LA LETTURA DEL FINE SETTIMANA: ASOR ROSA E GLI INTELLETTUALI ITALIANI

L' intellettuale italiano: identikit di un impegno che nasce insieme ad una idea di nazione. Il grande silenzio, Intervista sugli intellettuali. Il libro di Alberto Asor Rosa , indaga la nascita e l'evoluzione del rapporto degli intellettuali italiani con la politica. Il disimpegno dilagante spiegato con acume e in una prospettiva storica.
Buona lettura.


Alberto Asor Rosa
Il grande silenzio
Intervista sugli intellettuali
Politica e cultura


D. Abbiamo detto che nel nostro paese, con rare eccezioni, l’intellettuale è sempre stato immerso nella lotta politica. Quali sono le cause di questa perpetua militanza?

R. Come ho cercato di argomentare all’inizio, in Italia, paese profondamente frammentato e diviso, e a lungo sottoposto a una forte egemonia della Chiesa cattolica, gli intellettuali si schierano decisamente a favore di questa o di quella posizione fin dagli albori del processo di unificazione nazionale: cioè, per intenderci, almeno secondo me, dalla metà del XVIII secolo (Illuminismo, ma non solo: perfino alcuni studiosi gesuiti «illuminati» potrebbero essere collocati in questo contesto). Ed è appena il caso di ricordare il ruolo esercitato dagli intellettuali nel corso del nostro Risorgimento. È vero però che l’«impegno» si accentua e si chiarisce soprattutto tra Ottocento e Novecento, quando gli intellettuali risultano fortemente impegnati nella costruzione di qualche cosa che in precedenza non c’era, e cioè l’Italia come nazione: prima in veste di ideologi e organizzatori della cospirazione, più tardi come edificatori di questo organismo assai tardivo e anomalo che è la nazione italiana. È qui che si forma una tipologia intellettuale che segnerà i decenni successivi, caratterizzata da un nesso indissolubile tra politica e cultura: modello che reggerà fino agli anni Settanta e Ottanta, quando subirà (come ho già accennato) un tremendo scossone ad opera di mutamenti strutturali e di esperienze storiche italiane e internazionali. Un personaggio esemplare di questo doppio impegno può essere individuato in Francesco De Sanctis, che si pone esplicitamente il compito di costruire un tessuto ideologico, politico e culturale nazionale. Patriota, ministro della Pubblica Istruzione, critico militante, nella celebre Storia della letteratura italiana (1870-1871) egli compose la storia civile d’un popolo, dando vita a un’opera che può essere considerata esemplare della rinascita nazionale italiana. Un altro saggio rivelatore dell’atteggiamento etico di De Sanctis è L’uomo del Guicciardini, pubblicato nel 1869: Guicciardini è per lui il prototipo dell’intellettuale italiano colto e sagace, intelligente e sapiente, ma preoccupato unicamente del proprio tornaconto personale, del proprio «particulare», della propria privata «riputazione», astrattamente capace di riconoscere la via giusta, ma «impotente» a batterla. All’«uomo italiano» della decadenza si contrappone l’«uomo italiano» del Risorgimento, pronto a schierarsi e a combattere.

D. In sostanza lei dice che l’impegno politico dell’intellettuale italiano è da attribuirsi al ritardo con cui la nazione italiana nasce rispetto alle altre nazioni europee?

R. Sì, sono persuaso che questo nesso sia stato così forte e così determinante nella storia italiana proprio perché gli intellettuali vengono chiamati a edificare una coscienza e anche strutture intellettuali nazionali, che nei secoli precedenti non avevano avuto modo di formarsi. In Italia esisteva un problema che altrove neanche si poneva o si poneva in forma molto più attenuata: quello di creare una cultura che, conformemente a quanto si veniva facendo nel campo delle strutture (scuola, alfabetizzazione ecc.), favorisse la crescita di un comune sentire nazionale. Pensiamo al ruolo che nell’istituzione scolastica hanno esercitato personalità come De Sanctis, Gaetano Salvemini, Giovanni Gentile, Lucio Lombardo Radice, per fare solo pochi nomi. Più recentemente un grande linguista come Tullio De Mauro ha dedicato alla scuola italiana molte delle sue energie. Del resto, di questa simbiosi tra cultura e costruzione nazionale è viva la coscienza anche sul piano europeo, come ricordavo poc’anzi a proposito di Thomas Mann. E se si volesse allargare un po’ più lo sguardo, bisognerebbe pensare in Francia a una personalità come Émile Zola e all’importanza europea assunta dall’«affaire Dreyfus».

