lunedì 30 novembre 2009

LETTERA AL FIGLIO

LA LETTERA.
Parla il direttore generale della Luiss Celli.

Un'aula dell'Università di Bologna.

Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo. Non ho rimproveri da farti. Finisci in tempo e bene: molto più di quello che tua madre e io ci aspettassimo. È per questo che ti parlo con amarezza, pensando a quello che ora ti aspetta. Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio.
Puoi solo immaginare la sofferenza con cui ti dico queste cose e la preoccupazione per un futuro che finirà con lo spezzare le dolci consuetudini del nostro vivere uniti, come è avvenuto per tutti questi lunghi anni. Ma non posso, onestamente, nascondere quello che ho lungamente meditato. Ti conosco abbastanza per sapere quanto sia forte il tuo senso di giustizia, la voglia di arrivare ai risultati, il sentimento degli amici da tenere insieme, buoni e meno buoni che siano. E, ancora, l'idea che lo studio duro sia la sola strada per renderti credibile e affidabile nel lavoro che incontrerai.
Ecco, guardati attorno. Quello che puoi vedere è che tutto questo ha sempre meno valore in una Società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l'affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza.

Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all'attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai. E' anche un Paese in cui, per viaggiare, devi augurarti che l'Alitalia non si metta in testa di fare l'azienda seria chiedendo ai suoi dipendenti il rispetto dell'orario, perché allora ti potrebbe capitare di vederti annullare ogni volo per giorni interi, passando il tuo tempo in attesa di una informazione (o di una scusa) che non arriverà. E d'altra parte, come potrebbe essere diversamente, se questo è l'unico Paese in cui una compagnia aerea di Stato, tecnicamente fallita per non aver saputo stare sul mercato, è stata privatizzata regalandole il Monopolio, e così costringendo i suoi vertici alla paralisi di fronte a dipendenti che non crederanno mai più di essere a rischio.

Credimi, se ti guardi intorno e se giri un po', non troverai molte ragioni per rincuorarti. Incapperai nei destini gloriosi di chi, avendo fatto magari il taxista, si vede premiato - per ragioni intuibili - con un Consiglio di Amministrazione, o non sapendo nulla di elettricità, gas ed energie varie, accede imperterrito al vertice di una Multiutility. Non varrà nulla avere la fedina immacolata, se ci sono ragioni sufficienti che lavorano su altri terreni, in grado di spingerti a incarichi delicati, magari critici per i destini industriali del Paese. Questo è un Paese in cui nessuno sembra destinato a pagare per gli errori fatti; figurarsi se si vorrà tirare indietro pensando che non gli tocchi un posto superiore, una volta officiato, per raccomandazione, a qualsiasi incarico. Potrei continuare all'infinito, annoiandoti e deprimendomi.

Per questo, col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell'estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati. Probabilmente non sarà tutto oro, questo no. Capiterà anche che, spesso, ti prenderà la nostalgia del tuo Paese e, mi auguro, anche dei tuoi vecchi. E tu cercherai di venirci a patti, per fare quello per cui ti sei preparato per anni.

Dammi retta, questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi. Tu hai diritto di vivere diversamente, senza chiederti, ad esempio, se quello che dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel mirino, magari subdolamente, e trovarti emarginato senza capire perché.


L'università La Sapienza di Roma

Adesso che ti ho detto quanto avrei voluto evitare con tutte le mie forze, io lo so, lo prevedo, quello che vorresti rispondermi. Ti conosco e ti voglio bene anche per questo. Mi dirai che è tutto vero, che le cose stanno proprio così, che anche a te fanno schifo, ma che tu, proprio per questo, non gliela darai vinta. Tutto qui. E non so, credimi, se preoccuparmi di più per questa tua ostinazione, o rallegrarmi per aver trovato il modo di non deludermi, assecondando le mie amarezze.

Preparati comunque a soffrire.

Con affetto,
tuo padre

L'autore Celli è stato direttore generale della Rai. Attualmente è direttore generale della Libera Università internazionale degli studi sociali, Luiss Guido Carli.
(30 novembre 2009)

IL BRAINSTORIMING? UNA BOIATA


Da La Stampa Libri:

"Il bravo manager non esiste. La formazione non serve a nulla. La leadership partecipativa fa un sacco di danni. Le presentazioni in Power Point sono inutili. Le multinazionali sono come i ministeri. In gruppo si rende la metà. Gli open space fanno solo casino. La certificazione ISO fa perdere tempo. Vision, mission e valori aziendali sono aria fritta. I master sono soldi buttati. Le ricerche di mercato non servono a nulla. Ridurre i costi porta al fallimento. La Responsabilità Sociale d'Impresa CSR è solo una questione di facciata." Ecco un'analisi spietata, senza mezzi termini, dei principali stereotipi e luoghi comuni che infestano i corridoi, l'area caffè e i bar circostanti di ogni azienda, piccola e grande.
I master sono soldi e tempo buttati. E la formazione manageriale non vale nulla. Gli open space non servono e sono stressanti. E i capi bastardi sono i migliori.
Non è finita. Il brainstorming è una boiata pazzesca (perchè perdere due ore del proprio tempo per vomitare assurde ca... che, se va bene, serviranno a far ridere gli amici durante la cena del sabato sera?). La grande impresa ha vita breve e fare utili e tagliare i costi porta al fallimento. Infine, la carriera è un’illusione (quindi, non serve restare in ufficio sino alle 22). Questi i messaggi di un divertente manuale che affossa in un colpo solo tutto ciò che ci hanno voluto far credere finora. Soprattutto quei manuali che vanno tanto per la maggiore negli Stati Uniti e che guidano per mano l’aspirante manager. Per non dire degli studi e delle ricerche sul campo, che - sostiene l’autore - spesso si rivelano come le previsione meteorologiche: mettono in guardia per il weekend sotto l’acqua e poi c’è un sole che spacca le pietre.
Fra le altre idee controcorrente esposte nel libro, viene analizzato come fare utili tagliando le spese (strategia di gran moda soprattutto in tempo di crisi) possa portare ad abbelllire i bilanci nel breve termine ma condurre al fallimento nel medio-lungo periodo.

Autore: Nicola Zanella
Titolo: Il brainstorming è una gran caxxata
Editore: Sperling & Kupfer
Pagine: 128
Prezzo: 16,50 euro

domenica 29 novembre 2009

UNA BIBLIOTECA AL SAPORE DI BIRRA


Open Air Library Magdeburg, Germany. Foto di Anja Schlamann

Qui a Roma abbiamo il Bibliobus (una specie di biblioteca ambulante con pochi volumi che fa il giro della città a giorni fissi della settimana), una bella idea - ma piccola e normale, come la voglia degli italiani di leggere...
A Magdeburg c'è la biblioteca open-air (all'aperto) eco-sostenibile e sempre aperta. Gli abitanti di questa città dell'ex Germani dell'Est, hanno contribuito alla realizzazione del progetto dei Karo Architekten: una biblioteca per il paese, all'aperto, realizzata con le casse di birra e i libri dei cittadini. Per ogni prestito non serve nè modulo da compilare nè altra procedura burocratica. Basta il senso civico per restituire il libro appena si è finito di leggerlo.
Se non sapete quale libro prendere in prestito, per gli appassionati del genere, vi invito a leggere la trilogia di Alan D. Altieri, Magdeburg, un thriller avvincente edito da Corbaccio.

sabato 28 novembre 2009

IL LIBRO DEI PARADOSSI


Il paradosso è un corto circuito della logica reso possibile dall'ambiguità della lingua che adoperiamo e che ci adopera. Il paradosso rende le virtù vizi e i vizi virtù. Il paradosso è una sorta di gioco d'azzardo della lingua, che afferma e nega allo stesso tempo. I paradossi di Oscar Wilde hanno scardinato logiche mostruose dell'epoca vittoriana.
Per un approfondimento sulla natura del paradosso vi consiglio il libro di Franca D'Agostini Paradossi, edito da Carocci (pagg. 208 euro 18,30). In un'epoca sempre più paradossale è forse necessario capire cosa sia il paradosso e perché in alcune epoche torni ad essere l'elemento centrale del nostro linguaggio.

Ecco il contenuto del libro, per invischiarvi...nel paradosso!

Indice - Sommario

-Introduzione

-Simboli e altre convenzioni

Parte prima

- Premesse

1. Che cosa è un paradosso?

- Due definizioni - La definizione qui adottata

2. Che cosa è una contraddizione?

- Esempi - Precisazioni su contrarietà, inconsistenze, autocontraddizioni

3. Contraddizioni irriducibili

- Neutralizzare le contraddizioni - Due tipi di paradossi



Parte seconda

- Quasi-paradossi

4. Paradossi falsidici

- Paradossi veridici e falsidici - Dalle fallacie ai paradossi - Oggetti impossibili?

5. Condizionali difettosi

- La bottega del barbiere e altre illusioni cognitive - Le ragioni degli errori - Logica e pensiero comune

6. Probabilità

- I taxi di New York - Due tre e tre due - La Bella Addormentata

7. Domande che vincolano la risposta e regole che obbliganoa disobbedire

- Il paradosso della domanda - La domanda migliore - Domande autoreferenziali e materiali - Unexpected hanging

8. Dilemmi

- Forma e origine dei dilemmi - La soluzione dei dilemmi e i paradossi

9. Prigionieri

- Il dilemma di Newcomb - Il dilemma del prigioniero - Altri dilemmi dell'azione sociale - Dalla morale alla metafisica

10. Evidenze paradossali

- La verità e altri concetti - Il paradosso della conoscibilità - Onniscienza e onnificienza - Che cosa prova la prova di Fitch?



Parte terza

- Mentitori e soriti

11. Mentitori

- Varianti - Come è fatto il mentitore - Dinamica - Mentitori senza negazione e senza autoriferimento

12. Soluzioni

- La soluzione gerarchica - Truth value gap Truth value glut - Quante contraddizioni?

