giovedì 31 dicembre 2009

BORSE DI STUDIO PER TUTTI...O QUASI

I bandi e le motivazioni di attribuzione più stravaganti dal requisito dell'altezza a quello di saper passare l'aspirapolvere.
Borse di studio da ridere, ecco le più strambe del mondo!
Un articolo di SARA FICOCELLI (La Repubblica)



STUDIARE gratis, specialmente negli Stati Uniti, non è per niente facile. Ma se pensate che i requisiti richiesti per l'attribuzione delle borse di studio siano soltanto rigidi, vi sbagliate. Spesso sono anche ridicoli. La fantasia degli addetti alla compilazione del bando, stando a quando riportato dal sito Zencollegelife, non conosce limiti e nel mondo esistono ben 45 concorsi decisamente assurdi, destinati a far sorridere ma anche riflettere.

Se vostro figlio è un ragazzo volenteroso, interessato ai libri ma, ahinoi per lui, anche un po' bassino, non potrà mai sperare di ricevere la borsa di studio assegnata dal Tall Clubs International Scholarship, un'organizzazione di Portland, nell'Oregon, nata per promuovere gli studi degli uomini alti almeno un metro e novanta e delle donne più alte di un metro e cinquantacinque. Per fare domanda e ricevere il corrispondente in dollari di 700 euro è sufficiente descrivere in poche righe "Cosa significa per me essere alto". Ma esiste anche la borsa per i più bassi, messa in palio dalla Billy Barty Foundation, che premia gli studenti più bassi di un metro e ventitrè centimetri. Il concorso è nato in omaggio all'omonimo attore italoamericano - vero nome William John Bertanzetti - scomparso nel 2000 e alto appena 118 centimetri.

La Scholar Athlete Milk Mustache of the Year Award è invece una borsa che assegna ai 25 studenti che più si sono distinti nello sport una somma di oltre 5000 euro, un viaggio gratuito a Disney World e la comparsa in una pubblicità, con la faccia decorata di allegri "Milk Mustache", i baffi da latte. Divertente. Ma che cosa c'entra con lo studio?

Se però non avete intenzione di darvi alla pubblicità né siete dei fanatici dello sport, potete sempre mettervi a studiare un po' di araldica e controllare se per caso nella vostra famiglia non vi siano discendenti della dinastia olandese di Lambert and Annetje Van Valkenburg. La Van Valkenburg Memorial Scholarship assegna infatti un contributo di 1000 dollari agli studenti che riescano a dimostrare un legame con il casato.

Ce n'è insomma per tutti i gusti. E ogni bando di concorso non è altro che una scusa per promuovere il proprio settore o farsi pubblicità. La Potato Industry Scholarship, ad esempio, assegna 5000 dollari agli studenti di agraria che si siano distinti nello studio della patata. Mai tubero fu più redditizio. E siccome "studio" non significa solo stare sui libri ma anche apprendere cose nuove e insomma confrontarsi con le proprie abilità, la American Welding Society Scholarships mette in palio ogni anno una somma per tutti gli studenti che si dimostrino saldatori provetti, mentre la Society of Vacuum Coaters Foundation Scholarship premia con 2500 dollari, circa 1700 euro, ai ragazzi particolarmente abili nelle tecniche metallurgiche.

Ci sono poi borse che vengono assegnate senza bisogno di riscontrare alcuna abilità particolare. Come la Frederick and Mary F. Beckley Scholarship, che premia gli studenti mancini, e quelle pensate per promuovere il rapporto tra gli studenti e la natura, come la Sophie Major Memorial Duck Calling Contest, che premia con 2000 dollari chi progetta il miglior richiamo per anatre. La decima borsa di studio più stramba è infine dedicata all'economia: l'Excellence in Predicting the Future Award viene assegnata ai ragazzi che dimostrino un'abilità particolare nel predire i cambiamenti del mercato finanziario. Peccato che il premio in denaro assegnato ad uno studente tanto in gamba sia di appena 400 dollari, meno di 300 euro.
(30 dicembre 2009)

mercoledì 30 dicembre 2009

IL TRENO BAHN-OBB, PIATTAFORMA 9 E 3\4



Ricordate Harry Potter? Ricordate il treno per Hogwarts? Partiva dalla stazione di Kings Cross e il biglietto parlava chiaro: diceva piattaforma...9 e 3\4! Difficile trovarla e la corsa contro il muro di mattoni rossi non prometteva niente di buono, ma Harry, Hermione e Ron hanno creduto alla magia e sono riusciti a prendere "al volo" il treno fantasma per Hogwarts.
A Natale in Itali è arrivato un treno fantasma, un treno che potrebbe salvare i passeggeri disperati che Mauro Morettti, il numero uno di FS, ha invitato a salire sui treni muniti di biglietti, panini coperte e tanta pazienza. Il freddo e la neve dei giorni precedenti il Natale avevano fatto registrare treni cancellati o fermi in tutto il Nord e ritardi anche di 12 ore.
Ma ecco che arriva l'Eurocity austro-tedesco da Bologna al Brennero. Senza ritardi, puntuale, riscaldato, pulito...un sogno. Mentre tutti i treni di FS si fermavano, venivano cancellati, non ripartivano, ecco passare sotto il naso dei passeggeri stanchi e frustrati l'elegante trenino austro-tedesco, i tabelloni segnalano il suo passaggio ma nessuno in stazione dà informazioni su come acquistare il biglietto. Nessuno ha le informazioni per spiegare che si tratta del treno che fa concorrenza a Trenitalia: si tratta dell'Eurocity e nasce da un accordo tra le ferrovie tedesche e le austriache. Funziona dal 13 dicembre ma nessuno lo sa. E soprattutto nessuno lo vuole dire: le biglietterie italiane non segnalano la sua esistenza!
Ecco i siti per sapere tutto di OBB, il treno fantasma che parte dalla piattaforma della speranza! Online potete comprare il biglietto e prenotare, ma il biglietto si fa anche a bordo senza maggiorazione. Si sembra un sogno, ma esiste! Proprio come il treno di Harry Potter...

www.bahn.com/it

http://www.obb-italia.com/

Se viaggiate in treno, coraggiosi amicidiletture, oltre al panino e alla coperta io vi suggerirei di portarvi tutti i volumi delle avventure di Harry Potter...nel caso i tempi del viaggio si allungassero!


martedì 29 dicembre 2009

Immagini da salvare: Peace Day in Afghanistan

N° 3
I murales del Peace Day in Afghanistan


Parole da salvare del 2009

N.°2
Il discorso di Obama dopo l'insediamento alla Casa Bianca

IL 2009 DA CONSERVARE...

Vorrei suggerirvi di conservare alcune cose importanti del 2009. Le prenderò alla rinfusa e non in ordine cronologico, per mostrarvele in queste poche ore prima dell'arrivo del 2010. Saranno per lo più parole di persone incredibili che spero continueranno a parlarci e a scuoterci dal sueno de la razon.

Numero 1
L'intervista a Noam Chomsky del 3 novembre 2009


QUASI 2010...LA LISTA DEI BUONI PROPOSITI

Mancano soltanto 52 ore alla fine del 2009...è ora di cominciare a fare la lista dei buoni propositi. Io ho cominciato:
  1. sorridere una volta al giorno
  2. andare a fare una corsa, tutti i giorni, preferibilmente di mattina e riuscire a correre per 10 km
  3. leggere le Metamorfosi di Ovidio
  4. scrivere il mio secondo romanzo o almeno dei racconti
  5. andare a Bora Bora per il mio compleanno (il 29 giugno)
  6. imparare a cucinare il pesce
  7. insegnare ai miei figli a mangiare le verdure
  8. non gridare
  9. cominciare una collezione insolita
  10. scrivere un altro blog in inglese

Queste le prime dieci cose che mi sono passate per la testa... per le altre 10.000 ho ancora 51 ore e 50 minuti, più o meno...

p.s.

Fra un po' vi scrivo dei regali che ho ricevuto (e che ho fatto) per Natale! :)

p.p.s

Che bello stare in vacanza...

martedì 22 dicembre 2009

LA BIOGRAFIA DI JOHN LENNON


Una bella pagina di ricordi del figlio di John Lennon chiude il libro: 'John Lennon. La biografia', il volume scritto da Philip Norman ed edito dalla Mondadori (568 pagine, 25 euro). Norman è forse il più grande esperto della storia dei Beatles: ha realizzato quest'opera sulla base di centinaia di testimonianze inedite ed esclusive.
In particolare mi hanno colpito i ricordi del figlio di John Lennon, Sean, perché sono sconnessi come quelli di un bambino che non riesce a ricostruire il volto del padre scomparso e che, per riuscirvi, si aggrappa ai piccoli fiori bianchi e blu di un kimono o a un sussurro che non ha ancora smesso di vibrare.

Ne approfitto, prima di riportarvi la pagina di cui parlo, per riascoltare insieme a voi una delle più belle canzoni natalizie di tutti i tempi...Natale sta arrivando!



Philip Norman: "John Lennon. La biografia" Mondadori, 2009
"Incontro Sean Lennon in un piccolo e disordinato appartamento in quella parte quieta e tranquilla del quartiere londinese di Chelsea soprannominata 'World's End'. Sebbene sia diventato, proprio come suo padre, un musicista e compositore - e particolarmente brillante, anche se in un modo del tutto diverso - i suoi concerti non hanno alcunché di grandioso.
Ormai più che trentenne, Sean assomiglia a suo padre nel 1969: gli stessi occhi castani che si muovono inquieti dietro gli occhiali rotondi, lo stesso naso, la stessa barba scura e riccioluta, persino lo stesso modo di fare anelli di fumo con le sigarette. Soltanto di profilo si riconoscono Yoko e la sua parte giapponese. Ha lo stesso modo di parlare di John e la sua stessa irrefrenabile capacità di inventare giochi di parole. La sua voce melodiosa dall'accento americano talvolta sembra assumere un'inflessione britannica, persino di Liverpool, come se qualche indistruttibile particella di John rimanesse ancora negli strati più profondi della sua personalità. E, proprio come un tempo John aveva fatto per 'Rolling Stone', anche Sean si siede, appoggia i piedi scalzi sul tavolo e si apre alle mie domande.

Quando John fu ucciso Sean aveva appena cinque anni, vale a dire l'età in cui la memoria sta appena iniziando a formarsi. Mi confessa che, prima del mio arrivo, ha cercato di recuperare e ricomporre tutte le sconnesse e inevitabilmente irriflesse immagini rimaste nei suoi ricordi di bambino. "Ricordo mio papà che mi insegna a costruire un aeroplanino di carta - che so ancora costruire esattamente nello stesso modo - e poi a farlo volare. Mi ricordo che guardavamo insieme il 'Muppet Show' e 'Jeckyll and Hyde', e che non mi era permesso vedere altro alla televisione".


