Tuesday, August 31, 2010

IL VOLO DELL'AQUILA


Oggi ho assistito ad una serie di eventi che se connessi potrebbero definirsi soprannaturali.
Ma soprattutto ho visto con i miei occhi la forza magnetica dell'amore, la profondità infinita del dolore, la bellezza non indifferente della natura.
Un anno fa un ragazzo di 17 anni perdeva la vita non poco lontano da qui. Sul web c'è ancora l'articolo http://www.vignaclarablog.it/200907026529/incidente-mortale-via-dellacqua-traversa-la-dinamica/#comment-22793

Lo scorso anno, tornando a Roma sono rimasta colpita da questa tragedia così vicina al mio percorso quotidiano. Oggi nel punto dove è morto Manuele ci sono tanti girasoli. Stasera passando ancora una volta nel luogo dell'incidente ho visto una donna che annaffiava i fiori. Mi sono fermata a parlare con lei e d'un tratto, mio marito (rimasto in macchina) ci ha chiamato perché c'era un'aquila che volteggiava su di noi, illuminata dal sole.

Stasera dedico un post a Manuele, così si chiamava, che (scopro solo ora su internet http://www.facebook.com/photos.php?id=218834900211 ) avrebbe compiuto 19 anni il 29 luglio (quindi 2 giorni fa!)

Era davvero un'aquila bellissima quella che volava su di noi.




IL VOLO DELL'AQUILA

Oggi mi sono fermata
a salutare la donna che annaffia i girasoli,
il sole li inondava di giallo e di calore

mi sono fermata e ho trovato il coraggio
di dire alla madre che amo quei girasoli
e la scritta sul muro “tutte le parole che non ti ho detto”

e proprio oggi passando
ho detto a mio marito di fermare l’auto
e sono scesa con mio figlio Riccardo in braccio
per abbracciare il suo coraggio
con qualche parola

mio figlio invece voleva toccare
i girasoli

il sole ha illuminato un angolo di cielo remoto
e ci ha salutato volteggiando leggera
un’aquila.

Buon compleanno.

Sunday, August 29, 2010

ULTIMA DOMENICA DI AGOSTO

Foto di Richard Barnes

Domani si torna a lavoro. Tutto ricomincia, tutto da rifare, tutto da riconquistare...
Tanti progetti e tante idee da realizzare: lesson plan! Secondo alcuni esperti dell'arte dell'insegnamento conta molto la programmazione, progettare la lezione.

Ebbene domani si comincia a progettare, ma nel mio caso solo a grandi linee perché i veri protagonisti sono gli studenti e non riesco a programmare senza averli conosciuti, incontrati, ascoltati...

Ho letto con immenso piacere un articolo di Michele Neri sull'inserto D (La Repubblica 27 agosto), s'intitola "Due o tre cose importanti che soltanto agosto ha capito di noi". A volte leggo delle cose in cui mi riconosco alla perfezione. E' come infilarsi un guanto che ti sta a pennello! Quasi una magia...

Ebbene in questo articolo, accompagnato dalle bellissime foto di Richard Barnes, leggo: "Agosto è il più umano dei mesi. Sovrano dei calendari è il più denso, solitario, malinteso. Mese specchio di confronti e confessioni. Giorni che fanno tornare indietro di anni perché a strapiombo sul futuro. Mese con due fini, la prima al centro, aguzza come il Cervino a quota 15. Agosto racconta di noi meglio di ogni altro momento. Più o meno nudi, disarmati in spiaggia come per qualsiasi strada, non ci accorgiamo di esporre più di quanto sappiamo di noi. Siamo arte senza cornice e a questo ottavo ed estremo mese cerchiamo di dire che vogliam ancora essere qualcuno che crede in qualcosa. (...)"



Siamo arte senza cornice. Quanto mi è piaciuta questa frase! Fotografa il desiderio di libertà infinito, di espressione incondizianata! E soprattutto...al diavolo la programmazione, il lesson plan, insomma la cornice che condanna la conoscenza al rigor mortis della routine scolastica.

Insomma quest'anno devo riuscire a far amare Manzoni a quindicenni innamorati di ipod, ipad e mp4 (i nomi tecnologici dei nipotini di Paperino)! Fatemi gli auguri! Ditemi in bocca al lupo! Quanti nemici, ma credetemi gli studenti sono i miei alleati.

Ah, sto per trasformarmi in don(na) Chisciotte e armata dei miei libri combatterò mulini a vento (in realtà ho imparato che il vento va seguito e bisogna andare dove ti spinge l'uragano - come Dorothy del Mago di Oz). Ho anch'io le mie scarpette rosse, magiche e infaticabili, le mie muse, i miei complici...segreti e silenziosi sono loro le mie lesson plan.