13. Soriti

- Forma e genesi del sorite - Generalizzazione del problema - Supervalutazionismo e logica fuzzy

14. L'importanza pubblica della vaghezza

- Il dualismo oggetti-proprietà - Perché è importante il problema della vaghezza

Conclusioni

Elenco dei paradossi e quasi-paradossi trattati

giovedì 26 novembre 2009

LA NEBBIA



Viandante sul mare (olio su tela, 1818 -di Caspar David Friedrich)

Parla di nebbia l' articolo di Umberto Eco apparso su La Repubblica ieri. Mi ha subito affascianato l'idea di un libro dedicato al simbolo della nebbia in letteratura. Proprio nel momento in cui, con i juniors, parliamo de Il ritratto di Dorian Gray, di Oscar Wilde e della nebbia che, a partire dal capitolo undicesimo si insinua tra le pagine del romanzo, fino ad impregnarne le pagine.
Vi ho parlato di John Ruskin e di fallacia patetica, dei fenomeni atmosferici che svelano, come specchi, l'anima dei personaggi della letteratura soprattutto romantica. La nebbia resta, tra i simboli studiati, l'elemento atmosferico più suggestivo. La nebbia è impedimento, limitazione di visibilità, per questo è perfetta a trasmettere sensazioni di angoscia, desolazione, paura, morte. Ma ha anche una accezione positiva: simbolo di rifugio, protezione, consolazione.
Sugli scaffali della mia libreria ritrovo un volumetto di racconti, edito da Foschi (ohps!) Editori di Forlì, intitolato Oltre la nebbia, tutte le storie hanno in comune un elemento: la nebbia. In questa raccolta ritrovo il racconto di Lucarelli Jacko, la storia di un assassino nato in Giamaica che non aveva mai visto la nebbia e che dalla nebbia è spinto a riflettere sulla propria esistenza.
La nebbia è anche l'oggetto di un interessantissimo studio di Remo Ceserani
La nebbia: luoghi reali e metaforici (Stanford University)
Ecco per voi l'ABSTRACT della pubblicazione (in inglese).
The fog as an atmospheric phenomenon and as represented in literary and poetic landscapes in German, English, French, Italian and Spanish texts. Frequent presence of the theme in some literary genres, as the fantastic story or detective fiction. Metaphoric and symbolic use of the image of fog to express obfuscation of the senses, confusion of mind, solitude, forgetfulness, nostalgia, melancholy, loss of consciousness, desperation, unforeseeable future, death, holocaust. A particularly insistent symbolic and even allegorical use of the fog in Spanish literature: probably due to the influence of Unamuno's novel Niebla (1914)

Parleremo di questo simbolo la prossima settimana. Per il momento vi lascio con le parole di Eco godetevi sole, tacchino (Thanksgiving) e letture di fine settimana. A lunedì!

"Nella nebbia sei al riparo del mondo esterno, a tu per tu con la tua interiorità. Nebulat ergo cogito. Per fortuna dalle mie parti quando non c' è nebbia, specie di primo mattino, "scarnebbia". Una specie di rugiada nebulosa che, anziché illuminare i prati, si leva a confondere cielo e terra, inumidendovi leggermente il viso. A differenza della nebbia, la visibilità è eccessiva, ma il paesaggio rimane sufficientemente monocromo, tutto si distribuisce su delicate sfumature di grigio e non offende l' occhio. Occorre (occorreva) andare fuori città e per strade provinciali, meglio per sentieri lungo un canale rettilineo, in bicicletta, senza sciarpa, con un giornale infilato sotto la giacca, a proteggere il petto." U. Eco

martedì 24 novembre 2009

SAVIANO: LA SCORTA RESTA

Un articolo su Manganelli che conferma la scorta allo scrittore Roberto Saviano.
Se Hegel all'inizio dell'800 diceva che il pensiero trasforma il mondo, oggi Saviano ci ricorda che la parola ha il compito di renderlo un posto migliore.
Ecco la "bella" notizia. Il mondo tira un sospiro di sollievo.

(La Repubblica 14 ottobre)
ROMA - "Le misure di protezione a favore di Roberto Saviano, più volte minacciato dalla mafia, non saranno allentate, anzi si potrà pensare ad un eventuale rafforzamento". Il capo della Polizia, Antonio Manganelli, fuga i timori sulla possibilità di una diminuzione delle misure di protezione dello scrittore che vive blindato da tre anni su disposizione dell'Ucis, l'ufficio che valuta le indicazioni del comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica. Anzi, semmai si pensa a un rafforzamento delle misure di sicurezza.

In una nota Manganelli sottolinea come l'azione di contrasto alla criminalità organizzata costituisca "una assoluta priorità dell'intervento del ministero dell'Interno e delle forze di polizia". A partire dal contrasto contro il clan dei Casalesi. Di cui Saviano, nel libro Gomorra, ha svelato attività e giri d'affari illegali. Per questo l'esigenza di proteggere lo scrittore viene confernata da Manganelli. Al punto che si parla di un possibile rafforzamento delle misure si sicurezza.

Le parole di Manganelli ridimensionano drasticamente le affermazioni del capo della Squadra mobile di Napoli, Vittorio Pisani, che in un'intervista aveva rivelato di aver dato "parere negativo sull'assegnazione della scorta a Saviano". Un giudizio che non è piaciuto ai magistrati napoletani: "Sbaglia, l'autore di Gomorra è in grave pericolo". Il procuratore aggiunto di Napoli, Federico Cafiero de Raho, coordinatore del pool che indaga sul clan dei Casalesi, aveva rincarato la dose: "Saviano è enormemente esposto. Ha smosso le coscienze e diffuso una conoscenza che era di pochi, diventando un emblema della lotta alla camorra. Colpire lui significa depotenziarlo. È il testimone di una battaglia civile in cui tanti si riconoscono. C'è un prima e un dopo Gomorra, in Italia". E le parole di Manganelli lo confermano e chiudono il caso.

MANERE & ALBERI A NOVEMBRE


Non v'è al mondo scena più triste di un albero ferito, a novembre.

Se volete immergervi in un libro che risuoni delle scuri che tagliano il bosco, degli alberi che cadono in una direzione imprevista, della sfida tra un uomo e un albero, leggete "Il canto delle manére" il romanzo di Mauro Corona. La manéra infatti è la scure dei boscaioli.

Ospite de "L'era Glaciale" la scorsa settimana, mi ha incuriosito per la sua spettacolare misoginia e fragilità. Lo scrittore è ruvido come la corteccia dei suoi boschi, ma difende un mondo verde come il cuore di un giovane pioppo.

Qui potete trovare il primo capitolo da leggere.

Se invece siete in vena di poesia, ecco un piccolo assaggio di bosco, un' acacia colpita dalla forbice. Non v'è al modo scena più triste di un albero ferito, a novembre.




Non recidere, forbice, quel volto
Non recidere, forbice, quel volto,
solo nella memoria che si sfolla,
non far del grande suo viso in ascolto
la mia nebbia di sempre.

Un freddo cala… Duro il colpo svetta.
E l’acacia ferita da sé scrolla
il guscio di cicala
nella prima belletta di Novembre.

(Eugenio Montale, Le Occasioni)

lunedì 23 novembre 2009

SAVIANO, SIMBOLO DI LIBERTA'

Lettera del ministro ai beni culturali Bondi
La Repubblica
23 ottobre 2009
Caro direttore,
vorrei esprimere ancora una volta la mia vicinanza a Robe
rto Saviano che in una intensa lettera al suo quotidiano ha voluto rendere un grazie a tutti gli italiani e a tutte le istituzioni che gli hanno mostrato solidarietà, in questo momento così difficile per la sua vita.

Bello un paese che non ha bisogno di eroi, ma bello pure che ci siano eroi. E dico ciò, senza enfasi o falsa retorica. Perché l'eroismo civile non necessita del martirio, essendo sufficiente la testimonianza. E quale più alta testimonianza abbiamo avuto in questi anni recenti, se non quella di uno "scrittore impegnato" nel senso più vero del termine, dopo lunghe stagioni di "intellettuali impegnati" a far salotto.

Credo che noi tutti dobbiamo essere grati a Saviano. Non tanto perché ha parlato di camorra. Molti giornalisti lo hanno fatto prima di lui e correndo gli stessi rischi. Molti magistrati si sono sacrificati con la stessa intensità. Molti sacerdoti, molti imprenditori, molte gente comune ha combattuto e sta combattendo la stessa battaglia.

Ringrazio Saviano perché è stato in grado di imporre il problema camorra all'attenzione mondiale. Per quegli strani percorsi della letteratura, talora allo scrittore è concesso di interpretare un'epoca o un fatto in modo assoluto. Talora basta un libro, una poesia, un personaggio: in questo caso è bastata una nuova parola, "gomorra", per illuminare una realtà che tutti conoscevamo ma di cui nessuno aveva il coraggio di pronunciare il nome.

Il Nobel russo Josif Brodskij aveva compiuto una lunga riflessione sul valore della parola. Lui, che era stato esiliato dal comunismo perché poeta, si era chiesto più volte perché ai totalitarismi dà tanto fastidio la poesia. La risposta è semplice: proprio perché la parola è capace di svelare la verità delle cose. E basta una parola azzeccata per far cadere la menzogna di lunghi anni di propaganda.

Così è successo in questo caso. La camorra - come la mafia o altre organizzazioni criminali del genere - è un regime totalitarista, cioè un regime che per funzionare e resistere non ammette defezioni. Esso si basa sul controllo totale degli affiliati, sulla paura dei sottoposti, nessuno può e deve pensare fuori dal sistema. Saviano invece ha spezzato il silenzio in cui appunto i regimi prolificano. Ed è per questo che grava sul suo capo una mafiosa condanna a morte.

Così, per il suo essere simbolo di libertà, Saviano va ringraziato. Non penso che quando stava scrivendo il suo romanzo-denuncia, egli potesse ipotizzare tutto quello che sarebbe successo dopo. Ma quando è successo, non ha avuto incertezze su quella assunzione di responsabilità così difficile che oggi lo eleva ad esempio per tutti noi.
* ministro dei beni culturali

domenica 22 novembre 2009

BRENDA NELLA CULLA DI NERONE

Ho creduto di osservare un po' di silenzio perché la morte di Brenda, coinvolta nel caso Marrazzo, mi ha colpito e mi ha lasciato senza parole. Ieri La Repubblica intitolava l'articolo di testa "Trans morta, per i pm è omicidio". Nel sottotitolo compare Inchiesta Marrazzo, a fuoco la casa di Brenda. Giallo sul computer.
Ero arrabbiata. Che il nome di una persona non comparisse nemmeno il giorno della sua morte\uccisione. Che Brenda apparisse per specificare l'appartamento. Che il giallo fosse per il computer e non per la sua morte. Allora non ho scritto. Non ho scritto anche per altri motivi, personali. Non ho scritto perché ero arrabbiata, perché a volte mi sento un extra-terrestre a dire\pensare\credere in certe cose. Ma ci credo. Dovrei cavarmi il cervello dalla testa e il cuore dal petto per essere diversa. Brenda abitava in una zona di Roma che conosco bene. Forse l'ho pure incontrata qualche volta. Il supermercato dove faccio la spesa è pieno di trans. Comprano una quantità incredibile di cioccolata e cibo precotto i trans. E ridono, ridono, ridono di tutto e di tutti. Delle occhiate della gente perbene, delle smorfie dei bambini, dell'impazienza delle cassiere. Da quando ero bambina ho il vizio di fissare. Perché sono curiosa. Nel mio paese fissano tutti, ma a Roma è reato. I trans non solo ti fissano ma ti chiedono, con quei lineamenti costruiti per essere qualcuno che hanno sperato, sognato, lottato di essere: e tu chi sei? Lo chiedono a questa Italia confusa. CHI SIETE? Questa mostruosa Italia che si nutre di carne umana, di corpi di giovane donne. Questa Italia mostruosa che dà fuoco a tutto quello che diventa scomodo. Se ci fosse ancora Freud ci spiegherebbe questa nuova sindrome: la sindrome di Nerone.
Brenda è morta per asfissia nel suo monolocale andato a fuoco. Aveva passato la notte con un cliente che l'aveva voluta comprare per due volte consecutive. Per distrarla e trattenerla fuori di casa? 400 euro. Quanta cioccolata avresti comprato al nostro supermercato Brenda?
Mi dispiace per te, e per tua madre che sta per arrivare da Belem, un villaggio lontano in Brasile dove Brenda aveva un nome vero, una famiglia vera, un'anima. Un villaggio che non sa nulla dei nostri mostri. Un villaggio che sogna l'Italia variopinta della TV e non crede che possa trasformarsi in un incubo senza speranza, in una tomba nero-fumo.
Ho pensato a Brenda e poi alle parole del papa rivolte ai poeti e ai cantanti che ha incontrato: "Riscoprite la vera bellezza." Spero che Brenda abbia diritto a un po' di bellezza nel mondo in cui è approdata dopo aver vissuto nella culla di Nerone.