Comunque, già a quell'età, Sean riconobbe, per citare le parole di una delle ultime autoanalisi dello stesso John, il piccolo bambino che stava dentro il grande uomo. "Ricordo che Alice, la nostra gatta nera, inseguendo un piccione si era lanciata dalla finestra ed era morta, e ricordo che quella fu la sola volta, credo, in cui vidi mio papà piangere. Molti ricordi hanno come sfondo l'acqua: il caldo e azzurro oceano delle Bermuda; le gelide e grigie onde di Long Island; la piscina piena di cloro della Ymca. Era orgoglioso del fatto che sapevo nuotare benissimo. Ricordo che a Cold Spring Harbor avevamo una barca a vela di colore verde e credo che io l'avessi chiamata Flower. Ricordo che una volta Fred Seaman la fece accidentalmente scuffiare e tutti noi ci ritrovammo in acqua; mio padre mi stava accanto, e ricordo di aver visto le ciabatte che mi avevano comprato in Giappone trasportate via dalla corrente: mi dispiaceva moltissimo perche adoravo quelle ciabatte, ma mio padre mi disse: 'Non ti preoccupare, te ne prenderemo un altro paio.'. Poi io gli chiesi: 'Ci sono pesci in acqua?', e lui rispose di sì, facendomi venire una gran paura. Ma c'era lui a proteggermi, e in realtà è un bel ricordo: a galla in mezzo all'oceano con mio papà e la barca capovolta. Ricordo che in casa indossava sempre un kimono yukata a motivi floreali bianco e blu e che teneva i capelli raccolti a coda di cavallo. Faceva anche bruciare un sacco di incenso. Me lo ricordo suonare la chitarra, mentre anch'io toccavo le corde e cantavo insieme a lui. Cantava sempre una canzone su 'Popeye the sailor man, lives on the Isle of Man.'. Ricordo che girava sempre scalzo; non portava mai le scarpe, e quando lo faceva, erano quasi sempre delle ciabatte. E per qualche motivo cercava di insegnarmi ad afferrare penne o altri oggetti con le dita dei piedi. Lo faceva continuamente perche aveva una straordinaria abilità ed era estremamente snodato. Mi ricordo che, seduto sul sedile della nostra Mercedes familiare, riusciva a mettersi la gamba dietro la nuca. E mi ricordo che si divertiva un sacco a saltare sul letto". Cosa tutt'altro che sorprendente, uno dei ricordi più cari è il suono della voce di John. "Ogni sera, quando andavo a dormire, veniva nella mia stanza e diceva: 'Buo-na-not-te, Sean', accendendo e spegnendo la luce al ritmo delle sue parole".

PASSALIBRO

In America si chiama "Bookcrossing", ed è uno dei fenomeni socio-culturali del momento.
I membri di una vasta comunità di amanti dei libri si incontrano virtualmente in internet per donare e/o ricevere un libro giudicato particolarmente importante e significativo, che a sua volta sarà poi donato e/o ricevuto tante volte quante troverà un nuovo lettore disposto ad accoglierlo. Sul sito il libro viene opportunamente schedato ed è poi possibile sapere dove è stato lasciato, regalato, volutamente dimenticato, dato in beneficenza... il libro inizia così un viaggio, le cui tappe sono indissolubilmente legate agli spostamenti di chi trova il volume, lo legge, e poi lo riconsegna all'avventura di un nuovo lettore, comunicandone la nuova ubicazione.


Condividere, e del tutto gratuitamente, sembra dunque essere la parola d'ordine del bookcrossing Fahrenheit, il programma quotidiano di Radio3 in onda dalle 15 alle 18, ha lanciato l'iniziativa in Italia. Fahrenheit si collega telefonicamente, dal lunedì al venerdì alle 15:15, con coloro che mandano il proprio volume in viaggio: per questo è importante segnalare in anticipo la propria disponibilità lasciando un recapito telefonico per essere contattati dalla redazione. Particolare importantissimo. Sulla prima pagina interna del libro bisogna scrivere, utilizzando penne, pennarelli e tutto quel che si desidera, questa frase:


"QUESTO NON E' UN LIBRO ABBANDONATO, MA UN LIBRO CHE CERCA LETTORI. CHI LO TROVA, LO LEGGA E LO FACCIA CIRCOLARE, E NE DIA NOTIZIA A FAHRENHEIT, RAI RADIO3, 06 3244958 06 3244958 oppure attraverso il sito www.fahrenheit.rai.it nella sezione Passalibro".

Oppure stampate questa etichetta e incollatela sul libro:

Fahrenheit seguirà via radio e via e-mail le tappe di ognuno dei libri che sono stati lasciati liberi.

ECCO LA LISTA DI ALCUNI LIBRI "SMARRITI" A ROMA E PROVINCIA! (327 libri)

1 Heinrich Böll, L'onore perduto di Katharina Blum, lasciato da Luisa nel pratone di fronte alla Facoltà di Psicologia dell'Universita' La Sapienza di Roma.

2 Stefano Martello e Gennaro Pesante, Santi, poeti e comunicatori, trovato da Maria Luisa vicino all'Auditorium di Roma. Lo ha lasciato sugli scalini della chiesa di Viale Regina Margherita a Roma.

3 Bruno Bettelheim, Un genitore quasi perfetto, lasciato da Francesca nella sala d'aspetto di un pediatra a Roma

4 Nantas Salvataggio, I fuggitivi, lasciato da Fausta nel Liceo Classico Amedeo di Savoia di Tivoli

5 Maria Padula, Il vento portava le voci, lasciato da Fausta al teatro Valle di Roma

6 Letizia Cella, Mammacannibale, lasciato da Fausta in un bar di Largo Argentina a Roma

7 Tatanka: biografia di un cucciolo con famiglia a carico, Deny Tito Braha, trovato da Paola al Parco dei Daini a Roma

8 Almost blu, Carlo Lucarelli, lasciato da Anna Grazia alla mostra "Gli anni della radio", al complesso del Vittoriano a Roma

Kitchen, Banana Yoshimoto, trovato da Francesco a Villa Borghese a Roma

10 La macchina morbida, William Burroughs; Fitoterapia comparata, Autori vari; Almost Blue, Carlo Lucarelli, lasciati da Adriana su un treno Roma-Bologna

11 La prospettiva come 'forma simbolica, Erwin Panofsky, lasciato da Franco a Roma su una panchina a Villa Lazzaroni, Via Appia

12 Il racconto dell'isola sconosciuta, Josè Saramago, lasciato da Marina sul battello di collegamento tra Capodimonte e l'isola Bisentina, sul lago di Bolsena

13 Erri De Luca, In alto a sinistra, lasciato da Paola nei pressi del Goethe Institut a Roma

14 C. Urbani, Lettere senza frontiere, lasciato da Paola all'incrocio di Viale Regina Elena a Roma

15 Diego De Silva, Voglio guardare, trovato da David, rilasciato in un bar nel quartiere romano di Testaccio e poi trovato da Valentina

16 George Orwell, La fattoria degli animali, liberato da Adriano sulla linea del bus 60 a Roma

Ed io per ora mi fermo qui...ce ne sono altri 311...in giro !

IL RICETTARIO DI PASTICCERIA

foto dal blog masayume
I biscotti non li so fare. Ma ho comprato la pasta frolla e tutte le decorazioni perché avevo promesso ai bambini che li avremmo decorati insieme: pupazzi di neve, comete, babbo natale e alberello. Così abbiamo passato le prime ore del pomeriggio a riempire la casa del buon profumo dei dolci natalizi. Io ho steso la pasta e i bambini hanno creato stelline, lune, comete e pupazzi di neve. Il papà ha offero il suo aiuto per la glassa. Sono uscita a comprare lo zucchero a velo e poi abbiamo consultato un ricettario per fare la glassa. Io leggevo e il papà mescolava gli ingredienti. Un disastro! Abbiamo seguito la ricetta punto per punto: zucchero, acqua, gira, attento ai grumi, mescola, aggiungi, togli, abbassa la fiamma, alzala, alla fine abbiamo dovuto ammettere il fallimento. La glassa non è riuscita.
Mi tocca fare la mia prima critica al vetriolo del Blog, devo stroncare il libro da cui abbiamo preso la ricetta: il ricettario si chiama RICETTARIO DI PASTICCERIA (ed. Demetra) e la ricetta killer è a pag. 125 (glassa all'acqua 1). Ebbene, le proporzioni acqua zucchero sono evidentemente errate. La glassa non si solidifica e abbiamo consumato ben due pacchi di zucchero a velo.

C'è qualcuno tra voi, amicidiletture, che conosce la ricetta per la glassa? Vorrei riprovarci il ventiquattro dicembre. Siamo soli soletti e avevo in mente di infornare biscotti per tutta la sera e decorarli fino a notte! (E mangiarli fino all'alba...)

AUGURI A TUTTI!

lunedì 21 dicembre 2009

IL MONDO INCANTATO DEI BAMBINI


Bruno Bettelheim

Stasera ho tra le mani un libro importante, un libro che consiglio a mamme e papà, nonni e nonne. Si tratta di Bruno Bettelheim , "Il mondo incantato" (Biblioteca Economica Feltrinelli- Saggi 2008). In questo splendido saggio Bettelheim parla di bambini e del compito che spetta agli adulti di fronte alla dilagante scomparsa dell'infanzia, un'età che esiste per il mercato e fa un fatturato di milioni di euro, un'età che è sempre più in pericolo. Charles Dickens ha dato ai bambini un posto importante nella letteratura, ha tolto i trovatelli dagli orfanotrofi e li ha resi protagonisti di storie appassionanti in cui riuscivano a sopravvivere alle avversità e diventare adulti.

Bettelheim scrive: "se speriamo di vivere non semplicemente di momento in momento ma realmente coscienti della nostra esistenza, la necessità più forte e l'impresa più difficile per noi constistono nel trovare un significato alla nostra vita". Per lo studioso la comprensione del mondo comincia prestissimo ed è il frutto di un percorso lungo e faticoso. "Il compito più importante e anche più difficile che si pone a chi alleva un bambino è quello di aiutarlo a trovare un significato alla vita." La lettura, e il suo apprendimento, aiutano il bambino a trovare il senso della propria esistenza, ma purtroppo le letture scolastiche, quelle fatte per imparare a leggere e a scrivere, sono a volte vuote di significati utili a sviluppare una tale, profonda conoscenza di se stessi. "La caratteristica peggiore di questi libri per l'infanzia è che essi privano il bambino di quanto egli dovrebbe ricavare dall'esperienza della letteratura: l'accesso ad un significato più profondo".

Storie superficiali, dunque, illustrazioni colorate per parole vuote, pagine e pagine per occupare il tempo e distrarre la mente dalla comprensione del mondo. Questo il difetto di molta letteratura per l'infanzia: storie nate per aggirare le difficoltà, per restare sulla superficie delle cose, storie che restano ai margini dei boschi di Cappuccetto Rosso o Hansel e Gretel. Personaggi perennemente illuminati dalla luce del sole. Il buio e le paure sono bandite dal regno delle fiabe commerciali. Bettelheim sottolinea la necessità per il bambino di oggi di ritornare alle fiabe popolari, in quanto "parlano al suo Io in boccio e ne incoraggiano lo sviluppo, placando nel contempo pressioni preconsce e inconsce".

Il messagggio delle favole classiche è sempre lo stesso ma è necessario e fondamentale farlo riecheggiare: "la lotta contro le gravi difficoltà della vita è inevitabile ma è una parte intrinseca dell'esistenza umana; soltanto chi non si ritrae intimorito ma affronta risolutamente avversità inaspettate e spesso immeritate può superare gli ostacoli e alla fine uscire vittorioso".

E allora, quello che Bettelheim ci dice di fare è semplice: raccontiamo una favola classica ai nostri bambini e, se non siamo bravi a narrare, leggiamola con grande serietà tutte le sere, quando il buio arriva ad alimentare paure di sempre. Aiutiamoli a crescere. Ma con una raccomandazione: scegliere le fiabe nella loro forma originale perché l'incanto di una fiaba e il suo significato possono essere percepiti solo se hanno conservato la loro essenza.

Buona fiaba a tutti!

domenica 20 dicembre 2009

BENDATI IN LIBRERIA


Qualche giorno fa ho comprato la raccolta di saggi La malattia dell'infinito di Pietro Citati.

Ho cominciato a leggere affascinata dalla bellezza di queste pagine che esplorano la scrittura dei più grandi scrittori del Novecento.

Leggere Citati significa non soltanto conoscere più a fondo un libro ma avere la possibilità di conoscerne aspetti segreti e intimi che soltanto lui sa intravedere. E' il caso dello scrittore e filosofo rumeno Cioran che Citati presenta così: "Sorrideva. O rideva a bocca aperta con le grandi risate dei malinconici, che mettono in ogni risata tutto il desiderio di felicità che intravedono per un istante e che tornerà così di rado."

