, se possibile, in tanti Amici di Scritture!

venerdì 17 dicembre 2010

NEVICA A ROMA



PAROLE BIANCHE
di Giovanna Iorio

Parla il cielo

parole bianche
parole lente
parole che si posano sulle panche

a ricoprir d’inverno
il giardino improvvisamente
nudo

soltanto ieri
l’albero vestito
mi guardava attraverso il vetro

stupito, nelle pupille una domanda
in attesa come un fiocco indeciso:
quando verrà il vento?

dal cielo nero è arrivata la neve
lieve come un sogno di bambino

la notte di Natale
l’albero si è riempito di parole

mute, appese ai rami
scintillanti come ami.

martedì 14 dicembre 2010

IL CIELO NERO DI ROMA



La foto che vi mostro (Da La Repubblica.it) è un'immagine di Roma di questo pomeriggio. Gli scontri in pieno centro, i disordini, i feriti: se sempre l'ingiustizia si trasformasse in fumo nero, forse dovremmo abituarci ad un cielo di petrolio.


IL RE DI ROMA

C'è un re senza sudditi
che non vuol ascoltare

fuori gridano
nuvole nere
oscurano il sole

C'è un popolo senza sovrano
che non vuole morire

dentro gridano
voci nere
oscurano il mare.
(g.i.)

LA BAMBINA E IL PAVONE



Devo andarci più spesso allo zoo. Spesso faccio ritorno dal Bioparco con storie e aneddoti da raccontare e condividere. Alcuni tristi (vedi L'Angolo della Critica) altri molto speciali.
Ho una storia tenera e semplice che spero vi faccia sorridere e un po' stupire.
E' andata così: ero davanti agli ippopotami con la mia famiglia quando la mia attenzione è stata catturata da una mamma che guardava la sua bambina con sguardo interrogativo.
La piccolina, forse di quattro anni, se ne stava davanti ad un bel pavone a sussurargli paroline indecifrabili.
Il pavone camminava e la bambina lo seguiva, sempre continuando a sussurargli paroline.
Ad un certo punto ho sentito quello che diceva: "Vieni pavone, eccomi, sono una donna!- Vieni pavone, eccomi, sono una donna!"
Che frase misteriosa, ci siamo dette io e la madre della bimba, con un'occhiata da strizzacervelli fai da te.
E così, mentre la mia famiglia, stufa di ippopotami si avviava verso colibrì e aquile reali, io sono rimasta ad ascoltare la conversazione.
"Amore, ma perché dici al pavone: vieni, eccomi, sono una donna!?"
I miei bambini erano oramai ad anni luce da me, il loro papà da lontano mi chiedeva aiuto, implorando: "Vieni, eccomi, sono un uomo" con gli occhi urgenti di chi ha bisogno di una mano o i bambini volano via sul nido del cuculo ... Ma io dovevo sentire la risposta! Eccola, c'ero quasi! "Così il pavone mi fa la coda!", rispose finalmente la bambina.

venerdì 10 dicembre 2010

LA POESIA DI SANGUINETI ILLUMINA I MURI DI GENOVA



“Questo è il mio naso / è il mio mento, è la bocca / priva di labbra: priva i denti, / è una dura ferita, / nella mia faccia”. Edoardo Sanguineti


La poesia diventa luce: Edoardo Sanguineti, la vita è una poesia. Ieri 9 dicembre la città ha ricordato l'intellettuale in un ampio programma di iniziative, con le sue strofe che hanno illuminato i palazzi di Strada Nuova. Ieri il poeta avrebbe compiuto 80 anni.

Da un articolo di WANDA VALLI dell'8 dicembre.

"E lo vedi, è la vita", diceva lui Edoardo Sanguineti. La vita che ti sorprende sempre, nella gioia e nel dolore. È successo anche a lui. Avrebbe festeggiato i suoi ottant' anni il 9 dicembre, questo grande intellettuale del Novecento e Genova, la sua città, lo ricorderà in tre appuntamenti. Genova si illumina di poesia si chiama l'iniziativa voluta dal Comune, ritroveremo i suoi versi, i suoi scritti e il suo impegno di osservatore della vita della comunità, che non ha avuto paura di impegnarsi in prima persona.

Il programma lo racconta, Margherita Rubino, consulente del sindaco per l'immagine della città, c'è il sindaco Marta Vincenzi, Luciana Sanguineti, sua moglie, Pietro da Passano, direttore di palazzo Ducale. E una novità. Il 18 maggio, anniversario della scomparsa, annuncia il sindaco, aprirà nella nuova Biblioteca Universitaria, nell'ex Grand Hotel Colombia, una sala riservata agli oltre 26 mila volumi che la famiglia Sanguineti ha donato alla città.

Simonetta Buttò, della Biblioteca centrale di Roma, conferma: "Sarà un modo per incominciare a mostrare ai genovesi come la cultura si è impossessata di quell'ex grand hotel", il sindaco Marta Vincenzi sottolinea: "Così entrando e scendendo dalla stazione a Principe, a accogliere i viaggiatori saranno i libri di Edoardo Sanguineti e questo cambierà, in meglio, la percezione di Genova". Torna alla mente quello che Edoardo Sanguineti diceva: "vedilo il mondo, a Genova si è raccolto", una sorta di omaggio amoroso alla città, mentre a casa sua, racconta la moglie Luciana "è rimasto un mare di libri, continuano a arrivare traduzioni, sei solo a novembre, una da Israele, due dagli Stati Uniti".

Torniamo ai dieci giorni dedicati a lui. L'emozione, l'abbraccio della città, oggi, mercoledì 8 dicembre: la Strada Nuova con i suoi palazzi, si illumina con 80 versi tratti dalle sue opere, mentre Gillo Dorfles, alle 18 davanti a palazzo Tursi, racconterà chi era il suo amico Edoardo, con la musica che amava, a partire da Besame mucho.

Il 9, giorno del compleanno, alle 12a calata Falcone e Borsellino, Marco Nereo Rotelli donerà al Comune la scultura E, lo vedi, è la vita, mentre dalle 12 alle 20 alla Libreria Feltrinelli ci sarà una proiezione di video e interviste a Sanguineti e alle 18 a palazzo Rosso, Prendi un piccolo fatto vero spettacolo da Edoardo Sanguineti. Intanto alle 16, alla Sala del Minor Consiglio di Palazzo Ducale, lectio magistralis "Novissimum Testamentum " della professoressa Niva Lorenzini.


(08 dicembre 2010)

mercoledì 8 dicembre 2010

SAVIANO E I 15 MILA METRI SOPRA IL CIELO



Nel monologo trasmesso a “Vieni via con me” lo scrittore racconta come l’immondizia sia una preziosa fonte di reddito per la criminalità organizzata. E suscita polemiche e un’ondata di attestati di stima
Riporto, per gli amici di letture, il discorso di Saviano.


IL MONTE più alto d'Europa è il Monte Bianco: 4810 metri. Il più alto del mondo è l'Everest, con i suoi 8848 metri. Ma se noi immaginassimo una montagna fatta con i rifiuti illegali supererebbe la somma dei due: qualcuno ha calcolato che avrebbe una base di tre ettari e sarebbe alta più di 15mila metri. Quest'immensa mole è una preziosa fonte di reddito per la criminalità organizzata.

Questo spiega perché in Campania la storia dell'immondizia lasciata a marcire per strada è, purtroppo, una storia infinita. Gli ispettori europei sono arrivati a Napoli e ci hanno detto quello che i napoletani sapevano già: e cioè che nulla è cambiato rispetto a due anni fa. In realtà è peggio. L'emergenza dura dal 1994. È moltissimo tempo. Vuol dire che un ragazzo che oggi ha 16 anni è cresciuto con l'idea che i sacchetti di plastica abbandonati sui marciapiedi sono la normalità, come lo è il caldo d'estate e il freddo d'inverno. I cassonetti regolarmente svuotati, invece, sono un'eccezione.

In questa terra la raccolta differenziata è un sogno. Tranne che in piccole isole felici, non viene fatta mai. Quella non differenziata dovrebbe essere - per legge - al massimo il 35%. Qui arriviamo all'84%. E pensare che erano stati per primi i Borbone a lanciare la diversificazione dei rifiuti. Sembra incredibile, ma così recita un editto di Ferdinando II: "Gli abitanti devono tenere pulita la strada davanti alla casa usando l'avvertenza di ammonticchiarsi le immondezze al lato delle rispettive abitazioni e di separarne tutt'i frantumi di cristallo o di vetro che si troveranno riponendoli in un cumulo a parte".

Quello che i Borbone sapevano, le giunte di centrosinistra e di centrodestra, i commissari straordinari, da Rastrelli, a Bassolino, da Bertolaso a De Gennaro, non hanno più saputo. Tutti hanno provato a risolvere il problema, ma nessuno ci è riuscito. A Napoli sembra impossibile ciò che riesce a Milano, Bologna e Genova perché la regione è prigioniera di un gigantesco circolo vizioso. Il ciclo è basato sull'occupazione del territorio: si mettono i rifiuti in una discarica, la discarica si riempie, viene chiusa o sequestrata per versamenti di materiali tossici, i camion si fermano, si cerca l'ennesima discarica, la popolazione protesta, la spazzatura resta a terra e spesso viene addirittura bruciata, con pericoli serissimi per la salute. I clan pagavano 50 euro per ogni cumulo di immondizia messo al rogo.

Si è tentato di risolvere il problema con gli inceneritori, che dovrebbero per legge produrre energia, ma per funzionare al meglio devono essere alimentati da ecoballe che nascono dalla raccolta differenziata, in cui l'umido è eliminato. Non è così, naturalmente, e la Campania è invasa dalle ecoballe, che ne hanno addirittura modificato la geografia e che sono potenziali bombe ecologiche. Ci vorranno 56 anni per smaltirle tutte. Sempre che sia possibile.

Tutta questa incapacità è costata ai cittadini 780 milioni di euro all'anno, in emolumenti, consulenze, affitti degli immobili: circa 8 miliardi di euro in 10 anni, quasi una finanziaria. Tutti hanno perso, ma qualcuno ha guadagnato, e parecchio. Nel 2009 le ecomafie hanno fatturato oltre 20 miliardi di euro: un quarto dell'intero fatturato della criminalità organizzata.

Il grande business dei clan è quello dei rifiuti tossici: hanno trasformato la Campania nel secchio dell'immondizia delle imprese del Nord. (La monnezza di Napoli è la monnezza di tutta l'Italia. Ricordiamocelo, ogni volta che il Nord chiude le porte come se fosse un problema del Sud). Smaltire un rifiuto speciale costa moltissimo, fino a 62 centesimi al chilo, i clan sono capaci di offrire un prezzo di 9/10 centesimi. Un risparmio dell'80 per cento che mette a tacere la coscienza di tanti imprenditori. Il trucco è nella bolla di accompagnamento che viene falsificata, per cui il rifiuto come per magia non è più tossico, o nel miscelare i veleni ai rifiuti ordinari, in modo da diluirne la concentrazione tossica. Il meccanismo è talmente malato che a volte il composto viene trasformato in fertilizzante: così la malavita incassa i soldi due volte con lo stesso veleno.

