IL TERRORISMO LOGICO E LA LOGICA DEL TERRORISMO

Questo Paese è nelle mani di mafiosi, megalomani e malati di mente! Riflettiamo sulle 3M di cui è prigioniera l'Italia. Sullo sfondo i cittadini, esterrefatti. Dopo il deplorevole lancio della statuetta contro Berlusconi appare chiaro che siamo affacciati sul baratro di una democrazia. Ascoltando i commenti "a caldo" all'aggressione a Berlusconi mi hanno colpito le parole di un elegantissimo esponente del Pdl che diceva: "la gente a Milano, a Roma, tradizionalmente il 13 dicembre si reca a fare compere di Natale e invece erano qui a protestare contro Berlusconi" (Rai Uno Speciale TG). Oscura la logica di questa frase. Fatemi capire una cosa: c'è qualcuno tra i politici che si rende conto davvero delle condizioni degli italiani oggi, 14 dicembre? Disoccupati, malati, difficoltà a pagare l'affitto ad arrivare a metà mese, a riempire il carrello della spesa, a fare il pieno della benzina per andare a lavorare, a pagare il mutuo, a comprare le scarpe nuove ai figli, a mandare la letterina a Babbo Natale. Non ci credete? Credete che esageri? Guardatevi intorno, non guardate solo i giornali. Guardate la faccia della gente che arranca sugli autobus, leggete negli occhi la disperazione, l'incertezza, la silenziosa rassegnazione. Tutto questo a volte può tradursi in atti di violenza improvvisi, violenza di cui tutti siamo testimoni. Quante volte, tutti i giorni, ci colpisce lo sguardo crudele di un automobilista che vede in noi, davanti a lui al semaforo, il suo peggior nemico, o peggio l'insulto verbale, il gesto volgare e a volte l'aggressione vera e propria. Ma chi diavolo ci pensa allo shopping natalizio?
Sui giornali di oggi le parole vacillano insicure: desiderare "la morte politica" di un avversario non significa incoraggiare lanci di oggetti contundenti. A teatro gli spettatori insoddisfatti lanciavano verdure e uova marce ai tempi di Shakespeare. Non uccidevano nessuno, ma la compagnia non ripeteva lo spettacolo e il teatro cercava altro.
Questa è l'atmosfera che si respira in Italia. Tristezza, rabbia, malcontento. E chi è contento non capisce, o non lo vuole capire. Ci sono persone che guadagnano 10.000 euro al mese e gente che se ne vede recapitare 550 come pensione di vecchiaia. Perché se sei vecchio in Italia, e non sei stato abbastanza furbo, o previdente, o disonesto o fortunato da mettere da parte la tua piccola rendita, è questo che ti aspetta. Una vecchiaia disonerevole e piena di incognite. La morte su una barella in un ospedale (vedi cronaca di ieri nel Lazio) che non ti apre le porte perché non sei il presidente del consiglio, che non ti garantisce la dignità e la sopravvivenza.
Il volto insanguinato di Berlusconi è, e rimane, una vergogna per tutta l'Italia. Ma distoglie ancora una volta l'attenzione dai problemi della gente comune, quella che tutti i giorni riceve schiaffi in faccia, quella che ha chinato la testa per il bene dei figli, quella che ha scelto di tirare avanti perché non ha scelta.
L'appello è sempre e soprattutto alla classe politica italiana! Deplorevole non riuscire a trovare vie d'uscite democratiche alle controversie, deplorevoli le strumentalizzazioni, le demonizzazioni, le parolacce, le offese, gli insulti, le parole senza dignità politica e civile. Deplorevole dmenticare i bisogni veri, le emergenze quotidiane, le emergenze nazionali, le emergenze dei cittadini che continuano a pagare il prezzo di errori di un'intera classe politica. Non dimentichiamo le vere vittime. E se oggi anche Berlusconi è vittima, allora potrà capire meglio come ci si senta.

Per voi un articolo sul "terrorismo logico" sperando che ci aiuti a capire e ditricare le affermazioni su giornali e in TV.


Il terrorismo logico di Peter Strawson
di Pietro Emanuele


Daniel Dennett, uno dei più noti filosofi viventi, ha fornito, nel suo spiritoso Lessico filosofico (1987), una scherzosa etimologia del logico inglese recentemente scomparso Peter Frederick Strawson: “È il prodotto di un uomo di paglia (in inglese >i>strawman), l’oscuro risultato di una paternità inesistente”. Cioè un’inconsistenza filosofica derivata da idee inconsistenti.
Quello di Dennett è soltanto un motto di spirito. È però giustificato dalla reazione negativa con cui i logici tradizionali accolsero l’opera più originale di Strawson, quella Introduzione alla teoria logica del 1952, che gettò lo scompiglio fra i cardini della logica tradizionale. Un fuoco di paglia o una rivoluzione? È una domanda che si pose mezzo secolo fa e che oggi si può riproporre all’indomani della sua scomparsa.