Agosto, arrivederci. Ti ringrazio mese generoso e solitario, mese delle valigia, mese che insegna a chiudere una casa intera in una borsa, a vivere fuori di casa, mese che insegna che la tra la noia e la gioia c'è di mezzo solo qualche consonante e un po' di coraggio... Grazie Maestro Agosto! Spero di farcela anche quest'anno a mettere in pratica quello che mi hai aiutato a capire di me, del mio mondo, della mia vita. Ogni anno credo che l'impresa è troppo ardua, ma poi qualcosa mi spinge avanti verso la meta, la prossima estate, ritrovare me stessa e riflettere... il prossimo agosto.

Nel frattempo mi annoto il saggio consiglio di Aristotele, perché sia la calma la mia parola d'ordine in questi mesi futuri. Dice il filosofo "adirarsi è facile ma non è assolutamente facile e non è da tutti adirarsi con la persona giusta, nella misura giusta, nel modo giusto, nel momento giusto e per la causa giusta". Provare per credere!

Per concludere se vi accingete a tornare a lavoro con una forte invidia per chi invece sta per cominciare le vacanze fate come suggerisce Michele Neri nell'articolo su citato "Diffidate di chi fa le vacanze in settembre. Lavorare in agosto è tenere ferma e invisibile la parte mobile e profonda di sé". Il 31 agosto finisce l'estate per la seconda volta (la prima è il ferragosto!)...chi è pronto ricominci allora!

Thursday, August 26, 2010

IL MITO DEI GIGANTI


Bellissimo il progetto dei tralicci a forma di uomini per salvare il paesaggio. Mi fanno pensare ai giganti di Pirandello e alla profetica battuta "I Giganti vincono sempre. I Giganti perdono sempre".




Appunti sulla prima edizione dello spettacolo "I giganti della montagna" di Luigi Pirandello

regia: Giorgio Strehler
scene: Gianni Ratto
costumi: Ebe Colciaghi
musiche: Fiorenzo Carpi
maschere: Marta Latis


Dal Programma di sala 1947/48

Il mito dei Giganti

Potrà sembrare strano ma occorre forse, per entrare con facilità in questo mito, che è il mito dell'arte ma è anche una concreta storia umana, in cui realtà e trasposizione cosmica si fondono quasi sempre con una felicità ineguagliabile, una disposizione candida, una ingenuità di sentire che si incanti dei lampi finti, delle luci, delle apparizioni, come possono incantarsi dei bambini: bambini che sanno già troppo, certo, ma sempre pronti ad un gioco di poesia.

E di questa, nei Giganti della montagna, ce nè molta. Mai ha tanto saputo distendersi, rompere ad un certo punto una disperata dialettica per raggiungere una serena misura di canto. Proprio in questa poesia, il dramma di Ilse e dei Comici arrivati una notte improvvisamente in una misteriosa villa ove vivono dei candidi illusi, ubriachi di infinito, fuori della vita, e costretti dalla loro stessa frenesia ad abbandonarla per recitare in mezzo ai "Giganti" che uccideranno Ilse inevitabilmente, acquista il suo sapore eterno.

Potrebbe essere la formula che inchioda il nucleo ideologico della commedia e che suggerisce la coerente soluzione al dramma incompiuto. Ilse rinuncia all’assoluto, al non essere, per combattere la sua battaglia in mezzo agli uomini, tra i Giganti. E i Giganti la uccideranno.

Non è un rifiuto cosciente, responsabile, positivo, ma la gelida indifferenza, l’assenteismo che ucciderà con Ilse la poesia. Lo schema teatrale Ilse-teatro/Giganti-pubblico rispecchia il rapporto poesia-società.

I Giganti siamo noi, in agguato nella vita di ogni giorno, ogni qual volta ci rifiutiamo alla poesia e, con la poesia, all’uomo.E

cco il senso e la ragione della scelta di un testo che acquista nuova luce dal "contesto" storico nel quale ci muoviamo: una società che si lascia sempre più condizionare dalle proprie stesse strutture, una società che diviene ogni giorno più insensibile e refrattaria al richiamo dell’arte, e sembra quasi volersi rendere incapace di far poesia, di capire poesia, di amare la poesia.