mercoledì 18 novembre 2009

UNA FAVOLA


C'era una volta una volpe.
Un giorno la volpe incontrò un coniglio. Fu amore a prima vista. La volpe e il coniglio si sposarono nel bosco. Ci fu una grande festa, tutti parteciparono: scoiattoli, alberi, nocciole e perfino i gusci.
Poi arrivò la carrozza e partirono per la luna di miele. Andarono al mare perché la volpe voleva vedere l'Oceano e il coniglio aveva tanto sentito parlare dei pesci.
Lasciarono il bosco in cerca del mare, attraversarono una vasta pianura gialla. E' il mare? Chiesero a una cavalletta. No, è un mare di grano.
Attraversarono un banco di nebbia. E' il mare? Chiesero a un gabbiano. No, è una nuvola addormentata.
Attraversarono una distesa di foglie rosse. E' il mare? Chiesero ad una formica.No, è la coperta di un vulcano.
Infine giunsero in prossimità di un colle. Dal colle videro una distesa d'acqua incommensurabile che si univa al cielo. E' il mare? Chiesero all'ombra di una quercia. Si, disse la quercia. E io da secoli lo ammiro senza potermi avvicinare. E così la volpe e il coniglio corsero verso l'azzurro lontano e si tuffarono nella schiuma. E quando fu ora di tornare nel bosco dissero: - e se restassimo qui per sempre? Allora giunse la notte e il mare si fece freddo e nero.
Forse potremmo trovare un tronco in cui dormire? Ma il mare aveva solo acqua di mare e alghe e pesci grandi e piccoli. Fu così che tornarono alla quercia, in cima alla collina, e le chiesero ospitalità. La quercia chiese loro di raccontarle una favola: com'è il mare?
Come il bosco, dissero la volpe e il coniglio, ma non ha un albero in cui dormire. E la quercia si addormentò. Buona notte, dissero i due piccoli animali del bosco. Buona notte. Fece eco da lontano il mare.

lunedì 16 novembre 2009

GENERAZIONE Y


Dedicato alla blogger



"Generación Y è un Blog ispirato alla gente come me, con nomi che cominciano o contengono una "y greca". Nati nella Cuba degli anni 70 e 80, segnati dalle scuole al campo, dalle bambole russe, dalle uscite illegali e dalla frustrazione. Per questo invito a leggermi e a scrivermi soprattutto Yanisleidi, Yoandri, Yusimí, Yuniesky e altri che si portano dietro le loro "y greche". Y Sanchez

L'ultimo oggetto di culto - LASTAMPA.it

LA MAFIA NON E' UNA FAVOLA

Stasera vi propongo la lettura\rilettura di un articolo di Giorgio Bocca: La mafia non è una favola tratto da "L'espresso", n. 46, 2009 e il videoclip del libro Napoli siamo noi, pubblicato da Feltrinelli.

Giorgio Bocca è nato a Cuneo nel 1920 ed è un giornalista italiano tra i più noti e importanti. Al suo attivo, in una carriera ormai cinquantennale, si registrano numerose pubblicazioni in un vasto arco di interessi che spazia dall’attualità politica e dall’analisi socioeconomica all’approfondimento storico e storiografico. Tra le sue opere: Palmiro Togliatti (1973); La Repubblica di Mussolini (1977); Storia dell’Italia partigiana (1966); Storia d’Italia nella guerra fascista (1969); Il provinciale. Settant’anni di vita italiana (1992); L’inferno. Profondo sud, male oscuro (1993).

LA MAFIA NON E' UNA FAVOLA
Mi è capitato di recente di incorrere nelle ire e nei sarcasmi della maggioranza di destra al potere per aver scritto che fra lo Stato e la criminalità organizzata delle mafie si erano create, di fatto, zone di tolleranza se non di coesistenza. E la stampa della maggioranza scrisse che ero un nemico della patria o vittima del sonno della ragione, cioè uno che delirava. Il più educato, Fabrizio Cicchitto, disse che: "Da saggista che era, Bocca si è trasformato in romanziere, inventa collusioni fra la mafia e lo Stato". Ma romanziere non lo sono mai stato, ho solo cercato di capire che cosa stesse accadendo in questa strana società che è l'italiana.
Cominciai nell'anno Settanta con un'inchiesta sulla mafia dei giardini, cioè sul rifornimento idrico della campagna palermitana controllata dalla mafia. Andai per prima cosa alla caserma dei carabinieri e incontrai l'allora maggiore Carlo Alberto Dalla Chiesa, uomo serio, concreto ma non privo d'ironia. Mi disse: "Ma davvero vuole sapere cosa è la mafia dei giardini? Ma crede davvero che ci sia la mafia?". Lui sapeva benissimo che la mafia c'era, e prevedeva persino che dalla mafia sarebbe stato ucciso, voleva solo mettermi in guardia dalla grande menzogna del potere in Italia che da sempre nasconde i suoi rapporti con la criminalità organizzata dicendo che non esistono. La stessa cosa, in linguaggio mafioso, la diceva in quei giorni il boss Gerlando Alberti al giudice che lo interrogava: "La mafia? Ma cosa è questa mafia di cui lei mi parla, una marca di formaggio?".
Quando Totò Riina, il boss dei boss, venne arrestato, mi chiesi, come tutti in Italia, come mai avesse potuto abitare con la famiglia e dirigere l'Onorata Società stando in una villetta di Palermo. E quando seppi che sua moglie aveva partorito due volte nel maggiore ospedale di Palermo chiesi sul giornale come mai il primario non sapesse chi era, dato che a Palermo e a Corleone lo sapevano tutti. Per risposta mi arrivò una telefonata di un medico dell'ospedale con minaccia di morte. Mi chiesi anche in quei tempi lontani perché mai la riserva di caccia di Michele Greco, grande boss mafioso a Bagheria, fosse frequentata da poliziotti e funzionari dello Stato, e poi in quasi mezzo secolo di giornalismo le molte altre domande senza risposta, non solo su Andreotti amico e protettore di Salvo Lima, un amico degli amici, ma anche sui socialisti e liberali e persino i radicali che avevano cercato e gradito i voti della mafia sino a recenti elezioni regionali, dove in 61 circoscrizioni su 61 hanno vinto gli amici dei mafiosi, come il 30 per cento degli eletti nel consiglio regionale.
Insomma, cercai di capire, di raccontare che la mafia non era una brutta favola inventata dai cattivi nordisti, ma un'organizzazione con un giro d'affari ogni anno di 100 mila miliardi di vecchie lire, oggi più che triplicato se si aggiungono i buoni affari della 'ndrangheta e della camorra. Senza aggiungere che oggi non è più necessario, come facevo io con la mia Topolino Fiat, scendere da Milano a Palermo, Calabria compresa quando non c'era ancora l'autostrada, basta andare in un sobborgo milanese, nord o sud Milano non fa differenza, o nei ristoranti con specialità di pesce per trovare i capi e i picciotti che minacciano, ricattano e uccidono. E speriamo che nessuno riproponga una bella inchiesta parlamentare sulla mafia. Ce n'è già stata una e Leonardo Sciascia che era un intenditore scrisse: "La mafia si è permessa una commissione parlamentare d'inchiesta", per dire che era destinata al fallimento in un paese dove la mafia è complice se non padrona.

GIORGIO BOCCA "Napoli siamo noi" (Feltrinelli 2009)
Ascolta e guarda il videoclip .
"La malattia più grave di Napoli non è la camorra, ma come in tutto il Sud, il Centro e il Nord, è l’immoralità e la vigliaccheria della politica, che cerca il consenso costi quel che costi, che fa finta di non vedere."

FIRMA ANCHE TU L'APPELLO AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO BERLUSCONI

PRESIDENTE, RITIRI QUELLA NORMA DEL PRIVILEGIO

FIRMA ANCHE TU

SIGNOR Presidente del Consiglio, io non rappresento altro che me stesso, la mia parola, il mio mestiere di scrittore. Sono un cittadino. Le chiedo: ritiri la legge sul "processo breve" e lo faccia in nome della salvaguardia del diritto. Il rischio è che il diritto in Italia possa distruggersi, diventando uno strumento solo per i potenti, a partire da lei.

Con il "processo breve" saranno prescritti di fatto reati gravissimi e in particolare quelli dei colletti bianchi. Il sogno di una giustizia veloce è condiviso da tutti. Ma l'unico modo per accorciare i tempi è mettere i giudici, i consulenti, i tribunali nelle condizioni di velocizzare tutto. Non fermare i processi e cancellare così anche la speranza di chi da anni attende giustizia.

Ritiri la legge sul processo breve. Non è una questione di destra o sinistra. Non è una questione politica. Non è una questione ideologica. E' una questione di diritto. Non permetta che questa legge definisca una volta per sempre privilegio il diritto in Italia, non permetta che i processi diventino una macchina vuota dove si afferma il potere mentre chi non ha altro che il diritto per difendersi non avrà più speranze di giustizia.

ROBERTO SAVIANO

domenica 15 novembre 2009

LA "COPERTINA" DI LINUS


Quando è una copertina a "parlare" dei panni sporchi e di casa nostra...!
Ad ANTONIO PASCALE va il premio COPERTINA del nostro BLOG di questa settimana (Ogni sabato, a partire da questo, premieremo su Amicidiletture la copertina di un libro- anche voi LETTORI di AMICIDILETTURE- proponete la vostra copertina!)

sabato 14 novembre 2009

IL MEDIOEVO

Cari studenti del primo anno, a voi consiglio la lettura del libro di Le Goff, Il Medioevo raccontato da Jacques Le Goff. L'autore racconta alle nuove generazioni che cos’è stata, veramente, ‘l’età di mezzo’ della storia occidentale, da dove sono sorte le sue leggende, qual era la quotidianità degli uomini e delle donne medievali, e soprattutto perché sia tanto importante per noi, oggi, conoscere da dove veniamo.


Jacques Le Goff
Il Medioevo raccontato da Jacques Le Goff

Il Medioevo

QUANTO E' DURATO?

A scuola impariamo che il Cinquecento è il secolo del Rinascimento. Per il Seicento si parla spesso di età barocca. Il Settecento è il secolo dei Lumi. E il Medioevo? Quando inizia e quando finisce?

Il Medioevo è durato molto a lungo: almeno mille anni. È vero, quando si parla del Medioevo si pensa spesso al periodo che va dall’anno 1000 al 1500, ma esso inizia almeno cinque secoli prima, prima dell’anno 500, dunque nel corso del V secolo dopo Cristo. Nel 476 l’ultimo imperatore romano viene cacciato da Roma e sostituito da un re barbaro, Odoacre: è la fine dell’Impero romano, ma, al di là di questo grande avvenimento politico, è la fine dell’Antichità.

Ma non si passa certo da un’epoca a un’altra ogni volta che un re esce di scena, o una discendenza (una dinastia) di re o di imperatori si estingue...

