Wednesday, February 29, 2012
CESARE DEVE MORIRE
Sunday, February 26, 2012
LA MIA POESIA
L'ULTIMO TRAMONTO DI UN GIOVANE POETA
Alle radici del tramonto
Leggendo le Poesie Ritrovate di Antonio D’Alessio
una pagina di Emilia Dente
E’ una esperienza meravigliosa il canto roco e dolce di Antonio .
E’ l’inabissarsi profondo nel Sé personale e nel Sé collettivo dell’essere che, ancorato al sogno
dell’orizzonte, tenta faticosamente di alzarsi in volo.
Nelle spigolose pieghe dei versi fluidi si riflette il Poeta e nel prisma ombrato delle parole si delinea la sagoma del “Guerriero/ (che) è sempre pronto a combattere/ Questa guerra quotidiana”, fermamente consapevole che “si muore senz’anima /…./ nello spirito di chi/ non inizia a combattere/ con se”… Antonio questa guerra interiore non esita ad affrontarla e, pur non negando mai il timore, l’amarezza e la fatica del cammino, assetato di verità, attraversa se stesso, in uno sforzo introspettivo che lo induce a scavare, scrutare, osservare, leggere, comprendere, esternare sul retro di una pagina sgualcita le proprie emozioni e infine disvelare le radici dell’essere per poter gemmare novellamente nei vicoli della scrittura poetica. Luminoso ed evanescente un verso sostiene sottilmente la trama di questa seconda raccolta poetica , un sussurro lirico che diviene principio e termine ultimo dell’esistenza autentica e dell’autentico cammino “…sei lì che reclami la mia assenza: /dove credi che sia ;/ nel concepimento della mia presenza”…il concepimento della presenza… folgorante ed immensa l’architettura concettuale e semantica del pensiero , potentemente audace il respiro infinito che racchiude, ancestrale bisogno di vita e conoscenza dell’essere a cui non basta “essere creato”, ma che anela a “crearsi”, a generare il Sé misterioso che si agita nella carne e nella mente, l’Io oscuro e vero che smania nelle strette vesti che forzatamente indossa - … non aspetto altro che svestirmi…rivelava il Poeta all’inizio del cammino lirico…- .. Nella “ consapevolezza dell’incompletezza”, nel disincanto e nella incongruenza dei “pezzi di pasol/ che non hanno incastri/ perché non sono sempre gli stessi, Antonio combatte la sua guerra interiore, la lotta che, per lui “s’evolve da una vita” e segna, nelle righe di un foglio riflesso, le linee tortuose che si aggrovigliano intorno all’esistenza.
Ha il volto della Verità, la poesia di Antonio, e nel coraggio degli occhi azzurro mare sempre limpidi e sempre aperti affondano le radici del tramonto dove la speranza di continuità è un pasto quotidiano e il Poeta, con i pugni stretti, scrive la Vita .
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DA QUESTO LATO DELLA STANZA

the girl with horizontal blinds - Lower East Side, Sun 6:00
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Da questo lato della stanza è tutto diverso. Mi sono venuta a sedere qui come un gatto di casa a guardare la stanza dall’altro lato. Succede che dopo anni di abitudini ci si fermi sempre negli stessi angoli delle stanze. E’ come camminare su linee tracciate in una mappa conosciuta. Perdersi non è più previsto. Allora finire da questo lato della stanza è come un’avventura per me. Da qui si possono vedere le finestre dei vicini, la ragazza dietro tende orizzontali e un pezzo di cielo color latta. Da qui si sentono rumori di acqua che corre nei tubi e di voci perdute nell’androne. Da questo lato della stanza penso cose diverse. Penso di poter pensare cose diverse. E allora accade. E’ facile, più facile di quanto pensassi. Basta venire da questo lato della stanza. Il tavolo qui è più largo, il legno ha il calore di un corpo vivente. Anche la luce, che arriva dalla lampada sembra il raggio di un sole appena nato. Ci verrò ancora, da questo lato della stanza. A scrivere di cose che altrove non sanno di esistere. E’ stato facile, come seguire la luce che fa il suo giro sui muri e poi scompare tra le fibre del divano. Facile e silenzioso come i passi di un gatto.