Dal sito
http://www.pirandelloweb.com

I COLORI DI ROMA: IL BIANCO


Un racconto di Erri De Luca

Il colore di Roma nel '77 fu il bianco acceso della calce idrata. Io lavoravo in un cantiere
Un racconto di De Luca con l´opera di Ontani: parte la nuova serie dei racconti in città
di Erri De Luca
Il bianco non è un colore, è una cancellatura. Dentro una casa, anche una sola stanza presa in affitto, per prima cosa mi serve togliere le ombre altrui dai muri e dal soffitto. Le ombre lasciano unto là dove si appoggiano.
Bastano un paio di mani di pennello, poi posso inaugurare il primo sonno.
Al tempo in cui cambiavo spesso stanza, la vernice lavabile era cara. Si usava quella a tempera oppure, più economica, la calce diluita. La preferivo, allora come adesso. Fa spiccare un bianco di ospedale, disinfetta. È bello vedere la propria ombra sopra un bianco fresco appena steso. È più bello di altri nero su bianco, che hanno la pretesa di durare.
Il poco inconveniente della calce è che ad appoggiarsi ci s´impolvera. Ma perché uno deve appoggiarsi a una parete?
Ho fatto l´imbianchino delle mie stanze. Nel palazzo fa piacere che l´inquilino nuovo stia dipingendo i muri. Dà l´impressione di persona pulita. I vicini sospettano ogni vizio di un inquilino nuovo. Passano davanti alla porta senza bussare, ma indagano col naso. Fa piacere se viene buon odore. Mettevo un deodorante nell´ingresso. Bastano pochi accorgimenti per farsi dimenticare.
Il colore di Roma dell´anno 1977 fu il bianco acceso della calce idrata. La lavoravo nei primi cantieri della mia vita, quando non c´era più Lotta Continua e d´improvviso non appartenevo a niente. Ai compagni che chiedevano a se stessi e a me, dopo un bel pacco di anni rivoluzionari: e adesso? Rispondevo: «Adesso si va alla malora, ma ognuno per sé». Io avevo scelto la mia.
Era bianca la calce, da abbagliare se ci sbatteva sopra il sole. Dopo le otto ore restava sulle mani a roderle, l´acqua non la portava via. Se ne fermava in qualche piega e rosicchiava.
Il bianco della calce non cancellava niente degli anni precedenti, però separava. Era iniziata un´altra vita, scardinata. I giorni sul cantiere portavano forza al macero, non andavano da nessuna parte. Fare l´operaio è girare una macina finché non smette il giorno. Quello seguente e gli altri sono soldati allineati e pronti a farsi abbattere.
La compagna si abituava, io no. Ho saputo allora che una donna contrasta meglio le perdite. Per me quello era il tempo dell´estirpazione, mi dovevo staccare. Stentavo a guadagnare un po´ di resistenza sul cantiere, far avanzare forze per la sera, per me. La compagna restava al braccio che non l´abbracciava, legata intorno al polso della mia mano in tasca. C´è un eroismo di donna, in amore e in guerra, diverso dal maschile che è uno scatto in avanti, un impulso improvviso. L´eroismo di donna è attaccamento, una fedeltà di trincea.
Era il tempo del bianco sui muri di Roma. Si cancellavano le nostre scritte. Bastava lasciarle sbiadire, invece si voleva raschiare dai muri le parole per toglierle di bocca.
Il bianco serviva a ammutolire. Era il 1977, trecentosessanta mesi fa, quanti i gradi dell´angolo giro.
Alla compagna non disturbava il mestiere che mi spellava le mani e mi lasciava indietro. Ascoltavo da lei le novità, il racconto del giorno. Era stata a un´assemblea, poi a una riunione, poi a dare un volantino. Continuava il compito senza di me. L´università era stata occupata. Il giorno che venne il capo sindacalista col suo servizio d´ordine, non andai in cantiere.

Lavoravo pesante, non cercavo la mansione leggera, accettavo più volentieri la peggiore, così non toglievo a qualcuno. Stare in fondo alla scala ha il vantaggio di non avere intorno chi farebbe a cambio. Fuori continuava una lotta politica che trasformava la città in boscaglia. Squadre speciali di agenti in borghese, inventate da un ministro degli Interni che aveva letto qualche libro sulla controguerriglia, facevano sortite. Tutte le manifestazioni erano vietate. Il blocco era forzato quasi ogni sabato. Si andava allo sbaraglio per non ritirarsi, per non darla vinta.
Al nord le lotte di fabbrica duravano. Era diventato politico il verbo durare. Di quelle lotte amavo la loro facciata di uguaglianza. La compagna anche lei durava dalla parte del braccio. Una sera di calce fin dentro le orecchie le dissi che andavo al nord, a Torino, alle fabbriche, dove continuava quello che era iniziato da molto e non poteva finire così. Disse che era pronta. Dissi di no, che andavo solo, mi spettava quello. Lei disse che non era giusto. Pensai: che c´entra il giusto e lo sbagliato dentro questa malora? Ridisse che non era giusto. Io m´irritai di quell´ingiusto che non capivo, lei si addolorò perché l´ingiustizia era già dappertutto intorno a noi e ora anche tra noi. «Molti di noi spariscono, s´infilzano un ago in vena, s´infilano nella lotta armata, affollano prigioni. Stiamo in una centrifuga, si schizza dappertutto. Questa è la tua città, il tuo posto. Io non ne ho. Vado dove continua».

