Friday, December 30, 2011
AUGURI ROMA, AUGURI AMICI DI LETTURE
Wednesday, December 28, 2011
INCIPIT PER IL NUOVO ANNO

Il Natale è passato silenzioso come un gabbiano grigio sulla città. E ora aspettiamo l'ultimo giorno di questo anno lungo e tortuoso, il faticoso 2011.
LDovrei cercare di fare un bilancio ma quest'anno credo che lascerò perdere e parlerò dei libri che aspetteranno con me le prime ore del 2012.
Prima di tutto Abraham Yehoshua, La scena rubata (Einaudi 2011). Yehoshua è lo scrittore che voglio avere accanto a me, sul comodino, per salutare il nuovo anno. Il calore che emanano le sue storie mi terrà al riparo dal freddo invernale.
Poi Murakami Haruki, 1Q84 (Einaudi 2011) l'ultima fatica del mio scrittore idolo, perché scrive come se fosse l'unica cosa per cui valga la pena vivere, e poi perché corre ogni giorno dal momento che per scrivere occorre avere un corpo ben allenato.
L'altro libro è il bestseller di Nicolas Barreau, Gli ingredienti segreti dell'amore (Feltrinelli, 2011) perché è uno scrittore venuto dal nulla, e racconta una storia magica, fatta di strane coincidenze, passioni e un tocco di ingenuo ottimismo - quello che ci vuole per non sprofondare nel baratro della disillusione.
Non posso aspettare il nuovo anno senza la poesia: Transtormer, Poesia dal silenzio (Crocetti Editore 2011), Pasolini, Poesie (Garzanti) e Davide Rondoni, Il bar del tempo sono i tre poeti che illumineranno parti silenziose di me.
Buon anno amici di letture, vi auguro il calore di pagine belle e sincere. Perché i libri sono amici fedeli che ci restano accanto quando tutto il resta sembra svanire in un pigro volo di gabbiano.
Ecco i miei incipit per il nuovo anno:
La scena perduta, Abraham Yehoshua
Solamente al loro arrivo a mezzanotte nella gigantesca piazza lastricata, severa e spoglia di qualsiasi ornamento, statua o fontana che sia, ad eccezione di pesanti catene di ferro che ne delimitano i lati, il regista sente che l'ansia della sua compagna si va dissipando.
1Q84, Aruki Murakami
Nel taxi la radio trasmetteva un programma di musica classica in FM. Il brano era la Sinfonietta di Janacek. Non esattamente la musica più adatta da sentire in un taxi bloccato dal traffico. E del resto nemmeno l'autista sembrava ascoltarla con troppa attenzione. L'uomo di mezza età era impeganto a guardare in silenzio la fila interminabile di auto che aveva davanti, come un pescatore provetto che, ritto a prua, scruta un minaccioso gorgo di correnti. Aomame sprofondata nel sedile posteriore, gli occhi leggermente socchiusi, ascoltava la musica.
Gli ingredienti segreti dell'amore, Nicolas Barreau
La felicità è un cappotto rosso con la fodera a brandelli (Julian Barnes)
Poesia da silenzio, Tomas Transtromer
Quando l'anno scalciando si toglie gli stivali
e il sole si arrampica più in alto e gli alberi si vestono
di foglie, si gonfiano di vento e veleggiano in libertà...
Poesie, Pasolini
Ma nei rifiuti del mondo nasce
un nuovo mondo: nascono leggi nuove
dove non c'è più legge; nasce un nuovo
onore dove onore è il disonore...
Il bar del tempo, Davide Rondoni
Il vero ha uno strano sfarzo
è una ferita.
BUON ANNO A TUTTI AMICI DI LETTURE!
Friday, December 23, 2011
UN RICORDO DI SCUOLA

Da un articolo sui ricordi di scuola di Tomas Transtormer (La Repubblica novembre 2011)
"Cominciai le elementari alla scuola popolare Katarina Norra, dove ebbi per maestra R., una signorina nubile e molto curata che cambiava vestito ogni giorno. All’ ultima ora del sabato era solita dare a ogni bambino una caramella, ma per il resto era piuttosto severa, e fioccavano spesso tirate di capelli e sberle, anche se mai a me che ero figlio di una maestra. Il mio compito principale nel primo trimestre fu di starmene zitto e fermo nel mio banco. Sapevo già scrivere e far di conto. Passavo il tempo a ritagliare carte colorate, ma cosa ritagliassi non lo ricordo.
