venerdì 31 luglio 2009

O LENTE LENTE CURRITE NOCTIS EQUI




Ultimo giorno di luglio, ultimo giorno dedicato alla lentezza. Ma ancora una volta lentezza e velocità sembrano fondersi in un binomio affascinante, proprio come nelle riflessioni di ieri.
Stranamente riscopro, nelle ultime disperate parole di Dr. Faust che cerca inutilmente di fermare il tempo, l'ossimoro della vita: una corsa lenta verso la notte.
Nel Doctor Faust di Christopher Marlowe (1564-1593) apprendiamo che il patto con Lucifero ha dato a Faust la conoscenza ma la sua anima dovrà cadere nelle mani del diavolo e l'ora tanto temuta sta per arrivare:

Ah Faust , Ora non ti resta che una misera ora da vivere,
E poi dovrai essere dannato in eterno.

Fermatevi, voi sempre rotanti Sfere celesti,

Che il Tempo s'arresti, e la mezzanotte non arrivi mai.

Occhio gentile della natura, risorgi e rendi

Il giorno infinito: o fa che quest'ora sia

Un anno, un mese, una settimana, un giorno normale,

Che Faust possa pentirsi e salvare la sua anima.
O lente, lente currite noctis equi.


L'ultimo verso è in latino e possiamo tradurlo più o meno così:

O lentamente correte cavalli della notte

Questo verso di Christopher Marlowe mi è rimasto nella testa per anni, da quando, al liceo la mia professoressa di inglese mi "suggerì" di memorizzare alcune strofedell'opera.
Lentamente correte...
queste magiche parole ritornano come un incantesimo e tutto rallenta: il sole rovente non tramonta, il fischio del treno non svanisce, il gabbiano si ferma tra acqua e cielo.
Marlowe venne colpito a morte, in una taverna, vittima casuale di una rissa tra ubriachi. Aveva 29 anni. Insieme lui vennero seppelliti i semi di opere mai scritte, il ritmo di versi immortali che che avremmo potuto leggere e imparare a memoria.
Goethe, quasi due secoli dopoo, trasformerà il Faust di Marlowe in un eroe romantico, gli attribuirà luci e ombre della sua epoca: un uomo in bilico tra tenebre e luce intento a vivere intensamente gli attimi più disperati della propira esistenza.
Eppure, se devo essere sincera, Doctor Faust di Marlowe resta un enigma più affascinante. Con la sua preghiera alla notte Faust illumina il paradosso della vita e della conoscenza: una lenta corsa verso la notte.

mercoledì 29 luglio 2009

EQUAZIONI ELEMENTARI: VELOCITA' E LENTEZZA, MEMORIA E OBLIO


Allora, come sta andando la vostra settimana slow? Io credo di essere riuscita nell'intento e il tempo si è davvero fermato. Oggi ho detto, per ben due volte, "E' ancora giovedì?" mentre di solito dico "E' già giovedì!" Ma non mi sto annoiando, semplicemente metto in pratica quanto ho predicato: mi gusto tutto.... lentamente. Anche i record del mondo dei campionati di nuoto, anche la velocità di Federica Pellegrini alla quale dedico il nostro post lento! E mentre esulto per l'incredibile risultato continuo a riflettere sulla lentezza. Ecco un'equazione elementare da La lentezza di Milan Kundera:

"C'è un legame segreto fra lentezza e memoria, fra velocità e oblio. Prendiamo una situazione delle più banali: un uomo cammina per la strada. A un tratto cerca di ricordare qualcosa, che però gli sfugge. Allora, istintivamente, rallenta il passo. Chi invece vuole dimenticare un evento penoso appena vissuto accelera inconsapevolmente la sua andatura, come per allontanarsi da qualcosa che sente ancora troppo vicino a sé nel tempo. Nella matematica esistenziale questa esperienza assume la forma di due equazioni elementari: il grado di lentezza è direttamente proporzionale all'intensità della memoria; il grado di velocità è direttamente proporzionale all'intensità dell'oblio."

Ho ripescato questa formula di matematica esistenziale elaborata dallo scrittore Kundera proprio nel bel mezzo di una settimana da record mondiali. Che ne pensate?

E' vero che quando vogliamo ricordare rallentiamo, mentre quando vogliamo dimenticare corriamo? Se così fosse, visto che viviamo in città frenetiche in cui non si fa altro che correre (vedi il post di Giacomino), forse stiamo diventando un popolo dell'oblio, una folla di velocipedi che stentano a ricordare, a memorizzare, a comprendere. Dimenticheremo anche l'oro della velocissima Pellegrini?

Se vi riconoscete in questo identikit apocalittico: i corridori immemori, da sabato 1 agosto preparatevi ad una nuova sfida sul nostro BLOG: fotograferemo la vita... di corsa.

Mi piacerebbe provare a fermare con un click la vita che scorre senza interruzione. Parleremo di letteratura e fotografia, scriveremo storie a partire da fotografie, nostre o di altri. L'importante è scattare, essere abili a catturare la vita che fugge! Ci state?

Ora alcune domande IMPORTANTI!

  1. Quanti libri avete letto finora?
  2. Come li avete letti?
  3. Avete preso appunti mentre leggevate?
  4. Vi siete soffermati su alcune frasi?
  5. Quali e perchè?
  6. Quali riflessioni avete fatto?

E' ARRIVATO IL MOMENTO DI RISPONDERE!

Manca poco al giorno X...e, soprattutto per i miei studenti di IB, preparatevi ad un anno intensissimo se vorrete ottenere buoni risultati. Come l'oro e i record di Federica Pellegrini, anche voi per un risultato da campioni, dovete lavorare duro!

Gli sportivi lo sanno, ma è così anche per l'IB. Quest'anno sono AL SETTIMO CIELO per i risultati dei miei studenti di Language A e Language B.

Lo sapete che cosa ascolta una campionessa prima di conquistare l'oro? Cliccate e ricaricatevi!

Fra un mese si ricomincia e ad agosto voglio ogni giorno pagine e pagine dei vostri commenti!


LENTAMENTE ...MUORE di PABLO NERUDA


Lentamente muore chi diventa schiavo dell'abitudine, ripetendo ogni
giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non
rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su
bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno
sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti
all'errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul
lavoro, chi non rischia la certezza per l'incertezza, per inseguire un
sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai
consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi
non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente
chi distrugge l'amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i
giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non
fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli
chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.
Soltanto l'ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida
felicità.
(P. Neruda)

martedì 28 luglio 2009

SPIRIT IN THE SKY


Martedì lento lento: sono andata in bicicletta, ho pedalato alla velocità delle lumache, mi sono fermata davanti all'edicola, sono scesa dalla bici al rallentatore, ho preso il giornale con gesto pachidermico, l'ho sfogliato a velocità 0, mi sono gustata l'articolo sulla vergogna parola per parola. Ed ecco a cosa serve la lentezza, forse a riflettere sulle parole desuete che lentamente e inosservate scompaiono dalla nostra esistenza, lasciando un vuoto incolmabile.
Nell'articolo LO STATO DI SALUTE DELLA DEMOCRAZIA E L'INCAPACITA' DI PROVARE VERGOGNA, (La Repubblica, 28 luglio, pag. 11) il giornalista Giancarlo Carofiglio, dà l'annuncio della scomparsa della parola vergogna dal lessico civile. La definizione ci dice che si tratta di una parola legata al sentimento di colpa che si prova di fronte a un atto riprovevole. A quanto pare non si tratta solo di una parola in disuso ma la sua scomparsa indicherebbe un'incapacità crescente in ogni individuo: l'impossibilità di provare vergogna è infatti una vera e propria patologia caratteriale, tipica di soggetti cinici, protervi, sfacciati, spudorati.
Il mio martedì lento mi offre l'occasione di riflettere, insieme a voi, su questo sentimento estinto grazie al quale imparavamo quanto potessero essere riprovevoli alcune nostre azioni e quindi a rimediare. Come chi non prova dolore fisico rischia di scoprire troppo tardi di essere ferito in maniera mortale, così chi non prova il sintomo della vergogna potrebbe non accorgersi delle ferite alla propria dignità e morire di cinismo.
E così apprendo dall'articolo che nelle opere di Shakespeare la parola vergogna compare 350 volte, che per il filosofo Pascal "non c'è vergogna se non nel non averne". Imparo quali siano i contrari della parola nei nostri dizionari: impudenza, cinismo, protetvia, sfacciataggine, sfrontatezza, sguaiataggine, spudoratezza, svergognatezza. E tristemente rifletto su quanto, queste parole, siano presenti sui nostri giornali, in TV, nel parlato quotidiano.
Torno a casa, preparo il pranzo, dimentico le riflessioni lente. Torno ad agire al ritmo delle necessità familiari. Mentre sudo ai fornelli mi capita di ascoltare questa vecchia canzone alla radio e per la prima volta faccio attenzione al testo e non solo alla melodia.
Voi mi conoscete, mi sono messa a cantare, a ballare, e poi... a ridere, ho riso a crepapelle! Non so perché! Ecco il testo!