DOMENICA
LA CREATIVITA'
"La creatività? Basta allenarsi"
Il talento non è indispensabile
Secondo la Obscure Features Hypothesis (OFH) di McCaffrey, non esistono cervelli poco creativi ma solo poco allenati. È quindi possibile, con esercizi ad hoc e sviluppando alcune tecniche, arginare e superare gli ostacoli che impediscono alla mente di produrre idee innovativedi SARA FICOCELLI
Secondo la Obscure Features Hypothesis (OFH) di McCaffrey non esistono dunque cervelli poco creativi ma solo poco allenati ed è possibile, con esercizi ad hoc e sviluppando alcune tecniche, arginare e superare gli ostacoli che impediscono alla mente di produrre idee innovative. Le conclusioni dello studio del Center for e-Design delle università di Amherst e Virginia Tech, pubblicate su Psychological Science, sono state raccolte analizzando un centinaio di invenzioni recenti e un migliaio di quelle storiche, cercando di capire in che modo, di volta in volta, gli inventori hanno arginato gli ostacoli che impedivano di raggiungere la meta.
Da questa semplice osservazione, McCaffrey ha rilevato che quasi tutte le invenzioni più geniali derivano da due passaggi fondamentali: la rilevazione di un fenomeno oscuro e inaspettato e la messa in pratica di una soluzione al conseguente problema. "Può capitare che un fenomeno che abbiamo avuto davanti milioni di volte non produca nessun tipo di intuizione - spiega il ricercatore - e che poi, all'improvviso, diventi la base per un intervento risolutivo e quindi per un'invenzione. Ecco perché tutti possiamo essere creativi".
Secondo McCaffrey tutto dipende insomma dal vecchio teorema secondo cui la necessità aguzza l'ingegno e non esiste pertanto un cervello più creativo di un altro, ma solo uno più abituato ad affrontare necessità diverse. "Comprendendo a fondo i meccanismi che permettono alle persone di "vedere oltre", è possibile migliorare il livello di creatività di tutta la popolazione", conclude fiducioso lo psicologo.
Il concetto di "fissità funzionale", usato dagli esperti per descrivere quel primo ostacolo mentale su cui McCaffrey ha basato la ricerca, è stato proposto per la prima volta da un psicologo tedesco, Karl Duneker, nel 1930. Questa barriera alla soluzione dei problemi è una creazione dei nostri stessi processi percettivi e soltanto un cambiamento o una vera e propria riorganizzazione radicale dei rapporti spaziali o "mentali" può aiutare a trovare la soluzione.
Per superare velocemente l'ostacolo McCaffrey ritiene che la cosa migliore sia conoscere bene gli oggetti che si hanno davanti e con cui si lavora quotidianamente, sia dal punto di vista strettamente tecnico che funzionale. E per dimostrare quanto questa semplice accortezza sia d'aiuto ha messo a confronto un gruppo di 14 studenti perfettamente consapevoli degli strumenti che avevano di fronte con un altro, sempre di 14, composto da volontari inesperti. Ad entrambi è stato chiesto di risolvere problemi di ordine pratico e i primi hanno dimostrato una capacità di problem solving del 67,4 più alta dei secondi.