Giustissimo: nel V secolo dopo Cristo si verificarono infatti altri cambiamenti della massima importanza. Innanzitutto, a partire dal IV secolo, erano iniziate le «grandi invasioni» da parte dei popoli che i Romani chiamavano «barbari». Provenienti dapprima dal Nord (popoli germanici e dell’Europa settentrionale) e dall’Ovest (Celti), giunsero in seguito dall’Est (Ungheresi e popoli slavi). La parola «invasione» ci spinge ad immaginare orde barbare che dilagavano devastando tutto ciò che incontravano. In realtà, si trattava piuttosto di popolazioni che si spostavano pacificamente per insediarsi più a sud. Pensate ai Vichinghi: avrete sicuramente visto delle immagini che li ritraggono mentre sbarcano sulle coste normanne per saccheggiare e devastare l’interno del paese. Di fatto, si trattava con ogni probabilità di mercanti venuti dal Nord per scopi commerciali, alcuni dei quali hanno scelto alla fine di insediarsi tra le genti cristiane.

E dunque hanno anche cambiato religione?

Sì, ma non per questo. A partire dal IV e V secolo, dopo la conversione degli imperatori, l’Impero romano era divenuto cristiano. Si assiste allora alla fine del paganesimo: parola, questa, utilizzata dai cristiani per indicare la religione romana, che aveva molti dèi e dee. Dunque, il paganesimo scompare – in alcuni luoghi prima e in altri più tardi, ma di certo mai completamente – facendo a poco a poco spazio al cristianesimo. I numerosi dèi pagani vengono sostituiti da un unico Dio, quello della Bibbia (l’Antico ed il Nuovo Testamento), anche se il Dio dei cristiani comprende tre persone (Padre, Figlio e Spirito Santo). Gli stessi barbari si fanno allora battezzare per diventare cristiani: in Francia il convertito più famoso è un re franco di cui avrete forse sentito parlare, Clodoveo (circa 500 dopo Cristo). Leggenda vuole che sia diventato cristiano per le pressioni della moglie, Clotilde.

Perché è una leggenda?

È di proposito che ho detto: «Leggenda vuole…». Cerco in tal modo di rendervi sensibili al fatto che soprattutto per l’inizio del Medioevo gli storici hanno pochi documenti, e quelli disponibili – ad esempio il racconto della conversione di Clodoveo – non necessariamente raccontano le cose come si sono svolte. Occorre dunque considerarli con occhio critico, confrontarli con altri documenti, o «fonti», come diciamo noi. Coloro che hanno scritto questi racconti avevano intendimenti diversi. In questo caso, ad esempio, si trattava di mostrare che il paese che sarebbe in seguito divenuto la Francia era cristiano sin dalle origini. La realtà è molto più complicata.

Il nostro professore ci ha parlato anche di un Medioevo «lungo».

E giustamente, perché la discussione su quando termini il Medioevo è ancora aperta. Ho accennato al 1500 perché nei vostri libri di scuola è questa la data che viene citata: vi si spiega che nel Quattrocento, dapprima in Italia e poi nel resto d’Europa, si apre un nuovo periodo, quello del «Rinascimento»; inoltre, nei programmi scolastici, come vedrete presto, questa data rappresenta l’inizio dell’età detta «moderna». Ma per alcuni storici, e io tra questi, il Medioevo è durato in realtà sino alla fine del Settecento.

Perché?

Perché, sintetizzando, è soltanto in quest’epoca che tre avvenimenti verranno a cambiare radicalmente la vita della società (precisiamo: della società occidentale, europea; e ancora meglio, non dell’intera Europa, ma solo di alcuni dei suoi paesi più avanzati, come l’Inghilterra, la Francia, il Nordeuropa). Inizialmente la scienza, grazie all’uso di strumenti e metodi di ricerca sempre più precisi, fa registrare progressi straordinari. Quindi – e si tratta di una conseguenza dei progressi realizzati nelle diverse scienze –, verso la fine del Seicento si costruiscono e utilizzano macchine sempre più efficienti, si inventano tecniche di produzione sempre più veloci. Nel 1698 viene costruita in Inghilterra la prima macchina a vapore (grazie al francese Denis Papin e all’inglese Thomas Savery). Insomma, è l’inizio di ciò che verrà chiamata la «rivoluzione industriale». Infine, vi sono le rivoluzioni politiche, e in particolare la Rivoluzione francese, vista come la vera svolta della storia di Francia, d’Europa e persino del mondo: essa mette fine all’antico sistema politico, l’«Antico Regime» e al sistema chiamato «feudale», che diventa quindi il simbolo del Medioevo «cattivo».

LA LETTURA DEL FINE SETTIMANA: ASOR ROSA E GLI INTELLETTUALI ITALIANI

L' intellettuale italiano: identikit di un impegno che nasce insieme ad una idea di nazione. Il grande silenzio, Intervista sugli intellettuali. Il libro di Alberto Asor Rosa , indaga la nascita e l'evoluzione del rapporto degli intellettuali italiani con la politica. Il disimpegno dilagante spiegato con acume e in una prospettiva storica.
Buona lettura.


Alberto Asor Rosa
Il grande silenzio
Intervista sugli intellettuali
Politica e cultura


D. Abbiamo detto che nel nostro paese, con rare eccezioni, l’intellettuale è sempre stato immerso nella lotta politica. Quali sono le cause di questa perpetua militanza?

R. Come ho cercato di argomentare all’inizio, in Italia, paese profondamente frammentato e diviso, e a lungo sottoposto a una forte egemonia della Chiesa cattolica, gli intellettuali si schierano decisamente a favore di questa o di quella posizione fin dagli albori del processo di unificazione nazionale: cioè, per intenderci, almeno secondo me, dalla metà del XVIII secolo (Illuminismo, ma non solo: perfino alcuni studiosi gesuiti «illuminati» potrebbero essere collocati in questo contesto). Ed è appena il caso di ricordare il ruolo esercitato dagli intellettuali nel corso del nostro Risorgimento. È vero però che l’«impegno» si accentua e si chiarisce soprattutto tra Ottocento e Novecento, quando gli intellettuali risultano fortemente impegnati nella costruzione di qualche cosa che in precedenza non c’era, e cioè l’Italia come nazione: prima in veste di ideologi e organizzatori della cospirazione, più tardi come edificatori di questo organismo assai tardivo e anomalo che è la nazione italiana. È qui che si forma una tipologia intellettuale che segnerà i decenni successivi, caratterizzata da un nesso indissolubile tra politica e cultura: modello che reggerà fino agli anni Settanta e Ottanta, quando subirà (come ho già accennato) un tremendo scossone ad opera di mutamenti strutturali e di esperienze storiche italiane e internazionali. Un personaggio esemplare di questo doppio impegno può essere individuato in Francesco De Sanctis, che si pone esplicitamente il compito di costruire un tessuto ideologico, politico e culturale nazionale. Patriota, ministro della Pubblica Istruzione, critico militante, nella celebre Storia della letteratura italiana (1870-1871) egli compose la storia civile d’un popolo, dando vita a un’opera che può essere considerata esemplare della rinascita nazionale italiana. Un altro saggio rivelatore dell’atteggiamento etico di De Sanctis è L’uomo del Guicciardini, pubblicato nel 1869: Guicciardini è per lui il prototipo dell’intellettuale italiano colto e sagace, intelligente e sapiente, ma preoccupato unicamente del proprio tornaconto personale, del proprio «particulare», della propria privata «riputazione», astrattamente capace di riconoscere la via giusta, ma «impotente» a batterla. All’«uomo italiano» della decadenza si contrappone l’«uomo italiano» del Risorgimento, pronto a schierarsi e a combattere.

D. In sostanza lei dice che l’impegno politico dell’intellettuale italiano è da attribuirsi al ritardo con cui la nazione italiana nasce rispetto alle altre nazioni europee?

R. Sì, sono persuaso che questo nesso sia stato così forte e così determinante nella storia italiana proprio perché gli intellettuali vengono chiamati a edificare una coscienza e anche strutture intellettuali nazionali, che nei secoli precedenti non avevano avuto modo di formarsi. In Italia esisteva un problema che altrove neanche si poneva o si poneva in forma molto più attenuata: quello di creare una cultura che, conformemente a quanto si veniva facendo nel campo delle strutture (scuola, alfabetizzazione ecc.), favorisse la crescita di un comune sentire nazionale. Pensiamo al ruolo che nell’istituzione scolastica hanno esercitato personalità come De Sanctis, Gaetano Salvemini, Giovanni Gentile, Lucio Lombardo Radice, per fare solo pochi nomi. Più recentemente un grande linguista come Tullio De Mauro ha dedicato alla scuola italiana molte delle sue energie. Del resto, di questa simbiosi tra cultura e costruzione nazionale è viva la coscienza anche sul piano europeo, come ricordavo poc’anzi a proposito di Thomas Mann. E se si volesse allargare un po’ più lo sguardo, bisognerebbe pensare in Francia a una personalità come Émile Zola e all’importanza europea assunta dall’«affaire Dreyfus».

D. Un matrimonio, quello tra cultura e politica, destinato però a mostrare fin da principio qualche irrequietezza.

R. Su questo impegno nazional-unitario, determinato dalla situazione storica, si innesta un secondo elemento rappresentato inizialmente dalla giovane intellettualità dissidente e critica di primo Novecento. Essa si muove in una direzione del tutto diversa rispetto all’intellettuale patriota di tipo risorgimentale e nazionale, rompendo schieramenti politici e ideologici organici e organizzati. Ha così avvio un filone costitutivo della storia intellettuale italiana del Novecento, affidato all’idea che i maîtres à penser dovessero influire sulle scelte della politica con i propri strumenti, dunque in modo autonomo e spesso contrappositivo rispetto ai partiti tradizionali e ai loro intellettuali.

D. Nasce cioè il progetto d’un «partito degli intellettuali», altra costante della storia d’Italia.

R. Sì, nasce la «classe dei colti» di Giuseppe Prezzolini e non è casuale che essa trovi espressione in una rivista che si chiama «La Voce»: i suoi artefici aspirano a essere «una voce» che non si identifica nei partiti esistenti e negli schieramenti dominanti. Manifestano una critica serrata nei confronti dell’esistente. Sono antisocialisti e insieme antigiolittiani (ne parlarono molti anni fa alcuni miei giovani allievi, Abruzzese, Micocci, Strappini, nel bel volume laterziano intitolato appunto La classe dei colti). Il rifiuto dell’Italia contemporanea è totale. «Questa Italia non ci piace» era il loro motto. Nasce una sorta di «psicologia intellettuale collettiva» – se così possiamo chiamarla – che attraverserà anch’essa la storia italiana, anche in tempi più recenti. Questo filone a un certo punto urta clamorosamente – questo è un passaggio fondamentale – con l’insorgenza di una terza ipotesi politico-istituzionale, quella rappresentata dal fascismo, che non è né socialista né giolittiana esattamente come non lo erano loro, gli attivisti della «classe dei colti». In presenza di questa terza strada – che, diversamente dalla loro, si fa pratica e diventa politica e storia – il partito degli intellettuali si dissolve. A quel punto Prezzolini fonda la Società degli Apoti, cioè di quelli che non la bevono, in dura polemica con il suo allievo prediletto, Piero Gobetti. Essa altro non è che la riproposizione d’un partito degli intellettuali che in presenza d’un conflitto radicale, come quello che si manifesta negli anni Venti tra proposta fascista e sistema liberaldemocratico, rinuncia a prendere partito, con il pretesto di «volare alto». Non si schiera, né di qua né di là. Una fenomenologia intellettuale che perdura fino a oggi.