D. Un matrimonio, quello tra cultura e politica, destinato però a mostrare fin da principio qualche irrequietezza.

R. Su questo impegno nazional-unitario, determinato dalla situazione storica, si innesta un secondo elemento rappresentato inizialmente dalla giovane intellettualità dissidente e critica di primo Novecento. Essa si muove in una direzione del tutto diversa rispetto all’intellettuale patriota di tipo risorgimentale e nazionale, rompendo schieramenti politici e ideologici organici e organizzati. Ha così avvio un filone costitutivo della storia intellettuale italiana del Novecento, affidato all’idea che i maîtres à penser dovessero influire sulle scelte della politica con i propri strumenti, dunque in modo autonomo e spesso contrappositivo rispetto ai partiti tradizionali e ai loro intellettuali.

D. Nasce cioè il progetto d’un «partito degli intellettuali», altra costante della storia d’Italia.

R. Sì, nasce la «classe dei colti» di Giuseppe Prezzolini e non è casuale che essa trovi espressione in una rivista che si chiama «La Voce»: i suoi artefici aspirano a essere «una voce» che non si identifica nei partiti esistenti e negli schieramenti dominanti. Manifestano una critica serrata nei confronti dell’esistente. Sono antisocialisti e insieme antigiolittiani (ne parlarono molti anni fa alcuni miei giovani allievi, Abruzzese, Micocci, Strappini, nel bel volume laterziano intitolato appunto La classe dei colti). Il rifiuto dell’Italia contemporanea è totale. «Questa Italia non ci piace» era il loro motto. Nasce una sorta di «psicologia intellettuale collettiva» – se così possiamo chiamarla – che attraverserà anch’essa la storia italiana, anche in tempi più recenti. Questo filone a un certo punto urta clamorosamente – questo è un passaggio fondamentale – con l’insorgenza di una terza ipotesi politico-istituzionale, quella rappresentata dal fascismo, che non è né socialista né giolittiana esattamente come non lo erano loro, gli attivisti della «classe dei colti». In presenza di questa terza strada – che, diversamente dalla loro, si fa pratica e diventa politica e storia – il partito degli intellettuali si dissolve. A quel punto Prezzolini fonda la Società degli Apoti, cioè di quelli che non la bevono, in dura polemica con il suo allievo prediletto, Piero Gobetti. Essa altro non è che la riproposizione d’un partito degli intellettuali che in presenza d’un conflitto radicale, come quello che si manifesta negli anni Venti tra proposta fascista e sistema liberaldemocratico, rinuncia a prendere partito, con il pretesto di «volare alto». Non si schiera, né di qua né di là. Una fenomenologia intellettuale che perdura fino a oggi.

D. Sta dicendo che la Società degli Apoti in Italia non s’è mai sciolta?

R. È un filone che, spesso senza dichiararsi, attraversa tutto il Novecento italiano. Quando nel 1931 il fascismo impone il giuramento di fedeltà ai professori universitari, soltanto quattordici su circa milleduecento rifiutano di firmare. Non è che tutti gli altri fossero fascisti: la maggior parte apparteneva al perdurante partito degli Apoti, nel senso che giuravano fedeltà a una specie di nicodemismo di massa, cioè la bugia collettivizzata e interiorizzata.

D. Una volta lei ha scritto che il corpo letterario italiano è indissolubilmente legato a un destino di sconfitta e di dolore. Estenderebbe il giudizio a tutto il ceto dei colti?