«Tornerai, finirà anche al nord».
«Andrò dove continua».
«Niente continua, però noi possiamo».
«Noi chi? Il nostro noi è la fuori».
«Vengo con te».
«A fare cosa? Come?».
Mise la mano sottile, scura, sopra la mia imbiancata.
«Siamo spacciati ed è giusto l´inizio».
«Tu vedi tutto bianco, cancellato, ma noi ci siamo ancora».

Potevo stare, potevo darle retta? Mi cercavo risposta. Il corpo era chiuso, finiva l´anno uno del lavoro salariato, primo di venti. I pensieri facevano il rumore dei numeri dentro il cesto della tombola. Potevo aggiustami un´altra vita? Vedevo qualcuno di noi che si accampava fuori le stanze di qualche potere, in cerca di spiraglio per entrare. Era la cosa opposta alla vita svolta fino allora. Implicava di negarla. Mi risposi di no, un no nero come un´ombra al sole.
Non venne al binario del treno per Torino. Il travertino bianco della stazione Termini era la porta di Roma e si chiudeva. L´ultima volta che l´ho incontrata, qualche anno fa a Roma, dov´è rimasta sempre, già facevo lo scrittore. Non c´è stato saluto. Giusto, non eravamo noi, né c´era intorno, addosso, l´anno ‘77, nodo scorsoio nella vita di molti noi di allora.


(26 agosto 2010)

ROMA, ETERNA CITTA', ACQUASANTIERA E PORTACENERE



Una immagine di Roma, da "Il fu Mattia Pascal" di Luigi Pirandello


Perché sta a Roma lei, signor Meis?».

Mi strinsi ne le spalle e gli risposi:

«Perché mi piace di starci...».

«Eppure è una città triste» osservò egli, scotendo il capo. «Molti si meravigliano che nessuna impresa vi riesca, che nessuna idea viva vi attecchisca. Ma questi tali si meravigliano perché non vogliono riconoscere che Roma è morta.»

«Morta anche Roma?» esclamai, costernato.

«Da gran tempo, signor Meis! Ed è vano, creda, ogni sforzo per farla rivivere. Chiusa nel sogno del suo maestoso passato, non ne vuol più sapere di questa vita meschina che si ostina a formicolarle intorno. Quando una città ha avuto una vita come quella di Roma, con caratteri così spiccati e particolari, non può diventare una città moderna, cioè una città come un’altra. Roma giace là, col suo gran cuore frantumato, a le spalle del Campidoglio. Son forse di Roma queste nuove case? Guardi, signor Meis. Mia figlia Adriana mi ha detto dell’acquasantiera, che stava in camera sua, si ricorda? Adriana gliela tolse dalla camera, quell’acquasantiera; ma, l’altro giorno, le cadde di mano e si ruppe: ne rimase soltanto la conchetta, e questa, ora, è in camera mia, su la mia scrivania, adibita all’uso che lei per primo, distrattamente, ne aveva fatto. Ebbene, signor Meis, il destino di Roma è l’identico. I papi ne avevano fatto – a modo loro, s’intende – un’acquasantiera; noi italiani ne abbiamo fatto, a modo nostro, un portacenere. D’ogni paese siamo venuti qua a scuotervi la cenere del nostro sigaro, che è poi il simbolo della frivolezza di questa miserrima vita nostra e dell’amaro e velenoso piacere che essa ci dà.»

Tuesday, August 24, 2010

IL PALAZZO DELLE BICICLETTE

Il negozio di biciclette di Christian Petersen, Altlandsberg- Germania


Per chi ama la bicicletta, ecco una interessante nota sulla presenza delle amate due ruote in letteratura. :)