Il libro di Cioran che Citati consiglia è La caduta dal tempo: "Se avessi qualche vocazione pedagogica e dovessi indicare a un ragazzo dove imparare a pensare gli direi: -Apri questo libro: ci sono tutti i grandi temi della vita, quelli di cui i filosofi non parlano più, e i pensieri che oggi, per destino o per caso ci attraversano la mente."

Questa frase credo sia una delle più efficaci delle pagine dedicate a Cioran e una delle più belle che abbia mai letto. Per una serie di motivi: prima di tutto perché comprerò e leggerò il libro di Cioran La caduta dal tempo e quindi le parole di un critico saranno servite ad incuriosire almeno quanto quelle dello scrittore. Poi perché spesso mi è stato chiesto un parere su un libro da leggere e credo che l'unica cosa che spinga davvero a leggere sia la speranza di trovare un pezzo di sè e una risposta a una domanda impellente.
Prima di comprare il vostro libro di Natale, dunque, cercate di seguire l'istinto e andate alla ricerca di chi potrebbe dare voce a quello che avete dentro. Ho parlato d'istinto, perché a volte in libreria si dovrebbe andare bendati, come chi crede che aprendo ad occhi chiusi un libro di haiku si trovi la poesia che ci fotografa il cuore.
Anche se così non fosse, l'atmosfera del Natale ci spinge a tentare la magia. Provate, e fatemi sapere come va la scelta del libro e soprattutto che cosa avete trovato tra le pagine di "un'anima gemella di carta"!

sabato 19 dicembre 2009

LA LIBRERIA "TELEFONICA" DI WESTBURY

Foto by Bob Dolby
Nel piccolo paesino di Westbury, in Inghilterra, c'è chi entra in una cabina telefonica non per indossare il vestito di Superman ma per prendere in prestito un libro! E non è l'elenco telefonico. Delle tanto note cabine rosse non è rimasto che qualche esemplare solitario. Perché allora non riempirla di libiri? Originale e da copiare l'idea che, nell'epoca dei cellulari e della telefonia mobile, ha trasformato un vecchio cimelio in una novità per gli appassionati di lettura: una biblioteca per il paesino dove trovare l'ultimo romanzo o il giallo da leggere prima di andare a letto.
Si restituisce qualche giorno dopo...e si fa la fila per strada, come tanto tempo fa quando si aspettava il proprio turno per una telefonata!

giovedì 17 dicembre 2009

IL "FILM DI NATALE" DEI MIEI STUDENTI

Sono orgogliosa di dedicare questo post al lavoro della classe di studenti di lingua italiana del primo anno di IB B (Italiano come seconda lingua). Ispirati al film di Benigni "La vita è bella" hanno girato una sequenza drammatica in cui Guido cerca disperatamente Dora, prima dell'esecuzione.
Questo gruppo di ragazzi, e una ragazza che è proprio una Perla, di nome e di fatto, ha un talento innato per l'arte. Sono creativi, originali e divertenti. E' un piacere lavorare con loro. A volte dimentico che siamo a scuola e mi sembra di essere il team leader di un gruppo di creativi. La creatività è una scintilla che quando divampa si trasforma in energia e bellezza.
Grazie ragazzi, credo che questo sia il mio "film di Natale" preferito (e spero che piaccia anche agli Amicidiletture)!

mercoledì 16 dicembre 2009

SAVIANO: GRAZIE PER IL VOSTRO IMPEGNO

Le 507.502 persone che hanno firmato l'appello al Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi hanno appena ricevuto questo messaggio in cui Saviano ci ringrazia per il nostro contributo.

"Roberto Saviano ringrazia tutti i cittadini che hanno aderito all’appello per ritirare la norma sul processo breve"

Ecco il suo messaggio audio:
http://temi.repubblica.it/community/grazie-per-il-vostro-impegno/ hash=43ca40f18f816b68fc1d6823c505e224

Grazie a te! Grazie a tutti!

martedì 15 dicembre 2009

UN LIBRO A NATALE


Da Mondadori Blog: Regalare un libro a Natale non passa mai di moda
Una recente indagine di Format - Confcommercio mette i libri ai primi posti nelle scelte degli italiani per i regali di questo Natale. Libri, insieme a cd e dvd, destinati in particolare agli amici. E’ un risultato che si ripete ormai da qualche anno a questa parte, complice la crisi economica che riduce il budget di spesa per i regali, virando la scelta verso prodotti più economici ma non per questo privi di significato. Del resto donare un libro è regalare un mondo, è esprimere un’emozione con le parole che avresti voluto scrivere tu, è regalare momenti divertenti o regalare semplicemente un oggetto utile.

E voi? Siete ancora indecisi sui regali da fare quest’anno? Qui vi proponiamo una selezione di libri tra le ultime novità editoriali di quest’anno. Da Il simbolo perduto, il nuovo thriller massonico di Dan Brown a Marina, l’ultimo enigmatico romanzo Carlos Ruiz Zafón, dal nuovissimo libro di Vittorio Zucconi sul caratteraccio di noi italiani all’ultimo successo di Roberto Saviano, La bellezza e l’inferno, dal libro che dagli Stati Uniti sta appassionando i ragazzi italiani Hunger Games al secondo capitolo della saga fantasy Leggende del Mondo Emerso di Licia Troisi. Ce n’è davvero per tutti i gusti e per tutte le età… quindi a voi la scelta!

ALLA RICERCA DEL "CROMOSOMA STORTO": GLI ITALIANI SECONDO ZUCCONI



Oggi vorrei consigliare la lettura del nuovo saggio di Vittorio Zucconi, "Il caratteraccio", per cercare di capire qualcosa di noi e speriamo anche ridere di quello che si cerca di non vedere.


Chi è Vittorio Zucconi:


Vittorio Zucconi ha lavorato per le più importanti testate giornalistiche italiane: «La Stampa», il «Corriere della Sera» e «la Repubblica». Attualmente lavora per quest'ultima testata, come corrispondente dagli Stati Uniti. Dirige il quotidiano on-line «la Repubblica.it» e Radio Capital, oltre a tenere una rubrica su «D - La Repubblica delle Donne» e corsi di storia italiana e giornalismo al Middlebury College in Vermont. Ha pubblicato, tra gli altri, Gli spiriti non dimenticano (Mondadori, 1996), Storie dell'altro mondo (Mondadori, 1997), Il calcio in testa (2003), George (2004), L'aquila e il pollo fritto (Mondadori 2008) e una raccolta di letture per la scuola medie, Stranieri come noi (Einaudi scuola 1993).

La scheda del libro:
Perché siamo come siamo, noi italiani? Perché ci piacciamo sempre di meno e cominciamo a trovarci antipatici? Che cosa è accaduto nella nostra storia nazionale, da Porta Pia alle Veline, che ha fatto di noi quello che siamo diventati: rissosi, astiosi, perennemente "incazzati" contro gli altri e sfacciatamente ipocriti, capaci di celebrare il Family Day un giorno e di tradire la stessa Family il giorno dopo?
Vittorio Zucconi sceglie, fra i tanti possibili, dieci eventi chiave della storia d'Italia - dalla presa di Roma alla Grande Guerra, dal fascismo al boom economico, da Tangentopoli a Berlusconi, passando per la tv di Mike Bongiorno, i furgoncini Ape e la "gioiosa macchina da guerra" post comunista - in cerca di quel "cromosoma storto" che non ha permesso di "fare gli italiani". Sì, perché l'homo italicus, incline a denigrarsi con passione, ha ormai maturato la certezza di non possedere un vero carattere nazionale, ma un caratteraccio. Prendendo spunto da un ciclo di "lezioni americane" tenute agli studenti di una prestigiosa ed esclusiva università del Vermont, il Middlebury College, Zucconi mette da parte, rispettosamente, Boccaccio e Cavour per rivisitare, con la sua ironia affettuosa tessuta di deliziose esperienze personali e con la coscienza di rivolgersi non ad accademici, ma a chi della storia italiana sa molto poco (cioè quasi tutti), pregiudizi e cliché sul dramma pirandelliano degli italiani in cerca di se stessi. Per mostrarci che, con crudele e puntuale dispettosità, la storia ha fatto di noi un popolo condannato a essere sempre anti, il prefisso che si è rivelato il surrogato della nostra identità e la formula magica usata da partiti, curie, demagoghi, comunicatori e potenze straniere per controllarci e condizionarci. Dal Brennero a Lampedusa l'italiano è prima di tutto anticomunista, antiamericano, anticlericale, antilaicista, antifascista, antimeridionale, antiberlusconiano.
Siamo contro qualcosa, ergo esistiamo. Nessuno prima d'ora era riuscito a spiegare con una similitudine così folgorante la natura della nostra disperata democrazia, "sempre più simile alla rana di Galvani, che ha bisogno di periodiche scosse per muovere le zampette e sembrare viva, restando morta". Ma siamo sicuri che sia del tutto colpa nostra?


Leggi il primo capitolo

http://www.librimondadori.it/web/mondadori/scaffali/attualita

lunedì 14 dicembre 2009

LA LUNA CI GUARDA


Hermann Hesse


Un freddo vento australe
scompiglia i rami ai tigli,
sembra che vi s’impigli,
per guardar qui, la luna.

Io scrivo alla mia bella
che mi ha abbandonato
e la mia lunga lettera
la legge anche la luna.

La luce sua silente
scorre di riga in riga.
Io piango, e cosi scordo
preghiere sonno e luna.

Traduzione inedita di Donata Berra


Poesia n. 243 Novembre 2009
Mangiare la Luna
a cura di Ezio Savino
e Donata Berra
Crocetti Editore 2009

IL TERRORISMO LOGICO E LA LOGICA DEL TERRORISMO

Questo Paese è nelle mani di mafiosi, megalomani e malati di mente! Riflettiamo sulle 3M di cui è prigioniera l'Italia. Sullo sfondo i cittadini, esterrefatti. Dopo il deplorevole lancio della statuetta contro Berlusconi appare chiaro che siamo affacciati sul baratro di una democrazia. Ascoltando i commenti "a caldo" all'aggressione a Berlusconi mi hanno colpito le parole di un elegantissimo esponente del Pdl che diceva: "la gente a Milano, a Roma, tradizionalmente il 13 dicembre si reca a fare compere di Natale e invece erano qui a protestare contro Berlusconi" (Rai Uno Speciale TG). Oscura la logica di questa frase. Fatemi capire una cosa: c'è qualcuno tra i politici che si rende conto davvero delle condizioni degli italiani oggi, 14 dicembre? Disoccupati, malati, difficoltà a pagare l'affitto ad arrivare a metà mese, a riempire il carrello della spesa, a fare il pieno della benzina per andare a lavorare, a pagare il mutuo, a comprare le scarpe nuove ai figli, a mandare la letterina a Babbo Natale. Non ci credete? Credete che esageri? Guardatevi intorno, non guardate solo i giornali. Guardate la faccia della gente che arranca sugli autobus, leggete negli occhi la disperazione, l'incertezza, la silenziosa rassegnazione. Tutto questo a volte può tradursi in atti di violenza improvvisi, violenza di cui tutti siamo testimoni. Quante volte, tutti i giorni, ci colpisce lo sguardo crudele di un automobilista che vede in noi, davanti a lui al semaforo, il suo peggior nemico, o peggio l'insulto verbale, il gesto volgare e a volte l'aggressione vera e propria. Ma chi diavolo ci pensa allo shopping natalizio?
Sui giornali di oggi le parole vacillano insicure: desiderare "la morte politica" di un avversario non significa incoraggiare lanci di oggetti contundenti. A teatro gli spettatori insoddisfatti lanciavano verdure e uova marce ai tempi di Shakespeare. Non uccidevano nessuno, ma la compagnia non ripeteva lo spettacolo e il teatro cercava altro.
Questa è l'atmosfera che si respira in Italia. Tristezza, rabbia, malcontento. E chi è contento non capisce, o non lo vuole capire. Ci sono persone che guadagnano 10.000 euro al mese e gente che se ne vede recapitare 550 come pensione di vecchiaia. Perché se sei vecchio in Italia, e non sei stato abbastanza furbo, o previdente, o disonesto o fortunato da mettere da parte la tua piccola rendita, è questo che ti aspetta. Una vecchiaia disonerevole e piena di incognite. La morte su una barella in un ospedale (vedi cronaca di ieri nel Lazio) che non ti apre le porte perché non sei il presidente del consiglio, che non ti garantisce la dignità e la sopravvivenza.
Il volto insanguinato di Berlusconi è, e rimane, una vergogna per tutta l'Italia. Ma distoglie ancora una volta l'attenzione dai problemi della gente comune, quella che tutti i giorni riceve schiaffi in faccia, quella che ha chinato la testa per il bene dei figli, quella che ha scelto di tirare avanti perché non ha scelta.
L'appello è sempre e soprattutto alla classe politica italiana! Deplorevole non riuscire a trovare vie d'uscite democratiche alle controversie, deplorevoli le strumentalizzazioni, le demonizzazioni, le parolacce, le offese, gli insulti, le parole senza dignità politica e civile. Deplorevole dmenticare i bisogni veri, le emergenze quotidiane, le emergenze nazionali, le emergenze dei cittadini che continuano a pagare il prezzo di errori di un'intera classe politica. Non dimentichiamo le vere vittime. E se oggi anche Berlusconi è vittima, allora potrà capire meglio come ci si senta.