R. No, esso mi sembra assai più vano, più ondivago. I grandi letterati sono doloranti, il ceto colto oscilla tra sofferenza e vanità. Il rapporto con il fascismo da questo punto di vista è significativo: solo in pochi si schierano «contro», a costo di sofferenze e sacrifici; la gran parte si piega. Anche la pratica dell’esilio fu molto più forte in Germania; da noi coinvolse soltanto eroiche minoranze. Emigrarono (in fretta) dal loro paese personalità del calibro dei fratelli Mann, di Theodor Adorno, di Walter Benjamin. Quando l’Austria fu invasa, furono costretti a fuggire Sigmund Freud, Franz Werfel e altri. Quando anche la Francia fu invasa, Benjamin, in fuga verso i Pirenei, preferì uccidersi che cadere nelle mani dei nazisti. Dall’Italia scapparono solo gli studiosi più politicizzati, gruppi ristretti di antifascisti militanti. È vero che il totalitarismo nazista ebbe caratteristiche più cruente rispetto al totalitarismo italiano, ma i nostri intellettuali non mostrarono davvero una tempra da resistenti.

D. Una pagina ancor più nera fu quella rappresentata dall’ossequio della cultura italiana alle leggi razziali. Le ricerche tratteggiano un’intellettualità codarda, servile, in alcuni casi zelante nel rivendicare il proprio arianesimo. Quando nel 1938 fu diffuso negli istituti di cultura un foglio di censimento per discriminare gli ebrei, l’intero corpo culturale italiano – con la sola eccezione di Benedetto Croce e Gaetano De Sanctis – accettò di compilarlo. Come è stato possibile?

R. All’origine di tutto, ancora prima della nascita del fascismo, c’è lo scollamento di ampie zone della cultura italiana rispetto allo stesso modello liberaldemocratico. Non è possibile dimenticare che, quando Mussolini prese il potere, poté contare sul contributo di personalità di alto profilo quali Giovanni Gentile e Alfredo Rocco, Gioacchino Volpe e Luigi Pirandello. Il mondo accademico nazionale presto vi si adeguò, non opponendo resistenza. Questa subalternità, corale e con poche increspature, raggiunse il suo fondo più vergognoso con l’accettazione delle leggi razziali, con il beneficio tratto dall’esclusione degli ebrei dalle università e dalle case editrici, in qualche caso con il delirio di una fiera rivendicazione di arianesimo. Perché accadde tutto ciò? Ma questo è il destino storico della cultura italiana, soprattutto quando non c’è all’orizzonte la possibilità di un’alleanza con una forza o un potere che si presenti seriamente come alternativo. Gli intellettuali, in Italia, si sono sempre adeguati, salvo che nei momenti di più acuta crisi (la Resistenza, ad esempio, cambia le cose per alcuni, soprattutto giovani, se non per molti).

D. Il nicodemismo è una malattia nazionale permanente?

R. Anche oggi, dinanzi a una democrazia fortemente degradata sul piano politico ed etico, non vedo moltissime sentinelle pronte a lanciare l’allarme. La tendenza più diffusa è quella a «non schierarsi» oppure, ma è più o meno la stessa cosa, a «stare sopra la mischia». Ma sulle analogie che legano il fascismo al berlusconismo torneremo più avanti. Per continuare con la famiglia degli Apoti, essa è andata raccogliendo nel corso dei decenni simpatizzanti organici come Giovanni Ansaldo o Mario Missiroli, non provinciali, abbastanza cosmopoliti ed europei, ex liberali o ex filosocialisti, e pure accomunati agli altri da questo inesorabile, estenuato scetticismo, strumento di qualsiasi opportunismo, e dunque destinati esemplarmente a far da ponte tra il fallimento delle testate indipendenti prefasciste e la soggezione delle stesse testate nel postfascismo alla volontà dei potentati democristiani. È insomma quella tipologia intellettuale che dice male con gran gusto e con grande umorismo del potere, per poterlo poi servire meglio. La frase di Indro Montanelli «Mi turo il naso e invito a votare Democrazia cristiana» è la cifra immortale di un’educazione: poi negli ultimi anni di vita il giornalista si riscuoterà dal suo atteggiamento più consueto, opponendosi a Berlusconi con tutte le sue energie. Berlusconi aveva passato il segno anche per il suo estenuato scetticismo.