"Questo è solo uno dei tanti studi sulla creatività che sono stati fatti dagli anni '50 ad oggi - spiega Annamaria Testa, docente di "Linguaggi della comunicazione" all'università Bocconi e autrice di "La trama lucente - Che cos'è la creatività, perché ci appartiene, come funziona" (Rizzoli, 2010) - e conferma ciò che disse l'economista, psicologo e premio Nobel Herbert Simon, e cioè che per sviluppare un'idea creativa ci vogliono circa 10 anni di intensa applicazione. La creatività è sì raggiungibile, ma al prezzo di un'istruzione permanente e, naturalmente, in gradi diversi e a seconda del talento e della pratica". La fondatrice delnuovoeutile.it 1 è anche una delle creative più note d'Italia. Ha cominciato a lavorare nel 1974 e le sue prime campagne famose sono degli anni '80: "Ci sono, come ricorda Teresa Amabile, diversi tipi di creatività, e molto dipende dal talento. La pratica da sola non basta. Ma ciò che veramente rende creativa un'idea è la sua l'utilità. Se un'idea non è utile è fine a se stessa, un mero esercizio di stile. Per questo è importante allenarsi, confrontarsi continuamente con lo stato dell'arte e la realtà".
Secondo Stefano Bartezzaghi, giornalista e scrittore e autore di "L'elmo di Don Chisciotte - Contro la mitologia della creatività" (Laterza, 2009), il termine "creatività" oggi però viene usato in modo equivoco, evocando la creazione di qualcosa di nuovo, "mentre essa consiste nell'assemblaggio di realtà che già esistono. E' impossibile creare cose che vengono dal nulla". Come il cavaliere della Mancha trasformò un pitale in elmo semplicemente capovolgendolo e mettendoselo in testa, così la creatività non è dunque che la capacità di saper reinterpretare la realtà e adattarla alle necessità. Superando quella "fissità funzionale" che sta lì proprio per metterci alla prova e spronarci ad accendere la lampadina che tutti abbiamo nascosta nel cervello.
(25 febbraio 2012 Repubblica.it)
Saturday, February 25, 2012
POESIA DEL VOLO
Wednesday, February 22, 2012
DIALOGHI SU SCIENZA E SOCIETA'

La Società, oggi, è un sistema complicato, molto più di quanto non fosse anche solo un secolo fa. Complicato, o complesso, nel senso che già la realtà statica, lo status quo, è un insieme di una miriade di dati oggettivi, spesso non completamente noti ed in ogni caso di difficile interpretazione.
Ma ancora più difficile è il problema della realtà dinamica, di come si evolve il mondo, inteso come un insieme interconnesso dello spazio a nostra disposizione (la terra), della biosfera e dell’umanità tutta. Umanità che a sua volta è un sistema interlacciato di gruppi di paesi “benestanti” ad alta densità tecnologica, di gruppi emergenti, e di centinaia di milioni di individui al limite della sopravvivenza. E la caratteristica dell’estrema velocità con cui oramai avvengono molti dei processi economici, sociali, scientifici che ci coinvolgono rende ancora più critica l’individuazione delle azioni da intraprendere di fronte ad emergenze presenti o previste. In questo panorama diventa fondamentale l’apporto dello sviluppo dato dalla Scienza e dalla tecnologia.
Le vecchie distinzioni (non sempre accettate) della Scienza, pura e apolitica, e della tecnologia, interessata e potenzialmente pericolosa, oggi hanno ancor meno senso, non solo perché non siano più vere, ma perché la realtà è diventata molto più complicata, sfumata, e rifugge da catalogazioni nette e precise.
LOCANDINA E PROGRAMMA DETTAGLIATO nel SITO.
Essere uomini di scienza, o di cultura in generale, implica oggi una nuova serie di doveri civili che non si limitano più a riconoscere la legge morale dentro di noi di kantiana memoria, ma devono estendersi anche ad un ruolo che, intanto, deve essere formativo e comunicativo, e deve avere inoltre un ruolo attivo nelle interazioni con i soggetti politici. Questi soggetti politici non possono non avere un legame biunivoco con gli uomini di cultura (e i produttori di nuova conoscenza, nelle sue varie forme) che devono proporre e realizzare gli obiettivi che si sono proposti per la costruzione di una società formata da cittadini liberi, uguali e informati.