Giovanna Bosi Maramotti
La bicicletta nella letteratura
Note in margine

Nell'ormai lontano 1987, la presentazione a Casola del volume Viaggio in bicicletta (1), pubblicato dall'editore Boni, offrì l'occasione di riportare l'attenzione sugli scritti di Oriani che hanno il loro centro sul più domestico e semplice veicolo che l'uomo abbia inventato. Si intrecciò allora tra i due presentatori - sui quali incombeva gigantesca, massiccia, pur nella sua essenzialità strutturale, la bicicletta dello scrittore - un dialogo che, in parte, coinvolgeva anche il pubblico. In verità, il nostro era un dialogo che si scindeva in due monologhi, ora intrecciati ora divaricantisi, secondo un disegno prestabilito (ma continuamente scompigliato) che affidava all'uno la trattazione più precisa, più tecnicamente e storicamente esatta; all'altra, una rapida scorreria tra la cosidetta letteratura della bicicletta. Nella divisione dei ruoli era, ed è leggibile la radicata convinzione della scarsa scientificità femminile, e la scontata predilezione delle donne per il romanzo, la poesia, il libro di memorie. La provocazione, pur in tempi di femminismo avanzato, fu accettata, ma un netto discrimine tra i due ruoli era difficile da rispettare. Le invasioni di campo, specie da parte maschile, ci furono, e ci saranno anche ora, in queste pagine del 4° Quaderno del Cardello. Una attenuante si può accettare, ed è data dalle conoscenze storiche e letterarie, oltre che dall'esperienza ciclistica sportiva del direttore della Biblioteca Oriani (seguace in questo dello scrittore casolano). C'è da aggiungere che le letture fatte dall'una e dall'altra parte per l'occasione, nonostante gli sforzi per tenere reciprocamente nascoste le fonti, erano per lo più le stesse. Onestamente devo ammettere che furono più numerose le indicazioni che Ennio Dirani mi veniva via via fornendo di quelle che potevo comunicare io a lui, attento lettore, e, per di più, cultore appassionato, oserei dire accanito, della bicicletta. Come competere con chi sapeva quanti chilometri poteva fare all'ora una bicicletta greve come quella di Oriani, quali vantaggi porta il cambio di rapporti e le innumerevoli altre innovazioni tecniche, ovviamente ignote cento anni addietro?
Allora fu un discorso diretto, volto a trattare l'argomento con un leggero tocco di ironia, con scambio di battute; una conversazione, insomma, senza pretese.
Riprendendo a distanza di tempo il tema e dovendo trasferire in un testo scritto quello che allora fu quasi uno scherzoso gioco, le difficoltà si presentano in tutta la loro asprezza, e l'argomento, toccato e trattato come un divertissement estemporaneo, reclamerebbe un ben diverso approccio.
Fedele al mio iniziale compito, decurtato però di tutta la parte riferita ad Oriani (e non è poco!), che il mio compagno di squadra ha maschilisticamente reclamato per sé, in considerazione del fatto che nel 1989 sulle orme di Oriani ha ripercorso, fin nei minimi particolari, il viaggio descritto nelle pagine di Sul pedale, mi pongo preliminarmente il problema di che cosa si intenda per «scrittori della bicicletta», o di «letteratura della bicicletta», o meglio, della bicicletta nella letteratura.
A mio avviso, l'oggetto in questione si accampa come tema dominante in pochissimi scrittori, in numero infinitamente scarno in confronto al numerosissimo, vario e diversissimo uso del mezzo. Negli altri scrittori comunemente citati e ricordati, la presenza della bicicletta o serve di supporto a qualcos'altro (appunti di viaggio con excursus letterari, storici, geografici), o si inserisce nel quotidiano ritmo di vita narrato, o è divenuta, nella memoria, immagine nostalgica di un momento magico dell'infanzia e dell'adolescenza.
Basta sfogliare il volume Scrittori della bicicletta (2) a cura di Nello Bertellini, per accorgersi che gli autori posti nell'antologia hanno, nella maggior parte, scritto i loro racconti o le loro memorie ricordando, con maggiore o minore rilevanza e intensità, la bicicletta, ma non ne hanno fatto la protagonista assoluta. È la compagna silenziosa dei loro sogni, dei loro desideri, dei loro amori. Altro calore hanno le pagine di Oriani, che pure si permette qualche deviazione: fanno sentire quale profonda, intima gioia (una delle poche) essa ha dato al solitario del Cardello, quale senso di libertà gli offriva il semplice mezzo di locomozione che riusciva a togliere ombre e cupe malinconie ad una solitudine quasi disperata.
Non è sufficiente trovare scritto la parola «bicicletta», per inserire l'autore fra gli scrittori della stessa. Valga come esempio la vaghissima poesia del Pascoli, intitolata proprio La bicicletta, sulla quale ritornerò.