D. Sta dicendo che la Società degli Apoti in Italia non s’è mai sciolta?

R. È un filone che, spesso senza dichiararsi, attraversa tutto il Novecento italiano. Quando nel 1931 il fascismo impone il giuramento di fedeltà ai professori universitari, soltanto quattordici su circa milleduecento rifiutano di firmare. Non è che tutti gli altri fossero fascisti: la maggior parte apparteneva al perdurante partito degli Apoti, nel senso che giuravano fedeltà a una specie di nicodemismo di massa, cioè la bugia collettivizzata e interiorizzata.

D. Una volta lei ha scritto che il corpo letterario italiano è indissolubilmente legato a un destino di sconfitta e di dolore. Estenderebbe il giudizio a tutto il ceto dei colti?

R. No, esso mi sembra assai più vano, più ondivago. I grandi letterati sono doloranti, il ceto colto oscilla tra sofferenza e vanità. Il rapporto con il fascismo da questo punto di vista è significativo: solo in pochi si schierano «contro», a costo di sofferenze e sacrifici; la gran parte si piega. Anche la pratica dell’esilio fu molto più forte in Germania; da noi coinvolse soltanto eroiche minoranze. Emigrarono (in fretta) dal loro paese personalità del calibro dei fratelli Mann, di Theodor Adorno, di Walter Benjamin. Quando l’Austria fu invasa, furono costretti a fuggire Sigmund Freud, Franz Werfel e altri. Quando anche la Francia fu invasa, Benjamin, in fuga verso i Pirenei, preferì uccidersi che cadere nelle mani dei nazisti. Dall’Italia scapparono solo gli studiosi più politicizzati, gruppi ristretti di antifascisti militanti. È vero che il totalitarismo nazista ebbe caratteristiche più cruente rispetto al totalitarismo italiano, ma i nostri intellettuali non mostrarono davvero una tempra da resistenti.

D. Una pagina ancor più nera fu quella rappresentata dall’ossequio della cultura italiana alle leggi razziali. Le ricerche tratteggiano un’intellettualità codarda, servile, in alcuni casi zelante nel rivendicare il proprio arianesimo. Quando nel 1938 fu diffuso negli istituti di cultura un foglio di censimento per discriminare gli ebrei, l’intero corpo culturale italiano – con la sola eccezione di Benedetto Croce e Gaetano De Sanctis – accettò di compilarlo. Come è stato possibile?

R. All’origine di tutto, ancora prima della nascita del fascismo, c’è lo scollamento di ampie zone della cultura italiana rispetto allo stesso modello liberaldemocratico. Non è possibile dimenticare che, quando Mussolini prese il potere, poté contare sul contributo di personalità di alto profilo quali Giovanni Gentile e Alfredo Rocco, Gioacchino Volpe e Luigi Pirandello. Il mondo accademico nazionale presto vi si adeguò, non opponendo resistenza. Questa subalternità, corale e con poche increspature, raggiunse il suo fondo più vergognoso con l’accettazione delle leggi razziali, con il beneficio tratto dall’esclusione degli ebrei dalle università e dalle case editrici, in qualche caso con il delirio di una fiera rivendicazione di arianesimo. Perché accadde tutto ciò? Ma questo è il destino storico della cultura italiana, soprattutto quando non c’è all’orizzonte la possibilità di un’alleanza con una forza o un potere che si presenti seriamente come alternativo. Gli intellettuali, in Italia, si sono sempre adeguati, salvo che nei momenti di più acuta crisi (la Resistenza, ad esempio, cambia le cose per alcuni, soprattutto giovani, se non per molti).

D. Il nicodemismo è una malattia nazionale permanente?

R. Anche oggi, dinanzi a una democrazia fortemente degradata sul piano politico ed etico, non vedo moltissime sentinelle pronte a lanciare l’allarme. La tendenza più diffusa è quella a «non schierarsi» oppure, ma è più o meno la stessa cosa, a «stare sopra la mischia». Ma sulle analogie che legano il fascismo al berlusconismo torneremo più avanti. Per continuare con la famiglia degli Apoti, essa è andata raccogliendo nel corso dei decenni simpatizzanti organici come Giovanni Ansaldo o Mario Missiroli, non provinciali, abbastanza cosmopoliti ed europei, ex liberali o ex filosocialisti, e pure accomunati agli altri da questo inesorabile, estenuato scetticismo, strumento di qualsiasi opportunismo, e dunque destinati esemplarmente a far da ponte tra il fallimento delle testate indipendenti prefasciste e la soggezione delle stesse testate nel postfascismo alla volontà dei potentati democristiani. È insomma quella tipologia intellettuale che dice male con gran gusto e con grande umorismo del potere, per poterlo poi servire meglio. La frase di Indro Montanelli «Mi turo il naso e invito a votare Democrazia cristiana» è la cifra immortale di un’educazione: poi negli ultimi anni di vita il giornalista si riscuoterà dal suo atteggiamento più consueto, opponendosi a Berlusconi con tutte le sue energie. Berlusconi aveva passato il segno anche per il suo estenuato scetticismo.








La recensione:
La Repubblica - giovedì 17 settembre 2009
L'intellettuale perduto


Che fine ha fatto l'intellettuale, questa figura sorniona o ammonitrice che, dall'età dei Lumi in avanti, ha animato in Occidente il palcoscenico del vivere civile? È scomparso, si è autopensionato, ha «marcato visita»? Qualcuno gli ha intimato di non farsi più vedere? Oppure viene dato per disperso, come può capitare al termine d'una battaglia? Dobbiamo dirgli addio o ci verrà ancora incontro, vestito magari alla moda di un'altra epoca? Duecento pagine, da oggi in libreria, cercano di metterci sulle sue tracce.

S'intitolano Il grande silenzio e vi si legge un'intervista, condotta da Simonetta Fiori, con Alberto Asor Rosa (Laterza). Chi domanda e chi risponde formano una coppia di persone informate dei fatti, si direbbe in pretura. Le provocazioni della Fiori, redattrice di questo giornale e attenta studiosa della cultura contemporanea (o di ciò che ne resta in tempi di caduta del pil intellettuale) colgono spesso nel segno.

Nelle risposte si riverbera la biografia dell'intervistato, cattedratico e uomo di lettere che ha assunto, in varie stagioni della vita nazionale, un ruolo da militante. O da protagonista.

Eccoli, dunque, a discutere. L'arco temporale del tema di cui si tratta ― a parte le sue radici che risalgono alle fonti stesse pensiero liberale e progressista ― si estende in massima parte dall'ultimo dopoguerra ad oggi.

Mezzo secolo e più di vita democratica, che qui viene riesaminato con l'ottica di chi, come l'intervistato, l'ha vissuto «da sinistra». Vale a dire, a ridosso di quel Pci che, nell'acclimatare in Italia le liturgie del comunismo sovietico, vi praticava integrazioni di efficace richiamo, fino a far pensare ― per il numero e la qualità delle adesioni raccolte fra gli intellettuali ― di aver instaurato in quel campo una sorta di monopolio: ed è qui il caso di ricordare en passant la diatriba in materia di «egemonia culturale» della sinistra che, esplosa nei tardi anni Quaranta sulla scia di un non casuale ma certo malcapitato suggerimento gramsciano, anima ancora oggi tanti articoli di fondo, frementi di postumo scandalo.

Come Moravia usava raccontare parlando di se stesso e di Sartre, anche per Asor Rosa i rapporti con il Pci sono stati «ora vicini, ora lontani, ondeggianti, da far venire il mal di mare»: come si conviene a chi non contempla fra i propri talenti lo spirito gregario. In particolare, pur nelle file d'un partito che poneva chiari limiti al dibattito interno, il professore non riesce ― così afferma in una risposta ― «a considerare positiva un'attività di pensiero che decisamente si subordini a un comando, quale che sia». Con buona pace di Gramsci, la figura dell'intellettuale organico ― e nel Pci se ne trovavano di illustri e coriacei, da Emilio Sereni a Mario Alicata e Carlo Salinari ― non lo affascina. Fra i propri ideali progenitori, lui annovera Marx accanto a Nietzsche. Ammira Norberto Bobbio. Esclude che la militanza nel Pci debba vietargli la lettura d'un Koestler o d'un Silone. Né si sottrae alla degustazione del «grande romanzo decadente europeo: Mann, Proust, Joyce, Woolf, Musil», oltre che di quello nostrano, da Verga a Svevo, da Gadda a Pirandello (è la Fiori a ricordarglielo). Quanto ad altri autori, Pratolini, Vittorini, Pavese, Pasolini, egli ne stroncava i «lavori populistici» privilegiando le loro opere «meno intaccate dall'ideologia progressista».

Finché in un libro assai discusso del 1965, Scrittorie e popolo, egli liquidò l'argomento con un deciso giro di chiave: «Per fare della buona letteratura il socialismo non è stato essenziale». Addio dunque all'«engagement tradizionalmente inteso». E se non basta si aggiunga al conto la circostanza seguente: «Io», dichiara a un certo punto Asor, «sono l'unico al mondo ad aver letto tutto Dante e tutto Marx, comprese le virgole». Quasi a dire: chi non lo sa, s'informi.

«Engagé» talora persuaso e disciplinato, ma non a corpo morto.

«Difficilmente incasellabile» ed «eterodosso nell'ortodossia», lo giudica l'intervistatrice. Asor è fra quelli che, dopo il 1956, non rinnovano la tessera del partito, senza con ciò passare al «disimpegno». Essere o dichiararsi comunista o giù di lì non implica più, ormai, un'iniziazione dogmatica, un'investitura ecclesiale. All'orizzonte del protagonista di questo libro spunteranno così, in sequenza, l'esperienza operaista (con un frutto che gli parrà prezioso, la solidarietà fra operai e studenti), la dimensione riformista accolta sotto forma di adesione al femminismo e di plauso a divorzio e aborto, la scoperta dell'ambientalismo. In termini di partito, ci sarà per lui l'adesione al Psiup di Basso e Foa, e poi il ritorno nel Pci nel '72, alba dell'era berlingueriana (con elezione alla Camera nel 1979).

Seguirà, fra i suoi pensieri, un certo favore accordato al compromesso storico: il professore lo considera ancora oggi l'ultima «ipotesi di trasformazione» del Paese. Gli nascerà nell'animo un integrale rifiuto della violenza terroristica, foriera di una «catastrofe civile».

Venti o trent'anni sono lunghi da raccontare, specie se vi si sceneggia un lento declino. Ma proprio a uno spettacolo del genere ci invita, nel suo epilogo, questo libro-intervista. Ecco, sul versante negli anni Ottanta, affievolirsi, per poi scomparire, quel binomio cultura e politica che ha segnato il Novecento italiano.