Per voi un articolo sul "terrorismo logico" sperando che ci aiuti a capire e ditricare le affermazioni su giornali e in TV.


Il terrorismo logico di Peter Strawson
di Pietro Emanuele


Daniel Dennett, uno dei più noti filosofi viventi, ha fornito, nel suo spiritoso Lessico filosofico (1987), una scherzosa etimologia del logico inglese recentemente scomparso Peter Frederick Strawson: “È il prodotto di un uomo di paglia (in inglese >i>strawman), l’oscuro risultato di una paternità inesistente”. Cioè un’inconsistenza filosofica derivata da idee inconsistenti.
Quello di Dennett è soltanto un motto di spirito. È però giustificato dalla reazione negativa con cui i logici tradizionali accolsero l’opera più originale di Strawson, quella Introduzione alla teoria logica del 1952, che gettò lo scompiglio fra i cardini della logica tradizionale. Un fuoco di paglia o una rivoluzione? È una domanda che si pose mezzo secolo fa e che oggi si può riproporre all’indomani della sua scomparsa.
In realtà Strawson è stato uno di quei pensatori che hanno fatto scendere la filosofia dal cielo in terra, e in particolare quella parte di essa, la logica, che gode fama di essere la più astratta. Anche per questo il suo libro del 1952 ebbe l’effetto di una bomba inaspettata negli ambienti accademici. È permesso all’uomo della strada dire che un film o una persona gli piace e non gli piace? Per la logica tradizionale no, perché viola la più intoccabile delle sue leggi, quella che vieta di contraddirsi. Eppure quella frase ciascuno di noi l’avrà detta infinite volte. Allora: la gente comune è priva di logica, oppure possiede una logica diversa da quella della tradizione?
Strawson risponde che come è lecito all’uomo comune non amare l’algebra, così gli può esser concesso di non amare la logica. Ciò significa che può parlare in maniera del tutto illogica? No, questo lo fanno solo i matti. Solo fino a un certo punto l’uomo comune può contraddirsi: può dire “quel film mi è piaciuto e non mi è piaciuto”, ma non può dire “sono uscito di casa e non sono uscito di casa”. Che differenza c’è? Nel primo caso non si tratta di una vera contraddizione, perché è evidente che il parlante impiega un’espressione ambigua solo all’apparenza (avrebbe potuto dire: “in parte mi è piaciuto, in parte no”). Nel secondo caso invece la contraddizione è reale, perché non si tratta di una mera locuzione espressiva.
Quando compie affermazioni come la prima, l’uomo comune non è irragionevole, anche se all’apparenza viola il principio di non contraddizione. L’importante è che, nel farlo, egli resti coerente con se stesso. “Che c’è di male nel contraddire se stessi?…Un uomo che si contraddice può aver esercitato con successo le sue corde vocali… L’intento di una persona che si contraddice può essere quello di creare imbarazzo” (Introduzione alla teoria logica, p.5). Essenziale è che quella contraddizione non manifesti un’insensatezza. Purché un individuo resti coerente, perché gli si deve vietare di usare un’espressione apparentemente contraddittoria? Se nel caso del film appena visto lo spettatore dicesse: “il film non mi è piaciuto, quindi tornerò a rivederlo con piacere”, di per sé quest’espressione sarebbe inammissibile, a meno che non fosse detta in senso ironico, cioè con l’intento di asserire il contrario.
Alla base di queste semplici osservazioni sta una convinzione che è merito di Strawson aver sostenuto: ogni asserzione, anche quella più esplicita, è condizionata dal contesto in cui viene proferita. Le asserzioni che un individuo compie non sono delle monadi leibniziane, ma vanno considerate all’interno del discorso o della situazione in cui vengono formulate.
Se si accettano questi principi, allora l’intero impianto della logica tradizionale diventa assai più elastico di quanto non si credeva, e va quindi riconsiderato da principio. Questo è appunto il compito inconsueto che Strawson si propose col suo libro: dichiarava di scrivere un’introduzione alla logica formale, ma in realtà intendeva processarla, non con l’intento di demolirla, ma di ridimensionarla.
Dopo mezzo secolo il suo processo torna ad essere di attualità. Nel mettere la logica formale sul banco degli imputati, Strawson trovava un precedente illustre nella teoria del secondo Wittgenstein. Com’è noto, Wittgenstein, dopo avere elaborato un sistema rigoroso di logica nel Tractatus del 1927, nella seconda metà degli anni Trenta cambiò idea e ritenne che esso esprimesse solo una porzione del linguaggio, quella corrispondente al linguaggio scientifico, ma rimanesse escluso il linguaggio ordinario. In base al suo celebre esempio, i consueti ordinamenti del linguaggio sono come il nucleo di una città attorno al quale si sviluppa disordinatamente una periferia che non rispetta le regole di quel nucleo sia nelle sue forme di linguaggio ordinario sia in quelle di nuove specializzazioni (cfr. Ricerche filosofiche, 18).
Ma, pur con questo precedente, l’intento di Strawson fu quello di operare una rivoluzione più radicale. Non si limitò a constatare che accanto al linguaggio scientifico esiste un linguaggio ordinario più libero e disordinato, ma sostenne che lo stesso linguaggio logico deriva le proprie norme dalla prassi del linguaggio ordinario. Cioè non è che l’uomo abbia prima costruito teoricamente un sillogismo e poi lo abbia riempito di contenuti empirici, bensì avrebbe operato in senso inverso: prima si è messo a ragionare sulle situazioni di fatto in base alle regole implicite nel linguaggio di cui faceva uso, poi ha estratto da questi ragionamenti un complesso di norme, che ne rappresentano un ideale modello astratto. Tale è appunto la logica formale.
In direzione di questa prospettiva, Strawson ha evidenziato come le costanti linguistiche “e”, “o”, “se…allora”, “tutti” mutino il loro comportamento, talora in maniera radicale, quando passano dall’uso ordinario del linguaggio a quello logico. La sua denunzia di queste anomalie è paragonabile a una serie di attentati terroristici contro il quieto vivere della logica. Prendiamo la più semplice di esse, la congiunzione, che solitamente si esprime attraverso la “e”. Nel linguaggio ordinario la congiunzione “e” può sottintendere una successione cronologica, che impedisce l’inversione delle frasi congiunte. Ad esempio, la proposizione “essi si sposarono ed ebbero un bambino” non è commutabile nella sua inversa “essi ebbero un bambino e si sposarono”. Invece per il linguaggio logico la congiunzione tra due proposizioni “q e p” è sempre equivalente alla congiunzione inversa “q e p”. Cioè quando la congiunzione colloquiale si trasforma in congiunzione logica, cambia le regole del proprio uso. In questo caso la spiegazione del cambiamento di regole è dovuta al fatto che il linguaggio logico non contempla la dimensione temporale, che invece è essenziale per il linguaggio ordinario.
Ma questa giustificazione non vale nel caso del passaggio di altre espressioni dall’impiego colloquiale a quello logico. Prendiamo la locuzione se… allora Nel linguaggio ordinario essa genera un collegamento vero soltanto quando congiunge due fatti di cui il primo sia la causa del secondo. Ad esempio, poniamo che all’ingresso di uno stadio sia posto il cartello “Se piove, l’incontro viene sospeso”. Per il linguaggio comune questa affermazione risulta vera solo nel caso che la sospensione dell’incontro non sia soltanto successiva all’arrivo di una pioggia, ma sia causata da essa. Se invece si mette a piovere, ma l’incontro viene sospeso perché, supponiamo, è morto il capo dello stato, allora questa circostanza non è sufficiente a rendere vera la proposizione. Invece nel linguaggio logico se si dà il caso che prima piova e poi l’incontro venga sospeso per un qualsiasi motivo, l’affermazione risulta comunque vera, anche se la sospensione non è dovuta alla pioggia. Questa differenza dipende dal fatto che nel linguaggio ordinario la locuzione se…allora non si limita a denotare una successione, ma denota anche un rapporto di causa ed effetto, mentre per il linguaggio logico è sufficiente la contemporanea verità di un antecedente e di un conseguente perché l’affermazione risulti vera. (Invero gli esperti di logica sanno che le combinazioni di verità e falsità presenti in una implicazione sono più complesse, ma non è il caso qui di enuclearle).
Ma la sfasatura che avviene nel passaggio dal linguaggio ordinario a quello logico non si verifica soltanto per la mancanza, in sede logica, della componente temporale (come nel caso della congiunzione “e”) o di quella causale (come nel caso dell’espressione se…allora), bensì può derivare semplicemente dal fatto che la logica non tiene conto del contesto accidentale di una proposizione. È il caso dell’espressione “tutti”, ad esempio nella frase “tutti gli uomini al ricevimento portavano lo smoking”. Nel linguaggio ordinario questa espressione, ovviamente, non viene usata se si tratta di un ricevimento riservato solo alle donne, giacché in tal caso l’espressione risulterebbe priva di senso. Invece, e nel rilevarlo Strawson è impietoso, in sede logica non soltanto può risultare vera questa asserzione, ma anche quella contraria “nessun uomo al ricevimento portava lo smoking”. Ciò perché in logica a un insieme di persone o di cose inesistenti si possono attribuire indifferentemente sia un dato predicato sia quello opposto senza incorrere nell’accusa di falsità.
Ma Strawson, a differenza dei famigerati kamikaze, sopravvive a ciascuno dei suoi attentati, pronto a perpetrarne subito un altro. Ha mostrato cioè che, pur prescindendo da queste differenze specifiche tra il linguaggio ordinario e quello logico, in ogni caso quest’ultimo possiede una libertà molto minore di quello ordinario. Esaminiamo l’espressione: “Nel disastro del Titanic c’era almeno una donna fra gli scampati”. Se vogliamo esprimere questo fatto in linguaggio logico, possiamo servirci dell’espressione “Esiste almeno un superstite di quel naufragio di sesso femminile”, in quanto nel bilancio dei superstiti uno di essi è donna. Ma per il linguaggio ordinario una espressione come quest’ultima è vera solo se quel superstite è ancora in vita. Invece l’espressione originaria “C’era almeno una donna fra gli scampati” lascia aperta la domanda se quella donna sia poi morta o se, in quanto longeva, sia ancora viva.
Riassumendo, per Strawson nel linguaggio ordinario affinché una espressione sia vera è sufficiente che sia vero il messaggio che essa intende trasmettere all’ascoltatore: “Noi non giudichiamo la nostra pratica linguistica alla luce di regole antecedentemente studiate. Sono le regole che vengono formulate alla luce dello studio della pratica corrente” (Introduzione, p.297).
Strawson non adoperava quello che dopo di lui è diventato il termine tecnico, cioè l’intenzionalità, ma ne ha implicitamente individuato l’importanza nella prassi linguistica. In essa cioè quel che conta è l’intenzione del parlante, in quanto conferisce il senso a una proposizione, prima ancora che essa possa venir giudicata vera o falsa. Dopo Strawson l’intenzionalità è diventato uno degli argomenti più gettonati dagli studiosi del linguaggio. Già il collega e collaboratore di Strawson, H. P. Grice, focalizzò il problema dell’intenzionalità linguistica elaborando una nota logica della conversazione. Ma dopo di lui il tema dell’intenzionalità è diventato il cardine delle più importanti ricerche linguistiche. Basta ricordare l’opera di John Searle, il quale ha dedicato all’intenzionalità del linguaggio una delle sue opere principali.
Ma c’è un motivo più generale che fa di Strawson un precursore delle trattazioni logiche d’oggi, soprattutto di quelle imparentate con la scienza cognitiva, ormai dilagante: la convinzione che il ragionamento umano deragli spesso e volentieri dai binari prestabiliti della logica e che lo faccia in maniera non accidentale. Si veda come questa convinzione venga oggi espressa dall’americano Philip Johnson-Laird. Per lui la teoria tradizionale di una logica formale nella testa non funziona. La mente costruisce da sé i suoi procedimenti in base ai rapporti che viene a creare tra le sue strutture e le diverse situazioni contingenti: “Il contenuto di un problema può influenzare il ragionamento e questo fenomeno è contrario alla nozione di regole formali di inferenza” (La mente e il computer, Bologna 1997, p.243).
Per Johnson-Laird la spiegazione dei nostri procedimenti logici può assumere tre forme. La prima di esse è la struttura delle relazioni logiche congenita alla mente umana e teorizzata dalla tradizione. V’è poi una seconda fonte, che è quella particolarmente evidenziata da Strawson: si tratta dei principi specifici che sorgono dall’applicazione delle astratte regole logiche ai casi concreti della vita. Ma a queste due fonti Johnson-Laird ne aggiunge una terza, quella dei modelli che la mente si va via via creando per dar forma al processo di adattamento delle regole generali alle situazioni concrete. Com’è noto, questa teoria dei modelli ha reso celebre il pensiero di Johnson-Laird. Però non poteva sorgere senza la convinzione, strawsoniana, che le leggi generali della logica subiscono modifiche non marginali al momento della loro applicazione ai casi concreti.
Anche Strawson si è ribellato contro la rigidità dei principi logici tradizionali mostrando come spesso il pensiero comune li violi in vista della loro applicazione alle situazioni empiriche che di volta in volta si presentano. In questo modo ha aperto la via a una serie di studi volti sia a sottolineare l’insostenibilità dell’immobilismo logico tradizionale sia a cercare regole meno rigide che consentano di non abbandonare il pensiero al caos dell’irrazionalità senza però legarlo ai ceppi della tradizione. Johnson-Laird costituisce appunto un esempio di questa nuova direzione di studi che si va via via arricchendo insieme col complicarsi delle nuove prospettive degli studi sulla mente e sul linguaggio.
Questa ribellione di Strawson contro la tradizione non è un fatto isolato nel moderno pensiero inglese. Essa si colloca nel solco di un anticonformismo che ha il suo grande progenitore in Hume. La lotta contro il pregiudizio è comune pure ad altri mondi culturali quale quello francese, ma tipico del pensiero anglosassone è la tendenza a rinnovare il pensiero attraverso uno shock dirompente. È l’equivalente filosofico del terrorismo politico, finalizzato però a esiti non disfattisti. Non c’è filosofo che in campo gnoseologico abbia terrorizzato il pensiero corrente più di quanto non abbia fatto Hume con la sua celebre critica al principio di causa. Anche se l’effetto dirompente prodotto da Strawson è stato inferiore, tuttavia anche lui ha messo in discussione il principio cardine della logica, quello di non contraddizione non diversamente da come Hume aveva aggredito il fondamento stesso della gnoseologia mettendo in discussione la causalità. Questi, com’è noto, svegliò Kant dal suo sonno dogmatico; Strawson non svegliò nessuno, ma ha disturbato il sonno di parecchi logici. Dopo di lui il principio di non contraddizione non è più un dogma, perché possiamo sempre “dare un senso ad enunciati che, a prima vista, sembrano auto-contraddittori” (Introduzione, p.297).