Forse la vera letteratura della bicicletta si trova nel giornalismo sportivo di alta classe, quando ormai non si parla più di passeggiate campestri o in collina, ma di gare, di campioni, di giri d'Italia (o di Francia). Qui troviamo i nomi illustri del giornalismo italiano, da Orio Vergani a Gianni Brera, da Enrico Emanuelli a Giovanni Comisso, Dino Buzzati, Mario Soldati, Alfonso Gatto e a tanti altri. Scrittori autentici, prestati al giornalismo sportivo.
Se mai si volesse seguire la storia della bicicletta nell'arte, mi parrebbe più convincente, e visivamente tradotta in tutta la sua dispiegata forza, quella che emerge, con chiarezza, nei pittori, dall'inizio del secolo ad oggi, dalla Vertigine dinamica di Boccioni o dall'«ingrato, brutale ciclista» di Mario Sironi alla squadrata piena immagine del contadino di Nino Melloni del 1983 o alla solitudine e malinconia della Bicicletta sul mare di Giuseppe Viviani del 1941. Ma non è questo mio compito né sarei in grado di condurlo degnamente a termine.
Ho sfogliato di recente il bel volume di Remo Ceserani, Treni di carta (3), che rintraccia nella letteratura i segni lasciati dall'apparire, espandersi e imporsi della via ferrata, da quella immagine sempre affascinante del treno, divenuto metafora della vita umana. Mi è venuto allora da chiedermi se la bicicletta ha prodotto gli stessi effetti sui costumi, sui modi di vita, sui ritmi di lavoro, sulla percezione dello spazio e del tempo. Non nella stessa misura, senza dubbio, ma in qualche modo, pur nella sua domestica dimensione, essa ha contribuito a liberare l'uomo dal suo pesante, lento passo, a dargli il senso della velocità, del distaccarsi del corpo dall'attrazione della terra; gli ha dato la possibilità di vedersi e sentirsi padrone di un movimento moltiplicato, regolato dalle sole sue forze.
La storia della bicicletta dalla fine del secolo XIX ai giorni nostri segue un percorso parallelo alla stessa nostra storia sociale ed economica, registra i mutamenti di abitudini che vanno al di là del semplice oggetto di desiderio, quale fu la bicicletta per intere generazioni. La letteratura ha assunto la bicicletta nel suo impasto linguistico, nei suoi tessuti narrativi; ha accompagnato, passo a passo, l'ingresso temuto, inquietante nelle strade acciottolate delle nostre città, e la successiva naturale, prevaricante presenza nella vita degli uomini e delle famiglie.
Negli scrittori nati dopo la prima guerra mondiale diventerà una costante, quasi un luogo comune, il ricordo della bicicletta associato al felice compimento degli studi superiori. Ma tra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento intitolare uno scritto La Bicicletta o In bicicletta, come fecero rispettivamente Oriani e Guerrini, aveva il valore di una irruzione impropria, trasgressiva nell'ancora paludata prosa del mondo letterario. Poteva, al più, far capolino in una poesia, come nella lirica di Giovanni Pascoli, dal titolo appunto La bicicletta (4); ma anche i più devoti sacerdoti del pedale dovranno compiere un immane sforzo ermeneutico per collocare Pascoli tra i cantori della bicicletta! Attraverso balenii di immagini vaghe, inafferrabili, c'è sempre il mondo misterioso, allusivo, percorso da voci e suoni appena percettibili, proprio del Pascoli. La percezione del reale è affidata a quel «dlin... dlin» del campanello, a quella «piccola squilla» che rompe una tessitura di pensieri indefiniti.
I bellissimi versi: «Mia terra, mia labile strada, / sei tu che trascorri o son io? / Che importa? Ch'io venga o tu vada, / non è che un addio!», oppure: «Ma bello è quest'impeto d'ala, / ma grata è l'ebbrezza del giorno. / Pur dolce è il riposo... Già cala / la notte: io ritorno», sfiorano un'ombrata immagine della bicicletta, sempre solo suggerita da quel dlin dlin del campanello, ma in realtà aprono spazi immensi di pensiero, nei quali realtà e sogno, vita e morte si intrecciano in un universo popolato di fantasmi.
Sempre Pascoli, che, se prestiamo fede alla sorella Mariù, non andava in bicicletta, finisce con l'accogliere questo nuovo oggetto, quasi un alieno, nel suo paesaggio di natura, di animali, di uomini e cose: «Guardi chi passa nella grande estate: / la bicicletta tinnula, il gran carro / tondo di fieno, bimbi, uccelli, il frate / curvo, il ramarro» (5). Non lo si potrà però mai considerare poeta della bicicletta per questi lievi accenni.