Decine di inchieste giudiziarie testimoniano l'avvelenamento delle terre del Sud. Ne elenco alcune: nel 2003 si scopre che ogni settimana 40 Tir ricolmi di rifiuti sversano cadmio, zinco, scarto di vernici, fanghi da depuratori, plastiche varie, arsenico e piombo nel napoletano e nel casertano; nel 2006 la Procura di Santa Maria Capua Vetere accerta che tra Villa Literno, Castelvolturno e San Tammaro, vengono scaricati i toner delle stampanti d'ufficio della Toscana e della Lombardia. Il terreno è pieno di cromo esavalente. L'inchiesta "Eldorado" del 2003 ferma un traffico illecito di rifiuti pericolosi, che da Sud sono spediti in Lombardia per essere "miscelati" con terre di spazzatura delle strade milanesi e altri materiali, per passare poi come rifiuti non pericolosi smaltiti in una discarica pugliese. La Procura di Napoli ordina nel 2007 il sequestro di 5 aziende del Nord per traffico illecito di residui di lavorazioni siderurgiche.

Così il sottosuolo della bella, dolce, fertile Campania è diventato un fango nauseabondo e pericoloso: a Giugliano della Campania,, ci sono 590 mila tonnellate di fanghi e liquami contenenti amianto e tricloruro di etilene; a Pianura tra il 1988 e il 1991 sono stati sversati i seguenti rifiuti provenienti dall'Acna di Cengio: 1 miliardo e 300 milioni di metri cubi di fanghi; 300 mila metri cubi di sali sodici; 250 mila tonnellate di fanghi velenosi a base di cianuro; 3 milioni e mezzo di metri cubi di peci nocive contenti diossine, ammine, composti organici derivanti dall'ammoniaca e contenenti azoto; nelle campagne di Acerra tra il 1995-2004 sono stati nascosti 1 milione di tonnellate di fanghi industriali provenienti da Porto Marghera e 300 mila tonnellate di solventi clorurati.

E questo solo per citare alcuni esempi. Non c'è da meravigliarsi se l'agricoltura è crollata a picco, se i frutti spuntano malati, se le terre diventano infertili. Soprattutto non c'è da meravigliarsi se aumentano malattie e tumori. È quello che succede, nel silenzio generale. Il cancro, in Campania, non è una sventura, una tragedia ineliminabile, ma il frutto di una scelta sciagurata dell'imprenditoria criminale.

Le malattie legate alla presenza di rifiuti tossici sono una piaga silenziosa, difficile da monitorare ma assolutamente evidente. Una ricerca del 2008 dell'Istituto superiore di Sanità nelle province di Napoli e Caserta certifica un aumento della mortalità per tumore del polmone, fegato, stomaco, rene e vescica e di malformazioni congenite. Questi sono più numerosi vicino ai siti di smaltimento illegale. Anche l'Organizzazione Mondiale della Sanità parla di un aumento vertiginoso delle patologie di cancro in questa zona: la percentuale è più alta del 12% rispetto alla media nazionale.

Ecco, questo è lo stato in cui 16 anni di impotenza dello Stato e di potere criminale hanno ridotto la Campania. Eppure la fine dell'emergenza è stata annunciata per ben sette volte dal nostro capo del governo: era già risolta nel luglio di due anni fa.

Dopo decenni di crisi dei rifiuti, di napoletani identificati con la spazzatura, della perdita di ogni speranza di veder cambiare la propria città, mi viene in mente Eduardo che recitava: è cos 'e niente. Ci siamo abituati a dire sempre è cos 'e niente. Ci levano il diritto della vita, ci tolgono l'aria, e è cos 'e niente". Temo che a forza di sentircelo dire rischiamo di diventare anche noi cose 'e niente.

Il testo è una sintesi del monologo trasmesso a "Vieni via con me"
(30 Novembre 2010)

lunedì 6 dicembre 2010

CILIEGIE, UVA E CASTAGNE- UN RACCONTO A QUATTRO MANI



Il racconto che vi propongo stasera ha partecipato al concorso "Le buone parole". Occorreva scrivere una storia, di qualsiasi genere letterario, il cui incipit fosse obbligatoriamente quello firmato dalla scrittrice Valentina Fortichiari.

Il concorso “Le Buoneparole”, ideato dall’associazione culturale “Iniziativa Donna” insieme con “L’Altra Libreria”, rientra nel programma di “Abbiategusto”, la rassegna enogastronomica che si tiene ad Abbiategrasso nell’ultimo fine settimana di novembre, dedicata ai sapori, alla buona tavola, all’arte del ricevere, al piacere di conoscere meglio i prodotti e i luoghi dai quali provengono.

Ed è proprio dall’idea di abbinare gusto e letteratura, cibo e parole, che sette anni fa è nato il concorso. Le autrici che hanno scritto l’incipit degli anni precedenti sono state: Carmen Covito, Margherita Oggero, Dacia Maraini, Isabella Bossi Fedrigotti, Sveva Casati Modignani, Gianni Biondillo e Valeria Montaldi.

E' stato stimolante partire dalle parole della Fortichiari. Eccola.


Ciliegie, uva e castagne- il sapore dell'amore

Mi porge ciliegie con mani dalle dita lunghe e affusolate. No, non è un gesto d’amore. Almeno, non ancora.
Parla, incessantemente, ma io sto divagando con il pensiero, a sere umide di pioggia, quando – bambina malata – mia madre mi costringeva a mangiare riso e latte, che odiavo. Non sono guarita, mai, intendo guarita dai sentimenti, guarita d’amore.
Mangia, ancora ripete mia madre, dopo anni, come se il mangiare fosse un rito salvifico anche in età matura.
Lento all’ira, grande nell’amore: quest’uomo dai gesti gentili mi porta dove vuole, ha già deciso il cammino da percorrere, ma non insieme, non ancora. Io ho fretta, troppa fretta. E mentre mi offre una coppia di ciliegie che hanno il colore del vino, sorride e mi invita alla lentezza. All’attesa.
(incipiti di V. Fortichiari)

Attendo, che il grano maturi, che l’uva arrossisca, che i castagni lascino cadere i loro ricci pieni. E mentre l’attesa nutre l’anima, lui mi resta accanto con una semplicità disarmante. Come l’acqua nel letto di un fiume. Io corro, lui mi avvolge e mi argina.

A volte mi chiedo cosa ci abbia fatto incontrare. Come una foglia nel palmo della mano in una sera d’autunno. Ero uscita a comprare frutta e verdura. Il cielo a novembre perde tutti i colori, come se qualcuno li lavasse via senza pietà. Ero uscita a comprare colori: peperoni rossi e gialli per il buon umore, uva rossa e nera per la felicità, fiori di zucca e spinaci per la nostalgia.

Mia madre era una donna sola. Mia madre aveva un corpo che non ascoltava, un marito che non l’ascoltava, una figlia che non la conosceva. Quando mia madre mi curava con ricette bianche io non capivo ancora che il candore delle sue ricette era un rito magico, un’alchimia per allontanare da noi tutto quello che temeva. Odiavo i suoi piattini monocromatici, incolori, inodori.

Oggi mi curo con i colori. I miei piatti sono arcobaleni di sapori e quando mi siedo a tavola sento che il segreto di un cuore sano è il sapiente equilibrio tra sapore, colore e amore.

Se quella sera non fossi andata a comprare frutta e verdura all’angolo della strada, non avrei conosciuto quest’uomo dalle mani grandi e sapienti, che mi porge ciliegie in estate e castagne in autunno. Come se il sapore sgorgasse dalle sue dita per nutrirmi l’anima. Quando si sveglia e mi chiede se sono felice sento l’aroma del caffè, la fragranza della vita in cucina. E so che è questo che ho sempre cercato. E so che è questo che mia madre non ha mai avuto. (g.i.)

domenica 5 dicembre 2010

DONNA ROSITA NUBILE OVVERO LA FRAGILITA' DEGLI OGGETTI PRIVI D'AMORE





Una bianchissima sera di dicembre a teatro. Ieri sera la luce bianca di un mondo leggero e i fiori delicati di un giardino mai svelato da un pannello di lino chiaro, mi hanno avvolto e trasportato nel mondo profumato di Donna Rosita Nubile di Federico Garcià Lorca.
Il Teatro Argentina ha ospitato nel suo cuore rosso una scena bianca ed evanescente, simile ad un sogno lontano. Sul palcoscenico, privo di sipario, come in una pupilla limpida e sincera, si sono specchiati i miei ricordi più antichi di figlia del Sud. Riflessi nelle vite interpretate da grandi attrici- Andrea Jonasson, Giulia Lazzarini, Franca Nuti, Rosalina Neri - hanno vibrato in me i destini che mi hanno sfiorato.
Come Donna Rosita, chi nasce nelle pieghe voluttuose di una terra del Sud, incontra sul suo cammino tentazioni e inganni: veli di spose bambine, silenzi di figlie ubbidienti, case antiche abitate da fantasmi pronti a inghiottirti.
Così ieri sera ho pianto. Ho pianto incrociando destini sfiorati. E quando Rosita nell'ultima scena si prepara a lasciare la casa, insieme alle sue "due madri", lei, orfana e zitella, vedova e vergine, ho riconosciuto dentro di me il dolore antico di tutte le donne del Sud. L'ho visto per anni scolpito sui volti femminili nella mia infanzia: madri, sorelle, zie, donne di strada. Silenziose. Tutte. Come se la parola non fosse concessa loro, mai le sentivo parlare se non per il pettegolezzo o il rimpianto. Qualcuno amava cantare stendendo il bucato. Poi subito in casa.
E' all'interno di case bianche e profumate che la fedeltà delle donne nutre quotidianamente la loro illusione d'amore. Il loro sogno più puro diventa presto calce che imbianca pareti, fumo leggero di camini accessi, profumo antico di panni stesi , rosso di vini nelle cantine.
Quando Donna Rosita è costretta a lasciare la casa natale, le finestre cominciano a tremare, la porta della serra a battere come un cuore ferito. In quel momento le lacrime hanno cominciato a sgorgare. Perché in quel rumore sordo e disperato c'è il dolore di tutte le case del sud che muoiono quando le loro donne le abbandonano, lasciandole al loro destino di oggetti fragili: mura, vetri e piccoli monili senza importanza.
Tutto, senza di loro, si frantuma.
Quelle case abbandonate sono in tutti i miei incubi, fin dalla mia infanzia: e avevano imposte che sbattevano disperate proprio come quella che dice addio a Donna Rosita Nubile e ai suoi sogni di bambina.
Bellissima la regia di Lluís Pasqual e le scene di Ezio Frigerio.
Dopo il teatro sono tornata a casa a cercare ancora il candore della poesia di Lorca, fino ai sogni dell'alba. Questa, grazie al cielo, è quella che chiamo la magia del teatro.