Credo che l’atmosfera fosse abbastanza buona nel primo anno di scuola, ma poi a poco a poco diventò più dura. Quello che faceva perdere la pazienza alla maestra era ogni turbamento dell’ordine, ogni genere di scompiglio. Non si doveva essere irrequieti o rumorosi. E nemmeno deboli. Non si dovevano avere difficoltà inattese nell’imparare qualcosa. In generale non si doveva fare niente di inatteso. Una bambina che se la faceva addosso per la paurae la vergogna non poteva aspettarsi nessuna pietà. Come ho detto, io ero protetto dalle punizioni corporali perché ero figlio di una maestra. Ma l’atmosfera pesante che accompagnava i rimproveri e le minacce la pativo.
Sullo sfondo c’era il Direttore, un tipo pericoloso dal naso aquilino. La cosa più grave era finire in riformatorio, come si minacciava in particolari occasioni. Non lo consideravo come un pericolo per me personalmente, ma già il fatto in sé creava malessere. Che cosa fosse un riformatorio potevo facilmente immaginarlo, soprattutto avendo sentito il nome che si dava a uno di quegli istituti: « skrubba », cioè «Scrosta », che faceva pensare a grattugie e pialle. Che la tortura venisse quotidianamente praticata sugli internati mi pareva evidente.
Nell’immagine del mondo che mi ero creato rientrava dunque l’idea che ci fossero istituti speciali dove gli adulti torturavano i bambini - magari anche a morte - perché erano stati cattivi. Era terribile, ma doveva essere così. Se uno faceva il cattivo… Quando un bambino della scuola veniva portato in riformatorio e tornava l’ anno dopo, lo consideravo come resuscitato dai morti.
Una minaccia più realistica era l’evacuazione. Nei primi anni di guerra si prevedeva l’ evacuazione di tutti gli scolari dalle grandi città. La mamma marcò a inchiostro il nome Tranströmer su tutte le nostre lenzuolae varie altre cose. La questione era se sarei stato evacuato con la mamma e i suoi allievi o con i miei compagni di classe della Katarina Norra, ovvero deportato con la maestra R. Sospettavo quest’ ultima soluzione. Non ci fu nessuna evacuazione.
La vita a scuola seguì il suo corso. Io non desideravo altro che le lezioni finissero per potermi gettare su quello che veramente mi interessava: l’ Africa, il mondo subacqueo, il Medioevo, eccetera. L’ unica cosa che veramente mi affascinava a scuola erano i tabelloni didattici. Li adoravo. La gioia più grande era accompagnare la maestra al deposito e tirare fuori qualche consunta tavola di cartone. Si poteva approfittarne per sbirciare anche gli altri tabelloni che erano appesi lì. Ne facevo anch’io di simili, entro i miei limiti, a casa.
Una differenza importante tra la mia vita e quella dei miei compagni era che io non avevo un papà da mostrare. La maggior parte di loro veniva da famiglie di operai dove il divorzio evidentemente era molto raro. Io non volevo mai ammettere che ci fosse qualcosa di strano nella mia situazione familiare. Neanche con me stesso. No, io avevo un papà e anche se lo vedevo solo una volta all’ anno (in genere la vigilia di Natale), ero sempre in contatto con lui- una volta, per esempio, durante la guerra, era stato su una torpediniera e da lì mi aveva scritto una lettera divertente,e cose del genere. Mi sarebbe piaciuto far vedere quella lettera, ma non mi veniva naturale. (…) Sentivo fortemente il pericolo di essere considerato un diverso perché nel fondo di me stesso sospettavo di esserlo.