Nella poesia italiana (e dicendo poesia non mi riferisco al verseggiare facile di matrice artigianale), la bicicletta si affaccia in fugaci apparizioni, a sottolineare uno stato di felicità, di giovinezza, di grazia. Così essa balena, rossa, lucente, nella giovinetta di Gozzano: «rapidamente in vista apparve una ciclista a sommo del pendio», che affida al poeta la bicicletta per accompagnarsi a piedi con la signora, amica della mamma (6). «Condussi nell'ascesa / la bicicletta accesa d'un gran mazzo di rose». La stupenda immagine di quella «bicicletta accesa» resta negli occhi e nella memoria del lettore, ma non costituisce il motivo dominante della poesia. È quell'adolescente «forte bella vivace bruna / e balda nel solino dritto, nella cravatta, / la gran chioma disfatta nel tocco da fantino», che insinua in Gozzano una sottile malinconia, un amaro rimpianto di beni mai goduti e che suscita anche un impietoso confronto tra la fanciulla e la signora ormai matura della cui «amicizia particolare» sente il peso: «da troppo tempo bella, non più bella tra poco, / colei che vide al gioco la piccola Graziella». La bicicletta ricompare nell'addio, rapido quanto le ruote agilmente mosse: «Dalle mie mani, in fretta, / tolse la bicicletta. E non mi disse grazie. / Non mi parlò. D'un balzo sali, prese l'avvio; / la macchina il fruscio ebbe d'un piede scalzo, / d'un batter d'ali ignote, come seguita a lato / da un non so che d'alato volgente con le rote».
Appassionato della bicicletta e delle lunghe pedalate nella vasta pianura del Ferrarese, Corrado Govoni (7) associa alla bicicletta il libero andare per l'amata campagna o il felice incontro con l'amore: «Tu pedalavi vaporosa avanti, / ed io a volo dietro il tuo cappello, / come in un delizioso carosello / mosso da Dio sol per noi amanti. / Sull'erba della darsena intrecciammo / le nostre impolverate biciclette». O anche: «Una sera, andando in bicicletta lungo le vie di polvere e di fetore della canepa cotta...». Ma occorre sfogliare tutto il volume di Poesie (da lui stesso curato nel 1918), così denso dei colori, degli odori, delle malinconie del crepuscolare, per trovare questi due pallidi ricordi di bicicletta.
Porre Dino Campana in una ipotetica antologia della bicicletta è pure possibile (ed è stato fatto, perché tutto è possibile ai sacerdoti di un culto), ma significa usare violenza alla realtà dolente di Campana, l'allucinato viandante che trascinava a piedi per le strade e pei viottoli delle colline tosco-emiliane la sua disperata solitudine. Nelle sue liriche, piene di cancellature, di sostituzioni, di mutamenti, compare l'immagine del corridore ciclista, che affascina con la sua velocità, ma è un attimo: «Dall'alto giù per la china ripida / o corridore tu voli in ritmo / infaticabile. Bronzeo il tuo corpo dal turbine / tu vieni nocchiero del cuore insaziato...» (8), ripreso in Traguardo, dedicato a F.T. Marinetti: «Dall'alta ripida china / movente precipite turbine / vivente nocchiero / come grido del turbine».
Giorgio Caproni si trasferisce negli anni della madre giovinetta e nel ritmo dei versi scherza sui pudori d'allora: «Per una bicicletta azzurra, / Livorno come sussurra! / Come s'unisce al brusio / dei raggi, il mormorio! / Annina sbucata all'angolo / ha alimentato lo scandalo. / Ma quando mai s'era vista, / in giro, una ciclista?» (9). Ma nella poesia Le biciclette, dedicata all'amico Libero Bigiaretti, il ricordo dell'amicizia corre quasi sul filo di ruote veloci, sul suono di leggero metallo: «La terra come dolcemente geme / ancora, se fra l'erba un delicato / suono di biciclette umide preme / quasi un'arpa il mattino...», e «E ahi rinnovate biciclette all'alba! / Ahi fughe con le ali! ahi la nutrita / spinta di giovinezza nella calda / promessa, che sull'erba illimpidita / di un sole ancora tenero ricopre / nuovamente la terra.»
Nell'ebbrezza del suo notissimo viaggio in bicicletta, Oriani si chiese: «Come si chiamerà dunque il poeta italiano che fra non molto scriverà l'ode alla bicicletta?» Con buona pace della sua ombra crucciata, dobbiamo confessare che per trovare i cantori della bicicletta bisogna scendere a Muse più modeste, a meno che non si ricorra ad un raffinato umanista, il bagnacavallese Luigi Graziani (10). Coi due poemetti, Bicyclula, e In re Ciclistica Satan, che meritarono l'ambito premio di Amsterdam, rispettivamente nel 1900 e nel 1902, Graziani conferì alla bicicletta la gloria di essere cantata in lingua latina, le dette cioè dignità di tema classico. Bicyclula si apre con una nota di modestia: non canterà, il poeta, la guerra, né il coraggio degli esploratori, né l'ardire dei novelli Icari, «poeti di più ricco estro esaltino questi argomenti; io, sol che la Musa assenta al mio canto e il lettore presti docile orecchio, intendo dire con umile verso le lodi della bicicletta». Pian piano, nello snodarsi elegante dei versi, la bicicletta assurge alla bellezza di un nuovo dono concesso dagli dei ai mortali. Come per gli scudi e le armi degli antichi eroi, nelle fucine ferve il lavoro per portare alla luce la nuova macchina. «E già mille veicoli trasvolano e d'ogni parte trascorrono lampeggiando ai raggi del sole e alla vivida luce: già mille giovani, già mille fanciulle esultano a balzare con agile slancio sulla sella inusata per monti e campagne solatie. [...] O dei, quali intense e prima sconosciute gioie commuovono il petto del ciclista!». Non manca l'esaltazione di tutti quei piaceri, piccoli e grandi, che la bicicletta procura ai suoi cultori: la gioia, appena giunge maggio, di allontanare le cure angustianti, visitare città e genti lontane, stringere nuove e fide amicizie; «quante volte, come fra amici di vecchia data, essi si riuniscono nelle lor gare solenni a convito». (Come sa bene il mio deuteragonista!). A notte raggiungono il teatro dove giovani fanciulle dal fondo dei palchi ammirano il novello eroe e nascono amori (e qui non so se accada la stessa cosa all'orianiano direttore).
