Il bar dei raminghi
Mai avrei immaginato di entrare in un bar così. Lo scoprimmo per caso, io e il mio gatto Chimera. Tavolini di castagno rosso e poltrone soffici in cui sprofondare. Pioveva, ma il cielo era tutto rosa, con pennacchi di nero appesi ai rami pesanti. La pioggia era invisibile, però bagnava. Chimera, accovacciata nella mia tracolla di lana, protestava con miagolii soffocati.
Allora vivevo a pochi isolati da quella stradina piena di bidoni della spazzatura e motorini incatenati ai pali. Era la prima volta che mi accorgevo dell’insegna di un bar.
Entrai per ripararmi dalla pioggia. Chimera rizzò le orecchie esplorando i rumori. Voci tenui e luci soffuse da fumeria d’oppio. Non si vedeva nessuno. I divani di velluto consumato erano invitanti come letti di un sogno. Le voci venivano da un’altra stanza, dietro al banco. C’era una tenda rossa e pesante, una specie di sipario tirato soltanto a metà. Le voci erano femminili, morbide, lontane. La pioggia batteva sui vetri di una grande vetrata: fuori un giardino segreto, tavoli e sedili di pietra, statue antiche, vasi enormi, fiori tropicali, strane piante.
Nel varcare la soglia avevo sentito un campanello che avvertiva della mia presenza ma non era arrivato nessuno. Senza che me ne accorgessi passarono tutti i minuti di un’ora. Il cielo aveva di nuovo cambiato colore. Era diventato come una perla d’acqua dolce e le nuvole si erano disperse come lenzuoli bianchi.
Ero rimasta lì, ad accarezzare il gatto, il divano e con gli occhi anche la tenda, i fiori, il giardino. Perché non arrivava nessuno? Non mi dispiaceva stare nascosta in un posto così soffice, animato soltanto da voci misteriose. Ad un tratto Chimera si stufò e decise di andare a curiosare. Mi alzai, la seguii. Varcammo la soglia dell’altra stanza sconosciuta. Chimera si smarrì tra ciotole colorate, tazze di porcellana a fiori, tutto minuscolo, tavoli appena più grandi di un piatto. E accovacciati su morbide stuoie, gatti e gatti e gatti, di ogni razza e colore. Gatti randagi senza padroni, gatti stanchi, gatti viaggiatori. A servire due donne sottili, quasi invisibili, il viso incipriato come una tela antica, i vestiti color lavanda. Si volsero insieme, come siamesi. Fu Chimera a parlare. Rimasi di sale. “Non sono qui per restare, io ho lei” avvertivo il tocco pieno di gratitudine della sua coda. “Allora sei fortunata” risposero in coro le sorelle sottili e tranquille. Si scusarono, “Ora se non vi spiace andiamo a servire il tè”.
La pioggia aveva smesso di cadere. Fuori ritrovammo un’aria nuova e i vecchi rumori di Roma, le voci, i passi, i sanpietrini, i tetti bagnati, i motorini. Non mancava niente. Chimera è ancora il mio gatto. Chimera non parla. Però quando piove la guardo e so che pensa al Bar dei raminghi nascosto nel cuore di Roma.
(giovanna iorio)
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