In realtà Strawson è stato uno di quei pensatori che hanno fatto scendere la filosofia dal cielo in terra, e in particolare quella parte di essa, la logica, che gode fama di essere la più astratta. Anche per questo il suo libro del 1952 ebbe l’effetto di una bomba inaspettata negli ambienti accademici. È permesso all’uomo della strada dire che un film o una persona gli piace e non gli piace? Per la logica tradizionale no, perché viola la più intoccabile delle sue leggi, quella che vieta di contraddirsi. Eppure quella frase ciascuno di noi l’avrà detta infinite volte. Allora: la gente comune è priva di logica, oppure possiede una logica diversa da quella della tradizione?
Strawson risponde che come è lecito all’uomo comune non amare l’algebra, così gli può esser concesso di non amare la logica. Ciò significa che può parlare in maniera del tutto illogica? No, questo lo fanno solo i matti. Solo fino a un certo punto l’uomo comune può contraddirsi: può dire “quel film mi è piaciuto e non mi è piaciuto”, ma non può dire “sono uscito di casa e non sono uscito di casa”. Che differenza c’è? Nel primo caso non si tratta di una vera contraddizione, perché è evidente che il parlante impiega un’espressione ambigua solo all’apparenza (avrebbe potuto dire: “in parte mi è piaciuto, in parte no”). Nel secondo caso invece la contraddizione è reale, perché non si tratta di una mera locuzione espressiva.
Quando compie affermazioni come la prima, l’uomo comune non è irragionevole, anche se all’apparenza viola il principio di non contraddizione. L’importante è che, nel farlo, egli resti coerente con se stesso. “Che c’è di male nel contraddire se stessi?…Un uomo che si contraddice può aver esercitato con successo le sue corde vocali… L’intento di una persona che si contraddice può essere quello di creare imbarazzo” (Introduzione alla teoria logica, p.5). Essenziale è che quella contraddizione non manifesti un’insensatezza. Purché un individuo resti coerente, perché gli si deve vietare di usare un’espressione apparentemente contraddittoria? Se nel caso del film appena visto lo spettatore dicesse: “il film non mi è piaciuto, quindi tornerò a rivederlo con piacere”, di per sé quest’espressione sarebbe inammissibile, a meno che non fosse detta in senso ironico, cioè con l’intento di asserire il contrario.
Alla base di queste semplici osservazioni sta una convinzione che è merito di Strawson aver sostenuto: ogni asserzione, anche quella più esplicita, è condizionata dal contesto in cui viene proferita. Le asserzioni che un individuo compie non sono delle monadi leibniziane, ma vanno considerate all’interno del discorso o della situazione in cui vengono formulate.
Se si accettano questi principi, allora l’intero impianto della logica tradizionale diventa assai più elastico di quanto non si credeva, e va quindi riconsiderato da principio. Questo è appunto il compito inconsueto che Strawson si propose col suo libro: dichiarava di scrivere un’introduzione alla logica formale, ma in realtà intendeva processarla, non con l’intento di demolirla, ma di ridimensionarla.
Dopo mezzo secolo il suo processo torna ad essere di attualità. Nel mettere la logica formale sul banco degli imputati, Strawson trovava un precedente illustre nella teoria del secondo Wittgenstein. Com’è noto, Wittgenstein, dopo avere elaborato un sistema rigoroso di logica nel Tractatus del 1927, nella seconda metà degli anni Trenta cambiò idea e ritenne che esso esprimesse solo una porzione del linguaggio, quella corrispondente al linguaggio scientifico, ma rimanesse escluso il linguaggio ordinario. In base al suo celebre esempio, i consueti ordinamenti del linguaggio sono come il nucleo di una città attorno al quale si sviluppa disordinatamente una periferia che non rispetta le regole di quel nucleo sia nelle sue forme di linguaggio ordinario sia in quelle di nuove specializzazioni (cfr. Ricerche filosofiche, 18).
Ma, pur con questo precedente, l’intento di Strawson fu quello di operare una rivoluzione più radicale. Non si limitò a constatare che accanto al linguaggio scientifico esiste un linguaggio ordinario più libero e disordinato, ma sostenne che lo stesso linguaggio logico deriva le proprie norme dalla prassi del linguaggio ordinario. Cioè non è che l’uomo abbia prima costruito teoricamente un sillogismo e poi lo abbia riempito di contenuti empirici, bensì avrebbe operato in senso inverso: prima si è messo a ragionare sulle situazioni di fatto in base alle regole implicite nel linguaggio di cui faceva uso, poi ha estratto da questi ragionamenti un complesso di norme, che ne rappresentano un ideale modello astratto. Tale è appunto la logica formale.