Ero divorato da interessi che nessun bambino normale avrebbe avuto. Seguivo corsi facoltativi di disegno e disegnavo scene subacquee: pesci, ricci di mare, granchi, conchiglie. La maestra osservava ad alta voce che i miei disegni erano molto «speciali» e io ripiombavo nel panico. C’ era un tipo di adulti insensibili che mi indicava continuamente come un originale. I compagni in realtà erano più tolleranti. Non ero popolare, ma neanche preso di mira. Hasse, un ragazzo scuro e alto che era cinque volte più forte di me, aveva l’abitudine di buttarmi a terra a ogni intervallo, il primo anno di scuola. All’inizio opponevo una fiera resistenza, ma non serviva a niente, lui mi atterrava comunque e trionfava. Alla fine trovai il modo di frustrarlo: una totale rilassatezza. Quando si avvicinava, fingevo che il mio io se ne fosse volato via e avesse lasciato soltanto un cadavere, uno straccio senza vita che lui poteva calpestare quanto voleva. Si stufò. Penso a quanto possa avere significato per me, più avanti nella vita, il metodo di trasformarsi in uno straccio senza vita. L’ arte di lasciarsi calpestare senza perdere l’ autostima. Non l’ ho usata troppo spesso? A volte funziona, a volte no. (…)
Soltanto un paio di miei compagni delle elementari proseguì nella scuola media. E nessuno oltre a me fece domanda per entrare al Ginnasio Liceo Pubblico Superiore per Ragazzi di Södermalm, cioè il liceo classico di Söder. C’era un esame di ammissione alla scuola superiore. Delle prove ricordo solo che sbagliai a scrivere la parola «particolarmente». La scrissi con due l. Da allora mi rimase un disturbo legato a quella parola che durò fino agli anni Sessanta.
Ricordo con molta chiarezza il mio primo giorno di scuola alle medie di Söder, nell’autunno del 1942. L’immagine che ne ho conservato è questa. Mi trovo in mezzo a ragazzi di undici anni tutti sconosciuti. Ho un nodo allo stomaco per il nervosismo, mi sento insicuro e solo. Alcuni degli altri sembrano conoscersi bene - quelli che vengono dalla scuola Preparatoria di Mariatorget. Cerco invano qualche volto familiare della scuola Katarina Norra. L’ atmosfera è in parte di oscura inquietudine e in parte di attesa e speranza. (…) Ogni mattina tutti gli scolari si riunivano nell’ aula magna, cantavano salmi e ascoltavano la predica di uno degli insegnanti di religione. Poi si andava nelle rispettive classi. L’ atmosfera collettiva del liceo classico di Söder è immortalata nel film Spasimo (girato nel 1944, era ispirato agli anni dell’ adolescenza di Ingmar Bergman, sceneggiatore della pellicola, N.d.T.) che fu girato nella scuola in quel periodo. (…)
Qualche volta accompagnavo a casa Palle. Era Palle in effetti il mio miglior amico il primo anno. Avevamo molte cose in comune: suo padre era molto assente - era marinaio - e lui era figlio unico di una mamma gentile che pareva sempre contenta di vedermi. Come me Palle aveva sviluppato un sacco di manie da figlio unico, viveva per i suoi interessi. Era soprattutto collezionista. Di cosa? Di tutto. Di etichette di birra, scatole di fiammiferi, spade, asce, francobolli, cartoline, conchiglie, oggetti etnografici e ossa. (…)
Di Palle, che è morto quarantacinque anni fa senza diventare adulto, mi sento coetaneo. Ma i miei anziani insegnanti, «i vecchi» come venivano chiamati tutti quanti, rimangono vecchi nella memoria, anche se i più anziani di loro avevano l’ età che ho io adesso mentre scrivo queste righe. Ci si sente sempre più giovani di quanto non si è. Dentro di me porto tutti i miei volti passati come un albero i suoi cerchi. La loro somma sono «io». Lo specchio vede solo il mio ultimo volto, io sento tutti i miei precedenti.
Gli insegnanti che occupano più spazio nella memoria sono naturalmente quelli che creavano un’ alta tensione, gli originali più pittoreschi. Non erano la maggioranza, ma comunque molti. In alcuni c’ era un che di tragico che anche noi potevamo intuire. Una situazione di sofferenza che appariva così: io so che non potrò essere amato da queste invidiabili teste di cavolo che ho davanti, ma farò almeno in modo di restare indimenticabile! (…)
Ero uno studente discreto, ma non uno dei migliori. Biologia avrebbe potuto essere la mia materia preferita. Ma ebbi un insegnante troppo particolare per la maggior parte della scuola superiore. Una volta aveva commesso qualcosa di irrimediabile, era stato ammonito e ormai era un vulcano spento. Le materie migliori per me erano storia e geografia. Avevo per insegnante non di ruolo Brännman, un giovane rubicondo, energico, con i capelli chiari e lisci che avevano tendenza a drizzarsi quando si arrabbiava, il che avveniva abbastanza spesso. Era pieno di buona volontà, mi piaceva.