When I die and they lay me to rest
Gonna go to the place that's the best

When I lay me down to die

Goin' up to the spirit in the sky

Goin' up to the spirit in the sky

That's where I'm gonna go when I die

When I die and they lay me to rest

Gonna go to the place that's the best

Prepare yourself you know it's a must

Gotta have a friend in Jesus

So you know that when you die

He's gonna recommend you

To the spirit in the sky

Gonna recommend you

To the spirit in the sky

That's where you're gonna go when you die

When you die and they lay you to rest

You're gonna go to the place that's the best

Never been a sinner
I never sinned

I got a friend in Jesus
So you know that when I die

He's gonna set me up with

The spirit in the sky

Oh set me up with the spirit in the sky

That's where I'm gonna go when I die

When I die and they lay me to rest

I'm gonna go to the place that's the best

Go to the place that's the best


Parole che non hanno niente a che fare con la nostra questione della vergogna, è solo una canzoncina leggera e divertente... sulla raccomandazione!
Voi, che un giorno dovrete decidere se restare o meno in Italia a studiare, lavorare, vivere, pensate che i grandi nemici con cui confrontarsi saranno i raccomandati senza vergogna che si faranno beffa della vostra buona volontà. A quel punto vi chiederete se non vi convenga frequentare un corso accelerato di cinismo per poter sopravvivere a tanta ingiustizia. La mia esperienza mi spinge a dirvi di restare puri il più a lungo possibile e di continuare a credere nella giustizia, anche di fronte alla sfrontatezza degli ingiusti. Quindi, un'alternativa valida è sempre l'intelligenza, la cultura e l'ironia. in genere gli arroganti ne sono sprovvisti!
Enjoy the song, the lyrics and the video! E ballate anche voi! (I capelli rossi del batterista sono da urlo!)

http://www.youtube.com/watch?v=_trcFZLg5FU


lunedì 27 luglio 2009

LA FRASE DI PROUST



Una nuova settimana, l'ultima di luglio! A cosa la dedichiamo? Vediamo un po'... che ne dite di dedicarla alla lentezza? C'è un bel libro di Kundera, intitolato La lentezza in cui l'autore esalta il piacere di ritrovare il ritmo desueto della non velocità.
Si sa, le vacanze volano, l'estate passa in un baleno, la vita è un attimo da cogliere e rincorrere. Queste frasi ci spingono all'azione, alla velocità anche quando non ce ne rendiamo conto.
Allora è meglio imparare a gestire il tempo, a centellinarlo prima che l'estate ci scorra addosso come l'acqua di una doccia. Ancora una volta impariamo dagli scrittori: chi scrive gioca con le lancette , è un orologiaio un po' matto, una divinità che passa il tempo a rovesciare clessidre e a scegliere se rallentare o accelerare.
Oggi, vi invito a scoprire uno scrittore particolarmente lento, che ha dedicato quasi tutta la sua vita, e soprattutto le sue notti, a cercare il tempo perduto. Sto parlando di Marcel Proust e del romanzo in sette volumi, Alla ricerca del tempo perduto scritto tra il 1909 e il 1922.
Marcel soffriva di asma, una malattia che gli impediva il riposo notturno. Il respiro irregolare e sofferto lo costringeva a notti insonni, le cui ore si dilatavano al ritmo dell'angoscioso inspirare dello scrittore. Marcel Proust scriveva a letto, in una stanza foderata di sughero, per far sì che nessun rumore lo raggiungesse.
Cos'è che rende la scrittura proustiana un inno alla lentezza? Ebbene, lo scrittore amava le descrizioni lunghe e prolisse, gli aggettivi con cui sezionava il mondo intorno a sè potevano riempire pagine e pagine. Esiste "la frase di Proust": lunga, interminabile, come un respiro malato che non si conclude, come chi inspira aria e non la lascia mai fuoriuscire. Una frase che può dare il capogiro, interminabile, quasi.... asmatica. Insomma, leggere Proust significa sentire il respiro irregolare dello scrittore nella sua stanza foderata di sughero, nelle notti lunghe e interminabili.
Ecco una sua frase (l'incipit de All'ombra delle fanciulle in fiore) sulla quale indugiare, se vi va, per tutto il pomeriggio. Per rallentare lo scorrere di questa settimana vi consiglio di provare a scrivere alla maniera di Proust: una serie infinita di frasi subordinate, poca punteggiatura e qualche punto ogni trentina di righe! Vi garantisco che una frase lunga e complessa come la sua è una sorta di labirinto da cui il tempo non potrà fuggire!

Quando si trattò di avere per la prima volta a pranzo il signor di Norpois, siccome mia madre diceva che era proprio un peccato che il professar Cottard fosse in viaggio e che lei avesse smesso del tutto di frequentare Swann, perché l'uno e l'altro senza dubbio avrebbero interessato l'ex ambasciatore, mio padre rispose che un convitato eminente, un illustre scienziato come Cottard non poteva mai sfigurare in un pranzo, ma Swann, con la sua ostentazione, e quel suo modo di strombazzare le conoscenze più insignificanti, era un volgare sbruffone che il marchese di Norpois avrebbe di sicuro giudicato, secondo la sua espressione, "pestifero".

[Marcel Proust, All'ombra delle fanciulle in fiore, traduzione di Franco Calamandrei e Nicoletta Neri, Mondadori, Milano, 1951.]


sabato 25 luglio 2009

QUANDO ERO BAMBINA...


...mi piacevano le storie che mi raccontava mia nonna. Incoronata. Si chiamava così. Un nome che mi è sempre sembrato misterioso. Significa "colei che ha ricevuto una corona", dunque è sinonimo di "regina". Mia nonna era una regina! Nella mia fantasia lo era. Soprattutto d'inverno, quando si trasferiva a casa nostra, a trascorrere i mesi più freddi. Arrivava di sera e quasi sempre, poco dopo il suo arrivo, l'inverno si annunciava: tormente di neve, grandi piogge e vento di bufera. Forse era la regina dell'inverno, forse controllava i fenomeni atmosferici e sapeva far cadere giù la neve, o i chicchi di grandine, così saremmo stati buoni per ore, incollati al vetro della finestra, ad ammirare lo spettacolo di ghiaccio.
E poi aveva un buon profumo. Di sapone di marsiglia, di bucato asciugato al vento, di biancheria appena stirata con un ferro scaldato sulla brace del camino.
Un giorno, tanto tempo dopo, se n'è andata, e con lei tutte le sue storie, mai scritte, raccontate con voce sempre più tremula e sbiadita che sapeva suscitare gridolini di terrore e domande curiose.
Ho provato a scriverle, quelle storie, ma sembra che non abbiano la bellezza di allora, sono storie che ho sempre sentito narrare, un repertorio orale di memorie di una donna che ha attraversato guerre e anni di incertezze e paure. La magia delle sue fiabe veniva, forse, da quel suo stupore un po' da bambina che le dilatava le pupille nere mentre, con dovizia di particolari, descriveva un quadro della sua storia.
Stasera, che mi siedo qui davanti a un BLOG a scrivere ai miei studenti, mi chiedo se vi possa servire a qualcosa questo mio ricordo nostalgico. Forse a rispolverare le storie che qualcuno vi ha raccontato da bambini (quindi non troppo tempo fa :-))!
Mia nonna mi diceva sempre, prima di spegnere la luce, che i sogni erano d'oro se si dormiva con la faccia rivolta ad oriente...buonanotte e sogni d'oro!