Alba (di Garcia Lorca)


Il mio cuore oppresso
con l'alba avverte
il dolore del suo amore
e il sogno delle lontananze.
La luce dell'aurora porta
rimpianti a non finire
e tristezza senza occhi
del midollo dell'anima.
Il sepolcro della notte
distende il nero velo
per nascondere col giorno
l'immensa sommità stellata.
Che farò in questi campi
cogliendo nidi e rami,
circondato dall'aurora
e con un'anima carica di notte!
Che farò se con le chiare luci
i tuoi occhi sono morti
e la mia carne non sentirà
il calore dei tuoi sguardi!
Perchè per sempre ti ho perduta
in quella chiara sera?
Oggi il mio petto è arido
come una stella spenta.



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DONNA ROSITA NUBILE, OVVERO IL LINGUAGGIO DEI FIORI - TEATRO ARGENTINA
di Federico García Lorca
regia costumi Franca Squarciapino
luci Claudio De Pace
musiche Josep Maria Arrizabalaga
movimenti coreografici Montsé Colomé
con (in o. a.) Andrea Coppone, Giancarlo Dettori, Pasquale Di Filippo, Martina Galletta, Alessandra Gigli Eleonora Giovanardi, Andrea Jonasson, Giulia Lazzarini, Rosalina Neri, Franca Nuti, Stella Piccioni
Sara Zoia


produzione Piccolo Teatro di Milano - Teatro d'Europa



In Donna Rosita, García Lorca racconta la fedeltà a una memoria, descrive un modo fuori del tempo di vivere lʼamore. Al contrario di Nozze di sangue, dove si parla di passione travolgente, Donna Rosita è una commedia delicata, la più cechoviana della scrittura lorchiana. Allo scorrere del tempo tocca il ruolo di protagonista: e quando il tempo è protagonista, è della vita che si parla. Promessa a un giovane che dopo il fidanzamento lascia la Spagna, Rosita lo attende per ventʼanni, fiduciosa che lui tornerà, come le promette in periodiche lettere. Ma gli anni passano, le amiche di Rosita si sposano ed hanno bambini, il fidanzato non torna e la giovane appassisce, come la rosa mutabilis che lo zio di lei ama coltivare. Lʼovvio verrà alla luce: il fidanzato di Rosita si è sposato in Argentina e non ha avuto cuore di rivelarglielo. Ma forse lei sapeva...

Un grande amore che si rivela, dunque, un crudele inganno. Una giovinezza soffocata in un piccolo paese della provincia spagnola. Un testo delicato e commovente, una lirica storia dʼamore legata ai temi classici del teatro di Lorca: la nostalgia e la riflessione sulle occasioni mancate.

«Il teatro di García Lorca, - racconta il regista Lluís Pasqual - come il cinema di Almodóvar, vive di battute pronunciate da donne. Io do ragione ad entrambi, perché sono convinto della superiorità femminile, per intelligenza e per modo di sentire... Ho diretto un cast quasi completamente al femminile, con grandi attrici - tra cui Andrea Jonasson, Giulia Lazzarini, Franca Nuti, Rosalina Neri - artiste straordinarie che, da spettatore, ho adorato.»

mercoledì 1 dicembre 2010

WOODY ALLEN & WIKILEAKS



Il mio primo film era così brutto, che in sette Stati americani aveva sostituito la pena di morte.
Woody Allen

L'ultimo film, "Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni" si spera sia così bello da sosituire in sette Stati americani la pena di vivere l'imbarazzo del dopo wikileaks.
:)

domenica 28 novembre 2010

WIKILEAKS: IL SOGNO DELLO STORICO, L'INCUBO DEL DIPLOMATICO


Quello che era nel buio ora è alla luce del sole. Una nuova era dell'informazione. Wikileaks è una realtà.

Timothy Garton Ash
guardian.co.uk
Sunday 28 November 2010 19.30

It is the historian's dream. It is the diplomat's nightmare. Here, for all to see, are the confidences of friends, allies and rivals, garnished with American diplomats' frank, sometimes excoriating assessments of them. Over the next couple of weeks, you, the readers of the Guardian, will enjoy a multi-course banquet from the history of the present.

The historian usually has to wait 20 or 30 years to find such treasures. Here, the most recent dispatches are little more than 30 weeks old. And what a trove this is. It contains more than 250,000 documents. Most of those I have seen, on my dives into a vast ocean, are well over 1,000 words long. If my sample is at all representative, there must be a total at least 250m words – and perhaps up to half a billion. As all archival researchers know, there is a special quality of understanding that comes from exposure to a large body of sources, be it a novelist's letters, a ministry's papers or diplomatic traffic – even though much of the material is routine. With prolonged immersion, you get a deep sense of priorities, character, thought patterns.

Most of this material is medium-and high-level political reporting from around the world, plus instructions from Washington. It is important to remember that we do not have the top categories of secrecy here – Nodis (president, secretary of state, head of mission only), Roger, Exdis, Docklamp (between defence attaches and the defense intelligence agency only). What we have is still a royal banquet.

Small wonder the state department is crying blue murder. Yet, from what I have seen, the professional members of the US foreign service have very little to be ashamed of. Yes, there are echoes of skulduggery at the margins, especially in relation to the conduct of "the war on terror" in the Bush years. Specific questions must be asked and answered. For the most part, however, what we see here is diplomats doing their proper job: finding out what is happening in the places to which they are posted, working to advance their nation's interests and their government's policies.

In fact, my personal opinion of the state department has gone up several notches. In recent years, I have found the American foreign service to be somewhat underwhelming, reach-me-down, dandruffy, especially when compared with other, more confident arms of US government, such as the Pentagon and the treasury. But what we find here is often first rate.

As readers will discover, the man who is now America's top-ranking professional diplomat, William Burns, contributed from Russia a highly entertaining account – almost worthy of Evelyn Waugh – of a wild Dagestani wedding attended by the gangsterish president of Chechnya, who danced clumsily "with his gold-plated automatic stuck down the back of his jeans".

Burns's analyses of Russian politics are astute. So are his colleagues' reports from Berlin, Paris and London. In a 2008 dispatch from Berlin, the then grand coalition government of Christian and Social democrats in Germany is compared to "the proverbial couple that hated each other but stay together for the sake of the children". From Paris, there is a hilarious pen portrait of the antics of Nicolas (and Carla) Sarkozy. And we the British would do well to take a look at our neurotic obsession with our so-called "special relationship" with Washington, as it appears in the unsentimental mirror of confidential dispatches from the US embassy in London.

Reassuringly, we also find occasional signs of the British Foreign Office standing up for our values. According to a report from 2008, one senior British diplomat, Mariot Leslie, "was very frank that HMG did object to some of what the USG [government] does (eg, renditions) and therefore does have some redlines".

It is very disturbing to find telegrams signed off by Hillary Clinton which seem to suggest that regular American diplomats are being asked to do stuff you would normally expect of low-level spooks – such as grubbing around for top UN officials' credit card and biometric details. Clarification is now urgently needed from Foggy Bottom (the seat of the state department) of who exactly was expected to do what under these human intelligence directives.

More broadly, what you see in this diplomatic traffic is how security and counter-terrorism concerns have pervaded every aspect of American foreign policy. But you also see how serious the threats are, and how little the west is in control of them. There is devastating stuff here about the Iranian nuclear programme and the extent not merely of Israeli but Arab fears of it ("cut off the head of the snake", a Saudi ambassador reports his king urging the Americans); the vulnerability of Pakistan's nuclear stockpile to rogue Islamists; anarchy and corruption on a massive scale in Afghanistan; al-Qaida in Yemen; and tales of the power of the Russian mafia gangs, that make John le Carré's latest novel look almost understated.

There is a genuine public interest in knowing these things. The Guardian, like the New York Times and other responsible news media, has tried to ensure that nothing we publish puts anyone at risk. We should all demand of WikiLeaks that it does the same.

Yet one question remains. How can diplomacy be conducted under these conditions? A state department spokesman is surely right to say that the revelations are "going to create tension in relationships between our diplomats and our friends around the world". The conduct of government is already hampered by fear of leaks. An academic friend of mine who worked in the state department under Condoleezza Rice told me that he had once suggested writing a memo posing fundamental questions about US policy in Iraq. "Don't even think of it," he was warned – because it would be sure to appear in the next day's New York Times.

There is a public interest in understanding how the world works and what is done in our name. There is a public interest in the confidential conduct of foreign policy. The two public interests conflict.

One thing I'd bet on, though: the US government must surely be ruing, and urgently reviewing, its weird decision to place a whole library of recent diplomatic correspondence on to a computer system so brilliantly secure that a 22-year-old could download it on to a Lady Gaga CD. Gaga, or what?

giovedì 25 novembre 2010

23 NOVEMBRE 1980


Un vigile del fuoco trasporta un corpo appena estratto dalle macerie di un edificio crollato nel terremoto dell'Irpinia dell'Ottanta.
Un minuto e venti secondi bastarono per uccidere 2.735 persone e per ferirne 8.848