Scrivevo sempre temi su argomenti presi da storia e geografia. Erano sempre temi lunghi. A questo proposito ebbi modo di sentire molto tempo dopo una storia da Bo Grandien (scrittore e giornalista svedese, N.d.T. ), anche lui studente del liceo classico di Söder. Bo diventò mio grande amico negli anni del ginnasio, ma alle medie non ci conoscevamo. Bo mi raccontò che aveva sentito parlare di me la prima volta passando vicino a un gruppo di miei compagni di classe durante un intervallo. Ci avevano appena restituito i temi ed erano scontenti dei loro voti. Bo udì l’ irritata replica: “Mica tutti possono scrivere in fretta come Tranan! (soprannome dato dai compagni a Tranströmer, significa “la gru”, N.d.T. )”. Bo aveva dedotto che Tranan fosse un tipo detestabile che bisognava evitare. Per me questa storia è in qualche modo consolatoria. Attualmente noto per la mia scarsa produttività, ero allora evidentemente conosciuto come scrittore lampo, uno che peccava per troppa produttività, uno stakanovista della parola.
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Tuesday, December 20, 2011
SULLA POESIA DI TOMAS TRANSTROMER

Illustration by Clifford Harper/agraphia.co.uk
Lo sguardo sembra essere un elemento potente e suggestivo della poesia di Tomas Tranströmer. Vi propongo ancora due poesie del poeta premio Nobel 2011- mie (e dunque imperfette) le traduzioni dall'inglese (pensate se avessi provato a tradurre dallo svedese quanta imperfezione si sarebbe aggiunta all'arduo compito di tradurre!).
La prima "I ricordi mi guardano" è la poesia con la quale hanno aperto la lezione annuale per celebrare il conferimento del Nobel all'ottantenne poeta svedese. Parla dei ricordi e del loro ritorno inaspettato all'alba.
La seconda "Lo sguardo dell'inverno" è tratta dalla raccolta New Collected Poems by Tomas Tranströmer, translated by Robin Fulton, Bloodaxe Books, 2011.
Il segretario dell'Accademia svedese Peter Englund che rivolgendosi al poeta dice: “Caro Tomas, è impossibile sentirsi insignificanti dopo aver letto la tua poesia" ricorda così il compito della poesia: rendere tutti "significanti".
Che il 2012 celebri il ritorno della poesia nelle vite di ciascuno.
"I ricordi mi guardano"
Una mattina di giugno, troppo presto per svegliarsi
troppo tardi per riaddormentarsi.
Devo uscire- il fogliame è denso
di ricordi, mi seguono con lo sguardo.
Non riesco a distinguerli, si fondono completamente
allo sfondo, veri camaleonti.
Sono così vicini che posso sentirne il respiro
sebbene il canto degli uccelli sia assordante.
"Lo sguardo dell'inverno" da New Collected Poems by Tomas Tranströmer
Mi appoggio come una scala e col viso
raggiungo il secondo piano di un albero di ciliegie.
Sono dentro la campana di colori, risuona di raggi di sole.
Divoro le bacche rosso scuro più veloce di quattro gazze.
All'improvviso, dopo questo inizio festoso e assolato, si scurisce:
Un gelo improvviso, venuto da lontano, mi scova.
L'istante scolora e rimane
la ferita di una scure sul tronco.
Saturday, December 17, 2011
LA BAMBINA NEL POZZO

La bambina nel pozzo
La notte che al posto della luna vidi un buco avevo cinque anni. Mia madre piangeva. Pensai ad un ladro e chiusi la finestra prima di dormire. C’era solo il vetro a proteggermi dal buio e il cielo era nero.
Mio padre dov’era? Chi aveva preso la luna? Quando sarebbe tornata? Anche mio fratello scrutava quello squarcio nel cielo. Non parlò per giorni. Poi disse, è un buco nero. E’ come un pozzo quando ingoia un sasso. La luna c’è ma non si vede. Papà c’è ma non si vede.