LA SIBILLA GIAPPONESE: L'HAIKU



Chi mi conosce sa che amo gli haiku. Come sapete sono brevissime poesie giapponesi: 3 versi, 5-7-5 le sillabe. Un haiku contiene sempre un riferimento alla natura. Contemplando un piccolo dettaglio naturale si riesce a percepire un mondo nuovo.
L'haiku fu creato in Giappone nel XVII secolo, un componimento semplice che elimina congiunzioni e "fronzoli" e fa esaltare l'essenziale: l'aggettivo, il sostantivo, il verbo si illuminano e il senso prolifera. Ai versi manca un vero e proprio nesso, è il lettore a trovare, di volta in volta, la chiave di lettura.
La prima volta che ho letto un haiku è stato a casa di una mia amica, traduttrice e poetessa. Era da poco tornata dal Giappone e aveva tradotto degli haiku inediti, alcuni bellissimi, del XIX secolo. Mi disse che gli haiku sono poesie magiche, se apri un libro di haiku con in mente una domanda precisa, troverai una risposta anche se sibillina, cioè di ardua interpretazione. E così provai anch'io e la risposta che ricevetti alla mia domanda fu così bella e piena di luce che ebbi la sensazione di avere di fronte a me un destino fulgido quanto quello di una principessa. E un po' così è stato...
Ecco a voi un haiku da interpretare di Kobayashi Issa:


In questo mondo

anche la vita della farfalla

è frenetica


venerdì 24 luglio 2009

I LIBRI DEL "FREDDO"



Il caldo di oggi mi spinge a cercare il refrigerio di ghiaccioli, docce fredde, indumenti freschi e stanze buie. Il sole è un cane mastino senza la museruola, una frusta con i chiodi, un incendio ai tropici, il Vesuvio ai tempi di Pompei, un forno di fonderia...insomma un nemico della pelle e della mente.
Allora ho deciso di fare una doccia e andare a cercare i libri che parlano del freddo, tanto per sentirmi un po' meglio. Ecco il link:

http://www.ibs.it/ser/serfat.asp?site=libri&xy=freddo&seq=DAT&dh=25&page=2

Mi sembra l'unico suggerimento che il mio cervello fritto possa riuscire a darvi oggi!

giovedì 23 luglio 2009

IL GIOCATORE


Fra poche ore 100 milioni di euro potrebbero finire nelle tasche di qualcuno (basta aver giocato!) che improvvisamente si ritroverà con una somma che nessun lavoratore sarebbe in grado di guadagnare in dieci lunghe e laboriose vite.
Nell'attesa di diventare quel fortunato miliardario, intratteniamoci cercando di capire che cosa hanno nella testa i giocatori d'azzardo.
L'azzardo è una partita individuale con il fato: è questo a renderlo esaltante e blasfemo. Su La Repubblica di oggi il matematico Piergiorgio Odifreddi tenta di dissuadere i giocatori incalliti affermando che per arricchirsi "basta smettere di giocare!" Infatti ciascuno di noi ha solo una possibilità su dieci milioni di azzeccare la combinazione giusta...forse anche meno! L'illustre matematico cita anche il filosofo Blaise Pascal: giocare è come la scommessa sull'esistenza di Dio del filosofo. Lui sosteneva che le questioni religiose non si affrontano bene con la razionalità: credere in Dio è dunque come giocare al Superenalotto: se vinci vai in Paradiso! E se perdi, ci hai provato...
E voi, ci credete nella FORTUNA? Vi è mai capitato qualcosa di inaspettato e bello che vi ha indotto a credere nella Dea Bendata? Che ne pensate dei giocatori d''azzardo? Sono persone "malate" o piuttosto "instancabili sognatori".
Un bel libro che entra nelle teste a forma di roulette e carte da gioco dei giocatori è il bellissimo "Il giocatore" di Fedor Dostoevskjj. Mentre era impegnato a scrivere il capolavoro "Delitto e Castogo" fu costretto a scrivere un romanzo in soli 2 mesi...indovinate perché? Doveva ripagare dei debiti di gioco!
Qualcuno di voi quest'anno ha letto ed amato "Le notti bianche" di Dostoevskij, un libro avvolto da una magica luce lunare che vi ha emozionato e fatto conoscere Pietroburgo e il suo fiume silenzioso che scorre nel cuore della città. Se volete un altro esempio della grandezza di questo autore russo, immergetevi nella mente de "Il giocatore", illuminata con una luce spietata. Vi lascio con una frase di Dostoevskij che mi fa sempre pensare...e poi IN BOCCA AL LUPO con il Jackpot! Se vincerete una somma simile vi accorgerete di avere tanti, insperati amici (un bene o uin male?)

"Penso che, se il diavolo non esiste, ma l'ha creato l'uomo, l'ha creato a sua immagine e somiglianza." F. Dostojevskjj "I fratelli Karmazov"

mercoledì 22 luglio 2009

MONTAGNA E POESIA



Un paese di pianura per quanto sia bello, non lo fu mai ai miei occhi. Ho bisogno di torrenti, di rocce, di pini selvatici, di boschi neri, di montagne, di cammini dirupati ardui da salire e da discendere, di precipizi d'intorno che mi infondano molta paura - lo diceva Jean-Jacques Rosseau, confessando così il suo amore per la montagna, il luogo dell'anima dove si riesce a sentire con chiarezza la propria voce interiore.

Petrarca, ad esempio, era salito sul monte Ventoso, alla ricerca di se stesso e per la prima volta scalare una montagna diventava una sfida con se stessi e non una pura necessità. La montagna come luogo metaforico dove realizzare quel sogno che è dentro ogni uomo, andare oltre se stessi, cercare di superare i propri limiti.

Dino Buzzati era soltanto un ragazzino quando nell'estate del 1920 cominciò le prime escursioni sulle Dolomiti. Il suo primo libro si intitolerà "La canzone delle montagne".

Ieri una ragazza italiana di 31 anni, Cristina Castagna, è caduta scendendo dalla vetta del K3, in Pakistan. Era la donna più giovane ad aver conquistato gli 8000 m. Mi ha colpito il biglietto premonitore lasciato da Cristina ai suoi genitori prima della partenza: "Se mi capitasse qualcosa lasciatemi dove la montagna mi ha chiamato". Diceva di sè: "a casa non ho la TV- sono una lettrice accanita e mi piace la poesia, passo le mie serate così."

Questo amore per la montagna e per la poesia sembra averle dato le ali per raggiungere le vette più alte. E anche noi, come chi la conosceva, le auguriamo di "continuare a scalare le nuvole".