LE MIE MEMORIE DEL TERREMOTO

Ho frugato nei miei vecchi cassetti di sopra. Tanti fogli a righe a quadretti strappati polverosi sbiaditi gialli. La grafia negli anni si è infittita. I tratti sono diventati più irregolari. Molti fogli non hanno data. Bisogna indovinare, ricostruire lo sfondo. Prima o poi metterò tutti i pezzi insieme. Sono custodi di un po' di storia. Un altro spicchio di passato dove vago come un'ombra; quando appaio non mi riconosco. Su di un foglio ho annotato l'ora. 19.34 Il BOATO. E' arrivato da lontano spaccando le colline. C'era la luna piena. La foschia cerchiava il bulbo luminoso. Mi fissava dalla finestra. Per sfuggire al suo sguardo mi sono rifugiata nel ripostiglio, al buio. Mi sono accoccolata come una conchiglia per sentirmi piangere.
A dieci anni mi incuriosivano i singhiozzi: arrivavano da dentro; erano in fondo a tutto. Arrivavano all'improvviso. Come il boato.
(domenica + novembre). Binomio di morte e immobilità. Qualcuno da molto lontano deve aver scorto la luce gialla della stanza dove ci siamo nascosti ad aspettare la primavera. Io e mio fratello giochiamo a carte, con le gambe sotto la coperta che ricopre il braciere. Nostra madre accanto al camino, sbuccia mele. Le bucce cadono in riccioli bianchi; dopo un minuto sono già nere. Aspettiamo l'odore della frutta cotta. E' ora di cena. Nostro padre farà ritorno dal bar. Ci porterà le caramelle a spicchi: arancio fragola e limone. Piano, piano, piano! Al buio nel letto sentirò le dita di mio fratello scartarne una e poi ancora una fino al silenzio del sonno. Buonanotte. Il rumore della carta nell'oscurità: sembra fuoco che scoppietta. Chissà quale gusto sta per sentire sulle papille.
Quella notte non avremmo dormito in casa. Né quella notte né le altre. Per quasi un mese dividemmo i sedili della macchina. In piazza alle nove non c'era più posto per nessuno. Un parcheggio di auto addormentate, affollate, spaventate. Qualcuno chiacchierava fino a tardi; la radio si illuminava delle ultime notizie. Una fievole luce negli abitacoli bui: si continua a scavare le vittime sono migliaia intere famiglie sotto le macerie si susseguono le scosse di assestamento l'acqua, l'elettricità, le linee telefoniche è tutto interrotto camion di coperte e scatole di carne e latte in polvere e medicine vengono presi d'assalto si esauriscono in pochi minuti. Emergenza.
Il BOATO. E' arrivato da lontano spaccando le colline. C'era la luna piena. La foschia cerchiava il bulbo luminoso. Ci fissava dalla finestra. Arrivano i morti. Si levano dalle tombe. Hanno visto la luce da lontano. Le mele caddero sul pavimento. Rotolarono. Rimbalzarono sul soffitto e poi di nuovo sul pavimento. Da una parte all'altra della stanza. Sballottate. Un gigante aveva preso la nostra casa in una mano e la scuoteva; vedevo il suo occhio spiare l'interno della cucina dalla piccola finestra in cerca di noi. Stringiamoci. Afferrate la mia mano e correte fuori. La luce si spense troppo presto. Ci hanno trovato. Il boato si mescolò al rumore degli oggetti che cadevano, sedie, soprammobili, piatti, crash crash crash ... Durò un minuto e trenta secondi. Era l'eternità, la morte, quella che avevamo visto alla finestra travestita da luna, da occhio di gigante. Una palla di ghiaccio rotolata sulla vita, venuta a gelare la nostra infanzia. I bambini crebbero in un minuto e trenta secondi. Gli adulti ripiombarono nell'incubo dell'infanzia in un minuto e trenta secondi. Tutti risucchiati dal buco nero. Le lacrime erano bloccate in gola insieme alle urla, imprigionate nelle ragnatele di neve e gelo. Riuscimmo a scappare in giardino; c'era la nebbia o forse era polvere di case cadute. La terra si muoveva ancora ma aveva inghiottito il suo singhiozzo; l'aveva ricacciato dentro, in fondo a tutto. Una foschia immobile e silenziosa prese il posto del grande singhiozzo. (g.i.)

lunedì 22 novembre 2010

TRE MINUTI E MEZZO DI CARAVAGGIO PER PARLARE DI MANZONI

Oggi volevo parlarvi di Manzoni, dell'incontro tra Gertrude e Lucia, delle ombre del secolo barocco, della luce del secolo barocco.
Ecco che la scelta è caduta su un quadro di Michelangelo da Merisi, detto il Caravaggio che del 1600 ha catturato luci e ombre, sogni e delusioni, bellezza e crudeltà. Caravaggio per farvi "vedere" il pericolo che si nasconde nella luce troppo certa e la bellezza del buio che fa smarrire.

BIG BANG, L'ESPLOSIONE DELLA VITA ORA AL CERN

Due nuvole di nuclei di piombo si scontrano dentro l'acceleratore di particelle LHC di Ginevra. (ogni nucleo è costituito da oltre 200 particelle) Al momento dell'impatto si formano delle pressioni e delle temperature di miliardi di gradi che non si raggiungono neanche nel cuore delle stelle più calde dell'universo. Sono le condizioni in cui il cosmo si trovava pochi istanti dopo il Big bang.

Sono sicura che nelle parole che diventano poesia ci sia ancora la polvere delle stelle esplose, l'infinito calore della nascita del cosmo.

sabato 20 novembre 2010

POESIA IN FORMA DI ROSA



Fuori piove, dentro fioriscono rose rosse.
Dedicato a chi odia il grigio: Pier Paolo Pasolini in Poesia in Forma di Rosa.

LA LUSINGA DELLA SCRITTURA: OVVERO COME FARSI PUBBLICARE UN'OPERA PRIMA



I libri sono oramai il frutto di un'attenta strategia editoriale: non più -solo- ispirazione e sudorazione, ma calcolo sapiente di felici risoluzioni e combinazioni.
Tutti conoscono il cantante rock Ligabue, la sua voce roca e rocka è però mescolata a liriche sempre uguali a se stesse. Il rock italiano di Ligabue è un po' stanco, cigola come un carretto che percorre sempre lo stesso sentiero, avanti e indietro.
E poi c'è la vertigine del successo che s'impossessa del cantante bolognese e gli suggerisce di fare il surfista della piatta Italia priva di onde anomale.

Ligabue cantante, Ligabue scrittore, Ligabue regista. E ora anche Ligabue personaggio. Eccolo protagonista di una raccolta di racconti Sette notti con Liga di Chimena Palmieri, improvvisamente nota grazie ad un'idea che vale da sé la recensione sui blog che parlano di letteratura come il nostro.

La fan di Ligabue, quarantasette anni, un lavoro come contabile all'Università Politecnica di Ancona, pensa di scrivere un paio di raccontini da pubblicare sul blog dei fan della rockstar. Come protagonista l'uomo Ligabue, i suoi sogni, le debolezze, la quotidianità. Ligabue eroe quotidiano, che prende il posto di uno sconosciuto al quale il ruolo di protagonista avrebbe potuto regalare la vita di inchiostro e carta di cui sono fatti i personaggi delle storie inventate.
Ma Ligabue legge le storie e s'innamora di sé - si sente lunsingato e cede alla vanità.
Il risultato? Quindici storie, 112 pagine, 12 euro e un libro edito da Sonzogno.
Che dire? Magari tra voi c'è qualche fan di Ligabue che leggerà con entusiasmo le storie dell'eroe della scena rock italiana. Magari qualcuno si emozionerà e piangerà pure quando, nell'ultima storia, Ligabue è in un letto d'ospedale, solo e abbandonato, con accanto la sua fan quarantasettenne che gli rammenta le ragioni per continuare a lottare, a cantare, a vivere. Lacrime e rock, finzione e realtà. C'è spazio per tutto nell'universo dell'editoria italiana, per tutto e per tutti, tranne purtroppo per quegli scrittori sconosciuti che hanno qualcosa di importante da dire ma che stentano a trovare testimonial come Ligabue.
Che sia l'idea giusta per pubblicare il primo libro? Basterà, con un click, sostituire sapientemente il nome dei personaggi delle vostre storie: al posto di uno sconosciuto Ugo Senzasugo usate il nome di un cantante vanitoso, di un politico vanaglorioso o, meglio ancora, di un assassino sanguinario e impunito.
E forse anche gli autori sconosciuti verranno pubblicati. Che poi nessuno li legga, a chi importa in un'Italia in cui tutti scrivono e nessuno legge?

martedì 16 novembre 2010

FAZIO, SAVIANO E UN PO' DI CROCE OVVERO PERCHE' NON MI PIACE IL MINESTRONE



Rileggevo proprio ieri, insieme a voi, la famosa frase di Benedetto Croce su Napoli: "un paradiso abitato dai diavoli".
Lo so, quasi un luogo comune oramai. Ma all'epoca deve aver fatto un certo effetto. Soprattutto ai "poveri diavoli" napoletani, che di colpe ne avevano poche, visto che il caro Padre Eterno li aveva lasciati al loro destino di esseri "maledetti" e di loro non se ne era più curato, se non a distanza e attraverso leggi e decreti salvafaccia e salvaconto in banca dei cosiddetti "angeli" sparsi sul territorio nazionale.

Da sei minuti è martedì. Finalmente ho di nuovo l'energia giusta per sperare di cambiare il mondo. Perché, ed è un'osservazione ricorrente nel mio blog, il lunedì è davvero un giorno "sfigato": tutti lo odiano, tutti resterebbero a letto a dormire. Insomma, è il giorno dedicato alla crisi. E per fortuna, finalmente, questa volta tocca al governo! Lunedì di crisi nella stanza dei bottoni.

Il lunedì è, da due settimane, anche il giorno di Saviano e Fazio. Il loro programma "Vieni via con me", dovrebbe trascinarti fuori "da questo mondo", dalle sabbie mobili in cui, puntualmente, la nostra volontà sprofonda ... di lunedì.

Ed ecco, che le associazioni continuano, apparentemente senza nesso. Il lunedì, a casa nostra, era anche il giorno del minestrone. Niente di male, fa bene il minestrone. Peccato che io non abbia mai conosciuto un bambino al quale faccia piacere mangiarlo. E stasera credo di aver avuto una rivelazione. Credo finalmente di aver capito cosa ci sia di fondamentalmente sbagliato nel minestrone. E di questa illuminazione devo ringraziare Roberto Saviano e Fabio Fazio.

"Vieni via con me" è infatti un minestrone. E' la minestra del lunedì, che dopo l'orgia - parola a caso - della cronaca di un'intera settimana, di un'intera vita, viene a prometterti salute e longevità.

Ecco gli ingredienti del minestrone "Vieni via con me", perfetta miscela di ingredienti sopraffini che però il bambino, misteriosamente rifiuta. Fra un minuto dovrei riuscire a farvi capire cosa ci sia di fondamentalmente sbagliato in un minestrone per un bambino.

Ingredienti:
Saviano- Eutanasia- elenchi -Englaro - Fazio - Bersani -elenchi- Fini- Welby- Rossi-

Il bambino vede una poltiglia variopinta dove tutti gli ingredienti sono riconoscibili, ma non è il passato di verdure. Dunque vede e distingue: la carota, la patata, la zucchina (che odia) la cipolla l'aglio gli odori.
Il bambino è confuso. Non può dire che non gli piaccia il sapore di quella minestra calda, confortante e consolatoria che la mamma vuole dargli per rimediare ad una "settimana" di errori. Ma così non va. La patata sa di carota, la cipolla d'aglio, la zucchina di sedano e gli odori tutti insieme gli rimbalzano sulle papille in cerca di una chiara sensazione di sapore.

Ecco perché il lunedì non si dovrebbe dare ai bambini il minestrone. Li confonde. Gli dice che hanno sbagliato a dire, quasi urlare: "W le lasagne" proprio ieri.

Avete capito? Insomma, non (ri)conosco più Saviano, non riconosco più Fazio, riconosco Fini e Bersani, riconosco i loro elenchi: sono ancora sui muri, a brandelli si leggono ancora le frasi dei loro cartelloni pubblicitari.