La recensione:
La Repubblica - giovedì 17 settembre 2009
L'intellettuale perduto


Che fine ha fatto l'intellettuale, questa figura sorniona o ammonitrice che, dall'età dei Lumi in avanti, ha animato in Occidente il palcoscenico del vivere civile? È scomparso, si è autopensionato, ha «marcato visita»? Qualcuno gli ha intimato di non farsi più vedere? Oppure viene dato per disperso, come può capitare al termine d'una battaglia? Dobbiamo dirgli addio o ci verrà ancora incontro, vestito magari alla moda di un'altra epoca? Duecento pagine, da oggi in libreria, cercano di metterci sulle sue tracce.

S'intitolano Il grande silenzio e vi si legge un'intervista, condotta da Simonetta Fiori, con Alberto Asor Rosa (Laterza). Chi domanda e chi risponde formano una coppia di persone informate dei fatti, si direbbe in pretura. Le provocazioni della Fiori, redattrice di questo giornale e attenta studiosa della cultura contemporanea (o di ciò che ne resta in tempi di caduta del pil intellettuale) colgono spesso nel segno.

Nelle risposte si riverbera la biografia dell'intervistato, cattedratico e uomo di lettere che ha assunto, in varie stagioni della vita nazionale, un ruolo da militante. O da protagonista.

Eccoli, dunque, a discutere. L'arco temporale del tema di cui si tratta ― a parte le sue radici che risalgono alle fonti stesse pensiero liberale e progressista ― si estende in massima parte dall'ultimo dopoguerra ad oggi.

Mezzo secolo e più di vita democratica, che qui viene riesaminato con l'ottica di chi, come l'intervistato, l'ha vissuto «da sinistra». Vale a dire, a ridosso di quel Pci che, nell'acclimatare in Italia le liturgie del comunismo sovietico, vi praticava integrazioni di efficace richiamo, fino a far pensare ― per il numero e la qualità delle adesioni raccolte fra gli intellettuali ― di aver instaurato in quel campo una sorta di monopolio: ed è qui il caso di ricordare en passant la diatriba in materia di «egemonia culturale» della sinistra che, esplosa nei tardi anni Quaranta sulla scia di un non casuale ma certo malcapitato suggerimento gramsciano, anima ancora oggi tanti articoli di fondo, frementi di postumo scandalo.

Come Moravia usava raccontare parlando di se stesso e di Sartre, anche per Asor Rosa i rapporti con il Pci sono stati «ora vicini, ora lontani, ondeggianti, da far venire il mal di mare»: come si conviene a chi non contempla fra i propri talenti lo spirito gregario. In particolare, pur nelle file d'un partito che poneva chiari limiti al dibattito interno, il professore non riesce ― così afferma in una risposta ― «a considerare positiva un'attività di pensiero che decisamente si subordini a un comando, quale che sia». Con buona pace di Gramsci, la figura dell'intellettuale organico ― e nel Pci se ne trovavano di illustri e coriacei, da Emilio Sereni a Mario Alicata e Carlo Salinari ― non lo affascina. Fra i propri ideali progenitori, lui annovera Marx accanto a Nietzsche. Ammira Norberto Bobbio. Esclude che la militanza nel Pci debba vietargli la lettura d'un Koestler o d'un Silone. Né si sottrae alla degustazione del «grande romanzo decadente europeo: Mann, Proust, Joyce, Woolf, Musil», oltre che di quello nostrano, da Verga a Svevo, da Gadda a Pirandello (è la Fiori a ricordarglielo). Quanto ad altri autori, Pratolini, Vittorini, Pavese, Pasolini, egli ne stroncava i «lavori populistici» privilegiando le loro opere «meno intaccate dall'ideologia progressista».