martedì 21 luglio 2009

LA STORIA DI UNA GOCCIA DI PIOGGIA

C'è qualcuno di voi che si domandi a cosa serva studiare la storia di una goccia?
Personalmente sono affascinata dalle gocce di pioggia. Quando ero bambina, e viaggiavo in macchina arrotolata nel sedile posteriore come un gattino, mi piaceva guardare la pioggia cadere sul vetro, e le gocce diventare rivoli. Cercavo di indovinare il percorso di alcune gocce, seguivo quelle piccole che nella loro corsa verso il basso si univano ad altre più grandi e di nuovo si rompevano in minuscole schegge di acqua.
-Papà, ma perché la pioggia è fatta di tante goccioline? E perchè alcune sono piccole e altre più grandi? E ancora, credi che una goccia piccola sia la figlia di una goccia più grande?
E le risposte alle mie domande erano sempre diverse, a volte la storia prendeva la forma di una fiaba, a volte di un trattato scientifico.
Oggi, su La Repubblica, leggo un articolo dedicato alla mia amica d'infanzia: la goccia di pioggia! E in questa estate torrida ritornano i ricordi di quei temporali di cui ero la silenziosa testimone dietro il vetro del finestrino dell'auto in corsa.
Ecco cosa ho aggiunto alla mia conoscenza leggendo l'articolo!
Una goccia di pioggia nasce come fiocco di neve che si scioglie-quando la temperatura è sopra lo zero- lungo il tragitto verso la terra. All'origine del fiocco di neve c'è un granello di polvere o un'altra impurità dell'atmosfera attorno alla quale si aggregano le molecole d'acqua.
In una nuvola la goccia può trovare delle correnti d'aria che spingono verso l'alto. Da tonda che era in partenza, la goccia diventa piatta per effetto della spinta dell'aria. La goccia si allarga ancora e la resistenza dell'aria la fa diventare una borsa rovesciata. La forma borsa è molto instabile: l'aria turbolenta fa esplodere la goccia in mille schegge.
Risultato? I frammenti più piccoli dell'esplosione sono assai più numerosi di quelli di grandi dimensioni. Ecco perché è raro veder cadere una grossa goccia di pioggia!
La pioggia non ha la forma di una lacrima, come la disegnano i bambini,. Né esiste una goccia di pioggia identica alla sua vicina.
La curiosità sulle dimensioni così diverse della pioggia si era affacciata per la prima volta in uno studio scientifico del 1904. Finalmente, dopo più di 100 anni, la scoperta di Emmanuel Villermaux (leggete il suo studio pubblicato su Nature Physics) ricercatore dell'università di Marsiglia, soprannominato l'uomo della pioggia.
Se quindi, anche voi, come i più, credevate che le gocce d'acqua che si staccano dalle nuvole si fondono con quelle vicine raggiungendo dimensioni molto diverse fra loro, ora conoscete l'affascinante verità.
Ora il detto uguali come due gocce d'acqua non ha più fondamento scientifico, ed io ne sono immensamente felice! Propongo di sostituire la frase con diversi come due schegge di pioggia.
Ecco per voi un libro sul mistero della stagione delle piogge di un autore giapponese Ichikawa Takuji, pubblicato da Salani.
Ecco la copertina e la sintesi. Leggetelo se avete finito la mia lista estiva, soprattutto se volete un sogno in cui rifugiarvi per qualche giorno.



Takumi e Yuji, un giovane padre e il suo bambino, sono rimasti soli: la dolce Mio, moglie e madre, è morta a soli ventotto anni per una malattia tanto fulminea quanto inspiegabile. Ma prima di andarsene per sempre Mio ha fatto una promessa: Quando cadrà la pioggia tornerò. E inspiegabilmente, ad appena un anno dalla sua morte, con l'arrivo della stagione delle piogge, una creatura identica a lei, con il suo viso e i suoi occhi, ricompare al loro fianco. Un fantasma, pensa sbalordito Takumi. Ma questa nuova Mio è fatta di carne e sangue, anche se non ha memoria di nulla; così Takumi, pazzo di gioia per quell'assurda, insperata seconda possibilità, decide di raccontarle tutta la loro storia: come si sono incontrati, come è nato il loro amore, come hanno finito per sposarsi... e mentre Takumi racconta, rinnova l'incanto dell'incontro, il magico gemellaggio di due anime, la tragedia della separazione. E il miracolo della ricomparsa di Mio, la sua profezia, il mistero un mistero che Mio scioglierà in un finale capace di piegare il nostro cuore e demolire le nostre certezze.






lunedì 20 luglio 2009

LE SCRITTURE SCOMODE: IL LABILE CONFINE TRA NARRAZIONE E GIORNALISMO


Roberto Saviano e Alberto Rosselli?
Cosa hanno in comune questi uomini? Sono italiani, sono scrittori, hanno ricevuto minacce di morte.
La loro è una scrittura "scomoda", fatta di parole che scuotono come un terremoto le fondamenta di mondi criminali. Sono parole affilate che scavano tunnel nel sottosuolo della malavita.
Spesso ci siamo seduti davanti ad una pagina bianca con il bisogno di raccontare e spesso non abbiamo saputo da dove cominciare. C'è un tipo di narrazione, coraggiosa, solitaria, pericolosa, eroica, che si fa carico di storie vere che nessuno osa narrare: mafia, camorra, stragi, sete di potere, olocausti e genocidi.
Roberto Saviano ha raccontato la camorra in un libro intitolato Gomorra, lo storico e scrittore Alberto Rosselli ha raccontato il genocidio armeno nell'opera L'Olocausto Armeno.
A volte ci imbattiamo in un libro, ne sfogliamo le pagine, leggiamo il risvolto di copertina, lo acquistiamo. Da quel momento il libro entra a far parte della nostra vita, gli permettiamo di seguirci ovunque: in treno, in bagno, sulla spiaggia. L'autore, però, non l'abbiamo mai visto, non ne conosciamo il volto, la voce. Eppure quell'uomo ha narrato una storia che potrebbe costargli la vita, e quella storia, come dinamite, ce l'abbiamo dentro al cuore, pronta ad esplodere, pronta a distruggere una montagna di odio e di paure.
Come per Primo Levi, che ha raccontato l'Olocausto con parole scarne come i volti dei condannati, la scrittura ritrova così la sua dignità più antica, si mette al servizio della verità.
Qual è il confine tra finzione e giornalismo? In queste opere, il confine non esiste.
Quindi se stasera, in cerca di un po' di ombra, andate a leggere a villa Doria Panphili, sedetevi su una panchina del viale dedicato ad Anna Politkovskaja, la giornalista russa assassinata il 7 ottobre del 2006, per ricordare che anche le parole dei quotidiani, usa e getta, costano la vita.
E se quella data sembra lontana, pensate ad un'altra giornalista russa. Natalia Estemirova, attivista dei Diritti Umani nella Russia di Putin, che è stata trovata morta a Nazran, in Inguscezia il 16 luglio scorso. Natalia aveva ricevuto a Londra il premio Anna Politkovskaja, riservato a quelle donne che si distinguono per il loro coraggio nei teatri di guerra. Durante la cerimonia, auspicò un maggiore interesse del mondo occidentale, purtroppo mentalmente pigro ed assopito, dinanzi alla questione caucasica.
Pronunciò le seguenti parole: “La Cecenia è parte dell’Europa. Non potete dimenticarci”.
E infatti si scrive per non dimenticare
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

domenica 19 luglio 2009

VIDEO BAR

Ho appena aggiunto il Video Bar al nostro Blog. Appariranno le interviste agli scrittori contemporanei più importanti. Guardatele! Ci sono anche video divertenti, sempre dal programma Che tempo che fa di Fazio.
Vi consiglio, per ora, di guardare l'intervista allo scrittore Saviano perché domani parleremo di Gomorra!
Enjoy!

venerdì 17 luglio 2009

IL COLORE PIU' MISTERIOSO DELLA LETTERATURA: IL NOIR


E' venerdì 17. Credo sia opportuno dedicare questa giornata al NERO. Quindi vi parlerò del colore più misterioso e intrigante della letteratura, vi parlerò del noir, un genere letterario che ha sempre più lettori, soprattutto tra i ragazzi della vostra età.
Cos'è il noir? Si tratta di un genere "nuovo", sottogenere del giallo, nato negli Stati Uniti intorno alla seconda guerra mondiale. Di solito il noir si differenzia dal giallo per il finale: non un ritorno allo status quo e quindi niente finale consolatorio, ma un ending sospeso, a volte capita addirittura di non riuscire a risolvere il caso. L'eroe del noir è un anti-eroe. Sparse nella storia ci sono le sue riflessioni sconsolate sul mondo, sulla quotidianità, sulla natura umana. Il punto di vista è diverso: il noir non viene narrato dal buono (come nel giallo) ma tutto viene seguito cercando di entrare nella logica del criminale.
I fatti di cronaca più misteriosi ed ancora irrisolti diventano il nucleo narrativo di fiction dall'architettura perfetta: delitti, indagini, moventi, colpi di scena. Il noir ha regole ben precise e forse per questa ragione, se ne siete attratti, potete provare a leggere alcuni romanzi per capire "i trucchi del mestiere" dello scrittore di noir.
Ecco una lista di libri che potreste trovare anche nell'edicola sotto casa perché inserti de L'Espresso e La Repubblica (prezzo 7,90 euro):

- L’isola dell’angelo caduto, di Lucarelli - La vampa d’agosto, di Camilleri - Un giorno dopo l’altro, di Lucarelli - Romanzo criminale, di De Cataldo - Testimone inconsapevole, di Carofiglio - Un amore all’inferno, di Cugia - Macaroni, di Macchiavelli/Guccini - E’ stato un attimo, di Dazieri - Sheal, di Fois - Quo vadis, baby?, di Verasani - I milanesi ammazzano al sabato, di Scerbanenco

LA NUOVA generazione di scrittori noir italiani ha un forte radicamento con la città d'origine. E si può provare a catalogarli con un criterio geografico, con le dovute eccezioni.