(Pietro Emanuele è professore ordinario di storia della filosofia all'Università di Messina)

UN LIBRO DA "DIVORARE"

Una foto di Tristram Stuart

Comincia il conto alla rovescia, il Natale sta per arrivare...e con le feste i banchetti lauti, i pranzi luculliani, i bagordi culinari che faranno sparire in poche ore, mesi di allenamenti in palestra e giornate all'insegna della minestra sciapa e dell'insalata.
Quale momento migliore dell'anno per "gustare" le teorie di Tristram Stuart ecologista estremo che ci rivela nel libro "Waste" come nel mondo si butti via il 30% del cibo e cosa possiamo fare per evitare questo spreco. L'articolo è da La Stampa, la «Storia». Inglese di 32 anni, Stuart è un «ecologista estremo» che si nutre quasi esclusivamente di cibo scartato, recuperato dai supermercati e dai cassonetti della spazzatura.


Qual è la grande emergenza del nostro tempo? Rispondere subito: uno, due, tre. Il cambiamento del clima? La fame nel mondo? No. Cioè sì. Insomma, un po’di tutto. Già perché il vero crimine dell’uomo nel XXI secolo è lo spreco del cibo. E ogni cosa è collegata. Tonnellate e tonnellate d’alimenti perfettamente commestibili, soprattutto nei Paesi industrializzati, passano infatti dal supermercato alla discarica senza che nessuno ci trovi niente da ridire. Però un miliardo di persone soffre la fame, le foreste vengono abbattute per far spazio a nuove coltivazioni e l’atmosfera, di conseguenza, s’ingrassa inutilmente di CO2. Meno male che il trentaduenne britannico Tristram Stuart se n’è accorto e che, per denunciare questa follia, ha scritto un libro: «Waste», sprechi. Subito osannato dalla critica del Regno Unito come uno dei volumi più importanti dell’anno, in arrivo in Italia nei prossimi giorni.

«Questo è uno di quei libri che tutti dovrebbero leggere», ha sentenziato l’Independent. «Politici, burocrati, ristoratori, e chiunque possieda una cucina. «Waste» potrebbe cambiare per sempre il modo in cui trattiamo il cibo». Il punto è semplice. «In quest’industria alimentare globalizzata – scrive Stuart – quasi tutto quello che mangiamo, dalle banane al manzo allevato vicino casa, è collegato al sistema dell’agricoltura mondiale: la richiesta di cibo in una parte del mondo stimola la nascita di campi a migliaia di chilometri di distanza». Questo significa ettari di foresta amazzonica che se ne vanno in fumo per far posto a monoculture di soia, oltre che estinzione di molte specie e alterazione del clima. E tutto inutilmente, visto che, come segnalano le Nazioni Unite, lo sfruttamento intensivo delle terre coltivate nell’arco del XXI secolo porterà a una riduzione produttiva del 25 per cento. L’uomo, insomma, non solo inquinerà di più, ma mangerà pure di meno. In tutto questo – e qui sta il vero «j’accuse» di Stuart – la filiera alimentare mondiale, grandi catene in testa, arriva a scartare il 30-40 per cento del cibo prodotto. Creando così un doppio danno: da una parte si toglie il mangiare ai bisognosi e dall’altra si riempiono le discariche di alimenti. «Che marcendo – nota Stuart – producono metano: un gas serra 21 volte più potente della CO2». Ridurre gli sprechi serve dunque – anche – a evitare il riscaldamento del pianeta.

Tristran – che è al suo secondo best-seller – queste cose non solo le scrive, ma le mette in pratica. Da oltre dieci anni, da quando era studente a Cambridge, si nutre grazie agli scarti di negozi e supermercati. Fa insomma parte del movimento «Freeganism», che attraverso questo tipo d’alimentazione estrema protesta appunto contro gli sprechi. E proprio di sprechi si tratta, visto che Tristran si limita a raccogliere cibo buono, sano, ma scartato dalla catena produttiva e distributiva: piatti pronti preparati in eccesso, verdure che non rientrano nella misura standard, pane o yogurt di prossima scadenza. Una protesta silenziosa e coerente nata dal fatto che, a soffrire della sperequazione del sistema, non sono solo gli abitanti dei Paesi poveri. «Negli Usa – spiega Stuart – circa il 50% del cibo prodotto viene buttato. In Gran Bretagna ogni anno si producono 20 milioni di tonnellate di scarti. Eppure quattro milioni di britannici non hanno accesso a una dieta decente, 35 milioni di americani non possono contare su cibo sicuro, e nell’Ue si calcola che ci siano 43 milioni di persone a rischio malnutrizione». Una tragedia silenziosa che, oltre a danneggiare uomini, donne, bambini e pianeta, è una pazzia pure a livello economico.

«Dove gli scarti sono stati tagliati – attacca Stuart, che per scrivere il suo libro è stato in Europa, Russia, Asia centrale, Pakistan, India, Cina, Corea del Sud e Giappone – i margini di profitto sono aumentati. I contadini hanno raddoppiato il loro reddito immettendo sul mercato prodotti che prima venivano scartati, i produttori sono riusciti a risparmiare il 20% dei loro costi semplicemente eliminando gli sprechi, e i rivenditori hanno sbaragliato la concorrenza grazie all’efficienza. In generale, ridurre la pressione sulle risorse alimentari mondiali porterebbe a una stabilizzazione dei prezzi e migliorerebbe la condizione dei poveri, che dipendono dalla fluttuazione dei mercati». Va da sé, poi, che distribuire il «surplus dei supermercati tra chi ne ha bisogno» sarebbe meglio che «buttarlo in discarica».

Ma il nocciolo della questione non è far beneficenza. E’ correggere un modello produttivo ed economico dannoso. «Si parla dei danni creati dai biocarburanti», dice Stuart. Certo, l’impennata della loro domanda «ha portato ad un aumento dei prezzi del cibo con punte del 70% e il risultato è stato la crisi alimentare del 2008». «Eppure – conclude – la quantità di cereali impiegata per produrre i biofuel è meno della metà di quella sprecata ogni anno nel mondo».