In direzione di questa prospettiva, Strawson ha evidenziato come le costanti linguistiche “e”, “o”, “se…allora”, “tutti” mutino il loro comportamento, talora in maniera radicale, quando passano dall’uso ordinario del linguaggio a quello logico. La sua denunzia di queste anomalie è paragonabile a una serie di attentati terroristici contro il quieto vivere della logica. Prendiamo la più semplice di esse, la congiunzione, che solitamente si esprime attraverso la “e”. Nel linguaggio ordinario la congiunzione “e” può sottintendere una successione cronologica, che impedisce l’inversione delle frasi congiunte. Ad esempio, la proposizione “essi si sposarono ed ebbero un bambino” non è commutabile nella sua inversa “essi ebbero un bambino e si sposarono”. Invece per il linguaggio logico la congiunzione tra due proposizioni “q e p” è sempre equivalente alla congiunzione inversa “q e p”. Cioè quando la congiunzione colloquiale si trasforma in congiunzione logica, cambia le regole del proprio uso. In questo caso la spiegazione del cambiamento di regole è dovuta al fatto che il linguaggio logico non contempla la dimensione temporale, che invece è essenziale per il linguaggio ordinario.
Ma questa giustificazione non vale nel caso del passaggio di altre espressioni dall’impiego colloquiale a quello logico. Prendiamo la locuzione se… allora Nel linguaggio ordinario essa genera un collegamento vero soltanto quando congiunge due fatti di cui il primo sia la causa del secondo. Ad esempio, poniamo che all’ingresso di uno stadio sia posto il cartello “Se piove, l’incontro viene sospeso”. Per il linguaggio comune questa affermazione risulta vera solo nel caso che la sospensione dell’incontro non sia soltanto successiva all’arrivo di una pioggia, ma sia causata da essa. Se invece si mette a piovere, ma l’incontro viene sospeso perché, supponiamo, è morto il capo dello stato, allora questa circostanza non è sufficiente a rendere vera la proposizione. Invece nel linguaggio logico se si dà il caso che prima piova e poi l’incontro venga sospeso per un qualsiasi motivo, l’affermazione risulta comunque vera, anche se la sospensione non è dovuta alla pioggia. Questa differenza dipende dal fatto che nel linguaggio ordinario la locuzione se…allora non si limita a denotare una successione, ma denota anche un rapporto di causa ed effetto, mentre per il linguaggio logico è sufficiente la contemporanea verità di un antecedente e di un conseguente perché l’affermazione risulti vera. (Invero gli esperti di logica sanno che le combinazioni di verità e falsità presenti in una implicazione sono più complesse, ma non è il caso qui di enuclearle).
Ma la sfasatura che avviene nel passaggio dal linguaggio ordinario a quello logico non si verifica soltanto per la mancanza, in sede logica, della componente temporale (come nel caso della congiunzione “e”) o di quella causale (come nel caso dell’espressione se…allora), bensì può derivare semplicemente dal fatto che la logica non tiene conto del contesto accidentale di una proposizione. È il caso dell’espressione “tutti”, ad esempio nella frase “tutti gli uomini al ricevimento portavano lo smoking”. Nel linguaggio ordinario questa espressione, ovviamente, non viene usata se si tratta di un ricevimento riservato solo alle donne, giacché in tal caso l’espressione risulterebbe priva di senso. Invece, e nel rilevarlo Strawson è impietoso, in sede logica non soltanto può risultare vera questa asserzione, ma anche quella contraria “nessun uomo al ricevimento portava lo smoking”. Ciò perché in logica a un insieme di persone o di cose inesistenti si possono attribuire indifferentemente sia un dato predicato sia quello opposto senza incorrere nell’accusa di falsità.
Ma Strawson, a differenza dei famigerati kamikaze, sopravvive a ciascuno dei suoi attentati, pronto a perpetrarne subito un altro. Ha mostrato cioè che, pur prescindendo da queste differenze specifiche tra il linguaggio ordinario e quello logico, in ogni caso quest’ultimo possiede una libertà molto minore di quello ordinario. Esaminiamo l’espressione: “Nel disastro del Titanic c’era almeno una donna fra gli scampati”. Se vogliamo esprimere questo fatto in linguaggio logico, possiamo servirci dell’espressione “Esiste almeno un superstite di quel naufragio di sesso femminile”, in quanto nel bilancio dei superstiti uno di essi è donna. Ma per il linguaggio ordinario una espressione come quest’ultima è vera solo se quel superstite è ancora in vita. Invece l’espressione originaria “C’era almeno una donna fra gli scampati” lascia aperta la domanda se quella donna sia poi morta o se, in quanto longeva, sia ancora viva.