Ecco. La gente il lunedì ha bisogno di gusti chiari e decisi. Forse un telegramma dal cielo: "Sono il Padre Eterno- domani scende a Napoli il mio secondogenito Orsù- ha 5 anni e, vi metto in guardia, neanche in croce gli farete dire W IL MINESTRONE".

domenica 14 novembre 2010

ROMA DA RACCONTARE, ROMA DA SCRIVERE



Magica e velenosa


Valerio Magrelli
Magica e velenosa

«Roma è sporca, ma è Roma; e per chiunque vi abbia vissuto a lungo, quella sporcizia ha un fascino che la lindura di altri posti non ha mai avuto». L'elogio di John Ruskin parla chiaro, ma ancora più esplicito è quello di Henry James: «Che devo dirti? Finalmente, per la prima volta, vivo!». Nathaniel Hawthorne, invece, lancia i suoi strali contro la Città Eterna: «Io detesto Roma».

In Magica e velenosa. Roma nel racconto degli scrittori stranieri, Valerio Magrelli, scrittore fra scrittori, tesse parole e immagini dei protagonisti del Grand Tour dal Cinquecento in poi, tracciando un veloce percorso, quasi una serpentina, fra contrasti e passioni, per mettere in luce il carattere di una città che a molti apparve 'magica e velenosa'.

Vi propongo il bel SAGGIO di Nello Ajello appena pubblicato su L'Espresso 18 novembre 2010.

"Roma da scrivere" è anche il nome di un concorso indetto dalla casa editrice Drengo, il Concorso letterario della città eterna appena concluso con la pubblicazione di una antologia che racconta la città di Roma. Il bando diceva:
Echi di vita vissuta. Roma come grande entità di millenarie e secolari vicende; come crogiolo in grado di segnare nel profondo le dinamiche dell’immaginario, dando loro forma, orientando le pulsanti direttrici, colorando di passione le energie; come luogo dell’anima e del cuore; come punto cardinale di sogni, speranze e memorie, di densità umana, di incontri e scambi culturali – in una parola: di significato.
Questo è l'incipit del Regolamento del Concorso letterario che nella sua 4aedizione è organizzato dal Municipio XII del Comune di Roma, e dalla società editrice Drengo.
Il Concorso è diviso nelle sezioni Racconto, Testo di Canzone e Scuole del XII Municipio.

Tra i finalisti ci sono anch'io, con la storia "Monologo di un Fossile". Ecco la lista completa dei vincitori e delle 15 storie finaliste:
Classifica definitiva del Concorso "Roma da Scrivere"

Per la sezione racconti, prima classificata Alessandra Burzacchini con "Le arance dell'alba", secondo classificato Alfredo Morganti con "L'appartamento del boia" e terza classificata Francesca Faramondi con "Giocavamo a nascondino".

Questi i racconti finalisti: "Domani" di Maurizio Centi, "La cartina" di Giovanna Scalzo, "Celeste" di Fabrizio Squillace, "Le donne della mia vita" di Carla Colonnelli, "La Locandiera" di Marco Gallori, "La Promessa" di Francesco Sciacca, "Il Gladiatore" di Gloria Gerecht, "Il profumo del caprifoglio" di Alessandra Corsini, "Castel Sant'Angelo" di Patrizia Simonetti, "Voglio avere le cose che i soldi non possono comprare" di Carlo Cascone, "Titolivio, un giornalista dell'accidenti" di Mario Trapletti, "Uno spaventapasseri a Roma" di Roberto Marzano, "Aria" di Francesca Ceci, "Tutta colpa di una finestra" di Bruno Mattu, "Monologo di un fossile" di Giovanna Iorio.

Vince il Premio speciale Museo L. Pigorini, "Da grande voglio fare il parrucchiere" di Valentina Vitale.

Vince per la sezione scuole del XII Municipio "Quell'uomo che soffre è reale. Quell'uomo che soffre sono io" di Francesca Tedesco.

Per la sezione testo di canzone, vince "Penelope" di Giuseppe De Marco, 2° classificato "Roma de sotto" di Alberto Canfora, 3° "Tra i tetti de Trastevere" di Enza Spatola.

Gli Autori "finalisti" i cui racconti saranno pubblicati nel volume antologico "Roma da scrivere 2010", riceveranno una pergamena di riconoscimento.

La premiazione avverà a Roma, il 5 dicembre alle ore 11, presso il Museo Nazionale Preistorico Etnografico Luigi Pigorini (Viale Lincoln, 1 - 00144 EUR).

Io ci sarò! Ecco la storia "Monologo di un fossile" in anteprima per tutti voi. E l'illustrazione per il mio racconto dell'artista Martina Peluso.



MONOLGO DI UN FOSSILE di Giovanna Iorio (finalista Concorso Roma da Scrivere, 2010- Editore Drengo)

Stasera le parole sono appese a un filo, ad asciugare.
Stasera il cielo è nera antimateria e lo sa Iddio e qualche povero umano cosa sia contemplare il vuoto.
Stasera ritrovo un amico che non riconosco, leggo le sue parole- una fonte sincera è ora acqua mescolata a rancore.
Stasera gli anni sono macine di frantoi, il gusto un po' amaro dell'olio spremuto dalle parole, un alone si allarga a macchiarmi i fogli di memoria.
Stasera il vento che non si è ancora levato aspetta indeciso tra i rami ruvidi.
Stasera si avverte nell'aria il brivido dell'inverno e la paura della primavera, il loro abbraccio silenzioso si trasformerà presto in pioggia.
Il Tevere gonfio si è fermato sotto i ponti a dormire, come un barbone qualunque in cerca di riparo. Ne sento il respiro, il corpo nascosto tra gli strati di pietra come un fossile vivo.
Stasera c'è abbastanza silenzio in casa e nella mia vita per un'archeologia della memoria. Perché ogni cosa rimane intatta nel fondo della città, anche quando il tempo sembrava averla distrutta.
Roma ha in serbo un po' di polvere per ciascuno di noi. Un mucchietto di terra leggera che ti entra nei pori, che ti spegne il sorriso, che ti seppellisce la voce.
Ma stasera c'è un vento leggero che arriva da un punto lontano e luminoso nel buio - pretende un pezzo di vita in cambio di un po' di primavera.
Allora Roma spolvera un po' di rovine e uno dei suoi fossili ritorna a scintillare, un tesoro emerge dal magma di vita.
Ecco una foglia caduta tra le pietre del Colosseo, ecco l'orma di un leone,l'eco di un ruggito, la piena del Tevere.

domenica 7 novembre 2010

LA POLVERE E LA LUNA



Trent'anni fa il terremoto il Irpinia. In un' antologia i poeti irpini ricordano la polvere e la luna di quel 23 novembre; il libro è al centro del tour dei poeti irpini iniziato il 29 ottobre a Nusco con l'intento di ricordare e rivivere quel lontano freddo pomeriggio di novembre.
La polvere e la luna: i poeti del 23 novembre a cura di Paolo Saggese (Delta 3 edizioni, 2010). Tratto dal libro, ecco il mio contributo.

La notte che il mio paese sparì

La notte che il mio paese sparì
C’era la luna
Era novembre e il melo
Aveva foglie appuntite
morse dal gelo

Ricordo il pianto dei vecchi e il silenzio dei bambini
Il latrato del cane incatenato a un cancello vuoto
Mio padre che urlava i nostri nomi come un cieco
Tra le rovine di un paese cancellato.

La nebbia ebbe pietà di noi
Coprì la paura con un velo di stupore
E chiuse gli occhi alle case squarciate dal dolore.

La luna ci fissava senza parole
I tetti scoperchiati come pentole fumanti
Il ventre della terra ancora pulsante
La tavola sparecchiata dalla mano di un gigante

Rimase tutta la notte a vegliarci, la Luna,
Spuntava di tanto in tanto tra i sassi
La sua luce lieve priva di passi

Giunse dopo ore infinite e lente, il Sole
Insieme alla pioggia sottile invernale
il fango le ruspe le tende
una luce bianca e indifferente.
(18 settembre 2010)

IV CONCORSO INTERNAZIONALE HARAMBEE "COMUNICARE L'AFRICA"

Ce l'abbiamo fatta! Congratulzioni ai miei cinque studenti di Lingua e Cultura Italiana che hanno vinto il secondo premio, ex equo, con i video clips "Ghana: inside the colors of Africa" e "L'Africa, oltre il silenzio"
La premiazione avverrà il 12 novembre 2010 presso la Sala della Protomoteca del Campidoglio in Roma.

Ecco il primo video di Federico, Ivo che questa estate sono andati in Africa a filmare:



e il secondo di Giorgio Fabio, Nati e Perla che hanno scelto di mostrare storie "coraggiose" e di dar voce alla discriminazione in Italia:



BRAVISSIMI!

venerdì 5 novembre 2010

POESIA MAGISTRA VITAE



Ancora attualità per il nostro blog. Dopo Benigni e Oscar Wilde, poeta e omosessuale, ecco ancora cibo per la mente degli amici di letture, menti acute e sensibili: politica, omosessualità, letteratura, vita. Basta dare un'occhiata qui per decidere se le parole servono il potere o se il potere serve le parole.
Guardando queste splendide case che noi non potremo mai abitare, quando (e se) monterà in voi un'insolita rabbia d'altri tempi, celebrate il potere delle parole di Pasolini, poeta e omosessuale,che non mi stancherò mai di rileggere e proporre(già post 1 Maggio 2010)
Buone letture!


Solo fino all'osso, anch'io ho dei sogni
che mi tengono ancorato al mondo,
su cui passo quasi fossi solo occhio...
Io sogno, la mia casa, sul Gianicolo,
verso Villa Pamphili, verde fino al mare:
un attico, pieno del sole antico
e sempre crudelmente nuovo di Roma;
costruirei sulla terrazza, una vetrata,
con tende scure, di impalpabile tela:
ci metterei, in un angolo, un tavolo
fatto fare apposta, leggero, con mille
cassetti, uno per ogni manoscritto,
per non trasgredire alle fameliche
gerarchie della mia ispirazione...
Ah, un po’ d'ordine, un po’ di dolcezza,
nel mio lavoro, nella mia vita...
Intorno metterei sedie e poltrone,
con un tavolinetto antico, e alcuni
antichi quadri, di crudeli manieristi,
con le cornici d'oro, contro
gli astratti sostegni delle vetrate...
Nella camera da letto (un semplice
lettuccio, con coperte infiorate
tessute da donne calabresi o sarde)
appenderei la mia collezione
di quadri che amo ancora: accanto
al mio Zigaina, vorrei un bel Morandi,
un Mafai, del quaranta, un De Pisis,
un piccolo Rosai, un gran Guttuso...