Autore: Tristram Stuart
Titolo: Sprechi. Il cibo che buttiamo, che distruggiamo, che potremmo utilizzare
Edizioni: Mondadori
Pagine: 358
Prezzo: 22 euro

domenica 13 dicembre 2009

PADRE SERGIO, L'EREMITA


Padre Sergio De Piccoli è un monaco benedettino, vive a Marmora, in provincia di Cuneo su di una montagna alta 1548 metri. Padre Sergio ha scelto di vivere in solitudine e silenzio circondato dalla natura e dai suoi 54.500 libri. La sua biblioteca è ospitata in cinque stanze del monastero in cui vive da 31 anni. La sua biblioteca, a metà tra la miniera e il labirinto, è costituita quasi completamente da volumi di Saggistica e da Enciclopedie. Di sè racconta: "Sono nato in mezzo ai libri, mio padre a Milano faceva il tipografo e il rilegatore. Era comunista ed io ero l'unico in famiglia che andasse in chiesa. Sapevo leggere e scrivere prima di andare a scuola. Da bambino mi occupavo di scucire e disfare i libri che portavano a mio padre perché li relegasse di nuovo. Ne approfittavo per leggerli gratis: la collana per ragazzi Salani, I promessi sposi prima delle medie, I miserabili. I libri più importanti sono quelli letti in gioventù. C'é il sapere nei libri, ci trovi il mondo. Sono documenti di ciò che è successo, ciò che succede e ciò che succederà".
Padre Sergio compirà 79 anni a gennaio. Le sue parole e la sua esistenza semplice ed eroica ( "sono un contestatario, non seguo la moda né la mentalità comune, seguo il Vangelo"- dice di sé) sono una bella storia con cui preparsi ad una nuova settimana: parole piene di fiducia soprattutto per i giovani. Perché se esiste un vecchietto dagli occhi azzurri nel cuore di una montagna, custode di libri immersi nel silenzio e nella neve, vuol dire che c'è qualcuno che sa guardare i libri "come se fossero uomini, con le loro storie e le loro esperienze da condividere".
I libri - ricorda Gian Luca Favetto nell'articolo di Venerdì della Repubblica (11\12\09) dedicato a Padre Sergio- sono fatti per essere ascoltati e per ascoltare. Riassumono il mondo, anche in uno sperduto, isolato angolo di montagna. Accanto a Dio.

venerdì 11 dicembre 2009

LE PAROLE CHE CONTANO

Laurea honoris causa a Roberto Saviano
«Gli scritti con i quali Roberto Saviano ha condotto in questi ultimi anni la sua appassionata ricerca e la sua rara capacità di denuncia assumono rilievo non solo dal punto di vista politico-sociale, ma anche dal punto di vista poetico: la scrittura di Roberto Saviano ha scelto il pericolo di una visione che crea disagio. Una visione irritante. Una serie di “avvicinamenti” con autori e situazioni che hanno fortemente tracciato e reso visibili le sue molteplicità teoriche, un contegno, un modo di essere, un passo che proprio il mondo dell’arte contemporaneo, a nome della sua più alta formazione, riconosce come proprio».

Così l’Accademi di Brera ha motivato la laurea honoris causa consegnata questa mattina a Dario Fo a Roberto Saviano nell’Aula 10 dell’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. Lo scrittore è stato insignito del titolo di Socio Onorario dell’Accademia di Brera e del Diploma di Secondo Livello in Comunicazione e Didattica dell’Arte, massimo riconoscimento riconosciuto dall’Accademia «in considerazione del grandissimo contributo da lui portato alla valorizzazione della cultura, nella sua unicità e nelle sue articolazioni».

"VA' A CIAPPA' I RATT'!" SAVIANO, ANDIAMOCI TUTTI!



Saviano a Milano: la laurea a Brera dalle mani di Dario Fo. Un discorso, quello dello scrittore, che racconta, narra agli studenti, ai più giovani, il sapore amaro di una scelta obbligata, l'emigrazione.
Andare a vivere al Nord ha significato per molti meridionali una trasformazione radicale. Da bambina non mi spiegavo perché mia zia andata a vivere a Milano quaranta anni prima, avesse completamente perso l'accento meridionale e parlasse milanese (il dialetto) come chi in quella terra avesse trascorso l'infanzia e la giovinezza, insomma gli anni più belli. In realtà mia zia tornata al paese per le vacanze viveva giornate a dir poco "meravigliose". Intendo meravigliose nel senso di "sovrannaturali" perché non mi spiegavo questa sua doppia natura, una capace di comunicare in dialetto napoletano nei momenti famigliari e\o di grande animazione (qualche bicchiere di troppo, le tasse ecc.) e l'altra ufficiale fatta di convenevoli con gli "estranei" e i paesani, per i quali la sentivo recitare in un milanese leggero e dorato, come la crosticina della cotoletta tanto amata o come la polenta abbrustolita sotto il grill per qualche minuto.
Insomma Saviano spiega ai giovani milanesi chi siano veramente I MILANESI e chiede "quanto hanno dato i meridionali a questa citàà, che è la più grande città dei Sud Italia?" I meridionali, dice Saviano, con il loro lavoro hanno fatto grande questa città.Ecco che a queste parole si leva la voce del viceministro Roberto Castelli, un insulto in vernacolo "Ma va a ciapà i ratt!" (Ma vai a catturare i ratti).
L'anima verde (di bile) del leghista aleggia e poi evapora come una nube tossica (destino di tutte le parole che non contano). "Poveri milanesi, a furia di chinare il groppone per lavorare, lavorare e lavorare, senza pensare ad altro, adesso devono sorbirsi le lezioni e le paternali dell'universo mondo (...) e dell'ennesimo professionista dell'antimafia, Saviano, il quale viene da una terra che per condizioni politiche e sociali, sicuramente ha molto da insegnare." Sarcasmo, pesante sarcasmo. L'offesa e la volgarità, ci ricorda Shopenhauer, giungono sempre puntuali laddove il pensiero corre il rischio di volare troppo alto. La vertigine della verità obbliga i meschini a distogliere lo sguardo e a gettarsi dalla rupe appesi ad un paracadute di improperi.
Saviano mandato al diavolo (ma lui all'Inferno ci va spesso e volentieri di sua iniziativa e noi lo ringraziamo perche ne fa ritorno con storie maledette che servono a redimere), o meglio, Saviano mandato a catturare ratti.
Il ratto, si sa, si nasconde nel buio, il ratto annuncia la peste di Camus, il ratto di fogna, il ratto che morde la carne bianca dei bambini poveri nelle culle improvvisate ai piedi del letto, il ratto che striscia nel sottosuolo urbano, il ratto che s'intravede accanto al banchetto nuziale, nascosto tra i veli bianchi e pronto a infestare con i suoi escrementi immondi le infinite portate della società gaudente e indifferente.
Se Saviano deve recarsi in quei luoghi melmosi e sudici per riscattare la verità allora non sarà solo. Anch'io sarei felice di stanare i ratti, ovunque, in ogni posto si annidino: che siano covi di mafiosi o castelli di monarchi, dovremmo recarci in quei luoghi con esche e trappole, forconi e bastoni, col coraggio del contadino povero (e meredionale) che difende dai morsi della bestia il suo ultimo nato e lo solleva in alto, sospeso su un'amaca in mezzo alla stanza nero-fumo.
Allora chi viene con noi "a ciappà i ratt"?

giovedì 10 dicembre 2009

IL DESIDERIO DI UN UOMO SENZA QUALITA'


"Il nostro desiderio non è di fare di due creature una sola, bensì di evadere dalla nostra prigione, dalla nostra unità, di diventare due in una congiunzione, ma meglio ancora dodici, un numero infinito, di sfuggire a noi stessi come in sogno, di bere la vita a cento gradi di fermentazione, di essere rapiti a noi stessi o comunque si debba dire, perché non lo so esprimere; allora il mondo contiene altrettanta voluttà quanto estraneità (...). Il solo sbaglio che potremmo commettere sarebbe d'aver disimparato la voluttà dell'estraneità e immaginarci di fare chi sa quali meraviglie dividendo l'uragano dell'amore in magri ruscelletti che scorrono su e giù fra un essere e l'altro".

(Robert Musil, L'uomo senza qualità, trad. it., Torino, Einaudi, 1972, pp. 1102-1103).

Da leggere:
Se finiste prigionieri di una mela.

LA FILOSOFIA SUL COMODINO


Questa mattina un mio studente di letteratura, Filippo, qualche minuto prima dell'esame scritto è venuto a dirmi che, parlando di superstizione la sera prima, aveva affermato con convinzione che se la superstizione è frutto dell'ignoranza allora anche la religione è superstizione.
Ne abbiamo parlato qualche minuto, ma ecco un breve aneddoto che vale quanto un esame su Voltaire e l'illuminismo. (Caro Filippo, hai digerito il Candido di Voltaire e ora hai da risolvere una delle questioni più spinose della filosofia). Credo sia stato proprio Voltaire a dire che la superstizione sta alla religione come l'astrologia all'astronomia.
Diventa tutto molto più chiaro se si esplora una delle etimologie del termine superstizione. Cicerone definiva superstiziosi tutti coloro che per mantenersi "sani e salvi" ossia superstiti, pregavano di continuo le divinità.
Albert Einstein, invece, dicendo che la religione ebraica, come tutte le altre, è un’incarnazione delle più puerili superstizioni si tirò addosso l'accusa di ateo.
I termini religione e superstizione hanno portato, in alcuni casi anche a difficoltà di tipo traduttivo. Ad esempio, nel “De Rerum Natura” di Lucrezio, i due termini vengono scambiati
In un libro intitolato "Scritti di metafisica e filosofia della religione", di Piero Martinetti si ricorda che per il filosofo Comte la religione è sinonimo di superstizione, e che l'ignoranza e la superstizione sono, certamente, la condizione del sorgere delle grandi comunità religiose. Non possiamo non citare Leopardi che sull'argomento scriveva che la Religione ha prodotto la Superstizione mentre Plutarco rifletteva sulla condizione determinata dalla superstizione sempre caratterizzata come una condizione di schiavitù spirituale indegna di un uomo libero e colto.
C'è una intervista sull'argomento che varrebbe la pena leggere, per la chiarezza delle definizioni sia di superstizione che di religione. E' ad Alberto Mario Cirese e s'intitola appunto Superstizione.
Un altro consiglio di lettura sul tema della religione è il bel libro di Gianni Vattimo e Carmelo Dotolo "Dio: la possibilità buona" edito da Rubettino. Lo si legge per affrontare altri importanti interrogativi quali come dobbiamo pensare Dio? Secondo gli autori Dio sarebbe stato secolarizzato e quindi disintegrato, trasformato in utopia buona della storia-
Dio un'utopia! Pane per i tuoi denti e argomento per altre conversazioni in famiglia...
Per finire, riguardo a quello che abbiamo detto su religione e religiosità, mi piace citare Messori che in una intervista al filosofo Vincenzo Vitiello ricorda che ha senso interrogarsi su Dio, religione, superstizione, perché simili necessarie domande sono segnali di una inquietudine che è il segno del nostro bisogno di credere: "Basterebbe fare i nomi di un Kierkegaard, di un Dostoevskij, tanto per annoverare altri, ideali, epigoni. Vorrei dire innanzitutto, ci terrei a precisare, che credere non significa, come dire? adagiarsi in una appagante tranquillità molto borghese. Significa, probabilmente, crearsi ulteriori problemi". Bene Filippo!

Archivio de Il Grillo.
Il Grillo (30/4/1998)
Alberto Mario Cirese
La superstizione
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Cirese: Ho insegnato per molti anni, prima nelle scuole secondarie, inferiori e superiori, poi per quindici anni all'Università di Cagliari in Sardegna, per due anni all'Università di Siena e negli anni successivi a Roma. Ora non insegno più, perché sono - come si dice in linguaggio burocratico - in quiescenza, che vuol dire in pensione. Come ho cominciato? Risposi una volta, lo rispondo anche, lo ridico ancora di nuovo, dissi: "Mio padre, il Musée de l'homme di Parigi e i contadini mezzadri della Piana di Rieti".
Mio padre, Eugenio Cirese -, era poeta dialettale, ma fu un raccoglitore di canti popolari, studioso di tradizioni popolari, fondatore di una rivista, La Lapa, negli anni Cinquanta, fu importante. Il Musée de l'homme, era allora nel fiore. I contadini, perché eran quelli che erano capaci di dirvi, dal loro punto di vista: "Va bene professò, mò parla lu cafone". E "cafone" significa "contadino", "zappaterra". Per cui si può dire: "dai contadini di Rieti al calcolatore", perché del calcolatore mi occupo ormai da molti anni, programmando.