Su questa progressiva sparizione Asor Rosa s'intrattiene qui senza visibili nostalgie. A ciglio asciutto. Con amarezza. Con energia, eloquenza, realismo, severità. E il lettore, riandando alle pagine appena percorse, le rivedrà sotto il segno di un virile disinganno. Non a caso l'intervistatrice evoca più volte, nella chiusa di questo lavoro, la parola «requiem». Nel tardo craxismo gli intellettuali, secondo Asor, non ottennero più ascolto.

Presero a esiliarsi in quel Grande Silenzio cui il volume s'intitola. Nel partito di Botteghe Oscure, ormai in disarmo, riuscirono a incidere assai poco. E alla fine il partito non ci fu più. Della decisione di scioglierlo, presa da Occhetto, il protagonista di queste pagine parla come di un errore commesso con «disinvoltura suicida». «Scassò tutto, come un bambino viziato»: è la formula che egli adotta.

La testimonianza che qui ci viene resa ― lo si sarà capito ― è personalissima. Esente da cautele diplomatiche e remore professorali: è il suo pregio. E perciò essa postula, e quasi sollecita, le riserve da parte di un lettore che ha avuto una storia diversa, coltivando su vari temi pensieri di altro tipo; e a parere del quale, per esempio, in quel 1991, il Pci non poteva far altro che dileguarsi dall'orizzonte politico prima che fosse troppo tardi: e già tardi era. Ma ciò che colpisce, più in generale, è l'idea che sul malinconico presente dell'Italia incida l'ascolto sempre più tenue che si presta alle voci di coloro che attribuiscono un qualche valore alle sue tradizioni civili. Ai suoi intellettuali, per esempio, se ancora si può usare impunemente il termine. Per la classe politica al potere, a partire dal suo vertice proprietario ― si afferma in una riga del Grande silenzio ― «la cancellazione di qualsiasi ipotesi culturale è l'unica ipotesi culturale».

Sentenza tutta da condividere.
(Da La Repubblia, articolo di Nello Ajello)

MANCANO 2 GIORNI AL COMPLEANNO DI JOSE' SARAMAGO


Il 16 novembre sarà il compleanno dello scrittore Josè Saramago. Vorrei proporvi la lettura di un suo articolo pubblicato ieri sul Blog Il quaderno di Saramago. Lo scrittore parla di disoccupazione e, credo per la prima volta, se ne parla come di un crimine contro l'umanità.
Buon compleanno, alla sua mente lucida e grazie per le sue parole signor Saramago.

No alla Disoccupazione
Pubblicato in quaderno di Saramago da massimolafronza l'11 Novembre 2009
di José Saramago

Di fronte alle manifestazioni che si stanno preparando in tutta Europa, di protesta contro la disoccupazione, ho scritto, richiesto da un gruppo di sindacalisti, il testo qui riportato.

No alla Disoccupazione

La gravissima crisi economica e finanziaria che sta agitanto il mondo ci porta l’angosciosa sensazione di essere arrivati alla fine di un’epoca senza che si intraveda come e cosa sarà quella che ci aspetta.

Cosa facciamo noi che assistiamo, impotenti, all’oppressivo avanzamento dei grandi potentati economici e finanziari, avidi nell’accaparrarsi più denaro possibile, più potere possibile, con tutti i mezzi legali o illegali a loro disposizione, puliti o sporchi, onesti o criminali?

Possiamo lasciare l’uscita dalla crisi nelle mani degli esperti? Non sono precisamente loro, i banchieri, i politici di livello mondiale, i direttori delle grandi multinazionali, gli speculatori, con la complicità dei mezzi di comunicazione, quelli che, con l’arroganza di chi si considera possessore della conoscenza ultima, ci ordinavano di tacere quando, negli ultimi trent’anni, timidamente protestavamo, dicendo di essere all’oscuro di tutto, e per questo venivamo ridicolizzati? Era il periodo dell’impero assoluto del Mercato, questa entità presuntuosamente auto-riformabile e auto-regolabile incaricata dall’immutabile destino di preparare e difendere per sempre e principalmente la nostra felicità personale e collettiva, nonostante la realtà si preoccupasse di smentirla ogni ora che passava.

E adesso, quando ogni giorno il numero di disoccupati aumenta? Finiranno finalmente i paradisi fiscali e i conti cifrati? Si indagherà senza remore sull’origine di giganteschi depositi bancari, di ingegneria finanziaria chiaramente illecita, di trasferimenti opachi che, in molti casi, altro non sono che grandiosi riciclaggi di denaro sporco, del narcotraffico e di altre attività delinquenziali? E le risoluzioni speciali per la crisi, abilmente preparate a beneficio dei consigli di amministazione e contro i lavoratori?

Chi risolve il problema della disoccupazione, milioni di vittime della cosiddetta crisi, che per avarizia, malvagità o stupidità dei potenti continueranno a essere disoccupati, sopravvivendo temporaneamente con i miseri sussidi dello Stato, mentre i grandi dirigenti e amministratori di imprese condotte volontariamente al fallimento godono dei milioni coperti dai loro contratti blindati?

Quello che si sta verificando è, sotto ogni aspetto, un crimine contro l’umanità e da questa prospettiva deve essere analizzato nei dibattiti pubblici e nelle coscienze. Non è un’esagerazione. Crimini contro l’umanità non sono soltanto i genocidi, gli etnocidi, i campi della morte, le torture, gli omicidi collettivi, le carestie indotte deliberatamente, le contaminazioni di massa, le umiliazioni come modalità repressiva dell’identità delle vittime. Crimine contro l’umanità è anche quello che i poteri finanziari ed economici, con la complicità esplicita o tacita dei governi, freddamente perpetrano ai danni di milioni di persone in tutto il mondo, minacciate di perdere ciò che resta loro, la loro casa e i loro risparmi, dopo aver già perso l’unica e tante volte già magra fonte di reddito, il loro lavoro.

Dire “No alla Disoccupazione” è un dovere etico, un imperativo morale. Come lo è denunciare il fatto che questa situazione non la generano i lavoratori, che non sono i dipendenti che devono pagare per la stoltezza e gli errori del sistema.

Dire “No alla Disoccupazione” è arrestare il genocidio lento ma implacabile a cui il sistema condanna milioni di persone. Sappiamo di poter uscire da questa crisi, sappiamo di non chiedere la luna. E sappiamo di avere la voce per usarla. Di fronte all’arroganza del sistema, invochiamo il nostro diritto alla critica e alla protesta. Loro non sanno tutto. Si sono ingannati. Si sono sbagliati. Non tolleriamo di essere le loro vittime.

(11 novemnre 2009)

MANCANO 18 GIORNI AL NUOVO LIBRO DI ISABEL ALLENDE




L'isola sotto il mare
di Isabel Allende


Traduzione: Elena Liverani
Collana: I Narratori
Pagine: 432

In libreria dal 2 dicembre 2009



In breve
Le eroine di Isabel Allende recano tutte il medesimo tratto dominante: la passione. Sono le passioni a scolpirne il destino. E Zarité Sedella, detta Tété, protagonista di una storia che si dipana nella Haiti della fine del '700, non fa eccezione.

Il libro
“Nei miei primi quarant’anni io, Zarité Sedella, ho avuto maggior fortuna di altre schiave. Vivrò a lungo e la mia vecchiaia sarà gioiosa, perché la mia stella – la mia z’étoile – brilla anche quando la notte è nuvolosa.”

1770, Santo Domingo, ora Haiti. Tété ha nove anni quando il giovane francese Toulouse Valmorain la compra perché si occupi delle faccende di casa. Intorno, i campi di canna da zucchero, la calura sfibrante dell’isola, il lavoro degli schiavi. Tété impara presto com’è fatto quel mondo: la violenza dei padroni, l’ansia di libertà, i vincoli preziosi della solidarietà. Quando Valmorain si sposta nelle piantagioni della Louisiana, anche Tété deve seguirlo, ma ormai è cominciata la battaglia per la dignità, per il futuro, per l’affrancamento degli schiavi. È una battaglia lenta che si mescola al destarsi di amori e passioni, all’annodarsi di relazioni e alleanze, al muoversi febbrile dei personaggi più diversi – soldati e schiavi guerrieri, sacerdoti vudù e frati cattolici, matrone e cocottes, pirati e nobili decaduti, medici e oziosi bellimbusti. Contro il fondale animatissimo della Storia, Zarité Sedella, soprannominata Tété, spicca bella e coraggiosa, battagliera e consapevole, un’eroina modernissima che arriva da lontano a rammentarci la fede nella libertà e la dignità delle passioni.

giovedì 12 novembre 2009

DALL'INFERNO ALLA BELLEZZA: DUE ORE E MEZZA DI VERITA'

Da quasi ventiquattr'ore penso alle cose dette ieri sera da Roberto Saviano nel programma Che tempo che fa.
Sono una donna e una madre.
Per tutta la notte e per tutto il giorno mi hanno torturato gli splendidi volti delle donne iraniane violentate e dei bambini russi assetati. Verso le tre del mattino mi sveglio per bere un po' d'acqua e per tutto il giorno ogni volta che ho bevuto non ho potuto fare a meno di pensare a quei poveri innocenti, attaccati al seno della loro maestra. Mai più un bimbo dica: "non mangerò più marmellata di lampone".
Due ore e mezza di cruda verità, un pellegrinaggio dantesco tra i gironi dell'Inferno.
Saviano non arretra di fronte all'Inferno, gira le spalle al monte illuminato dai raggi del pianeta e se ne va dritto verso la selva oscura; lo seguono curiose le tre fiere (un uomo è tornato e senza guida) varca la soglia terribile, non si cura del monito stampato a chiare lettere sul volto dei suoi avversari, si avventura tra le fiamme con l'umiltà di un discepolo che desidera apprendere la verità. Si ferma davanti a volti noti, ce li mostra su uno schermo gigante, i morti parlano a lui, a noi, raccontano la loro storia, chiedono giustizia. Ritornano in vita, rivivono per noi gli istanti cruciali delle loro vite spezzate, ci confidano gli ultimi pensieri, ci mostrano gli ultimi gesti, gli occhi scintillano, interrogano.
Tutti morti i volti apparsi sullo schermo alle sue spalle. Crolli di palazzi, colpi di AK-47 e uno schermo buio, la voce di un poeta in una cisterna che si rifiuta di vendere l'anima e sopravvive per non lasciarla nelle mani del suo carnefice, musica africana, un fiume svuotato, l'azzurro del mare. Oh, terra desolata.
Saviano parla con limpidezza, è talmente chiaro che le sue parole confondono gli ascoltatori. Non siamo più abituati alla verità. Ha il peso di una montagna e il bagliore della neve appena caduta. Siamo abituati a girare intorno alla verità fino a perderla di vista in una vertigine di ipotesi, contraddizioni, negazioni. La verità infrange lo schermo, nessuno è piu' al sicuro. Saviano ci consegna le storie maledette che nessuno vuole raccontare o narrare, le mette ai nostri piedi con gesto servile, poi accenna un sorriso, ringrazia e torna nel buio. La televisione impiega qualche istante a ritornare se stessa. Pochi secondi di silenzio dopo gli applausi e prima della pubblicità sono sufficienti. Come per un lampo improvviso, la notte della coscienza si illumina. Riecheggia la voce del tuono e la speranza della pioggia in una terra desolata.