Il convegno che presentiamo vuole essere un’occasione per far incontrare persone che raramente hanno occasione di confrontarsi in pubblico, e di permettere loro di presentare idee, proposte, punti di vista ad esperti del campo, a studenti ed a cittadini, con la più ampia possibilità di poter intervenire con domande e chiarimenti ai relatori.
Il convegno si svolgerà nei giorni 1 e 2 marzo 2012, dividendo le aree tematiche in quattro mezze giornate. Il tempo a disposizione per gli interventi è stato volutamente mantenuto ridotto per lasciare un ampio spazio al dibattito successivo.
Durante il Convegno verrà presentato uno spettacolo di teatro-scienza a cura della Compagnia “Die Physiker”, composta da docenti, ricercatori e studenti del Dipartimento di Fisica, che presenteranno alcune pièces legate ai temi del convegno.
PROGRAMMA TEATRALE QUI
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POESIA DEL CIELO
Sunday, February 19, 2012
SENZA POESIA
IL BAR DEI RAMINGHI
Il bar dei raminghi
Mai avrei immaginato di entrare in un bar così. Lo scoprimmo per caso, io e il mio gatto Chimera. Tavolini di castagno rosso e poltrone soffici in cui sprofondare. Pioveva, ma il cielo era tutto rosa, con pennacchi di nero appesi ai rami pesanti. La pioggia era invisibile, però bagnava. Chimera, accovacciata nella mia tracolla di lana, protestava con miagolii soffocati.
Allora vivevo a pochi isolati da quella stradina piena di bidoni della spazzatura e motorini incatenati ai pali. Era la prima volta che mi accorgevo dell’insegna di un bar.
Entrai per ripararmi dalla pioggia. Chimera rizzò le orecchie esplorando i rumori. Voci tenui e luci soffuse da fumeria d’oppio. Non si vedeva nessuno. I divani di velluto consumato erano invitanti come letti di un sogno. Le voci venivano da un’altra stanza, dietro al banco. C’era una tenda rossa e pesante, una specie di sipario tirato soltanto a metà. Le voci erano femminili, morbide, lontane. La pioggia batteva sui vetri di una grande vetrata: fuori un giardino segreto, tavoli e sedili di pietra, statue antiche, vasi enormi, fiori tropicali, strane piante.
Nel varcare la soglia avevo sentito un campanello che avvertiva della mia presenza ma non era arrivato nessuno. Senza che me ne accorgessi passarono tutti i minuti di un’ora. Il cielo aveva di nuovo cambiato colore. Era diventato come una perla d’acqua dolce e le nuvole si erano disperse come lenzuoli bianchi.
Ero rimasta lì, ad accarezzare il gatto, il divano e con gli occhi anche la tenda, i fiori, il giardino. Perché non arrivava nessuno? Non mi dispiaceva stare nascosta in un posto così soffice, animato soltanto da voci misteriose. Ad un tratto Chimera si stufò e decise di andare a curiosare. Mi alzai, la seguii. Varcammo la soglia dell’altra stanza sconosciuta. Chimera si smarrì tra ciotole colorate, tazze di porcellana a fiori, tutto minuscolo, tavoli appena più grandi di un piatto. E accovacciati su morbide stuoie, gatti e gatti e gatti, di ogni razza e colore. Gatti randagi senza padroni, gatti stanchi, gatti viaggiatori. A servire due donne sottili, quasi invisibili, il viso incipriato come una tela antica, i vestiti color lavanda. Si volsero insieme, come siamesi. Fu Chimera a parlare. Rimasi di sale. “Non sono qui per restare, io ho lei” avvertivo il tocco pieno di gratitudine della sua coda. “Allora sei fortunata” risposero in coro le sorelle sottili e tranquille. Si scusarono, “Ora se non vi spiace andiamo a servire il tè”.