Non capivo. La luna era diventata un sasso? Il cielo era diventato un pozzo? E cosa era diventato nostro padre? E dov’ era andato? E la mamma? Anche lei sarebbe sparita? E noi? Restavo impigliata ai punti interrogativi come un gatto ai rami storti del melo. Quanto silenzio in casa. E fuori un cielo senza luna, come un letto mezzo vuoto.
Trascorsero i giorni, come gatti neri. Poi una notte mi alzai e andai in giardino. Volevo gettare un sasso nel pozzo per vedere come si forma un buco nero. Il prato era un sipario di velluto sotto i piedi. Lo attraversai sentendo la soffice carezza della notte. Accanto al pozzo il buio si fece liquido come inchiostro. Avvertivo solo il freddo dei sassi umidi che mio padre aveva raccolto in riva al fiume. Quando avevano messo le pietre intorno al pozzo mio padre aveva la mia età e un amico solo, il cane Astolfo. I sassi del pozzo conservavano il tepore delle sue mani e l’odore di una bella avventura.
Poi un giorno il pozzo era stato chiuso. Il vecchio Astolfo c'era caduto dentro e mio padre aveva pianto per un anno intero. Il coperchio era la porta scorticata di una vecchia stalla. La superficie argentata e appiccicosa sembrava impregnata di vernici magiche: color notte di plenilunio e alba di brina. Scostandola vidi un bagliore, un lampo lontano, intermittente e regolare, come una lucciola che muore.
E fu così che quella notte scoprii il nascondiglio della luna. Se ne stava in un angolo remoto sul fondo del nostro pozzo. Era piccola e lontana. Sembrava triste, spaventata. Le dissi di non temere- non l’avrei detto a nessuno. Non capita spesso di scoprire la luna nel pozzo del proprio giardino. Credetemi, una cosa del genere ti cambia la vita. Io che avevo paura di tutto divenni coraggiosa. Decisi di scendere rischiando di rompermi il collo e lo feci con la carrucola arrugginita e l’aiuto di Geremia, il cavallo.
La luna è tornata all’alba. Una sottilissima falce luminosa tra veli rosa. Quando ero sul fondo del pozzo ho visto mio padre. Giocava con il suo cane Astolfo accanto al fiume. Era felice.
(g.i.)
Sunday, December 11, 2011
INSIDE KABUL- INSIEME CALPESTIAMO LA GUERRA
"Inside Kabul" è un evento che si terrà il 14 dicembre al Drugstore Gallery in Via Portuense, 317 a Roma. L'evento è al contempo presentazione del libro fotografico di Danilo Marino, anteprima del documentario "Inside Kabul" e Campagna "Calpesta la Guerra". Un evento coraggioso e magico, per annientare la guerra con la magia di un tappeto volante.
L’obiettivo permette spesso inopinate proiezioni nel tempo: così Danilo Marino ha scattato, e poi nel suo studio rivisto, carcasse di carri armati coperte di polvere, abitate da torme di bambini, come fossero monumenti dimenticati in una piazza di periferia.
Ha trovato un abito a fiori appeso ai suoi ricordi di viaggiatore. Ha ripercorso il mercato e i giardini di Babur, dove gli uomini si rifugiano all’ombra di uno straccio appeso a un filo. Ha ricordato, uno per uno, i nomi dei bambini Hazara i cui volti, dopo averli visti è impossibile dimenticare.
Questa la sua Kabul, fatta di sguardi e di gesti - l’uomo che afferra la bicicletta, una mano che giace vicina al bicchiere di tè, i bimbi seduti nella luce di un bovindo a leggere un libro, le donne intente a cucire - di persone con sogni, sorrisi e sguardi dritti.
Danilo Marino nasce in Svizzera nel 1975. Vive a Roma dove ha conseguito il Master in Fotogiornalismo presso lo ISFCI. Opera come reporter free lance. Qui si occupa di temi sociali, del fenomeno dell’immigrazione e dell’integrazione. Collabora attivamente con CooperAction Onlus.
Saturday, December 10, 2011
DONNA FONTANA

A goccia a goccia
ripeteva una storia
sotto il muretto torto
sotto il sole corto
sotto il mio sguardo assorto
l’albero vicino azzittiva
con tutti i suoi uccelli
con tutti i suoi frutti maturi
pronti a cadere al suolo
diceva qualcosa di strano
una storia simile a un nastro
di seta liscia liscia scorreva
sulla lingua sul viso
senza capire bevevo
senza dissetarmi vivevo.