T. S. Eliot
The Waste Land


What is that sound high in the air

Murmur of maternal lamentation

Who are those hooded hordes swarming

Over endless plains, stumbling in cracked earth

Ringed by the flat horizon only

What is the city over the mountains

Cracks and reforms and bursts in the violet air

Falling towers

Jerusalem Athens Alexandria

Vienna London

Unreal


A woman drew her long black hair out tight

And fiddled whisper music on those strings

And bats with baby faces in the violet light

Whistled, and beat their wings

And crawled head downward down a blackened wall

And upside down in air were towers

Tolling reminiscent bells, that kept the hours

And voices singing out of empty cisterns and exhausted wells.

In this decayed hole among the mountains

In the faint moonlight, the grass is singing

Over the tumbled graves, about the chapel

There is the empty chapel, only the wind's home.

It has no windows, and the door swings,

Dry bones can harm no one.

Only a cock stood on the rooftree

Co co rico co co rico

In a flash of lightning. Then a damp gust

Bringing rain


Ganga was sunken, and the limp leaves

Waited for rain, while the black clouds

Gathered far distant, over Himavant.

The jungle crouched, humped in silence.

Then spoke the thunder

D A

Datta: what have we given?

My friend, blood shaking my heart

The awful daring of a moment's surrender

Which an age of prudence can never retract

By this, and this only, we have existed

Which is not to be found in our obituaries

Or in memories draped by the beneficent spider

Or under seals broken by the lean solicitor

In our empty rooms

D A

Dayadhvam: I have heard the key

Turn in the door once and turn once only

We think of the key, each in his prison

Thinking of the key, each confirms a prison

Only at nightfall, aetherial rumours

Revive for a moment a broken Coriolanus

D A

Damyata: The boat responded

Gaily, to the hand expert with sail and oar

The sea was calm, your heart would have responded

Gaily, when invited, beating obedient

To controlling hands


I sat upon the shore

Fishing, with the arid plain behind me

Shall I at least set my lands in order?


London Bridge is falling down falling down falling down


Poi s'ascose nel foco che gli affina

Quando fiam ceu chelidon—O swallow swallow

Le Prince d'Aquitaine à la tour abolie

These fragments I have shored against my ruins

Why then Ile fit you. Hieronymo's mad againe.

Datta. Dayadhvam. Damyata.


Shantih shantih shantih

mercoledì 11 novembre 2009

DIALOGHI IMPOSSIBILI TRA FILOSOFI

Spesso le idee si accendono una con l'altra, come scintille elettriche. (Engels)

E il pensiero ha lo scoppiettio dei fuochi d'artificio, la bellezza della luce...

L'uomo è soltanto un errore di Dio? Oppure Dio è soltanto un errore dell'uomo?(F.Nietzsche)

E se Nietzsche fosse un uomo senza Dio in errore ?

Se esiste un uomo non violento, perché non può esistere una famiglia non violenta? E perché non un villaggio? una città, un paese, un mondo non violento? (Gandhi)

Perché?

L'unica difesa contro il mondo è conoscerlo bene. (Locke)

Lo scudo del sapere mi rende invincibile, ma il mio tallone d'Achille è un cuore ignorante.

Non esistono fatti, ma solo interpretazioni . ( Nietzsche )

La somma delle interpretazioni è la ricostruzione di un fatto?

Chi pensa è immortale , chi non pensa muore . ( Averroè )

Ogni giorno i morti parlano ai vivi?

La parola è potere (Roberto Saviano)

Il potere è una parola.

Io, esule, non ho casa: sono stato gettato via verso l’infinito. (Schlegel)

L'angelo mostrò il passaporto al demonio e disse: "Posso entrare?"

" Quanto manca alla vetta ? " ;" Tu sali e non pensarci! " ( F. W. Nietzsche )

I sogni sono in cima a tutto. Buona notte, e non pensateci!


sta cominciando lo speciale dall'Inferno alla Bellezza! ENJOY!

martedì 10 novembre 2009

IL RE, IL PIRATA E IL BAMBINO


Riflessioni antiche su questioni moderne (e universali!)


"Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati se non delle grandi bande di ladri? Perché anche le bande dei briganti che cosa sono se non dei piccoli Stati? È pur sempre un gruppo di individui che è retto dal comando di un capo, è vincolato da un patto sociale e il bottino si divide secondo la legge della convenzione. Se la banda malvagia aumenta con l'aggiungersi di uomini perversi tanto che possiede territori, stabilisce residenze, occupa città, sottomette popoli, assume più apertamente il nome di Stato che gli è accordato ormai nella realtà dei fatti non dalla diminuzione dell'ambizione di possedere ma da una maggiore sicurezza nell'impunità. Con finezza e verità a un tempo rispose in questo senso ad Alessandro il Grande un pirata catturato. Il re gli chiese che idea gli era venuta in testa per infestare il mare. E quegli con franca spavalderia: "La stessa che a te per infestare il mondo intero; ma io sono considerato un pirata perché lo faccio con un piccolo naviglio, tu un condottiero perché lo fai con una grande flotta.

(Agostino, De civitate Dei, IV)

Ascoltami: ho preso il caso dei bambini perché tutto fosse più evidente. Di tutte le altre lacrime dell'umanità, delle quali è imbevuta la terra intera, dalla crosta fino al centro, non dirò nemmeno una parola, ho ristretto di proposito l' ambito della mia discussione. Io sono una cimice e riconosco in tutta umiltà che non capisco per nulla perché il mondo sia fatto così. Vuol dire che gli uomini stessi hanno colpa di questo: è stato concesso loro il paradiso, ma essi hanno voluto la libertà e hanno rubato il fuoco dal cielo, pur sapendo che sarebbero diventati infelici, quindi non c'è tanto da impietosirsi per loro. La mia povera mente, terrestre ed euclidea, arriva solo a capire che la sofferenza c'è, che non ci sono colpevoli, che ogni cosa deriva dall'altra direttamente, semplicemente, che tutto scorre e si livella - ma queste sono soltanto baggianate euclidee, io lo so, e non posso accettare di vivere in questo modo! Che conforto mi può dare il fatto che non ci sono colpevoli e che questo io lo so - io devo avere la giusta punizione, altrimenti distruggerò me stesso. E non già la giusta punizione nell'infinito di un tempo o di uno spazio remoti, ma qui sulla terra, in modo che io la possa vedere con i miei occhi. Ho creduto e voglio vedere con i miei occhi, e se per quel giorno sarò già morto, che mi resuscitino, giacché se tutto accadesse senza di me, sarebbe troppo ingiusto. Certo non ho sofferto unicamente per concimare con me stesso, con le mie malefatte e le mie sofferenze, l'armonia futura di qualcun altro. Io voglio vedere con i miei occhi il daino sdraiato accanto al leone e la vittima che si alza ad abbracciare il suo assassino. Voglio essere presente quando d'un tratto si scoprirà perché tutto è stato com'è stato. Tutte le religioni di questo mondo si basano su questa aspirazione, e io sono un credente. Ma ci sono i bambini: che cosa dovrò fare con loro? È questa la domanda alla quale non so dare risposta. Per la centesima volta lo ripeto: c'è una miriade di questioni, ma ho preso soltanto l'esempio dei bambini, perché nel loro caso quello che voglio dire risulta inoppugnabilmente chiaro. Ascolta: se tutti devono soffrire per comprare con la sofferenza l'armonia eterna, che c'entrano qui i bambini? Rispondimi, per favore. È del tutto incomprensibile il motivo per cui dovrebbero soffrire anche loro e perché tocca pure a loro comprare l'armonia con le sofferenze. Perché anch'essi dovrebbero costituire il materiale per concimare l'armonia futura di qualcun altro? La solidarietà fra gli uomini nel peccato la capisco, capisco la solidarietà nella giusta punizione, ma con i bambini non ci può essere solidarietà nel peccato, e se è vero che essi devono condividere la responsabilità di tutti i misfatti compiuti dai loro padri, allora io dico che una tale verità non è di questo mondo e io non la capisco.

(Fëdor Michajlovic Dostoevskij, I fratelli Karamàzov trad. di Maria Rosaria Fasanelli, Garzanti, Milano)


lunedì 9 novembre 2009

IL MURO DI BERLINO - IL MURO DI NAPOLI

20 anni fa crollava il muro di Berlino. A chi nel 1989 non era che un neonato consiglio:

muro 1989

1989. A vent’anni da quello storico evento esce “1989″, un libro ideato e nato in Italia per le edizioni Orecchio Acerbo con la collaborazione del Goethe-Institut Italien. Pubblicato in altri cinque Paesi europei (Francia, Germania, Polonia, Russia e Spagna) grazie all’iniziativa dell’editore italiano e del Goethe-Institut, racconta il Muro a quella generazione venuta dopo il crollo della divisione fortificata tra Germania Est e Ovest.

La penna di dieci grandi scrittori e la matita di Henning Wagenbreth per un ideale, enorme graffito contro l’intolleranza. Dieci racconti, ricchi di fantasia e colorate suggestioni, contro il tetro grigiore dei muri.


Berlino. Israele-Cisgiordania. Stati Uniti-Messico. Corea del Nord-Corea del Sud. Cipro greca-Cipro turca. Spagna-Marocco. Arabia Saudita-Yemen. India-Pakistan. Thailandia-Malesia. Botswana-Zimbawe. Belfast. Bagdad. Hoek Van Holland. Padova.

Muri famosi e quasi sconosciuti, grandi e piccoli. A guardarli, sembrano costruiti con mattoni, filo spinato, blocchi di cemento, corrente elettrica, sensori agli infrarossi. Tutti sono tenuti in piedi da un unico, misero impasto: diffidenza, egoismo, paura, odio che separano gli uomini per il colore della pelle, la religione, la cultura, la ricchezza.

Ai muri del bel libro che spero leggerete spero si aggiunga presto il muro di Napoli: anche l'Italia aspetta che cada il suo "muro". Ogni parola contro la mafia è un colpo di piccone contro il muro di silenzio che circonda il Sud.
E' per questo che per ricordare il muro di Berlino oggi vi invito a leggere (o rileggere) anche l' articolo di Roberto Saviano "La camorra alla conquista dei partiti in Campania" Demolire il muro di silenzio è l'unica cosa da fare: occorre azzerare tutto... e forse si potrà ricominciare.
Buon anniversario Germania! Speriamo di abattere il nostro muro, presto.

"L'unica cosa da fare è azzerare tutto. Azzerare le dirigenze, interrompere i processi di selezione in corso, sia per la candidatura alla Regione che per le primarie del Pd, all'occorrenza invalidare i risultati. Non è più pensabile lasciare la politica in mano a chi la svende a interessi criminali o feudali. Non basta più affidare il risanamento di questa situazione all'azione del potere giudiziario. Non basterebbe neppure in un Paese in cui la magistratura non fosse al centro di polemiche e i tempi della giustizia non fossero lunghi come nel nostro. È la politica, solo la politica che deve assumersi la responsabilità dei danni che ha creato. Azzerare e non ricandidare più tutti quei politici divenuti potenti non sulle idee, non su carisma, non sui progetti ma sulle clientele, sul talento di riuscire a spartire posti e quindi ricevere voti.