INTRODUZIONE: Nel linguaggio comune, sacro si contrappone a profano. Il termine latino "prophanum" indicava ciò che sta fuori all'area sacra del tempio. Usando questa metafora spaziale, dove collocheremo la superstizione e la magia? Dentro al sacro, insieme alla religione o fuori, insieme ad altre pratiche del tutto profane, quali la scienza? Per la superstizione la risposta è evidente. Nella sua lunga storia il termine ha indicato concezioni, pratiche e culti che una qualche religione ha giudicato erronei, eccessivi, illegittimi. Gli illuministi, ad esempio, forti di una visione interamente razionalistica, consideravano superstizione non solo alcune pratiche e credenze giudicate tali dalla religione cristiana, ma la stessa religione che pronunciava questi giudizi. L'universo della magia invece è più variegato. Essa intende agire sul reale per modificarlo secondo le nostre necessità. In ciò è dunque più vicina alla scienza profana, che non alla religione sacra. Ma, a differenza della scienza, la magia coinvolge poteri ed esseri sovrannaturali, anche se vuole dominarli, invece che pregarli, come fa la religione. In qualche misura pertanto si colloca nel sacro. Ci troviamo di fronte a realtà sfuggenti e complicate ed è difficile liquidarle con sprezzante sufficienza. Le credenze superstiziose e le pratiche magiche possono essere definite irrazionali? Esse sono senza fondamento o inefficaci, ma questo è sufficiente per definirle irrazionali. E come deve atteggiarsi la ragione approssimandosi ai confini del sacro?



La magia tende in qualche modo a voler dominare gli aspetti soprannaturali piuttosto che pregare una divinità, venerarla. E' possibile che quindi talune religioni e in particolare quella cattolica, diciamo, abbiano condannato la superstizione proprio perché l'idea di poter dominare l'irrazionale, il sacro, farebbe perdere di significato la religione stessa, che, invece, si basa sull'esistenza di un sacro indominabile e quindi da dominare?

Cirese: Certo. Lo riferirei però, piuttosto che alla superstizione, alla magia, la magia la quale viene condannata, tra l'altro, per questo. Il tentativo : '"Tu non tenterai il Signore Dio tuo". Non tenterai di assoggettarlo ai tuoi voleri, non puoi forzarlo. Il mago, che abbia o non abbia Dio, importa poco, potenze sovrannaturali - diciamo genericamente - virgolette -"Dio", viceversa li domina, in un cerchio che si disegna. "Vieni, ti forzo, ti piego". Questa è la ragione per cui un grande antropologo britannico Frazer disse : "La magia è la sorella bastarda della scienza". Perché come lo scienziato tenta di dominare la natura e ci riesce, obbedendole, obbedendole - bisognerebbe andare avanti e lasciamo perdere -, così il mago tenta di dominare la natura facendo agire quelli che egli ritiene essere i tanto potenti da essere in grado di farlo. Cioè è l'uomo che mette i piedi su Dio. Non lo prega. La religione ha gli oranti, cioè quelli che chiedono. Puoi chieder la grazia, ma non forzarlo alla grazia . Ed è la ragione quindi per cui non solo la religione cattolica, non solo, in generale, le religioni cristiane, dato che anche altri sono cristiani, pur se non cattolici, anche altre religioni bloccano e rispondono "no" alla magia, "sorella bastarda della scienza", la quale cerca di compiere operazioni efficaci, che cambino in reale, così come vuole fare la scienza, con dei mezzi che, viceversa, Frazer giudicava inadeguati, che le religioni non giudicano inadeguati, giudicano lesivi, della divinità.

La definizione di superstizione è: "atti, credenze, o riti, comunque mossi da un'irrazionalità". Visto che comunque anche la religione o la fede sono basati su dei dogmi irrazionali e non su una razionalità che potrebbe, si potrebbe chiamare per esempio quella illuministica, qual è il criterio di scelta per cui si decide se una cosa è superstizione e quale cosa invece è fede?

E' chiarissimo. Se tutto è, se la superstizione è condannevole perché è irrazionale, anche la religione, nella misura in cui è irrazionale, deve esser condannata. Voglio dire che è infatti quel che - abbiamo letto, sentito anche nella scheda - gli illuministi facevano: cioè consideravano superstiziosi anche coloro che condannavano le superstizioni. Ma superstizione, la definizione che lei mi ha dato, forse potrebbe essere più ricca, cioè deve essere più ricca. Intanto superstitio, cioè qualche cosa che sopravvive e in genere sono state molto spesso considerate pratiche superstiziose i pezzi di religione precedente, superata dalla religione attuale. E cioè una religione, anche precristiana o acristiana, se ha avuto degli strati religiosi precedenti, che ha rigettato, li ha considerati superstiziosi. Ecco, una delle etimologie. L'altra l'assocerebbe a ecstasys, che significa eccesso. Non è in base alla razionalità o irrazionalità, perché altrimenti si confondono troppo le cose, ma è in base al fatto che si tratterebbe di un irrazionale, se lei vuole, che però sopravvive, rimane come residuo. Sono i resti pagani all'interno, rinati all'interno della religione, della religione cristiana, superstizioni. Ne vuole una, oggi non più così? Grossa superstizione sono le strenne natalizie, e quelle di Capodanno, che erano strine, si chiamavano, e appartenevano al mondo pagano. Sono rimaste ancora. Martino dal Rio, il persecutore delle streghe di cui parla Manzoni ne I Promessi Sposi, se vi è capitato di incontrarlo, ha un capitolo che è dedicato appunto alle superstizioni e pratiche magiche di Capodanno, tra le quali c'è i doni. E cioè i nostri regali a quel tempo erano ancora considerati .... Quale è stato poi il modo per girare nella politica culturale della chiesa? Ha detto: "Se lo fai, perché vuoi bene ai tuoi amici e ai tuoi cari, allora è concessa, non è più superstiziosa. Se lo fai come segno o ricordo della vecchia credenza, cioè dell'ossequio agli idoli, chiamiamoli genericamente così, allora è peccato". Quindi superstizioni sono, possono essere o eccessi nella religione oppure residui, e basati su logiche, sottolineo logiche, diverse da quelle che governano, come premesse e conclusioni, viceversa la religione ufficiale.

Qual è il significato della superstizione, oggi? Nel passato si è giustificata la superstizione e la magia come appunto frutto dell'ignoranza o come traccia di dottrine religiose del passato. Oggi però le condizioni sociali sono cambiate. La superstizione ha ancora delle motivazioni intrinseche o è solamente un atteggiamento vuoto?

Che abbiano motivazione i superstiziosi ad esserlo è un problema che riguarda loro. Che il peso della superstizione, dei problemi che eventualmente può proporre a tutta la società oggi sia enormemente minore che in precedenza, credo di poter dire di sì, nel senso anche che c'è stata da una parte quella che viene chiamata una sorta di dissacrazione, in generale, dall'altra - e questo è molto importante -, dall'altra che sono cadute alcune barriere - alcune barriere, non tutte, lo vediamo -, alcune barriere che separavano verticalmente una religione dall'altra. Da questo punto di vista il Concilio Vaticano II è stato di enorme importanza. Voglio dire: io ragazzo, nel mio paese vicino, nel mio paese di nascita, nella Marsica, c'erano a pochi chilometri Avezzano, a pochi chilometri Tagliacozzo, una colonia di protestanti. Bene, questi protestanti apparivano ai nostri occhi bambini - facevo le elementari allora -, venivano rappresentati come, beh, "zampe di capro, coda, corna e puzza di zolfo", cioè lo scontro cattolici-protestanti era così forte che addirittura dava visione animalesca, diabolica. Quindi capite che le superstizioni, o almeno alcune, avevano grosso peso per la vita, per la vita religiosa. Con, ripeto, la dissacrazione in generale, con l'abbattimento di certe muraglie, durissime tra le religioni, questo perde senso.
La antropologia, la antropologia nasce - l'antropologia come scienza -, nasce proprio quando Taylor nel 1871 elimina la parola "superstizione" e dice: "dobbiamo sostituirla con survival, sopravvivenza". Superstizione è un giudizio negativo, sopravvivenza è una constatazione. E nasce la scienza antropologica.

La superstizione può essere superata con il metodo scientifico, anche se malgrado il progresso è sempre rimasta insita nella cultura dell'uomo, questa superstizione?

Ma, voglio dire che tante sono state svuotate e se ne svuoteranno. Non credo che però sia un gran problema se si tratta di non passare sotto la scala o di fuggire per il gatto nero. Si tratta di aver fatto, di aver fatto la constatazione che possono esserci, qualche volta innocue, in altri casi però nocive, delle risposte sbagliate a esigenze giuste. Cioè all'esigenza di sicurezza io dò una risposta sbagliata, a una insicurezza io faccio corrispondere una operazione, che psicologicamente me lo toglie, no, magari il timore della sicurezza, ma non è che raddrizza le cose ove fossero storte. Ed il fondamento di nascita, ripeto, della insicurezza non è necessariamente una paura irrazionale, può anche essere semplicemente disordine. Se parleremo del calendario, lo vedremo.

Abbiamo detto che la superstizione serve dall'esigenza di spiegare fenomeni come, ad esempio, il disordine per ordinare cose insomma razionali, quindi la ricerca di un ordine, la ricerca di un dominio sulla natura. Ma perché poi allora, sfocia nell'irrazionalità? Perché poi comunque, di fronte a certe cose non si possono spiegare con la ragione.

Nascono come modi di riempimento di vuoti, di conoscenza o di forza o di ordine che si sono creati. Se rassicurano psicologicamente, hanno avuto come si suol dire, efficacia simbolica. Uno va più tranquillo. Però se il disordine c'era, quel disordine continua a rimanere. A meno che non sia il pane, che lei lo rigira, rimette le cose a posto. L'irrazionale lo sento nel timore, se lei vuole, nel senso che non è frutto di ragione, ma è frutto di emozioni. La paura non è certo frutto di ragione, ma di emozione; un'emozione che però possiamo ad un certo momento rimuovere con un'operazione razionale.

Il fatto che la superstizione sia stata in qualche modo presente tanto nelle civiltà precolombiane quanto in quella europea rappresenta un po' il fatto che l'uomo in qualsiasi parte del mondo abbia avuto l'esigenza di allontanare, diciamo, le proprie paure?