Finché in un libro assai discusso del 1965, Scrittorie e popolo, egli liquidò l'argomento con un deciso giro di chiave: «Per fare della buona letteratura il socialismo non è stato essenziale». Addio dunque all'«engagement tradizionalmente inteso». E se non basta si aggiunga al conto la circostanza seguente: «Io», dichiara a un certo punto Asor, «sono l'unico al mondo ad aver letto tutto Dante e tutto Marx, comprese le virgole». Quasi a dire: chi non lo sa, s'informi.

«Engagé» talora persuaso e disciplinato, ma non a corpo morto.

«Difficilmente incasellabile» ed «eterodosso nell'ortodossia», lo giudica l'intervistatrice. Asor è fra quelli che, dopo il 1956, non rinnovano la tessera del partito, senza con ciò passare al «disimpegno». Essere o dichiararsi comunista o giù di lì non implica più, ormai, un'iniziazione dogmatica, un'investitura ecclesiale. All'orizzonte del protagonista di questo libro spunteranno così, in sequenza, l'esperienza operaista (con un frutto che gli parrà prezioso, la solidarietà fra operai e studenti), la dimensione riformista accolta sotto forma di adesione al femminismo e di plauso a divorzio e aborto, la scoperta dell'ambientalismo. In termini di partito, ci sarà per lui l'adesione al Psiup di Basso e Foa, e poi il ritorno nel Pci nel '72, alba dell'era berlingueriana (con elezione alla Camera nel 1979).

Seguirà, fra i suoi pensieri, un certo favore accordato al compromesso storico: il professore lo considera ancora oggi l'ultima «ipotesi di trasformazione» del Paese. Gli nascerà nell'animo un integrale rifiuto della violenza terroristica, foriera di una «catastrofe civile».

Venti o trent'anni sono lunghi da raccontare, specie se vi si sceneggia un lento declino. Ma proprio a uno spettacolo del genere ci invita, nel suo epilogo, questo libro-intervista. Ecco, sul versante negli anni Ottanta, affievolirsi, per poi scomparire, quel binomio cultura e politica che ha segnato il Novecento italiano.

Su questa progressiva sparizione Asor Rosa s'intrattiene qui senza visibili nostalgie. A ciglio asciutto. Con amarezza. Con energia, eloquenza, realismo, severità. E il lettore, riandando alle pagine appena percorse, le rivedrà sotto il segno di un virile disinganno. Non a caso l'intervistatrice evoca più volte, nella chiusa di questo lavoro, la parola «requiem». Nel tardo craxismo gli intellettuali, secondo Asor, non ottennero più ascolto.

Presero a esiliarsi in quel Grande Silenzio cui il volume s'intitola. Nel partito di Botteghe Oscure, ormai in disarmo, riuscirono a incidere assai poco. E alla fine il partito non ci fu più. Della decisione di scioglierlo, presa da Occhetto, il protagonista di queste pagine parla come di un errore commesso con «disinvoltura suicida». «Scassò tutto, come un bambino viziato»: è la formula che egli adotta.

La testimonianza che qui ci viene resa ― lo si sarà capito ― è personalissima. Esente da cautele diplomatiche e remore professorali: è il suo pregio. E perciò essa postula, e quasi sollecita, le riserve da parte di un lettore che ha avuto una storia diversa, coltivando su vari temi pensieri di altro tipo; e a parere del quale, per esempio, in quel 1991, il Pci non poteva far altro che dileguarsi dall'orizzonte politico prima che fosse troppo tardi: e già tardi era. Ma ciò che colpisce, più in generale, è l'idea che sul malinconico presente dell'Italia incida l'ascolto sempre più tenue che si presta alle voci di coloro che attribuiscono un qualche valore alle sue tradizioni civili. Ai suoi intellettuali, per esempio, se ancora si può usare impunemente il termine. Per la classe politica al potere, a partire dal suo vertice proprietario ― si afferma in una riga del Grande silenzio ― «la cancellazione di qualsiasi ipotesi culturale è l'unica ipotesi culturale».

Sentenza tutta da condividere.
(Da La Repubblia, articolo di Nello Ajello)

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