MILANO
Andrea G. Pinketts tira le fila della "Scuola dei duri" che racconta storie "da marciapiede e da bar", dal centro di Milano sino alle periferie industriali. Il suo protagonista-alter ego è Lazzaro Santandrea, il libro da cui partire è "Lazzaro vieni fuori", poi tutti gli altri sino all'ultimo, in libreria ora, "Fuggevole Turchese", Mondadori.

Sempre a Milano si muove Sandrone Dazieri, che ha appena pubblicato per Einaudi "La cura del Gorilla". Nell'elenco anche Pietro Valpreda e Piero Colaprico con "La nevicata dell'85", Tropea; Piero Soria ("La donna cattiva", Mondadori) e Claudio Giacchino (al debutto con "Travestiti di sangue". Tra le donne milanesi spicca Laura Grimaldi che per Tropea ha pubblicato diversi romanzi.

BOLOGNA E DINTORNI
Nella città "a misura d'uomo" per definizione lavora e vive il drappello più numeroso degli scrittori noir. Per loro però la città emiliana è tutt'altro che rassicurante, per loro "è la misteriosa megalapoli che si allunga da Modena a Rimini e scorre nei canali sotterranei di Bologna". Qui tutto o quasi si muove attorno al Gruppo 13 fondato da Loriano Macchiavelli, Pino Cacucci, Massimo Carloni, Nicola Ciccoli, Danila Comastri Montanari, Marcello Fois, Carlo Lucarelli, Loris Marzaduri, Gianni Materazzo e Sandro Toni. Ai quali si sono aggiunti via, via molti altri autori tra cui Giampiero Rigosi, Eraldo Baldini e Giampaolo Simi (che pure è toscano, di Viareggio).

La bibliografia è ovviamente consistente. Si può iniziare con Carlo Lucarelli e i suoi "Almost blue", "Lupo Mannaro", "Un giorno dopo l'altro", tutti pubblicati o ripubblicati da Einaudi, per farsi un'idea su Bologna. Oppure fare un balzo indietro e andare nella Sardegna di Marcello Fois ("Ferro recente", "Meglio morti" o "Sempre caro"). E poi, in ordine sparso, "Bambine", Theoria, di Eraldo Baldini e "Notturno blues", Einaudi, di Giampiero Rigosi.

Il papà di tutti è Loriano Macchiavelli, ora "di cassetta" con la serie del maresciallo Santovito, scritta a quattro mani con Francesco Guccini. Ma a lui si deve la paternità di Antonio Sarti, poliziotto bolognese reso famoso in televisione con il volto di Gianni Cavina (Einaudi ha ripubblicato "Fiori alla memoria").


ROMA
Anche nella nostra città c'è un movimento, ma che ha caratteristiche diverse da quello bolognese. Qui gli scrittori si ritrovano sotto il cartello "Neo-noir", che ha un padrino particolare, Dario Argento, e un libro-manifesto che offre i racconti prodotti dal gruppo. Il libro si chiama "16 storie e un sogno" ed è edito da Minotauro. Si definiscono "il movimento che non c'è" e si ritrovano su Internet per laboratori di scrittura e altre sperimentazioni.

IL CASO CAMILLERI
A monopolizzare l'attenzione del grande pubblico è Andrea Camilleri, anzi il caso Camilleri. Parlare del noir italiano è parlare dei suoi libri sul commissario Montalbano, lanciati da Sellerio e diventati una serie tv: ultima uscita "L'odore della notte". A ritroso ricordiamo tra gli altri "La voce del violino" e "Il ladro di merendine", sempre con Sellerio. E le due raccolte uscite per Mondadori: "Un mese con Moltabano" e "Gli arancini di Montalbano".

IL CASO CARLOTTO
Massimo Carlotto vive in Sardegna, ma scrive soprattutto sul Nordest, da dove viene e dove è nato (è padovano). Si legge in blocco la serie sull'Alligatore, tutta pubblicata con e/o: "La verità dell'Alligatore", "Il mistero di Mangiabarche", "Nessuna cortesia all'uscita" e "Il corriere colombiano". In libreria ora "Arrivederci, amore ciao", mentre merita "Il fuggiasco", che il primo libro scritto da Carlotto (tutti per e/o).

I PADRI STORICI
Senza ripercorrere la storia del giallo italiano, due nomi e due libri: Giorgio Scerbanenco e il suo Duca Lamberti de la "Venere privata" e Augusto De Angelis e il suo commissario De Vincenzi del "Mistero delle tre orchidee".
(informazioni tratte da LA REPUBBLICA 3 agosto 2001)

Se ora vi va di imparare a scrivere un noir leggete attentamente questi consigli di un esperto del genere Daniel Kalla, autore canadese con tanta esperienza e soprattutto scrittore dalla "ricetta facile". Troverete tutto quel che vi serve a far diventare un fatto di cronaca nera il vostro romanzo noir:
Daniel Kalla, autore canadese con all’attivo diversi medical thriller e sbarcato da poco anche in Italia con
Il sangue non mente“, edito da Fanucci.

Il miglior consiglio che Kalla ritiene d’aver ricevuto
Si tratta del suggerimento di Stephen King, nel suo “On writing“, che dice: “la seconda bozza è la prima meno il 10 percento”. A questo aggiunge ciò che gli fu raccomandato in un corso di sceneggiatura: “Entra tardi, ma lascia la scena presto”.
L’autore commenta così: “Quando siete agli inizi, vorrete essere esaustivi e includere più cose possibili nella storia. Ma a volte accorciare tagliando giusto il 10 percento della prosa o dei dialoghi, o eliminando righi non necessari, fa aumentare la suspense”.

Il miglior consiglio che Kalla può offrire
“Non cercate mai di comandare la storia, lasciate che si comandi da sola. I migliori personaggi che abbia mai creato, il miglior dialogo, la migliore svolta narrativa, sono avvenuti in modo casuale, laddove qualcosa in una scena li suggeriva, qualcosa che avevo ideato come secondario diveniva centrale per la storia. Se provate troppo a far entrare un piolo rotondo in un foro quadrato, verrà fuori qualcosa di forzato e artificiale. E’ un’ottima csa scrivere con delle linee guida e uno scopo in mente, ma una volta che avrete iniziato, vedete cosa accade”.

Il miglior consiglio su come iniziare una storia
“Quando iniziai a scrivere, ero preoccupato per la prima frase, il primo paragrafo e anche per il primo capitolo: potevano essere paralizzanti; li vorremmo sempre più perfetti. La gente ha bisogno di zittire il proprio “auto editing”, e concentrarsi sul creare prima, e poi tornare indietro. Se avete abbastanza scrittura alle spalle, diventa più facile individuare quale sia la parte migliore e vedere cosa necessita di essere invece rivisto e cambiato.