(Verso le Terme di Caracalla, Pier Paolo Pasolini)

mercoledì 3 novembre 2010

CORSI E RICORSI STORICI


Benigni ospite a Sanremo legge la lettera di Oscar Wilde.
Caricato da zukermilano. - Guarda video esclusivi per il web

Fra qualche settimana ritorna Sanremo, ritorna l'Italia delle canzonette. Nel 2009, Roberto Benigni ospite speciale al Festival offrì al pubblico un lungo monologo, parlando di Veltroni e Berlusconi. Oggi però varrebbe la pena ricordare il suo tributo agli omosessuali, "perseguitati perché amavano".
Gli omosessuali non sono fuori dal piano di Dio". Si ride a lungo, poi Benigni cambia registro. E dice la sua sulle polemiche sugli omosessuali: "E' una storia incredibile che va avanti da millenni. Gli omosessuali non sono fuori dal piano di Dio. Di peccati c'è solo la sutpidità". "Per rendere l'idea dell'assurdità e ridicolaggine" di certi atteggiamenti, Benigni ricorda che gli omosessuali "sono stati seviziati e sono morti nei campi di concentramento perché amavano un'altra persona". "Mettiamo che un eterosessuale si innamori focosamente di una persona dell'altro sesso - spiega - e a un certo punto lo prendono, lo torturano e lo uccidono perché si è innamorato. Tanti omosessuali sono stati torturati perché amavano un'altra persona, lasciate stare il sesso. E' un'assurdità".
"Gli omosessuali sono persone che si amano". L'attore giudica "assurdo" che si parli di omosessualità "con tanta rozzezza", "sono persone che si amano, non è che per colpa loro finisce la razza, come dice qualcuno". Nella storia dell'umanità, continua, "ci hanno fatto dei doni enormi, ed è il sentimento dell'amore che caratterizza gli omosessuali. E quando c'è l'amore tutto diventa grande. Nemmeno la fede rassicura, l'unica cosa che rassicura è l'amore". Poi Benigni ricorda Oscar Wilde, "messo ai lavori forzati per la sua omosessualità. In prigione ha scritto una lettera alla persona per la quale era stato condannato". La lettera, Benigni la legge tutta. Poi lascia il teatro, ed è standing ovation.
(17 febbraio 2009)

martedì 26 ottobre 2010

AMMANITI LEGGE AMMANITI: IO E TE



Il nuovo libro di Ammaniti "Io e te". Lo scrittore ha un'anima duplice: alterna romanzi drammatici a romanzi leggeri. E' la volta di...? Scopriamolo insieme.

sabato 23 ottobre 2010

UN FESTIVAL DEDICATO A BRAM STOKER


L' Horror Festival di Halloween dal 29 al 31 ottobre 2010, Dublino, Clontarf è un appuntamento imperdibile per gli appassionati del genere horror. Basterà raggiungere l'Irlanda e Dublino per godersi il festival più horror e letterario di Halloween.
Ecco il programma in inglese:

http://www.bramstokerdraculahalloweenhorrorfestival.com/Bram-Stoker-Dracula-Halloween-Harror-Festival.html

Chi di voi ci andrà scoprirà che Dublino è davvero la città da visitare per la festa dei morti! In fondo l'hanno inventata loro questa festa per scacciare i fantasmi e le streghe a suon di zucca e birra! Per gli amanti della telecamera c'è ancora qualche notte buia e senza n la luna (fino al 25 ottobre!) per partecipare al bellissimo concorso The One Minute Bram indetto da The Bram Stoker Academy of short film.
In bocca al vampiro!

COMPLEANNI E STELLE D'AUTUNNO


Cosa hanno in comune Pablo Picasso, Trilussa, Lucarelli, Paganini, Benigni, Francis Bacon, Bill Gates, Littizzetto e Julia Roberts?
Il compleanno! Sono nati tutti nell'ultima settimana di ottobre, dal 23 al 29 ottobre e dal 1881 al 1967!
Oggi il mio post è dedicato all'astrologia. Splendido, credo il mio oroscopo! Lo trascrivo per tutti i cancerini "battaglieri" come me!
"Se Duchamp, Caravaggio, Freud e Cecil Taylor avessero accettato le cose come stanno, rimanendo composti e fedeli alla linea dei secoli, il mondo avrebbe servito a tutti la stessa pizza per millenni. E se l'astrologo Galileo Galilei avesse preferito godersi lo stipendio dell'Università senza seguire l'inquietudine non avrebbe ribaltato il mondo intero. Non abbiate paura delle visione, anche se a volte vi sembra fragile, a fronte della potenza del mondo."

Chissà, magari avrò il coraggio di cambiare colore ai capelli, lavoro, casa e Paese!

BOOKTRAILER: L'ARCA PARTE ALLE OTTO



"L'Arca parte alle otto "di Hub Ulrich e Mühle Jörge.
E' un libro illustrato e come fu per "Il gabbiano Jonathan Livingston" è un libro per tutti. Già dalle prime domande fa intuire lo spirito del libro.
Dio esiste? É buono o cattivo? Si occupa di noi? E noi, perchè abbiamo bisogno di lui? Le domande di tutti, bambini e adulti, trovano risposta semplice in un libro per ragazzi, pubblicato dalla casa editrice Rizzoli è stato scritto da Hub Ulrich e illustrato da Mühle Jörg
Ha vinto già dei premi importanti In Francia dove si è aggiudicato due prestigiosi premi: quello dei ragazzi lettori che attraverso il sistema nazionale delle librerie votano il loro preferito dell’anno e il Prix Tam Tam Jeunesse, e il Prix Sorcières conferito dalle librerie per ragazzi indipendenti.

martedì 19 ottobre 2010

SAVIANO: PAURA DELLE PAROLE?



Saviano: "Hanno paura dei contenuti senza ospiti non vado in onda"
Parla lo scrittore: "Vogliamo solo raccontare l'Italia che resiste" di LEANDRO PALESTINI

INTERVISTA A ROBERTO SAVIANO
Roberto Saviano, nel programma suo e di Fazio cosa c'è che fa così paura alla Rai?

"C'è semplicemente la voglia di parlar chiaro sull'Italia di oggi. Non di parlar male del Paese, precisiamo: ma di dire le cose come stanno. Spiegando quel che non funziona, naturalmente, ma anche le tante realtà positive che ci fanno capire ogni giorno come valga la pena restare in Italia, appassionarsi al suo futuro, e lottare perché questo futuro sia migliore del presente".

Ma è vero che sono saltati tutti gli ospiti, all'improvviso?

"Sì, oggi abbiamo saputo che la direzione generale non ha approvato i contratti che erano stati definiti con gli ospiti delle varie puntate. Hanno detto di no, rifiutando personaggi che ogni televisione si contenderebbe per la prima serata".

Sta parlando di Roberto Benigni e Bono Vox?

"Certo, ma non solo. Benigni e Bono avevano accettato, e anche con entusiasmo, nonostante il programma sia stato spostato d'imperio dal mercoledì al lunedì, contro il Grande Fratello. Ma la Rai ha detto no. E ha rifiutato anche Albanese, Paolo Rossi, Claudio Abbado".

Le ragioni sono economiche?

"Può darsi che siano economiche le ragioni che vengono accampate. In realtà i contratti erano stati chiusi a condizioni molto vantaggiose per l'azienda, e soprattutto gli spazi pubblicitari erano andati a ruba. Non solo. Roberto mi ha chiamato poco fa raccontandomi che aveva detto alla Rai di essere pronto a venire nel programma anche gratis. Dunque, di cosa stiamo parlando?".

Ce lo spieghi lei. Cosa sta succedendo in Rai?

"Io so che ci è stata chiesta la scaletta del programma, e io e Fazio l'abbiamo consegnata a Masi, senza tenere nulla nascosto. Faccio un esempio: ho detto che nella prima puntata io Fazio e Benigni vogliamo occuparci delle proprietà di Berlusconi, poi io intendo parlare della mafia e della camorra. Nelle altre puntate voglio affrontare la "fabbrica del fango", cioè l'uso dei dossier e delle calunnie contro gli avversari politici, il terremoto dell'Aquila, i rifiuti di Napoli, il caso dell'Utri".

La reazione qual è stata?

"Ufficialmente il silenzio. Nessuno ci ha detto nulla. Ma da quando hanno conosciuto i contenuti, è cominciato un tentativo continuo di rimpicciolire la trasmissione, tagliando i figuranti, dimezzando lo studio, non firmando il contratto con la Endemol che produce il programma, e infine azzerando gli ospiti".

Qual è l'obiettivo?

"Temo che la paura prevalga, e nessuno si voglia prendere la responsabilità della messa in onda, di dire un sì. E nemmeno di dire un no chiaro. Così si accampano ragioni economiche, si cancellano gli ospiti, si devitalizza il programma da dentro. Fino a snaturarlo, per spingere noi a dire che non si può fare".

E voi lo direte?

"Parleremo io e Fazio, parleremo con gli ospiti, che stanno lavorando gomito a gomito con noi, sentono il programma come una cosa che è anche loro, perché vuole essere del pubblico, dei cittadini: con Benigni ad esempio stiamo scrivendo dialoghi e monologhi, stiamo lavorando sodo. Non posso essere io da solo a decidere per un'operazione collettiva".

Ma lei cosa pensa?

"Io so una cosa: senza Benigni, non vado in onda. Il programma è concepito così, è un dialogo a più voci, non è una serie di comparsate per prendere un applauso. Vogliamo capire e far capire, facendo divertire e riflettere, insieme. Insomma: si può fare solo così, così lo abbiamo pensato e voluto, così gli ospiti lo hanno accettato dicendoci di sì. Tradiremmo noi stessi, se accettassimo di stravolgere le nostre idee, e soprattutto tradiremmo il pubblico. La gente capisce".

Lei dice che ci sono accenti positivi, nel programma. Alla Rai non interessano?

"Non lo so, temo che prevalga la paura. Una paura generalizzata. Se lo studio è tricolore, come il nostro, e se io che sono un uomo del Sud parlo dell'unità d'Italia spiegando il suo valore, qualcuno può aver paura che la Lega si arrabbi. Non sto scherzando: le dico quel che ci capita ogni giorno. Si può lavorare così? Io so che il programma non è una cartolina della malaitalia. Denuncia il buio del nostro Paese, che è inutile nascondere perché i cittadini lo vivono e lo patiscono ogni giorno. Ma sottolinea anche l'Italia che ce la fa, tiene la testa alta e resiste: una gran bella Italia".

E se insistono a dirvi di no?

"Il guaio è che non dicono nemmeno di no. Agiscono togliendo ogni giorno qualcosa, rendendo ogni momento più difficile andare avanti. Si può non avere il contratto con il produttore a venti giorni dalla trasmissione? Si può assistere alla cancellazione in blocco degli ospiti a tre settimane dal via? È chiaro che vogliono farci dire che non ci sono le condizioni per andare in onda".

Non sarebbe una sconfitta?

