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LA REPLICA DI CELLI DOPO LA "LETTERA" AL FIGLIO

Celli replica alle critiche dopo la lettera a "Repubblica".

"Io, mio figlio e l'arte della fuga"
di PIERLUIGI CELLI (Repubblica 4 dicembre)

CREDO che il dibattito sollevato dalla mia lettera e l'intervento di Benedetta Tobagi, del professor Veronesi e il richiamo autorevole e appassionante del Presidente della Repubblica, richiedano da parte mia un commento e alcune spiegazioni.

Era del tutto evidente, mi pare, che la forma scelta come espediente retorico classico, avesse proprio l'obiettivo di sollecitare un'attenzione meno superficiale su un tema che, come si è visto nella molteplicità e passione degli interventi, premeva sotto la pelle: il possibile destino alla sparizione di un'intera generazione di laureati, condannati se va bene al precariato, in un contesto in cui la crisi ha solo accentuato i problemi, rivelando come regole e meccanismi di mercato siano barriere fragili se la cultura di un Paese si rattrappisce e i valori civili sfumano fino a convertirsi in petizioni senza seguito.

Ora, si può essere più o meno d'accordo con la modalità della provocazione, ma non penso che si possa eludere il problema posto facendo riferimento a divagazioni di modesta attinenza con la sostanza della questione, se, ad esempio, sia compito dei padri o non piuttosto dei figli occuparsi di questi fatti, se sia corretto che a sollevarli sia qualcuno che occupa tale o talaltra posizione, magari con responsabilità e così via.
È evidente che il problema del rapporto tra padri e figli e lo scambio generazionale emerge come sfondo, in una transizione che sembra penalizzare proprio quelli che invece dovrebbero essere aiutati, consegnando proprio ai più giovani una realtà in cui sarà difficile orientarsi e far valere aspirazioni, sogni e saperi.

Chiarisco subito un fatto: avere una responsabilità evidente in un'università di prestigio mi ha semplicemente aiutato, forse, a essere preso in considerazione, consentendomi di dire quello che molti pensano e che per mia parte cercherò di argomentare. Non avendo altri interessi da difendere (basta pensare all'età), pensavo di essere nelle condizioni giuste per espormi, anche se non immaginavo l'eco che ciò avrebbe suscitato.

Sono in Luiss da cinque anni, dopo circa quarant'anni passati in azienda, e in questo tempo ho potuto misurare il progressivo acuirsi delle difficoltà, per i giovani che si laureano, di imboccare la via del lavoro contando solo sulla loro preparazione e sulla voglia e la passione che, a quell'età, è bagaglio quasi obbligato.
I percorsi di accreditamento si sono fatti più lunghi, tortuosi, spezzettati, spesso dei veri e propri percorsi di umiliazione, che non rendono onore né a un Paese, né a un sistema formativo costretto a cedere a logiche che nulla hanno a che fare col merito e la promozione dei valori civili.

Lo dico con cognizione di causa, perché quelli che mi conoscono bene sanno il lavoro fatto su questo confine tra università e lavoro, in un ateneo che certo è privilegiato, ma che sta sperimentando da qualche anno le forme più avanzate di integrazione università-impresa.

Non si trattava, dunque, il mio, di un discorso casuale né, semplicisticamente, disfattista (basterebbe informarsi un po' più seriamente della biografia delle persone), ma del disagio e forse anche dell'indignazione per i racconti, le esperienze, le sconfitte e le rese senza condizione, raccolte proprio su questo terreno in anni di lavoro.

Capisco l'invito, ad essere più precisi ed argomentati (anche se basta guardarsi intorno e leggere i giornali o navigare in Internet per non aver bisogno di molto altro), ma credo che dovrebbe esser dato credito a chi dedica gran parte del suo tempo ad accompagnare i ragazzi verso il lavoro, utilizzando l'esperienza che sul lavoro ha fatto, che ci può essere un momento di scoraggiamento e di rabbia in cui condensare la voglia di dare voce a quanti diversamente non verrebbero ascoltati.

Anche se le parole sono meno precise dei numeri e i sentimenti più pericolosi da maneggiare.
Vorrei anche tranquillizzare tutti quelli che hanno avuto la sensazione di un discorso vagamente moralistico: so bene i limiti e i doveri dei padri (ho tra l'altro un figlio che, per fortuna, ha una grande autonomia e, per inciso, non frequenta la Luiss ma un'università pubblica), e tuttavia conosco bene le fragilità di molti ragazzi di questa età e il loro bisogno di riferimenti, in un contesto-Paese che offre, spesso, tutt'altro.

E non penso minimamente che si debba fuggire solo perché noi abbiamo fallito nel dovere di lasciare ai nostri figli un futuro almeno pari a quello che noi abbiamo avuto.

L'arte della fuga, così nobile musicalmente, per paradosso aiuta però a inquadrare un problema reale: per costruire un mondo in cui stare a proprio agio bisogna avere gli strumenti, e la libertà di usarli senza doversi piegare per necessità; altrimenti è inevitabile cercare soluzioni diverse.

Oggi, tutto questo viene molto limitato.

Gli strumenti, forse, li diamo in abbondanza. I fini, per cui usarli, riusciamo spesso a sporcarli facendo, nei fatti, quello che a parole neghiamo. Qui sta la nostra responsabilità.

Dove lavoro sanno bene la passione con cui si discute per garantire ai nostri allievi condizioni di sviluppo coerenti con le aspirazioni e l'impegno che esprimono.
Il misurare però il divario tra gli sforzi messi in atto e i contesti di approdo, induce a qualche riflessione se sia giusto soprassedere, magari pubblicando qualche dotta ricerca sul tema (e, al proposito, suggerirei di vedere i testi sulla classe dirigente del Paese, prodotti negli ultimi tre anni proprio da questa Università, con qualche piccolo merito anche personale), oppure dare voce al disagio, magari correndo il rischio di essere fraintesi.

L'estero non è una fuga, è una delle tante possibilità. Bastava leggere la lettera fino in fondo per capire che l'obiettivo era arrivare a una reazione che impegnasse a restare, nonostante tutto. E basta informarsi su quello che, accademici e non, fanno con orgoglio in questa e in molte altre università italiane. In un Paese in cui è sempre più facile fermarsi alla superficie dell'apparire, perché deve essere così difficile confrontarsi sulla sostanza drammatica di certe realtà, senza dover per forza contrapporsi pregiudizialmente? Quella dei giovani, a cui è resa difficoltosa ogni trasparenza per l'accesso al lavoro, è fino in fondo una realtà opaca, affidata alla casualità e risolta, spesso, da buone volontà singole.

Il futuro, se non si fa qualcosa di serio in questo campo - in logica collettiva dove efficienza, solidarietà e merito possano integrarsi - diverrà inevitabilmente una terra straniera per non pochi di loro.
Questa sì, senza legittimazione morale. È per questo che, a mio modesto parere, emerge drammaticamente il bisogno di dare a questa generazione a rischio la possibilità di credere, senza la quale non ci potrà essere la possibilità di capire e di impegnarsi. Ed è la prospettiva in cui può trovare un esito concreto il giusto richiamo del Presidente Napolitano: si resta perché si vogliono creare le condizioni, e proprio perché queste, spesso, mancano.

(4 dicembre 2009)

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