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HARUKI MURAKAMI, CORRERE NEL LABIRINTO DELL'ANIMA

Correre e leggere sono due mie grandi passioni. Qualcuno crede che siano aspetti diversi e forse inconciliabili del mio carattere: da una parte la velocità, l'aria aperta, il movimento; dall'altra la solitudine, l'immobilità, gli spazi chiusi. Sono tanti, invece, i punti in comune. La corsa è una quotidiana astrazione, molto simile al lento distacco dal mondo richiesto dalla lettura. Chi legge, come chi corre, cerca la solitudine dentro di sè, un'isola azzurra, senza nome, avvolta dalla nebbia.
Uno dei miei scrittori preferiti, il giapponese Haruki Murakami, (di lui ho letto tutto!) è anche un grande appassionato di corsa. Murakami corre e scrive allo stesso modo: ascolta il suo corpo, rispetta i limiti che di volta in volta esso gli impone, supera ostacoli insormontabili grazie a disciplina e una ferrea volontà. Corre accompagnato dalla sua musica preferita e anche nei suoi racconti la musica è sempre un sottofondo parallelo alle parole.
Uscirà domani in tutte le librerie italiane, "L'arte di correre" il libro di Murakami che parla della corsa, delle sue sfide, delle maratone, dei pensieri durante i chilometri percorsi. Quindi non solo leggerò un altro titolo del mio amato Murakami, ma questa volta assaporerò tutti i momenti intensi delle sue corse, diventerò parte dei suoi pensieri concepiti in velocità. Per Murakami si corre (e si scrive) per sconfiggere il tempo. La corsa è consolazione: dà gioia, salute mentale, sollievo dalle ingiustizie. "Il nostro corpo è un labirinto," dice Murakami, "tenebre ovunque, angoli morti ovunque, ma ovunque una seconda natura che ci attende." Ci sono momenti di gioia indescrivibile che si accompagnano alla corsa (e alla lettura); sono quegli istanti di appagamento interiore, frutto di un percorso, immaginario o reale. Qualunque sia il percorso, si corre sempre dentro noi stessi. Qualunque sia il libro, si legge sempre dentro noi stessi. La gioia deriva dall'approdare, inaspettatamente, sulla nostra isola azzurra proprio quando temevamo di non essere più in grado di vederla.

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