Come essere motivati
“Se volete fare qualcosa , fatela. Non vi serve un computer. Vi bastano l’immaginazione e la determinazione. Ovviamente, per avere successo con la scrittura, dovete essere perseveranti.
Io ho una famiglia giovane. Ho un lavoro che mi impegna a tempo pieno. I penso che chiunque voglia farlo davvero, possa sedersi e trovare il tempo per scrivere un capitolo. Credo sia un malinteso credere che ci sia bisogno di vagonate di tempo per scrivere.
Una volta che abbiate trovato un’idea e la determinazione necessaria, non vi servono 16 ore su 24. Potete scrivere 750 parole in un paio d’ore, non saranno perfette e avranno bisogno di essere aggiustate. Ma le avrete scritte”.

La routine della scrittura
“Io passo molto tempo in giro per strada, accompagnando i bambini a scuola o alla fine del mio turno, o facendo altre cose. Porto con me il mio portatile e trovo il posto più silenzioso e confortevole possibile per scrivere. Sono l’antitesi dello scrittore che ha bisogno del suo computer e del suo spazio per scrivere”.

Consigli di letture
“I primi libri di Ken Follet, come La cruna dell’ago. Forse non è il miglior thriller che ho letto, ma è quello che mi ha fatto innamorare del genere. E poi The Bourne Identity di Robert Ludlum. Il primo libro che davvero non riuscivo a posare. Aveva una trama così interessante, e il personaggio principale non sapeva chi fosse e chi lo stesse cercando. Era come dipanare un mistero assieme a lui, una trovata geniale.”

Cosa attira il lettore?
“Alla fine, è il protagonista a fare la differenza. Non è lo stile, e neanche la trama. Può essere una trama brillante, ma sei personaggi non sono reali e non ci si può relazionare con loro, alla fine il lettore non sarà coinvolto. Credo che il cavallo vincente siano i buoni personaggi.”

Con queste considerazioni terminano le lezioni Daniel Kalla

(per altri consigli vi rimando al sito www.thrillercafe.it )

Se volete un manuale nostrano che vi insegni a scrivere un Noir leggete:

Elementi di tenebra. Manuale di Scrittura Thriller, di Andrea Carlo Cappi

manuale scrittura thriller - andrea cappi

Come si scrive un mystery? Che differenze ci sono tra il giallo classico e noir, hardboiled e psycho thriller? Quali sono i trucchi del mestiere degli autori più famosi? Una mappa di strutture, personaggi e sottogeneri del giallo, con i consigli dei grandi maestri della suspense: Michael Connelly, Jeffery Deaver, Stuart M. Kaminsky, Carlo Lucarelli, Ed McBain, Anne Perry, Douglas Preston e molti altri. Un insolito testo di scrittura creativa, ma anche un divertente manuale "di lettura", che svela i segreti del genere letterario più amato dai lettori.

giovedì 16 luglio 2009

IL COLORE DELLE DONNE: IL VIOLA


"Sono sempre stata una brava bambina".

Comincia così il romanzo di Alice Walker, Il colore viola, da cui Spielberg ha tratto la sceneggiatura dell'omonimo film drammatico. Forse l'avete già letto o forse avete visto il film: è la storia di una donna africana, violentata dal padre e poi dal marito, che lotta per la sua libertà, che si ribella alla violenza quotidiana, che con coraggio e determinazione cambia il suo destino e quello di altre donne africane.
Oggi però vorrei parlarvi di una donna italiana di nome Viola, soprattutto perché la violenza verso le donne fa parte della nostra quotidianità e mi sforzo di capirne le radici. Il passato è pieno di storie silenziose di violenze mai raccontate, soprattutto nel Sud dell'Italia. Mentre sono qui in Calabria sento che per molte donne sembra ancora un sogno irrealizzabile quello dell'emancipazione: spose bambine, giovani donne sfiorite, madri generose annullate dall'esperienza totalizzante della maternità.
Franca Viola negli anni '60 divenne il simbolo di emancipazione e coraggio per tutte le donne del Sud. Oggi vive ad Alcamo, un paesino della Sicilia di cui dovreste ricordare un cittadino illustre(Cielo d'Alcamo...vi dice niente?).
Ecco la sua storia.
Il 26 dicembre 1965 all'età di 17 anni, Franca Viola, figlia di una coppia di coltivatori diretti venne rapita (assieme al fratellino Mariano di 8 anni, subito rilasciato) da Filippo Melodia, un suo spasimante sempre respinto, imparentato con la potente famiglia mafiosa dei Rimi, che agì con l'aiuto di dodici suoi amici. La ragazza venne violentate e quindi segregata per otto giorni in un casolare al di fuori del paese; fu liberata con un blitz dei carabinieri il 2 gennaio 1966.Secondo la morale del tempo, una ragazza uscita da una simile vicenda, ossia non più vergine avrebbe dovuto necessariamente sposare il suo rapitore, salvando l'onore suo e quello familiare. In caso contrario sarebbe rimasta zitella, venendo additata come donna svergognata.
Questa morale era supportata dalla legislazione italiana che, all'articolo 544 del codice penale, ammetteva il "matrimonio riparatore", considerando la violenza sessuale come un oltraggio alla morale e non alla persona. Secondo questo articolo del codice, l'accusato di delitti di violenza carnale, anche nei confronti di minorenne, avrebbe avuto estinto il reato nel caso avesse successivamente contratto matrimonio con la persona offesa.
Contrariamente alle consuetudini del tempo, Franca Viola non accettò il matrimonio riparatore. Suo padre, contattato da emissari durante il rapimento, fingerà di acconsentire alle nozze, preparando con i carabinieri di Alcamo una trappola. Quando il rapitore rientrò in paese, con i suoi amici e la giovane, i responsabili dell'azione furono tutti arrestati dai carabinieri.
Subito dopo il fatto, tutta la famiglia Viola, che aveva contravvenuto alle regole di vita locale fu soggetta ad intimidazioni: il padre Bernando venne minacciato di morte con una pistola, la vigna fu rasa al suolo ed il casolare annesso bruciato.
La vicenda suscitò l'indignazione di tutta l'Italia e alla fine Viola ottenne giustizia e il violentatore fu condannato al carcere. La ragazza sposò un ragazzo del paese, Giuseppe Ruisi, nel 1968, con il quale era fidanzata dall'età di 14 anni.
Passeranno ancora sedici anni per l'abrogazione di quella norma inutilmente invocata a propria discolpa dall'aggressore: l'articolo 544 del codice penale sarà abrogato dall'articolo 1 della legge 442, emanata il 5 agosto 1981, che abolisce la facoltà di cancellare una violenza sessuale tramite un successivo matrimonio.
(Nella foto in basso un'immagine di Franca Viola all'epoca dei fatti).



mercoledì 15 luglio 2009

RIFLESSIONE NOTTURNA (UN COSTUME AZZURRO)



Perdonatemi se aggiungo l'azzurro di un costume da bagno al giallo di Truman Capote che ha illuminato il nostro sfavillante 15 luglio 2009 (in realtà siamo da poco approdati al 16 luglio).
Volevo raccontarvi una storia, brevissima, di cui sono testimone da qualche giorno. Pochi metri dal mio ombrellone a volte siedono due donne, una madre e una figlia quindicenne, che conosco appena ma con cui ho avuto occasionali conversazioni negli anni scorsi ma non quest'anno.
Le due donne vivono in simbiosi completa: scendono al mare insieme, fanno il bagno insieme, dividono l'ombra e il sole, la crema e le letture, le amiche e le nemiche. Hanno perfino un cappello di paglia dello stesso colore. Di sera passeggiano insieme sul lungomare, si tengono spessoper mano, mangiano gelati identici, ridono complici incrociando occhiate di quindicenni audaci.
Bene, direte voi. E allora?
Allora, trovo infinitamente triste che la povera ragazza sia prigioniera di questa "enorme" ed ingombrante mamma, una donna pigra e pingue (in realtà somiglia a Urano, anello compreso) che si fa servire dalla propria figlia e la segue ovunque invadendo i suoi spazi con il suo corpo imponente e la risata imbarazzante. La quindicenne (anche lei con il suo anello di grasso intorno alla vita si avvia a diventare Saturno) dopo il bagno, aiuta la madre a risalire la riva sassosa, la trascina in salvo sotto l'ombrellone variopinto.
Ed ecco la triste visione da cui stanotte non riesco a liberarmi: la quindicenne che aiuta la mamma a cambiare il costume. Oggi l'enorme mamma indossava un due pezzi azzurro che lasciava libero un ventre da cetaceo. Dopo l'immersione la figlia ha aiutato la madre ad indossare una sorta di gonnellone grigio, simile per forma alla mantellina dei parrucchieri ma che la copre dal collo alle caviglie. Sotto quest'enorme telo la donna infila il costume asciutto. Nel frattempo la figlia tiene un'espressione concentrata e devota, i gesti veloci ed esperti, gli sguardi vigili. Il tutto non dura che pochi secondi.
Non so perché ma questo rituale mi ha turbato, oggi più che mai.
Domattina mi piacerebbe assistere ad una rivoluzione. Vorrei vedere la quindicenne correre via dall'ombra della mamma, mi piacerebbe sentirla urlare "lasciami andare ", mi piacerebbe vedere quello strano caftano sotto il quale avviene il cambio di costume imbavagliare la madre come una camicia di forza e impedirle di distruggere la vita di sua figlia. Mi piacerebbe vederla da sola, intenta a raccogliere conchiglie come questa bimba.
Buona notte.