La pioggia aveva smesso di cadere. Fuori ritrovammo un’aria nuova e i vecchi rumori di Roma, le voci, i passi, i sanpietrini, i tetti bagnati, i motorini. Non mancava niente. Chimera è ancora il mio gatto. Chimera non parla. Però quando piove la guardo e so che pensa al Bar dei raminghi nascosto nel cuore di Roma.
(giovanna iorio)
Saturday, February 18, 2012
BESTEMMIA
POETA DELLA CENERE

POESIA MUTA
DOPO LA NEVE
Monday, February 13, 2012
Sunday, February 12, 2012
RELATIVITA' DOMESTICA
IL SILENZIO DELLA NEVE
IL SILENZIO DELLA NEVE
Ora vi racconto perché non parlo.
Non parlo perché me ne sto qui a guardare dalla finestra il giorno bianchissimo e il paesaggio lunare. Io sono la neve, non parlo. Sono donna che scende a fiocchi lenti e larghi, mani bianche che impastano il pane, mani bianche che lavano, mani di madre che non si lamenta.
Io cado , mi sciolgo e mi rialzo. Non vado fuori a misurare spalare tagliare condannare. Io rimango dentro dove c’è il bucato da lavare e il pranzo da inventare e il marito da consolare e il figlio da accudire. Io sono la neve. Vi racconto perché non parlo sui giornali, perché nessuno mi chiede di sciogliermi al sole, perché nessuno vuole che io diventi acqua fredda e tagliente, che se ne va fuori ad inondare di parole gelide il paese.
Io ho guardato dalla mia finestra il cielo. Era un cielo antico e ho fatto la mia preghiera. E poi ho cambiato le lenzuola al letto. Fuori qualcuno parlava di andare a spalare la neve. Poi ho preparato il pane. Fuori qualcuno parlava di andare a controllare il tetto. Poi ho acceso il fuoco nel camino. Fuori qualcuno parlava di andare a tagliare le legna. Poi ho ricoperto di lana mio figlio. Fuori qualcuno parlava di insegnare qualcosa ai figli. Poi ho aperto tutti i balconi e ho fatto entrare l’aria fredda della neve. Fuori ho incontrato gli occhi di qualcuno fermo al bar a parlare dell’aria fredda della neve. E poi ho messo le lenzuola sui termosifoni e mi sono messa a ridere perché mi sembrava di aver trasformato la stanza in un circo. E ho riso. E allora fuori si sono fermati tutti e mi hanno detto che non si ride della neve che cade. Allora ho tirato giù il capannone bianco del circo e ho visto i gatti di casa affamati come leoni. Li ho tenuti dentro accanto a me perché nel cortile gli uccelli sono scesi a mangiare le briciole. E il pane è dolce e mi guardano anche loro senza parole. E fuori qualcuno sogna già di andare a caccia tra i boschi a primavera.
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Saturday, February 11, 2012
POESIA DELLA NEVE SULL'ALBERO

Che aspetti
va’ alla finestra
alzati scrivi risorgi
fuori parla la neve
ogni fiocco una pietra
ogni parola una pietra
neve che ricopre le case
neve che rimargina paesi
parole per guarire ferite
che non amano la luce
del sole.
Apri la finestra e segui
l’albero antico
regge sulle spalle curve
il peso del mondo
da sempre
non piange non supplica non maledice
la neve
se la scrolla di dosso
a poco a poco
come montagna che crolla
all’ora giusta.
(g.i.)
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POESIA DELLA NEVE COL CIUFFO

Cincia dal ciuffo
smarrito come un calzino
non sa niente di previsioni
non sa niente del tempo
della bufera
le impronte di uccelli pesanti
che vanno a cercare
legna.
(g.i.)
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NEVE IN IRPINIA

dove sono le impronte
dei giganti?
della luce
il suono tagliente?
dov'è la voce
della gente?
aspetta sotto la coltre
di neve il risveglio
s'annuncia con un cadere lieve
di briciole sparse
agli uccelli
(g.i.)
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Friday, February 10, 2012
NEVE AL BAR
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