LA FRASE DI PROUST



Una nuova settimana, l'ultima di luglio! A cosa la dedichiamo? Vediamo un po'... che ne dite di dedicarla alla lentezza? C'è un bel libro di Kundera, intitolato La lentezza in cui l'autore esalta il piacere di ritrovare il ritmo desueto della non velocità.
Si sa, le vacanze volano, l'estate passa in un baleno, la vita è un attimo da cogliere e rincorrere. Queste frasi ci spingono all'azione, alla velocità anche quando non ce ne rendiamo conto.
Allora è meglio imparare a gestire il tempo, a centellinarlo prima che l'estate ci scorra addosso come l'acqua di una doccia. Ancora una volta impariamo dagli scrittori: chi scrive gioca con le lancette , è un orologiaio un po' matto, una divinità che passa il tempo a rovesciare clessidre e a scegliere se rallentare o accelerare.
Oggi, vi invito a scoprire uno scrittore particolarmente lento, che ha dedicato quasi tutta la sua vita, e soprattutto le sue notti, a cercare il tempo perduto. Sto parlando di Marcel Proust e del romanzo in sette volumi, Alla ricerca del tempo perduto scritto tra il 1909 e il 1922.
Marcel soffriva di asma, una malattia che gli impediva il riposo notturno. Il respiro irregolare e sofferto lo costringeva a notti insonni, le cui ore si dilatavano al ritmo dell'angoscioso inspirare dello scrittore. Marcel Proust scriveva a letto, in una stanza foderata di sughero, per far sì che nessun rumore lo raggiungesse.
Cos'è che rende la scrittura proustiana un inno alla lentezza? Ebbene, lo scrittore amava le descrizioni lunghe e prolisse, gli aggettivi con cui sezionava il mondo intorno a sè potevano riempire pagine e pagine. Esiste "la frase di Proust": lunga, interminabile, come un respiro malato che non si conclude, come chi inspira aria e non la lascia mai fuoriuscire. Una frase che può dare il capogiro, interminabile, quasi.... asmatica. Insomma, leggere Proust significa sentire il respiro irregolare dello scrittore nella sua stanza foderata di sughero, nelle notti lunghe e interminabili.
Ecco una sua frase (l'incipit de All'ombra delle fanciulle in fiore) sulla quale indugiare, se vi va, per tutto il pomeriggio. Per rallentare lo scorrere di questa settimana vi consiglio di provare a scrivere alla maniera di Proust: una serie infinita di frasi subordinate, poca punteggiatura e qualche punto ogni trentina di righe! Vi garantisco che una frase lunga e complessa come la sua è una sorta di labirinto da cui il tempo non potrà fuggire!

Quando si trattò di avere per la prima volta a pranzo il signor di Norpois, siccome mia madre diceva che era proprio un peccato che il professar Cottard fosse in viaggio e che lei avesse smesso del tutto di frequentare Swann, perché l'uno e l'altro senza dubbio avrebbero interessato l'ex ambasciatore, mio padre rispose che un convitato eminente, un illustre scienziato come Cottard non poteva mai sfigurare in un pranzo, ma Swann, con la sua ostentazione, e quel suo modo di strombazzare le conoscenze più insignificanti, era un volgare sbruffone che il marchese di Norpois avrebbe di sicuro giudicato, secondo la sua espressione, "pestifero".

[Marcel Proust, All'ombra delle fanciulle in fiore, traduzione di Franco Calamandrei e Nicoletta Neri, Mondadori, Milano, 1951.]


Commenti

  1. Il deserto
    La città, per tanti uno stile di vita, per altri una faticosa rutine, per molti una casa.
    Questi immensi agglomerati di pensieri, voci, emozioni, e gli immancabili bipedes (mi piace troppo questa parola) causa del trambusto.
    Tubature, palazzi, strade, cavi, antenne, auto tutto quello che ti ricorda la civiltà, o meglio quello che noi pensiamo sia la civiltà anche se lastricare tutto in cemento e inquinare non mi sembra molto civile.
    Queste immense radure grigie su google earth si svuotano quasi completamente lasciando un vuoto. Il caldo e il silenzio prendono il sopravvento dominando la città. Per i pochi rimasti sembra quasi impossibile. Tutto chiuso a volte qualche bar che resiste alla caluria estiva. Una macchina ogni tanto sfreccia faccendo sbattere i tombini sconnessi sulla carreggiata che ecano sulle serrande e le persiane chiuse.
    I semafori rossi nella speranza che ci sia qualcuno a fissarli impazzientemente come in quelle giornate lavorative dove durante l'ora di punta dove tutti gli occhi si concentrano speranzosi su quella lucetta verde nella struggente attesa della sua accensione. Le poche volanti della polizia accostate sotto ad un albero sfuggendo al calso nella attesa di trovare qualcuna da multare che non c'è.
    I supermercati deserti con una cassiera solitaria che fa un solitario cercando di non sentire troppo la mancanza di quel "bip..bip..bip"che tanto non sopporta nei giorni normali.
    Ler città si spremono come limoni e in contemporanea le località turistiche si gonfiano come palloncini come su una bilancia che però non si ferma mai.

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  2. Mi sa che io e Proust non andremo mai tanto d'accordo!!

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