Riassumendo, per Strawson nel linguaggio ordinario affinché una espressione sia vera è sufficiente che sia vero il messaggio che essa intende trasmettere all’ascoltatore: “Noi non giudichiamo la nostra pratica linguistica alla luce di regole antecedentemente studiate. Sono le regole che vengono formulate alla luce dello studio della pratica corrente” (Introduzione, p.297).
Strawson non adoperava quello che dopo di lui è diventato il termine tecnico, cioè l’intenzionalità, ma ne ha implicitamente individuato l’importanza nella prassi linguistica. In essa cioè quel che conta è l’intenzione del parlante, in quanto conferisce il senso a una proposizione, prima ancora che essa possa venir giudicata vera o falsa. Dopo Strawson l’intenzionalità è diventato uno degli argomenti più gettonati dagli studiosi del linguaggio. Già il collega e collaboratore di Strawson, H. P. Grice, focalizzò il problema dell’intenzionalità linguistica elaborando una nota logica della conversazione. Ma dopo di lui il tema dell’intenzionalità è diventato il cardine delle più importanti ricerche linguistiche. Basta ricordare l’opera di John Searle, il quale ha dedicato all’intenzionalità del linguaggio una delle sue opere principali.
Ma c’è un motivo più generale che fa di Strawson un precursore delle trattazioni logiche d’oggi, soprattutto di quelle imparentate con la scienza cognitiva, ormai dilagante: la convinzione che il ragionamento umano deragli spesso e volentieri dai binari prestabiliti della logica e che lo faccia in maniera non accidentale. Si veda come questa convinzione venga oggi espressa dall’americano Philip Johnson-Laird. Per lui la teoria tradizionale di una logica formale nella testa non funziona. La mente costruisce da sé i suoi procedimenti in base ai rapporti che viene a creare tra le sue strutture e le diverse situazioni contingenti: “Il contenuto di un problema può influenzare il ragionamento e questo fenomeno è contrario alla nozione di regole formali di inferenza” (La mente e il computer, Bologna 1997, p.243).
Per Johnson-Laird la spiegazione dei nostri procedimenti logici può assumere tre forme. La prima di esse è la struttura delle relazioni logiche congenita alla mente umana e teorizzata dalla tradizione. V’è poi una seconda fonte, che è quella particolarmente evidenziata da Strawson: si tratta dei principi specifici che sorgono dall’applicazione delle astratte regole logiche ai casi concreti della vita. Ma a queste due fonti Johnson-Laird ne aggiunge una terza, quella dei modelli che la mente si va via via creando per dar forma al processo di adattamento delle regole generali alle situazioni concrete. Com’è noto, questa teoria dei modelli ha reso celebre il pensiero di Johnson-Laird. Però non poteva sorgere senza la convinzione, strawsoniana, che le leggi generali della logica subiscono modifiche non marginali al momento della loro applicazione ai casi concreti.
Anche Strawson si è ribellato contro la rigidità dei principi logici tradizionali mostrando come spesso il pensiero comune li violi in vista della loro applicazione alle situazioni empiriche che di volta in volta si presentano. In questo modo ha aperto la via a una serie di studi volti sia a sottolineare l’insostenibilità dell’immobilismo logico tradizionale sia a cercare regole meno rigide che consentano di non abbandonare il pensiero al caos dell’irrazionalità senza però legarlo ai ceppi della tradizione. Johnson-Laird costituisce appunto un esempio di questa nuova direzione di studi che si va via via arricchendo insieme col complicarsi delle nuove prospettive degli studi sulla mente e sul linguaggio.
Questa ribellione di Strawson contro la tradizione non è un fatto isolato nel moderno pensiero inglese. Essa si colloca nel solco di un anticonformismo che ha il suo grande progenitore in Hume. La lotta contro il pregiudizio è comune pure ad altri mondi culturali quale quello francese, ma tipico del pensiero anglosassone è la tendenza a rinnovare il pensiero attraverso uno shock dirompente. È l’equivalente filosofico del terrorismo politico, finalizzato però a esiti non disfattisti. Non c’è filosofo che in campo gnoseologico abbia terrorizzato il pensiero corrente più di quanto non abbia fatto Hume con la sua celebre critica al principio di causa. Anche se l’effetto dirompente prodotto da Strawson è stato inferiore, tuttavia anche lui ha messo in discussione il principio cardine della logica, quello di non contraddizione non diversamente da come Hume aveva aggredito il fondamento stesso della gnoseologia mettendo in discussione la causalità. Questi, com’è noto, svegliò Kant dal suo sonno dogmatico; Strawson non svegliò nessuno, ma ha disturbato il sonno di parecchi logici. Dopo di lui il principio di non contraddizione non è più un dogma, perché possiamo sempre “dare un senso ad enunciati che, a prima vista, sembrano auto-contraddittori” (Introduzione, p.297).

(Pietro Emanuele è professore ordinario di storia della filosofia all'Università di Messina)

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