TRUMAN CAPOTE FAMOUS STATEMENTS

Ecco per voi alcune frasi di Truman Capote che si addicono allo spirito del nostro Blog delle nostre chiacchierate sul web!

Fatene tesoro!

1) All literature is gossip! (l'unico gossip che amo, in verità)
2) Finishing a book is just like you took a child out in the backyard and shot it (un modo interessante di descrivere la fine di un libro...no?)
3) I like to talk on tv about those things that arennt worth writing about (un motivo in più per fare una pausa dalla TV!)
4) I was eleven, then I was sixteen.Though no honors came my way, those were the lovely years (dedicato a voi tutti, non dimenticatevi di godervi i vostri anni più belli!)

A presto!

IL COLORE DEI FOGLI DI TRUMAN CAPOTE














Avete mai sentito parlare di Truman Capote?
Su La Repubblica di oggi c'è una recensione ad un libro sull' arte della scrittura pubblicato da Fandango Libri, s'intitola "The Paris Review, Interviste". A vantaggio di aspiranti scrittori e critici letterari, vengono raccolte le interviste agli scrittori più grandi della nostra epoca; se siete a caccia di consigli troverete le tecniche della narrazione e i segreti del mestiere rivelati a voi, giovani promesse del futuro. Proprio quello che ci serve!
Allora vi dice niente il nome Truman Capote?
Si tratta di uno scrittore e sceneggiatore statunitense, famoso soprattutto per il romanzo A sangue freddo, pubblico a puntate nel 1966 sul New Yorker e per Colazione da Tiffany (ahhhhhhhhh! che film indimenticabile!).
La Repubblica ci dà oggi in anteprima alcuni segreti della sua scrittura.
Prima di tutto, come ha iniziato? Per lui si tratta di un inizio precoce: ebbe la certezza di essere uno scrittore già all'età di 17anni, quando nella stessa mattina ricevette ben 3 risposte positive da alcune riviste letterarie che volevano pubblicare i suoi racconti.
Poi, come scrive? Truman Capote confessa di non riuscire a pensare se non è in posizione orizzontale, dunque sdraiato. Già per questo io lo nomino il nostro autore dell'estate per eccellenza! W il lettino da sole, il divano, il tappeto, la sabbia, ecc. e W chi li ama e li usa non solo per crogiolarsi nell'ozio ma addirittura per creare capolavori della letteratura.
Continuo a leggere l'articolo e m'imbatto in una notizia che s' intona... al nostro tema della settimana: l'elogio del colore. Ecco che scopro che Truman Capote amava scrivere a matita su fogli gialli! proprio così un tipo molto speciale di carta gialla!
Dice: quando è finita la copia gialla metto via il manoscritto per un po': una settimana, un mese, a volte di più. Quando lo riprende lo rilegge ad alta voce, lo modifica, decide se vuole o meno pubblicarlo.
Insomma, immaginatelo mentre (eccolo nella foto)scrive sdraiato su fogli gialli. Non è questa l'immagine più estiva alla quale si potesse pensare in un Blog dedicato alla scrittura e ai suoi eroi?

E ora, se vi viene voglia di andare oltre la lista di letture scolastiche, andate alla ricerca dei suoi fogli gialli per vivere i momenti più entusiasmanti della vostra estate. Se il caldo si fa torrido vi consiglio Sangue Freddo il suo capolavoro, oppure Incontro d'estate il primo romanzo dello scrittore (poco più che diciannovenne) che non venne mai pubblicato. Il manoscritto fu ritrovato molti anni dopo la morte dell'autore, ed uscì postumo nel 2005.

martedì 14 luglio 2009

IL COLORE DELLE "CHIESE"


La chiesa di Auvers
(testo di Vincent Van Gogh, mio adattamento da una lettera alla sorella Whilelmina).

« Ecco la chiesa del villaggio
la costruzione sembra essere viola
contro un cielo
di semplice blu scuro,
cobalto puro;
le finestre sembrano
macchie di blu oltremare
il tetto è viola
e parzialmente arancione.
Sullo sfondo, alcune piante in fiore
e sabbia con il riflesso rosa del sole.
Ancora una volta
simile a Nuenen
alla vecchia torre del cimitero,
solo probabilemte ora
il colore è più espressivo, più sontuoso. »

LA TEORIA DEI COLORI DI JOHANN WOLFGANG GOETHE


La teoria dei colori (1810) è un saggio scritto dal poeta e scrittore tedesco Johann Wolfgang Goethe (con un nome così non poteva far altro che lo scrittore, non vi pare?)
Lo studieremo a fondo ad ottobre con gli studenti dell'undicesima e ci innamoreremo de I dolori del giovane Werther.
Oggi però, nella nostra settimana dedicata ai colori, mi piacerebbe parlarvi di questo breve saggio, estremamente affascinante, in cui Goethe esplora la forza dei colori.
Ecco in sintesi il contenuto dell'opera:

Nel primo volume, Goethe, classificando i colori e studiandoli in tutte le loro manifestazioni, vuole arrivare a mettere in risalto la complessità del fenomeno cromatico e l'ingerenza non trascurabile che vi ha l'organo della vista. Un capitolo è dedicato interamente all'azione sensibile e morale dei colori e alla loro funzione estetica e artistica.

Nel secondo volume, dopo aver preparato il lettore a non sottovalutare gli aspetti sentimentali e soggettivi dei colori, Goethe attacca violentemente le teorie di Newton.

Goethe con quest'opera lancia un grido di protesta contro ciò che ritiene una insopportabile e inconcepibile tirannia della matematica e dell'ottica. A suo modo di vedere è inammissibile che i colori siano solo un puro fenomeno fisico; ritiene questa una prepotenza dei newtoniani accusandoli di aver sepolto il lavoro di secoli. Il poeta romantico ritiene che i colori, al contrario, siano qualcosa di vivo, di umano, che hanno origine indubbiamente nelle varie manifestazioni naturali ma trovano la loro composizione e il loro perfezionamento nell'occhio nel meccanismo della visione, nella spiritualità dell'animo dell'osservatore.

Se vi va di leggere l'intera opera potete cercarla sul web oppure comprarla in libreria (la copertina in foto). E' davvero un lavoro interessante. Leggete il commento di Giacomo in cui parla delle camicie del professore di Oxford e allora vi sembrerà assai vera la frase "i colori sono qualcosa di vivo". A fra poco con altre storie "colorate".

lunedì 13 luglio 2009

I COLORI DELLE "CASE": CASE DI RIO

DAL QUOTIDIANO "LA STAMPA" FOTOGALLERY VIAGGI (10/7/2009)



Brasile, la prima casa che si abita in verticale Su un muro di un palazzo a Rio De Janeiro, l'artista brasiliano Tiago Primo, insieme a suo fratello Gabriel, hanno dato vita al primo esempio di casa "abitabile in verticale". Dopo aver dipinto la parete l'hanno ammobiliata con amache e letti in bilico sul vuoto. Idea originale che ha ovviamente attratto l'attenzione di centinaia di persone che passeggiavano in quella zona della città brasiliana.