Il calendario che qui avevo portato, che non so se può essere mostrato anche, sì insomma, da vicino, questo si chiama La pietra del sole, e rappresenta il calendario degli Aztechi, che però è un derivato del calendario Maya. Io non avevo un calendario Maya da farvi vedere, avrei potuto portare il programma del calcolatore, ma non sarebbe stato possibile usarlo. Questo però ha dei meccanismi che sono analoghi. Voi vedete al centro, lì c'è una faccia che è il sole. Intorno, in una di quelle ruote circolari, la più vicina, ci sono venti segni. Quei venti segni sono venti giorni del mese. Come noi abbiamo: lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì, sabato, domenica, poi ricomincia lunedì, eccetera, loro ne avevano venti, come se noi avessimo tanti anni, arrivati al ventesimo si ricomincia col primo, cioè si calcola a modulo venti. Quello è un mese Maya, quella ruota dunque lì rappresenta un mese, il sole e venti giorni che lo circondano. Quindi così gira, poi viene il secondo mese, il terzo, il quarto. Andando avanti venti per venti, se voi andate avanti diciotto volte, quanto ottenete? 360. Se fate due anni, ottenete il doppio di 360, 720, e via dicendo. E ma rimanete sempre privi di qualcosa che ci manca. Ogni anno vi mancano cinque giorni. Le cifre si scandiscono allora come? Come 360, 720, eccetera. Il cinque non ci compare, ce lo debbo appiccicare. Il cinque è quando comincia il tredicesimo mese, sapete cosa fanno? Lo tagliano al quinto giorno e lo attaccano all'anno precedente. Gli è entrato il disordine. Quei cinque giorni introducono il disordine. E sapete come si chiamavano questi cinque giorni, nel calendario Maya, ripeto, che è il padre di questo? Si usava un nome impronunziabile che nelle loro lingua significa "senza nome". E che si faceva in quei cinque giorni? Non ti lavi, non ti vesti, non ti fai la barba, non mangi, non esci? Quei giorni sono nefasti, come quando si dice: "Né di Venere, né di Marte", che ci sono dei giorni nefasti. Cinque giorni nefasti. Perché nefasti? Perché c'è un disordine, cioè un disordine nell'ordine matematico perfetto, perché erano in grado i Maya di calcolare, perché avevano lo zero, non vi sto a dire insomma: avevano lo zero, la scrittura posizionale, calcolo vigesimale, capace di correggerlo, appunto per fare 360 e quindi aggiungerci cinque giorni. Questo Azteco aveva, come anche quello dei Maya, il fatto che ritornerà un giorno che ha esattamente tutti gli stessi indicatori ogni 18.980 giorni; ci volevano 18.980 giorni perché ritornasse, cos'è oggi?, giovedì, 26 marzo, non mi dite l'anno, perché non c'entra, devono ritornare questi tre indicatori. Quanto ci vuole? Bisogna calcolarlo con i calendari perpetui. Per loro che avevano quattro indicatori ci volevano 18.980 giorni. Quanto fanno 18.980 giorni? 52 anni, 52 anni esatti. Cosa facevano quei 52 anni esatti? Qui si vedono appena, si vedono appena i segni di quello che gli aztechi facevano ogni 52 anni: la guerra fiorita. Andavano a catturare i prigionieri, li portavano in cima alle piramidi, gli spaccavano il petto, ne estraevano fumante il cuore, e lo offrivano al sole perché erano i suoi appoggi, che stanno qui, perché ce la facesse; il volano, che ha girato 52 volte, ce la facesse a ricominciare come la prima volta. Ecco che allora punto di insicurezza, punto di insicurrezza, inserzione di quella che noi tra virgolette chiameremmo "pratica superstiziosa", ma tentativo di rimediare però ai mali del mondo.

Non Le sembra molto arbitrario e a volte anche molto limitante considerare come vera questa realtà così unica, cioè unicamente vera questa realtà che tutti noi vediamo così strutturata rigidamente con regole così ordinate e razionali e quindi che questa, questa visione molto borghese a mio avviso di vedere le cose non imponga poi una visione così negativa di tutto ciò che sfugga, appunto, come nella pagina di Internet, vada oltre. Cioè di tutte quelle persone, che poi vedono oltre. Forse questo oltre siamo noi che non riusciamo a coglierlo, e tutte quelle credenze che invece si affacciano in questo, in questo mondo, che appunto ci sfugge, sono invece tacciati come appunto anormali, folli e superstiziosi, maghi. Non Le sembra molto limitante?

Sì certo, se con questa limitazione lei mi mette fuori San Francesco. Ma io, che sono per il mondo ordinato, non metto fuori San Francesco. Il problema è che cosa si intende per ordine del mondo. Allora può succedere che io metto fuori di quell'ordine del mondo, non San Francesco, ma i falsi Franceschi, cioè quelli che creano caos.

Sì, ma anche stabilire, anche stabilire cosa è falso e cosa è vero non è una presa di posizione molto utile e molto ...

Sì, lei, lei, lei tocca un punto, un punto duro, che ci vorrebbe un lunghissimo discorso. Io le rispondo brevemente quello che io ritengo. No. Il mondo, badi, in tutte le religioni e in tutti i miti il mondo è sempre negentropia, cioè il processo che nega l'entropia. E l'entropia è quella che va verso la morte. Noi dobbiamo introdurre l'ordine nel mondo faticosamente. Contemporaneamente introduciamo disordine, perché se mangiamo sporchiamo i piatti, se andiamo a letto, le lenzuola, poi il letto ci tocca rifarlo. Ma per mettere ordine nel nostro corpo dobbiamo introdurre il disordine. E oggi il grande problema è il disordine che noi stiamo introducendo. Ecco, non sappiamo più dove mettere la spazzatura. Oggi essere "riciclatore delle immondizie": una volta lo dissi a qualcuno. Lei dice: "E che vorresti essere Dio?". Il "riciclatore delle immondizie": è Dio quello che ha la forza di rimettere odine di un disordine, che alcune volte è fisiologico - sporcare i piatti mangiando -, parecchie volte non è proprio fisiologico, è diventato patologico, tant'è vero lo smog, il buco dell'ozono, e così via. E noi vogliamo mettere ordine. Il che, ordine, questo non significa, come si dice, allineati e coperti, come sotto le armi. Voglio dire: ordine, ordine. L'amore è disordine? E, no, viva Dio, se mi consentite! Eppure non è razionalità inquadrata, allineata e coperta, no?

Non Le sembra una contraddizione il fatto che, ad esempio, l'esorcizzare il demonio sia una pratica - una pratica appunto superstiziosa - del tutto lecita nella religione cattolica?

Non essendo, non essendo io personalmente cattolico, appartenendo diciamo così alla laicità non oso pronunciarmi su questo, su questo punto. Se dall'interno ritengono che questo sia possibile evidentemente è coerente con i loro principali principi e non si dà lezione alle religioni degli altri.

Che differenza c'è tra feticismo e superstizione?

Ma vede feticismo, dipende da che cosa intendiamo. Possiamo usarlo in termini freudiani, eccetera. Io le dico all'origine cosa significò. Quando sono nate queste discipline come Antropologia, Etnologia, eccetera, uscì un libro che era intitolato Degli dei feticci. E allora per feticci si intendono gli idoli. E quindi feticismo è adorazione degli idoli insomma e attaccamento dunque all'aspetto concreto, cioè come chi volesse più bene alla statua del santo che non al santo in quanto tale. Ma badate che qualche volta i rappresentanti dei grandi valori possono essere più sacri dei valori stessi. E cioè danneggiare la statua è più grave di una bestemmia.

Lei come considera quelli che oggi si spacciano come maghi, cioè li considera dei semplici ciarlatani oppure come delle figure che realmente, ancora oggi, danno alla magia modo di sopravvivere?

Mah, in generale sono per la prima ipotesi, ma non vorrei ripetere la parola.

Lei pensa che scientificamente si possa dire che non esistano persone che hanno sviluppati dei sensi più di altri, cioè più della normalità.

Certo. Voglio dire va riconosciuto che ci sono sensibilità, capacità, eccetera superiori alla norma, ma questo è come il talento musicale. Voglio dire: si può essere dotati, dotati di qualcosa, capacità di cogliere dalle sue espressioni molto di più di quanto non faccia io. Adesso il problema diventa un problema grosso dei poteri paranormali.
Sui poteri paranormali, io personalmente ho dei dubbi. So che viceversa altri non ne hanno. Io mi limito al mondo nel quale il segnale viaggia al di sotto della velocità della luce, e cioè i cinque sensi. E dunque le telepatie, che viaggerebbero a velocità superiore a quella della luce, ecco, per me non rientra per lo meno nel mio universo. Non sto dicendo: "Non c'è", nel mio universo ci sta stretto.

Come mai, per esempio delle pratiche che venivano considerate pagane, a un certo punto, sono state con gli anni inglobate dalla Chiesa? Non pensa che ciò possa avere un motivo di popolarità, nel senso che comunque la Chiesa, quando queste feste, questi riti erano fortemente popolari, non voleva rischiare di perdere degli adepti?

Di perderli o addirittura di conquistarli. E' quella che si chiama la politica culturale della chiesa, che nei confronti del paganesimo - paganesimo viene da pagi, pagus, e cioè gli abitanti dei villaggi. Il Cristianesimo oramai è centrale, il paganesimo è periferico e dunque chiamano pagani come noi diremmo villani o cafoni, sono i pagani -, bene, nei confronti dei pagani la chiesa - e del paganesimo - la chiesa adoperò due pesi e due misure, due tattiche: nella Sardegna per esempio, diceva: "Se continuano a essere feticisti, cioè a adorare gli idoli, schiavi eccetera metteteli in carcere o mettetegli le tasse". Con altre popolazioni, viceversa, Gregorio Magno diceva: "Non distruggete i loro templi, sostituite gli idoli pagani con i simboli cristiani. Abituati a venire torneranno a venire". E' stata una politica di, come dire, si chiamano sincretismi insomma, quelli per i quali ad un certo momento riti precedenti si inglobano nel rito nuovo. Ed è stato uno dei forti motivi di polemica tra protestanti, rigoristi, e la chiesa cattolica e che i protestanti rimproveravano appunto di aver fatto queste operazioni di inglobamento o di cristianizzazione, come il San Giovanni per esempio.

mercoledì 9 dicembre 2009

UN MINUTO DI CRITICA LETTERARIA (e di parentesi)


"We are minimalists now even the whales!"


La critica letteraria ha tanti nemici: gli scettici (quelli che in fondo pensano che non valga la pena cercare tra le righe e nei silenzi di una pagina), i granitici (quelli che in fondo credono che le parole siano di marmo e che i libri siano stati scritti a colpi di scalpello), i socratici (quelli che ritengono che tutte le interpretazioni siano nel fondo della coscienza del lettore e che quindi prima o poi emergerenno, non importa come) e infine (ma la lista potrebbe continuare) i fanatici o talebani (quelli che hanno un arsenale di termini tecnici con cui crivellare, foracchiare e distruggere le trame più robuste).

Io mi annovero tra gli amici della critica e della lettura ma anche tra di loro si annidano tipi strani: i gelosi (so tutto io e non te lo dico, indovina ...) i generosi (so tutto io e non te lo dico, indovina...mi discpiace non hai indovinato) i fanciullini (ascolta la vocina) i megalomani (questa frase l'ho già vista nei miei 10.000 volumi) i noiosetti (il libro era bella ma parlarne lo sciupa) e infine i cerca-pepite (sorta di nani di Biancaneve- tipologia Dotto- che scava i testi e trova rubini anche se la caverna sembrava buia e poco promettente).

I miei studenti, quando cominciano a fare l'analisi di un testo, mi chiedono sempre (all'inizio del corso) che diritto abbiamo di rivestire le parole di significati di cui l'autore non sembra essere stato consapevole. La loro reverenza è commovente e quasi mi verrebbe voglia di trasformare il corso in qualcosa di diverso: una passeggiata sulle montagne innevate a stanare caprioli (ma esistono ancora i caprioli?), una lezione di volo con un deltaplano bucherellato, un concerto d'arpa su fiume in piena o una corsa a perdifiato in un campo di girasoli addormentati di giorno.

Mi sono imbattuta in (o dovrei dire ho tamponato) un sito che offre ai suoi visitatori recensioni in video di libri (classici e contemporanei) che non durano più di 60 secondi (ma come si fa?!).
So che voi (cari i miei studenti!) lo amerete a prima vista e allora ve lo segnalo: si chiama oneminutecritic. Un regalo...a quelli che, dopo 3 mesi in classe credono ancora di poter\dover sintetizzare tutto in una frase lunga sessanta secondi. Ma se domani (o nei prossimi giorni) mi vedrete fantasticare in classe, se dovessi avere l'espressione muta & perduta di uno che assaggia le madaleine, sappiate che sono andata in un luogo inaccessibile alle critiche di un minuto, una sorta di paradiso dei critici che si chiama Alla ricerca del tempo perduto del caro, desueto, prolisso, oscuro, difficile, asmatico, inconsapevolmente rompiscatele e consapevolmente rompicapo Marcel Proust.

LA MAPPA DELLE STORIE INVISIBILI: Roma, Fontana delle tartarughe

Stasera una storia invisibile è apparsa alla Fontana delle tartarughe... buon ascolto, se passate di là. E, a proposito, salutatemi Serafina...