(g.i.)
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DONNA DI CARTA
Carlo Vincenti [1946-1978]Questa notte
non ho voglia di farmi calpestare
sul marciapiede
come un giornale
sono stanca di fermarmi
sono stanca di passeggiare
voglio essere un sasso
voglio andarmi a posare
sul fondo del mare. Che fate
sirene, perché non cantate?
Prendetevi le gambe e la rete
datemi la coda e le squame.
Voglio provare
a trascinare un uomo
sul fondo nel fuoco
dove tutto è iniziato.
(g.i.)
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Friday, December 9, 2011
UNA LETTERA DAL NORD

A tutti coloro che aspettano risposte dedico questo scritto di Tomas Transtromer, premio Nobel per la Letteratura 2011.
Risposta a una lettera di Tomas Transtormer.
Nel cassetto in basso trovo una lettera arrivata per la prima volta ventisei anni fa. Una lettera scritta nel panico che continua a respirare anche quando arriva per la seconda volta. Una casa ha cinque finestre; da quattro scintilla chiara e immobile la luce del giorno. La quinta finestra guarda un cielo cupo, tuono e tempesta. Sono accanto alla quinta finestra. La lettera. A volte un abisso immenso separa il martedì dal mercoledì, ma ventisei anni possono passare in un istante. Il tempo non è una linea retta, piuttosto un labirinto e se ti premi contro il muro nel punto giusto puoi sentire passi frettolosi e voci, puoi sentire i tuoi passi dall'altra parte. Ha ricevuto una risposta quella lettera? Non lo ricordo, è stato tanto tempo fa. Le innumerevoli soglie del mare hanno continuato a vagare. Il cuore ha continuato a guizzare ogni istante, come un girino nell'erba bagnata in una notte d'agosto. Le lettere senza risposta si accumulano, come cirrostrati che si gonfiano di tempesta. Oscurano i raggi del sole. Un giorno risponderò. Un giorno quando sarò morto e finalmente libero di raccogliere i miei pensieri. O almeno così lontano da qui da riuscire a ritrovare me stesso. Poco fa, appena arrivato, ho passeggiato nella grande città. Nella venticinquesima strada, in vie tortuose di spazzatura danzante. Io, che amo vagare ed emergere con la folla, una T maiuscola nell'infinito corpo di un testo.
(Reply to a Letter- Tomas Transtromer traduzione dall'inglese di Giovanna Iorio)
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DONNA ALBA
Donna-alba
Prima che ci scovi la luce
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N° 3 LA MANO DI SABBIA

V’ era in quella distesa di sabbia
la linea contorta del tempo: silenziosa
rugosa solitaria. La vedevo scorrere sotto le dune fino
al mare azzurro d’ aria. Cinque dune del deserto:
il palmo, le dita, una mano.
(g.i.)
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QUANDO DIO E' UNA DONNA
Vi consiglio di arrivare al Teatro India di corsa e all'ultimo minuto per vedere "Lettera di dio all'umanità". Una corsa in macchina perché la babysitter arriva in ritardo e dalla Cassia a Trastevere è una cometa natalizia di luci rosse e bianche. Una corsa fino a quando finalmente vediamo il "Teatro India" e - miraggio! - uno spazietto angusto appena sufficiente tra una vettura dell'AMA e un altro spettatore di "Lettera di dio all'umanità" che ha appena parcheggiato. Ci vede e risale in macchina. Ci fa posto, ci stiamo anche noi. Solidarietà tra persone che navigano verso la stessa meta. Tutti di corsa al botteghino - una corsa vera e propria con tanto di sprint finale e fiatone che impedisce di dire "due biglietti per favore" per cui sembra che chiediamo "due etti di un fiore". Finalmente entriamo. Sono le 18:01. Ce l'abbiamo fatta!
Mentre tutto questo ci viene rivelato e danzato, il cuore rallenta seguendo il passo dolente del Requiem di Mozart. Le donne ad un tratto diventano quattordici. Ballano e si spogliano, coprendosi il volto prima di far compiere l'ultimo disperato giro di vite alla vita.