Mentre la politica si disinteressava della mafia, la mafia si è interessata alla politica cooptandola sistematicamente. Ieri a Casapesenna, il paese di Michele Zagaria, è morto un uomo, un politico, il cui nome non è mai uscito dalle cronache locali. Si chiamava Antonio Cangiano, nel 1988 era vicesindaco e si rifiutò di far vincere un appalto a un'impresa legata al clan. Per questo gli tesero un agguato. Lo colpirono alla schiena, da dietro, in quattro, in piazza: non per ucciderlo ma solo per immobilizzarlo, paralizzarlo. Tonino Cangiano ha vissuto ventun'anni su una sedia a rotelle, ma non si è mai piegato. Non si è nemmeno perso d'animo quando tre anni fa coloro che riteneva responsabili di quel supplizio sono stati assolti per insufficienza di prove.

Se la politica, persino la peggiore, non vuole rassegnarsi ad essere mero simulacro, semplice stampella di un'altra gestione del potere, è ora che corra drasticamente ai ripari. Per mero istinto di sopravvivenza, ancora prima che per "questione morale". Non è impossibile. O testimonia l'immagine emblematica e reale di Tonino che negli anni aveva dovuto subire numerosi e dolorosi interventi terminati con l'amputazione delle gambe, un corpo dimezzato, ma il cui pensiero, la cui parola, la cui voglia di lottare continuava a prendersi ogni libertà di movimento. Un uomo senza gambe che cammina dritto e libero, questo è oggi il contrario di ciò che rappresentano il Sud e la Campania. È ciò da cui si dovrebbe finalmente ricominciare.
© 2009 Roberto Saviano. Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency

domenica 8 novembre 2009

ADOTTA UNA PAROLA ONLINE




Il 90% delle nostre conversazioni si basa su un numero piccolissimo di vocaboli: solo 7.000! Il resto delle parole resta inutilizzato (silenziose le ritroviamo nei dizionari, nei libri impolverati ecc. ). Cosa accade quando nel mondo muore una parola? Il silenzioso buco nero si espande, con le parole scompaiono interi universi... mai più avremo la possibilità di pensare quello che la parola, scomparendo, ha cancellato.
Per questo mi piace l'iniziativa Save the Words, un sito che invita gli utenti a indicare termini desueti o in via di estinzione. Andate a visitarlo (sotto l'immagine c'è il link): troverete un muro animato pullulante di parole che rischiano di scomparire. "Aiuto", "Scegli me!" "Io, io" ...mentre scorrete il mouse vi implorano di fermarvi a leggere il significato e valutare la possibilità di salvarle!
Un'idea per salvarle? Adottarne una! Si può ordinare una T-shirt con la parola prescelta a 25 dollari (meno di 20 euro!)

Io ho scelto blateration che vuol dire blabber, chatter! Mi ha sorpreso trovarla tra le parole in disuso...come può essere sul punto di scomparire una parola così attuale!

Per un osservatorio della lingua italiana, invece, vi invito a consultare il sito Accademia della Crusca.
Ecco una lista di parole nuove, o neologismi, o baby-vocaboli da poco entrati nell'uso ufficiale e corrente (fiocchi rosa e celesti da allevare con tenerezza!)

Le ultime nuove parole:

Sitografia
Videofonino
No global (o no-global)
Badante
Girotondo
Autodosarsi
Bipartisan
Cartolarizzazione
Autoconvocarsi
Bioterrorismo


INFLUENZA A H1N1 ... IL VACCINO! PRO E CONTRO...




In bocca al lupo con gli effetti collaterali!
:)

giovedì 5 novembre 2009

LA BELLEZZA E L'INFERNO

Che tempo che fa, la trasmissione condotta da Fabio Fazio su Rai Tre, sta preparando una puntata speciale in prima serata per mercoledì 11 novembre dal titolo Dall’inferno alla bellezza di e con Roberto Saviano. Lo speciale tratterà ancora una volta il tema principale dell’ultimo libro dello scrittore napoletano La bellezza e l’inferno: la forza della parola non nascosta né perduta, la parola scritta o detta che dà la possibilità di esistere e che vive attraverso le storie di grandi persone, come Anna Politkovskaja e Miriam Makeba.

Dal 13 ottobre 2006, Saviano vive sotto scorta e l’11 novembre saranno esattamente 3 anni e 29 giorni di vita negata.

Dello speciale lo scrittore napoletano dice: «Il titolo della serata vuole dire una cosa semplice, vuole ricordare che da un lato esistono la libertà e la bellezza necessarie per chi scrive e per chi vive, dall’altro esiste il loro contrario, la loro negazione: l’inferno che sembra continuamente prevalere. E’ possibile che ancora oggi, l’Uomo, nella sua accezione più ampia, debba passare necessariamente attraverso l’inferno per raggiungere la bellezza?»

THE DEAD

In occasione della festività dei morti, avevo promesso ad una cara mamma di uno studente del primo anno, che avrei fatto leggere alla classe la poesia A' Livella di Antonio De Curtis, in arte Totò.
Purtroppo il gran numero di studenti assenti per colpa dell'influenza mi ha costretto a modificare il contenuto della lezione e alla fine ho scelto di fare altro.
Ho comunque ripensato, riletto e riascoltato la poesia. Un capolavoro di saggia leggerezza di fronte al vuoto della morte.
Ecco la poesia, con qualche giorno di ritardo. Spero che qualcuno la legga per la prima volta e se ne innamori per sempre!
Subito dopo la poesia c'è un video molto inquietante (perlomeno lo è stato per me). Guardandolo ho sorriso e, con in testa A' Livella, mi è venuto da esclamare, come Totò:

Tutto a 'nu tratto,che veco 'a luntano?
Ddoje ombre avvicenarse 'a parte mia...
Penzaje:stu fatto a me mme pare strano...
Stongo scetato...dormo,o è fantasia?

Nel video infatti si vede un cimitero giapponese: tessera magnetica, cassetta di sicurezza, stanza confortevole. Nella cassetta c'è il caro estinto e il tapis roulant gli permette di arrivare tra le braccia del parente.

Visita cimiteriale postmoderna!

'A livella

di Antonio De Curtis


Ogn'anno,il due novembre,c'é l'usanza
per i defunti andare al Cimitero.
Ognuno ll'adda fà chesta crianza;
ognuno adda tené chistu penziero.

Ogn'anno,puntualmente,in questo giorno,
di questa triste e mesta ricorrenza,
anch'io ci vado,e con dei fiori adorno
il loculo marmoreo 'e zi' Vicenza.

St'anno m'é capitato 'navventura...
dopo di aver compiuto il triste omaggio.
Madonna! si ce penzo,e che paura!,
ma po' facette un'anema e curaggio.

'O fatto è chisto,statemi a sentire:
s'avvicinava ll'ora d'à chiusura:
io,tomo tomo,stavo per uscire
buttando un occhio a qualche sepoltura.

"Qui dorme in pace il nobile marchese
signore di Rovigo e di Belluno
ardimentoso eroe di mille imprese
morto l'11 maggio del'31"

'O stemma cu 'a curona 'ncoppa a tutto...
...sotto 'na croce fatta 'e lampadine;
tre mazze 'e rose cu 'na lista 'e lutto:
cannele,cannelotte e sei lumine.

Proprio azzeccata 'a tomba 'e stu signore
nce stava 'n 'ata tomba piccerella,
abbandunata,senza manco un fiore;
pe' segno,sulamente 'na crucella.

E ncoppa 'a croce appena se liggeva:
"Esposito Gennaro - netturbino":
guardannola,che ppena me faceva
stu muorto senza manco nu lumino!

Questa è la vita! 'ncapo a me penzavo...
chi ha avuto tanto e chi nun ave niente!
Stu povero maronna s'aspettava
ca pur all'atu munno era pezzente?

Mentre fantasticavo stu penziero,
s'era ggià fatta quase mezanotte,
e i'rimanette 'nchiuso priggiuniero,
muorto 'e paura...nnanze 'e cannelotte.

Tutto a 'nu tratto,che veco 'a luntano?
Ddoje ombre avvicenarse 'a parte mia...
Penzaje:stu fatto a me mme pare strano...
Stongo scetato...dormo,o è fantasia?

Ate che fantasia;era 'o Marchese:
c'o' tubbo,'a caramella e c'o' pastrano;
chill'ato apriesso a isso un brutto arnese;
tutto fetente e cu 'nascopa mmano.

E chillo certamente è don Gennaro...
'omuorto puveriello...'o scupatore.
'Int 'a stu fatto i' nun ce veco chiaro:
so' muorte e se ritirano a chest'ora?

Putevano sta' 'a me quase 'nu palmo,
quanno 'o Marchese se fermaje 'e botto,
s'avota e tomo tomo..calmo calmo,
dicette a don Gennaro:"Giovanotto!

Da Voi vorrei saper,vile carogna,
con quale ardire e come avete osato
di farvi seppellir,per mia vergogna,
accanto a me che sono blasonato!

La casta è casta e va,si,rispettata,
ma Voi perdeste il senso e la misura;
la Vostra salma andava,si,inumata;
ma seppellita nella spazzatura!

Ancora oltre sopportar non posso
la Vostra vicinanza puzzolente,
fa d'uopo,quindi,che cerchiate un fosso
tra i vostri pari,tra la vostra gente"

"Signor Marchese,nun è colpa mia,
i'nun v'avesse fatto chistu tuorto;
mia moglie è stata a ffa' sta fesseria,
i' che putevo fa' si ero muorto?

Si fosse vivo ve farrei cuntento,
pigliasse 'a casciulella cu 'e qquatt'osse
e proprio mo,obbj'...'nd'a stu mumento
mme ne trasesse dinto a n'ata fossa".

"E cosa aspetti,oh turpe malcreato,
che l'ira mia raggiunga l'eccedenza?
Se io non fossi stato un titolato
avrei già dato piglio alla violenza!"

"Famme vedé..-piglia sta violenza...
'A verità,Marché,mme so' scucciato
'e te senti;e si perdo 'a pacienza,
mme scordo ca so' muorto e so mazzate!...

Ma chi te cride d'essere...nu ddio?
Ccà dinto,'o vvuo capi,ca simmo eguale?...
...Muorto si'tu e muorto so' pur'io;
ognuno comme a 'na'ato é tale e quale".

"Lurido porco!...Come ti permetti
paragonarti a me ch'ebbi natali
illustri,nobilissimi e perfetti,
da fare invidia a Principi Reali?".

"Tu qua' Natale...Pasca e Ppifania!!!
T''o vvuo' mettere 'ncapo...'int'a cervella
che staje malato ancora e' fantasia?...
'A morte 'o ssaje ched''e?...è una livella.

'Nu rre,'nu maggistrato,'nu grand'ommo,
trasenno stu canciello ha fatt'o punto
c'ha perzo tutto,'a vita e pure 'o nomme:
tu nu t'hè fatto ancora chistu cunto?

Perciò,stamme a ssenti...nun fa''o restivo,
suppuorteme vicino-che te 'mporta?
Sti ppagliacciate 'e ffanno sulo 'e vive:
nuje simmo serie...appartenimmo à morte!




LA MAPPA DELLE STORIE INVISIBILI: Roma, Fontana delle tartarughe

Stasera una storia invisibile è apparsa alla Fontana delle tartarughe... buon ascolto, se passate di là. E, a proposito, salutatemi Serafina...