"Qualcuno, probabilmente, la considererebbe una vittoria, nel Paese rovesciato dove qualche volta penso di dover vivere. Si rinuncia a ospiti famosissimi perché fanno paura gli argomenti che vogliamo discutere con loro, le idee. Pur di non farci parlare in televisione del ritorno della "monnezza" a Napoli, del terremoto, dei rapporti mafia-politica si preferisce tenere le grandi star fuori dalla Rai. Mi dica: conosce un altro Paese dove un premio Oscar come Benigni, un grande divo del rock come Bono e un Maestro come Abbado spaventano le burocrazie televisive, magari per timore di un'arrabbiatura lassù in alto?".

(19 ottobre 2010) © Riproduzione riservata

domenica 17 ottobre 2010

FRATTALI




Credo che anche io oggi ricorderò il matematico Mandelbrot, come ha fatto Piergiorgio Oddifreddi nel bellissimo articolo che propongo agli amici di letture in fondo alla pagina. Non che io ne sappia granché, sinceramente, di matematica e di Mandelbrot. Ma ho avuto la fortuna di crescere con accanto un fratello innamorato della fisica e della matematica, e poi di aver sposato un fisico a mia volta. Questo vuol dire, ad esempio, che mentre nostra madre preparava frattaglie , a tavola poteva capitare una conversazione su altri frammenti, meno commestibili e più colorati, come i frattali che, assonanza a parte, sono la ragione per la quale Mandelbrot resterà nella memoria di molti.

Un nome misterioso, frattale. Mio fratello tentò di farmi capire, quando curiosa gli chiesi il significato di questa parola, che in fondo siamo tutti frattali e cioè forme bizzarre. E così io e la quercia avevamo qualcosa in comune, all'improvviso. E davvero mi parve una scoperta incredibile. Poi cominciai a vedere questi disegni fantastici sulle riviste specializzate che mio fratello comprava per diletto. Incredibili e affascinanti, le forme fratte hanno preso il posto dei quadri astratti e delle avanguardie fino a gettare luminosi riverberi sulla mia mente ignara di come vada il mondo dei numeri e delle formule.




A proposito di frattali, ecco qualche frase spezzata, che emerge oggi dalla mia banale quotidianità e chiede un posto nel teatrino del blog in cui anche la vita quotidiana tenta di risplendere e significare.

La prima è una frase frattale di mio marito che di fronte alla mia ennesima esplosione di rabbia la domenica mattina mi dice: "Sei un vulcano, ma un vulcano prevedibile".

La seconda è una frase frattale da un libro che ho appena cominciato a leggere e dice: "Come si spiega ... che sul palcoscenico la realtà (trasferita così com'è nello spettacolo) eserciti un fascino di cui è completamente priva quando è lontana dalle scene?" (Alfred Polgar, Manuale del Critico, Adelphi, p.24)

Infine c'è il mio dialogo frattale con la macellaia (esperta in frattaglie varie)- al supermecato- nonostante io la detesti non riesco a spiegarmi perché di fronte a lei non ce la faccio a non essere gentile. Al contrario, quando la vedo le chiedo come sta e sembro anche molto sincera pertanto ricevo dettagliate risposte sulla sua bronchite e puntualmente le sue fras rudi:
- Ciaooooooo-
- Salve, come va?
- Male.
- Ah, si? Mi dispiace (macchè!!!!) >Come mai?
- Bronchite... (fa rumori di una lavatrice in fin di vita)
- Anche mio figlio, il piccolino, da una settimana...
- ... che vuole?
- Chi, io?
- Si, che te dò?
- Ah, si... un chilo di frattali...cioè scusi, frattaglie!
FINE (Buona settimana! E pensate un po' ai frattali degli altri e non solo ai vostri)!



Apprendo solo ora che Benoit Mandelbrot è morto giovedi scorso. Evidentemente, la notizia che uno dei grandi matematici del secolo se n’è andato non importa gran che ai media, che pure sono sempre pronti a gettarsi sull’ultimo gossip.

E dire che la novità introdotta da Mandelbrot nella matematica del Novecento era arrivata anche alla gente comune, fino a catturarne l’immaginario. Si tratta, infatti, dei famosi frattali: di quei letterali “oggetti fratturati”, cioè, che consistono in una figura le cui parti la riproducono interamente in scala più piccola. E’ stata proprio questa sorta di mise en abyme, a rendere tali oggetti popolari non solo nella grafica computerizzata, ma anche nei poster e sulle magliette.

In realtà, non è stato Mandelbrot a scoprire i frattali: i primi esempi risalgono a fine Ottocento, e uno dei più famosi è la cosiddetta curva di Peano, che copre interamente il piano. Ma è stato lui a introdurre la parola “frattali”, e a far diventare il loro studio uno dei campi più intriganti della matematica. In particolare, grazie al famoso insieme di Mandelbrot, i cui anfratti riproducono un’infinita varietà di forme e costituiscono una sorta di catalogo universale di tutti i frattali.

Per qualche tempo i frattali sono stati considerati delle semplici curiosità, e il loro profeta un matematico un po’ marginale. Ma oggi sono stati pienamente rivalutati, e almeno due medaglie Fields (l’analogo del premio Nobel per la matematica) sono state assegnate per ricerche legate all’insieme di Mandelbrot. La prima a Jean Christophe Yoccoz, nel 1994, per aver dimostrato che quell’insieme è fatto tutto d’un pezzo, e non di pezzi isolati. La seconda a Curtis McCullen, nel 1998, per aver individuato in esso un sottoinsieme di punti significativi per lo studio dei sistemi dinamici.

Mandelbrot era molto orgoglioso di questi riconoscimenti, che considerava in parte un tributo tardivo al valore del suo lavoro. Ma gli piaceva continuare a descriversi come un cavaliere solitario nelle praterie della matematica, alla scoperta di aree selvagge da conquistare. Ad esempio, negli ultimi anni si era dedicato a pubblicizzare le sue ricerche su Il disordine dei mercati (Einaudi, 2005), nelle quali applicava la teoria dei frattali all’economia, per lo sconforto degli economisti classici.

Quando venne al primo Festival di Matematica di Roma, nel 2007, il pubblico era talmente numeroso che dovemmo riservargli la sala maggiore dell’Auditorium. Due anni dopo tornò per il prologo del terzo Festival, a New York, e ricordo che un ascoltatore mi disse stupito che non sapeva fosse ancora vivo: nel senso che ormai era un mostro sacro, di quelli che si pensa appartengano alla storia del passato, e non alla cronaca del presente.

Ma Mandelbrot apparteneva veramente alla storia, in generale, e non solo a quella della matematica. Parlare con lui era come ripercorrere l’intero secolo, attraverso gli innumerevoli aneddoti che lui amava raccontare senza posa. E di cose da raccontare ne aveva tante, un ebreo polacco emigrato in Francia da bambino nel 1936, che era poi vissuto di qua e di là dell’Atlantico. Anche negli ultimi anni, se solo si lasciava passare qualche tempo senza scrivergli, si doveva poi iniziare un’affannosa ricerca per localizzarlo, nell’ultimo laboratorio dove il vagabondo della ricerca si era spostato, spesso cambiando indirizzo di mail.

Qualche anno fa, al Festival della Scienza di Genova, mi aveva detto che era preoccupato per le sue memorie, che ormai stavano assumendo dimensioni gigantesche. E alla mia domanda, su quanti volumi sarebbero stati, aveva risposto: “Dipende da quanto resisterò alla tentazione di filosofare. Perché se, ad esempio, mi metto a disquisire sul ruolo degli outsider nella storia della scienza, già quello potrebbe diventare un libro. Ma per ora non penso al numero dei volumi: mi preoccuperò dei ponti quando arriverò al fiume”. Chissà a che punto era arrivato giovedì, quando è giunto per lui il momento di traghettare il grande fiume.


Scritto domenica, 17 ottobre 2010 alle 18:28 nella categoria Senza categoria
da Piergiorgio Odifreddi

mercoledì 13 ottobre 2010

IL CILE LIBERA I SUOI EROI: IL GIORNO LUMINOSO DELLA MINIERA




Dopo due mesi trascorsi sottoterra, i 33 minatori tornano finalmente alla luce e alla loro vita. Da Florencio, il primo ad uscire, a Mario, il più anziano.

E nel giorno luminoso delle miniere ecco una lettura bellissima dall'Università di Cork
DAL BUIO DELLA ZOLFARA ALLA LUCE DELL'AGORÀ
Letto Università di Cork (Irlanda) il 23.10.2009 – Istituto Italiano di cultura di Parigi il 9.11.2009 – Università di Siviglia il 20.11.2009Università Statale di Milano il 3.2.2010 pubblicato su “La cittadella”