E' finito. E' finita. Dio ci ha lasciato. Siamo di nuovo noi. Siamo di nuovo soli. Usciamo all'aperto dove nulla è cambiato. Siamo stupiti che il mondo fuori abbia continuato a fare rumore mentre noi tenevamo il fiato sospeso e cercavamo pieni d'ansia tra le costole, laddove avevamo sentito uno strano dolore (l'anima forse?). Solo la luna sembra diversa. Si è arrampicata in cima alla torre di metallo. L'occhio di luce di un faro. Magia di un teatro che riesce a guidare i marinai smarriti nel porto.
Lettera di Dio all’umanità
Testo Franco Arminio
uno spettacolo ideato, coreografato e diretto da
Gloria Pomardi
con Maria Laura Baccarini e Gloria Pomardi
e con Valeria Baresi, Stefania Canini, Giulia Brenzan, Marianna Cifarelli, Luana D'Anzi, Erika Iannello, Marta De Loanna, Monia Marini, Valeria Meoni, Paola Pagano, Rosa Montesdeola, Beatrice Kessi
musiche Wolfgang Amadeus Mozart | REQUIEM KV626 in Re minore
istallazione Andrea Aquilanti
abiti di scena Maria Grazia Tata
disegno luci Jan Maria Lukas
con la collaborazione di Raffaella Mattioli
assistente alla coreografia Marta De Loanna
foto Elena Bono
Marco Mattolini
prodotto da Associazione Culturale Beat '72
in collaborazione con Teatro di Roma
orari spettacolo
6,7,9 dicembre ore 20.30 | 8 dicembre ore 18.00
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Tuesday, December 6, 2011
DONNA DI LANA
scaldava a ore
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Sunday, December 4, 2011
SPOSE VERGINI

SPOSE VERGINI
sempre pallide
falci di luna e chiocciole
di lumaca intorno all’anima
sedute sui muretti
come sassi assopiti
aspettano mariti
dalla bocca vapore
di minestre antiche
sul viso belletto
di polvere e farina
offrono intonaco e pane
su piatti sfioriti
entrano in letti profumati
d’acqua santa e fiori d’arancio
nuotano nel mare
di lenzuola agitate
in bauli pesanti
evaporano all’alba
al primo rossore
del volto del sole di loro
non resta che il guscio
e la bava.
(g.i.)
LETTERE DI DIO ALL'UMANITA'
cadono gli alberi
senza incontrarsi.
POESIA DAL SILENZIO
Tomas Transtromer, Premio Nobel per la letteratura 2011Thursday, December 1, 2011
SCRITTURE OSTINATE

Testarda
come un fiore
come un filo d'erba
solleverò l'asfalto
giuro non mollerò
lo giuro al polline matto
che mi soffia
sul cuore
lo giuro alla collina
che mi abbaglia col suo verde
lontano
lo giuro a questa frana
di sogni che corrono
sul fiume di parole
vuote parole nuove.
g.i.
Ai lettori ostinati propongo il libro "Erbacce", un'antologia di racconti che raccoglie alcuni tra i più grandi autori indiani contemporanei: racconta l'India che ancora esiste, che ancora resiste strenuamente alla globalizzazione, l'India di un passato prossimo che convive e sorregge ancora un presente frenetico, ultimo baluardo di un'etica che si frantumerà come i sogni di Shiva. Ma ci parlano anche della trasformazione in atto, di un paese scosso e messo a dura prova dalle profonde contraddizioni tra un passato ancora presente e un presente già proiettato nel futuro; un paese in cui convivono l'ideologia del dharma, che impone all'individuo di fare di sé una persona migliore e i dettami del capitalismo imperante, che impone la scalata tutta esteriore al potere e al possesso. Ecco un paese dove accanto all'indigenza, le malattie, la fame si sta sviluppando un'economia in crescita esponenziale, dove Bangalore è la nuova Silicon Valley, tutta grattacieli e call center pieni di ragazzi che rispondono alle chiamate da tutto il mondo.
Titolo: Erbacce. Racconti indiani
Traduttore: Vezzoli D.
Editore: Gaffi Editore in Roma
Collana: Godot
Data di Pubblicazione: 2009
ISBN: 8861650309
ISBN-13: 9788861650305
Pagine: 258
