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LETTERA A ROBERTO SAVIANO


Una lettera a Saviano dopo la lettura sulla Repubblica del suo articolo "Il sangue dei ragazzi venuti dal Sud".

Caro Roberto Saviano,

oggi ho distribuito il suo articolo "Il sangue dei ragazzi venuti dal Sud" ai miei studenti di letteratura italiana. Come sempre le sue parole aiutano la verità a farsi strada, come sempre lei riesce "a far uscire i ragni dai buchi". Nel mio caso, poi, le sue parole sono come aceto sulle ferite. Anche io nasco in un paese del Sud, Pietradefusi, nella provincia di Avellino. Mia madre è la democrazia cristiana e mio padre il terremoto dell'80. Come non essere una figlia ribelle. Ho passato l'adolescenza a sognare la fuga insieme a mio fratello; a 25 anni ho vinto una borsa di studio ministeriale e sono andata in Irlanda, terra di eroi mitologici e quotidiani, a conoscere poeti e scrittori, a tradurli. Oggi vivo e lavoro a Roma. Mio marito è irlandese, ho 2 figli, insegno letteratura in un liceo internazionale. I miei studenti sono quasi tutti rampolli di famiglie facoltose. Sono, a volte, figli di figli del Sud. Li riconosco dai lineamenti, dai cognomi, dalle improvvise memorie che saltano fuori dai loro alberi genealogici. A volte sono ignari. Non conoscono il Sud. Spesso temono l'aggettivo "meridionale" e sono cauti ad usarlo in mia presenza. Ho sempre detto che un figlio del Sud ha dentro un buco nero, un universo imploso che inghiotte intere vite se glielo permetti. Io sono orgogliosa delle mie radici, amo la mia terra ma l'infinita tristezza del mio Sud mi è rimasta addosso, come un odore di santità involontaria.
Lei, per esempio, scrivendo Gomorra è diventato il nostro martire. Quando leggo i suoi articoli su La Repubblica ho la sensazione che stia scrivendo da un altro mondo, quello un po' irreale che purtroppo è diventato il suo "obbligatorio" rifugio dopo Gomorra. Io vorrei che lei potesse ritornare a vivere una vita normale, io vorrei che tutto il Paese (e non solo la scorta) la proteggesse dalla minaccia di morte. Uno scudo umano da portare davanti al cuore. Io spero che il sangue di San Gennaro non venga più versato. Spero che da Napoli non sgorghi più nemmeno una goccia di sangue, nemmeno quello di un Santo. Come diceva un altro figlio del Sud, è ora che le statue delle Madonne e dei Santi sorridano.
Io vorrei vederla entrare nella mia scuola, in carne ed ossa; vorrei sentirla parlare con gli studenti che hanno letto e amato il suo libro. La credono un eroe. E sappiamo tutti cosa voglia dire la parola eroe: solitudine e destino tragico. Io spero che lei non diventi un eroe.
Io vorrei che fosse lo STATO a farsi carico della lotta all'ingiustizia ma la ringrazio dal profondo del mio cuore per la sua quotidiana lotta contro il MALE. Vorrei cambiare il finale di "A ciascuno il suo" e che nessuno osasse mai più dire "povero scemo" al professor Laurana. Come Sciascia invoco un nuovo Illuminismo, e ringrazio chi come lei è profeta della ragione in un'epoca di irrazionalità e barbarie crescenti. Le vittime di Kabul sono cresciute in piazze deserte come quella del mio paese. Ho visto tanti amici partire, restare, morire. Quando torno da mio padre e mia madre, ritrovo i fantasmi da cui sono fuggita, vedo le cicatrici del terremoto - sulle case vuote e sulle facce della gente. Vedo i politici arroganti, i baroni di sempre, vedo mio padre - commerciante - stanco di lottare. Vedo mia madre - nata a Venosa (PZ) sempre più distante. Vedo i giovani vecchi che parlano di rassegnazione e di telefonini. Vedo donne sempre più fragili, sempre più marginali: figli, lavori part time, pensioni di accompagnamento di genitori e figli paralizzati dalla vita, mutui impossibili, mobili da pagare a rate, sigarette che si spera uccidano prima della camorra, della droga, del silenzio, dell'ignoranza.
Io e i miei studenti le volevamo dire grazie per l'articolo di oggi. Forse loro lo hanno compreso a metà ma credo che sia servito a lasciare dentro l'ombra della terra dalla quale veniamo - io, lei, tutti.

Con affetto,
Giovanna Iorio

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