Oggi ho scelto di parlarvi della casa di Tiago Primo e Gabriel, al centro della città di Rio de Janeiro. A volte un viaggio ci serve a guadagnare la giusta distanza, a rivedere le cose solite in una cornice insolita. Immaginate di passeggiare per le strade di Rio, avidi di immagini da collezionare, da riportare a casa ed ecco che all'improvviso vi imbattete in una casa verticale una esplosione di colori, una sorta di quadro astratto in cui abitano persone vere.
Anche voi fareste delle foto, incuriositi. Un'amaca, un'alcova azzurra, è tutto quello che serve a sentire il profumo di casa.
Oggi scrivo una poesia dedicata ai colori della casa di Tiago Primo e Gabriel.
Anche voi, mentre siete in viaggio, allenatevi ad osservare il mondo con occhi nuovi.
E' il primo passo verso la scrittura. Tutta la letteratura ci insegna a ri-vedere il mondo, a percepirlo come se fosse nuovo. Questa settimana dicono sarà caldissima, dovrete quindi cercare il riparo dal sole e forse trascorrere molto tempo all'ombra di alberi e ombrelloni. Leggendo i vostri romanzi estivi chiedetevi in che modo lo scrittore ha cercato di ricreare il mondo per voi, che cosa sta cercando di mostrarvi sotto una luce diversa. Anche voi, in questi giorni di calma apparente, guardatevi in giro con gli occhi dei personaggi dei vostri libri e riscoprite il mondo, gli oggetti soliti, le solite persone, i loro lineamenti, le strade, i suoni, i paesaggi. Tutto vi sorprenderà.

Una casa di Rio

Vieni a vivere con me, saremo amanti
ti offro il mio letto azzurro
ti offro un angolo al di sopra
del mondo
al di sopra del cielo

ti offro un'amaca tra passanti e pensieri
un pianeta nuovo
rosso e giallo
le voci del mondo non ci disturberanno

ti offro un amore verticale
che salga sempre più su
come le scale

mobili verso il paradiso
come un palloncino

blu, come un sorriso.

domenica 12 luglio 2009

IL COLORE DELLE COSE: LE CROCS AZZURRE

Ieri abbiamo parlato di Hermann Hesse e della pittura che gli ha fatto scoprire la bellezza del colore. Ho pensato di dedicare questa settimana ai colori: perché non provare a scrivere una poesia, una storia, una frase, ispirati dalle cose che hanno colori che ci colpiscono...
Da dove cominciare? Dalle Crocs di Dr. Bates!
Intanto come va la vita di tutti voi? Comincio a pensare che mi abbiate abbandonato...
Di quali colori vi state circondando ora? Di quali colori mi volete raccontare la storia?
Un abbraccio a tutti!








LE CROCS AZZURRE


Una mattina, di lunedì, disse che doveva andare
a comprare qualcosa che lo facesse sognare.


Disse che non riusciva più a sopportare
il legno dei suoi zoccoli
il rumore da cavallo al trotto
ogni volta che andava al mare.

Tornò alle tre del pomeriggio

ai piedi scarpe nuove e leggere
di plastica però
non sembravano vere

come le cupole di Santorini
come un cielo limpido
macchiato solo da gabbiani

Ho comprato Crocs azzurre
mi perdoni?

Avevo voglia di cielo e mare
mi è sembrato di poterli avere.





sabato 11 luglio 2009

INVITO ALLA LETTURA DI HERMANN HESSE: L'ULTIMA ESTATE DI KLINGSOR

Qualcuno di voi ha letto "Siddharta" quest'anno e quindi conosce Hermann Hesse, (1877 – 1962), scrittore, poeta e pittore tedesco, premio Nobel per la letteratura.

Nel 1919, Hesse, in completa solitudine, si trasferisce nel piccolo borgo di Montagnola nel Canton Ticino. In questo splendido rifugio scrive "L'ultima estate di Klingsor", la storia struggente di un pittore che vive intensamente l'ultima estate della sua vita.

Se avete scelto questa lettura, spero di ricevere i vostri commenti, le vostre note, la vostra selezione di frasi illuminantil

Ecco l'incipit dell'opera. Ho evidenziato la parola "silenzio" sulla quale abbiamo riflettuto ieri:


L′ultima estate della sua vita il pittore Klingsor la trascorse, all′età di quarantadue anni, in quele contrade meridionali vicino a Pampambio, Kareno e Laguno che già anni prima aveva amato e frequentato. Lì nacquero i suoi ultimi quadri, quelle libere parafrasi delle forme del mondo fenomenico, quelle strane immagini, scintillanti eppure silenziose, di un silenzio da sogno, con alberi contorti e case simili a piante, che gli intenditori preferiscono a quelli del suo periodo "clas.
sico". La sua tavolozza era ormai composta da pochi colori, assai luminosi: cadmio giallo e rosso, verde Veronese, smeraldo, cobalto, cobalto viola, cinabro francese e rosso robbia.

Si tratta di un romanzo tra i più intensi scritti dal grande autore tedesco. E' in parte autobiografico e ci insegna a vivere intensamente, a inebriarci del mondo che ci circonda, a bere alla fonte della conoscenza con eterna, inesauribile arsura.
Per Hermann Hesse esiste una sola grande anima che abita tutto l'universo e tutte le sue creature. Dunque c'è del divino in tutto quello che ci circonda. L'arte della pittura diventa occasione irripetibile di conoscenza.

Di sè Hesse disse: Non che mi consideri un pittore, ma dipingere è meraviglioso. Non ti restano le dita nere d'inchiostro, come quando si scrive, ma rosse e blu".
Lo scrittore cominciò a dipingere su invito del suo medico che gli consigliò la pittura per uscire da una seria depressione. L'acquerello la tecnica preferita; dall'esperienza con la pittura disse di aver imparato a
scoprire i colori delle cose.
Se credete di sapere di che colore è il cielo, provate a guardarlo per due sere consecutive al tramonto...
Buona lettura!



venerdì 10 luglio 2009

IL SILENZIO


Chi scrive ha qualcosa da dire. Si parte da questo assunto ogni volta che si pensa alla scrittura. L'esperienza però ci insegna che si parla anche quando non si ha niente da dire. E' lo stesso anche per la scrittura?
Conoscete tutti la frase il silenzio è d'oro, ma il silenzio come si traduce sulla pagina?
Oggi riflettiamo sul silenzio. Nella foto avete un quadro di J. Fussli che lo rappresenta. Ma qual è la pagina in letteratura che avete letto e che più si avvicina alla rappresentazione del silenzio?
Se andate sul sito www.ibis.it e digitate silenzio nel motore di ricerca, troverete 1073 titoli di libri che contengono la nostra parola. I titoli più suggestivi? Divertitevi a cercarli e fatevene ispirare.

Sembra un paradosso, ma il silenzio ha bisogno di miliardi di parole per essere raccontato. Da sempre mi affascina il pensiero del primo giorno in cui l'uomo ha articolato il suono di una parola, e ha infranto il silenzio, o la prima nota musicale, il primo soffio in uno strumento a fiato. Siamo circondati dal rumore, e anche le parole fanno parte del brusio indistinto che ici sommerge. L'altra parte del mio fantasticare è chiedersi come sarebbe il mondo se all'improvviso togliessimo l'audio a tutto quanto. Oppure si potrebbe provare (e questo è ancora possibile) a salire in vetta ad una montagna, a dialogare con l'eco, una parola alla volta, mentre si allontana tra le cavità di grotte buie. Oppure in mezzo al mare, nel silenzio assoluto (o quasi), provare ad ascoltare il suono primordiale della vita.



LA MAPPA DELLE STORIE INVISIBILI: Roma, Fontana delle tartarughe

Stasera una storia invisibile è apparsa alla Fontana delle tartarughe... buon ascolto, se passate di là. E, a proposito, salutatemi Serafina...