Mi è riposo il ricordo dei tuoi giorni grigi, delle tue vecchie case che strozzano strade, della piazza grande piena di silenziosi uomini neri. Tra questi uomini ho appreso grevi leggende di terra e di zolfo, oscure storie squarciate dalla tragica luce dell'acetilene. E l'acetilene della luna nelle tue notti calme, nella piazza le chiese ingramagliate d'ombra, e cupo il passo degli zolfatari, come se le strade coprissero cavi sepolcri, profondi luoghi di morte”
( Leonardo Sciascia: Ad un paese lasciato da La Sicilia, il suo cuore. Bardi Editore Roma 1952)
Dalla miniera, dalla miniera di zolfo, dal buio dei suoi più profondi strati; da Racalmuto, paese dello zolfo, bisogna partire per risalire alla piazza, giungere alla luce della ragione, dell'illuminismo e dell'impegno civile della scrittura di Leonardo Sciascia.
Il nonno di Sciascia, Leonardo, era stato prima caruso, e poi capomastro e amministratore in una delle miniere di Racalmuto, Gìbelli o Giona; anche il padre, Pasquale, è stato amministratore in una zolfara di Àssaro, e insieme al padre là ha lavorato anche il figlio, fratello minore dello scrittore, Giuseppe, perito minerario.
E tutti e due, padre e figlio, avranno una fine tragica: suicida il giovane Giuseppe; in carcere per tentato omicidio il padre Pasquale.
“Ha le sue radici nella zolfara la storia dello scrittore Sciascia” scrive Claude Ambroise.
Ed egli stesso, Sciascia, afferma:”Senza l'avventura della zolfara non ci sarebbe stata l'avventura dello scrivere, del raccontare: per Pirandello, Alessio di Giovanni, Rosso di San Secondo, Nino Savarese, Francesco Lanza.
E per noi”.
Ai quali scrittori bisogna ancora affiancare Giuseppe Giusti Sinopoli, autore della Zolfara, Antonio Russello autore di La luna si mangia i morti e La miniera occupata, e Carlo Levi di Le parole sono pietre, Antonio Aniante di La rosa di zolfo e Mario Farinella di La miniera morta in Profonda Sicilia.
“Mio nonno era stato caruso, uno di quei ragazzini che nelle zolfare siciliane venivano adibiti al trasporto del materiale.
Era entrato in miniera all'età di nove anni, alla morte del padre, e vi restò fino alla fine dei suoi giorni”.
Ha scritto Sciascia in La Sicilia come metafora.
I carusi, i carusi delle zolfare.
Ne parlano per primi, di questa drammatica realtà sociale, i due studiosi Franchetti e Sonnino nella loro Inchiesta in Sicilia del 1876, in un capitolo aggiuntivo all' Inchiesta stessa dal titolo Il 2 lavoro dei fanciulli nelle zolfare siciliane: si alzava per la prima volta un velo su una terribile realtà pressoché sconosciuta, e l'Italia ne rimaneva inorridita.
Sono bambini anche di cinque, sei, sette anni che al soldo del picconiere, cui sono legati per il cosiddetto “soccorso morto”, la somma che il picconiere anticipava alla famiglia per avere al suo servizio il caruso, bambini che trasportano sulle loro spalle il carico di zolfo dalla profondità fino alla superficie, al calcarone.
Scrivono i due studiosi Franchetti e Sonnino:”Vedemmo una schiera di questi carusi che usciva dalla bocca di questa galleria dove la temperatura era caldissima […] Nudi affatto, grondando sudore, e contratti sotto i gravissimi pesi che portavano, dopo essersi arrampicati su, in quella temperatura caldissima, per una salita di un centinaio di metri sotto terra quei corpicini stanchi ed estenuati uscivano all'aria aperta, dove dovevano percorrere un'altra cinquantina di metri, esposti a un vento ghiaccio “.
I carusi, i picconieri, e su su poi, gli ausiliari, i calcaronai, arditori, spesalori, il capomastro, il gabelloto, il proprietario.
Il proprietario della miniera era proprietario del suolo dove veniva scavata la miniera, lui, il proprietario, era padrone “usque ad coelum ed usque ad inferas”. Il proprietario era un “gattopardo”che se ne stava lontano dalla miniera, lontano nel suo palazzo di Palermo, di Catania o di Agrigento.
Così scrive Sciascia ne Le parrocchie di Regalpetra di un suo breve soggiorno, da ragazzo, nella miniera Grottacalda di Valguarnera: “E per un mese me ne andai da mio padre, che era impiegato in una zolfara.
Mi piaceva l'odore dello zolfo, me ne stavo in giro tra gli operai, guardavo lo zolfo scolare come olio dai forni, si rapprendeva dentro le forme, le balate gialle venivano caricate sui vagoncini, fino alla piccola stazione tra gli eucalipti. Il paese era distante dalla zolfara; il paese di Francesco Lanza, ma allora non sapevo di Lanza, leggevo Hugo e Dumas padre. Un pomeriggio di domenica mio padre mi lasciò andare in paese in compagnia di un capomastro, gli operai mi fecero festa, vollero che prendessi gelati e dolci […] L'indomani li avrei rivisti nella zolfara con i pezzi di copertone legati ai piedi, il loro pane scuro – mangiavano pane e coltello – dicevano, come dire che mangiavano solo pane, al massimo l'accompagnavano con l'acciuga salata o con un pomodoro”.
Gli zolfatari, i salinari, gli alunni poveri e affamati del maestro Sciascia .
Scrive in Cronache scolastiche :“ […] entro nell'aula con lo stesso animo dello zolfataro che scende nelle oscure gallerie”; e il Circolo della Concor- 3 dia, le strade, i braccianti, i preti, la mafia: Racalmuto, la Sicilia.
Senza lo zolfo, come abbiamo già detto, lo scrittore Sciascia non si potrebbe spiegare.
Spiegare la sua tagliente logica, la sua penetrante capacità di lettura della realtà, della storia, il suo morale, civile bisogno di smontare le tessere della storia proditoriamente o casualmente mal disposte e rimetterle nell'ordine della verità; spiegare la sua indignazione quando un uomo, un potere, un sistema esercita violenza, offesa su un altro uomo, su una minoranza, su una società. Da qui i suoi racconti, i suoi romanzi i suoi pamphlets sull'impostura, la mafia, il potere politico-mafioso, l'Inquisizione. Due sono i testi narrativi, che più degli altri, esprimono Racalmuto, le zolfare, gli uomini dello zolfo: Morte dell'inquisitore e L'antimonio.Dal buio profondo della zolfara, dalle calcinate pietre di Racalmuto, con la luce della ragione degli illuministi, con la cristiana pietà del Manzoni, Sciascia è uscito agli spazi dell'agorà, di una società ideale, alla speranza di una civiltà “perfezionata”.
E di lui possiamo dire, come egli ha detto del racalmutese fra Diego La Matina, “che era un uomo, che tenne alta la dignità dell'uomo”. Dopo le prime opere narrative (Le parrochie di Regalpetra, Gli zii di Sicilia), Sciascia affronta il romanzo poliziesco, il romanzo giallo con Il giorno della civetta (1961) Sentì l'impellenza di affrontare un tema scottante e urgente: quello della mafia. Scrive, anni dopo, in una nota a una riedizione del romanzo: “[...] Allora il governo non solo si disinteressava del fenomeno della mafia, ma esplicitamente lo negava […] la mafia non sorge e si sviluppa nel vuoto dello Stato (cioè quando lo Stato, con le sue leggi e le sue funzioni, è debole o manca) ma dentro lo Stato..”Il romanzo poliziesco: uno strumento, il più opportuno e il più appuntito, il più robusto e il più valido, il più lucido per affrontare la realtà, l'oscura, terribile realtà siciliana, italiana.
Il cui linguaggio, duro e affilato, preciso e incisivo non può che essere di rattenuta emozione e di dispiegata comunicazione, di grande chiarezza e ordine contro l'oscurità e il disordine. Qual è la funzione del romanzo poliziesco di Sciascia? È la funzione civile. Tutta l'opera dello scrittore è di ispirazione e tema civile, ma nei suoi polizieschi viene esplicata l'epopea della piazza, dell'agorà: una conversazione loica e laica sui fatti sociali e politici, una serrata, filosofica “conversazione in Sicilia”, conversazione uguale a quella 4 effigiata ne La flagellazione di Piero della Francesca, su cui ha indagato Carlo Ginzburg (Indagini su Piero).
In Piero, dice lo storico c'è uno spostamento di piano: dal sacro all'umano, dal dramma alla speculazione.
In Sciascia, il dramma si sposta dal mito alla realtà, dall'esistenza (dal pirandelliano smarrimento esistenziale) alla storia. Senonché, il poliziesco - che egli chiama qualche volta parodia o sotie – è il rovesciamento del genere: c'è il delitto, l'investigazione, ma non si arriva mai alla soluzione del dramma, alla sutura dello squarcio nel corpo sociale. Non si arriva mai all'individuazione del colpevole del delitto, alla sua condanna. Non si arriva mai a questa soluzione perchè quei delitti sono di origine politico-mafiosa. E il potere politico-mafioso non può mai condannare se stesso.
Dei primi quattro polizieschi (Il giorno della civetta, A ciascuno il suo, Il contesto, Todo modo) l'ultimo ci è sembrato quello di più alta tensione politica e letteraria.
In Todo modo lo scrittore va al cuore del potere politico in Italia, al cuore del potere di un partito; alla matrice metafisica a cui il partito si ispira e da cui deriva il suo potere; e nel momento critico in cui i più alti rappresentanti di quel potere manifestano la loro fede nella metafisica attraverso gli esercizi spirituali. Ma tutto nel romanzo, come nella realtà, è rovesciato: la metafisica del bene diventa metafisica del male; il diavolo prende il posto di Dio; gli esercizi spirituali diventano esercizi criminali.
Il testo è ricco di intertestualità, di riferimenti impliciti ed espliciti.Todo modo anticipa fatti e genera necessariamente due altri libri, Candido e L'affaire Moro, il libro, quest'ultimo su quel morto ammazzato, sulla zattera della Medusa, che è stato Aldo Moro. Il cavaliere e la morte e Una storia semplice riprendono, tra il 1979 e il 1989, il tema poliziesco, ma con accenti più dolenti, con tono come di isolamento, di solitudine. Il Cavaliere del Dürer, insidiato dalla Morte e dal Diavolo, che solido dentro la sua armatura procede solitario verso la turrita città in cima alla collina, la città ideale o d'utopia, la città della giustizia e della civiltà che mai raggiungerà, rimanda ad un altro cavaliere, al Cavaliere disarcionato di Max Klinger (un Klinger che ha letto Poe ed è stato visto da Hitchcok): neri uccelli volteggiano sopra il cavaliere disarcionato che sta per morire, che muore. I neri uccelli del potere politico-mafioso, fra cui, il più sinistro e il più famelico e divorante, un goyesco “buitre carnivoro”, un avvoltoio carnivoro, un capo politico-mafioso di cui sapevamo il nome di quello del tempo appena passato e di 5 cui sappiamo il nome di quello del presente.
“Il tempo è un fanciullo che si diverte a giocare. Suo è il dominio”. Ha scritto Eraclito. Il fanciullo o vecchio saggio che è il tempo ha già cancellato, cancellerà il nome di politici e politicanti, di tribuni e demagoghi, di vacui scrittori di successo. Sempre più nel tempo resterà il nome di Sciascia, la sua figura morale, il suo insegnamento. Diciamo ancora mondo kafkiano, pirandelliano, camusiano o borgesiano. Dobbiamo cominciare a dire oggi che questo nostro mondo, questo nostro Paese soprattutto, si è fatto e si fa sempre più sciasciano, poiché la metafora letteraria di Sciascia, al di là della cronaca, della storia appena passata allarga il suo spettro sul nostro contesto, sulla condizione esistenziale e civile di noi uomini di questo nuovo millennio: il sonno della ragione si è fatto più duro, ci ha pietrificati; i poteri politici corrotti provocano, in varie parti del mondo, atroci disastri, orrori di ogni sorta; la peste mediatica umilia la nostra dignità, ci priva della nostra libertà. Il crollo del muro di Berlino ha rivelato che stalinismi e fascismi imperavano e imperano ancora al di là e al di qua di quel muro. Ha rivelato che dentro ogni tirannia, reale o mascherata, dentro sotterranei o fogne, le cosche ripugnanti del potere politico-mafioso eleggono sempre la loro dimora.Noi, nel buio e nello sconforto di questo momento storico, ci ricorderemo sempre di quel grande uomo e di quel grande scrittore che è stato Leonardo Sciascia.
Vincenzo Consolo
16 ottobre 2009

LA MAPPA DELLE STORIE INVISIBILI: Roma, Fontana delle tartarughe

Stasera una storia invisibile è apparsa alla Fontana delle tartarughe... buon ascolto, se passate di là. E, a proposito, salutatemi Serafina...