Il secondo poemetto tocca con maggiore ampiezza narrativa la bicicletta vista come strumento di Satana. Il diavolo compare infatti nel racconto pauroso che un prete inventa per distogliere il giovane figlio di amici dal desiderio di avere in premio una bicicletta. «Quasi romanzo» lo definì Ezio Chiorboli (11), il quale ci informa che Graziani stesso stese una traduzione per compiacere a Puntoni, grecista e ciclista, e per fare cosa gradita «a quanti quegli esametri erano piaciuti».
Bicyclula piacque a Carducci che nel 1900 (ottobre?) (12) scrisse all'autore: «Caro Graziani, ho letto la Bicyclula. Terso e sincero il latino: ma ho ammirato anche più luoghi per novità d'invenzione, per verità e modernità di rappresentazione, per garbo ed effetto nella descrizione: ingegno vero di poeta. Salve». Carducci non fu mai ciclista, ma neppure fu l'autore della definizione «arrotino impazzito» dato ai ciclisti, che circolò come sua nel congresso ciclistico del 1902 (13).
L'ode attesa da Oriani, degna di stare alla pari con l'Ode alla mongolfiera di Vincenzo Monti, o con la canzone Ad un giocatore del pallone di Giacomo Leopardi, ebbe invece una nascita un po' forzata, non nobile, che Oriani avrebbe senza dubbio considerata quasi illegittima. Nacque cioè per concorso. Fu bandito nel 1900 dal Touring ed ebbe come vincitore Olindo Guerrini, capo console del Sodalizio sportivo per Bologna. Un concorso non è tale pienamente se non si accompagna ad uno strascico di polemiche e di contestazioni. Infatti, Vittorio Betteloni (14), che aveva pure lui inviato un suo Canto dei ciclisti, espresse sulla stampa il disappunto per la sconfitta e mise in dubbio l'imparzialità della Commissione. Non aveva torto: tra i due canti, non belli entrambi, il suo è più accettabile e, direi, più sincero. Ma Olindo Guerrini era troppo noto in Italia (oltre ad essere vice console dei ciclisti bolognesi) per non godere di un particolare riguardo. Il suo inno è decisamente brutto, e stupisce che l'autore della collana in dialetto dei divertentissimi sonetti E’ viazz (15) (Il viaggio) e di tanti freschi sonetti in lingua nei quali la ebbrezza del correre nelle chiare albe estive si ritrova nel veloce scorrere degli endecasillabi, risulti qui così stentato, generico, retorico, così poco se stesso. Mi sorge il dubbio sul tempo della stesura dell'inno. Non vi compaiono affatto la bicicletta, i ciclisti, o il volare, l'andare, il frusciare delle ruote, la lucentezza del metallo, tutto il corredo linguistico e metaforico proprio delle rime sulla bicicletta. Non avrà il Guerrini composto questa sua poesia, così poco stecchettiana, per altra occasione, riciclandola poi, impertinentemente, per il concorso? Il testo gonfio di esaltazioni alla patria, terra di eroi, alla sacra terra nostra, madre benigna e cara, al suolo beato che deve svelare gli arcani del genio suo, induce a ritenere giuste le proteste di Betteloni, il quale coglie la bellezza dei mattini aperti alla corsa, l'armonia tra lo sforzo fisico e l'intelligenza dell'uomo, in un rapido susseguirsi di settenari veloci: «Avanti, avanti! Rapidi / precipitando a volo / noi divoriam lo spazio / radendo appena il suolo, / ed irruente palpita / pieno d'ebbrezza il cor. [...] E salir monti e scendere, / ne 'l divin sole immersi, / cento ammirar spettacoli / di natura diversi, / gaudio e vigore attingere, / cercati altrove invano...». Ci sono tutti quelli che diverranno topoi letterari del ciclismo, ma c'è anche un ritmo scattante, una fervida comunicazione di fresca giovinezza. «Sono otto strofe - dice Falqui - che non sarebbero dispiaciute a Carducci» (16).
Sono questi gli anni in cui Luigi Vittorio Bertarelli, appassionato ciclista, oltre che podista e alpinista, ideò e realizzò le prime guide stradali, pensando anche ad un ciclismo turistico, dilettantesco, cui accordò sempre le sue preferenze. Nell'epoca delle macchine e della tecnologia avanzante, già oggetto di studi e di riflessioni in ambito europeo, l'Italia, o almeno gli intellettuali italiani sembrano temere «il macchinismo» qualcosa di mostruoso e mal dominabile, e trovare un rifugio, un'evasione dal pensiero scientifico, cui sono così poco abituati, nella macchina più elementare più casalinga, meno sconvolgente.
Sta finendo l'epoca dei viaggiatori illustri, da Goethe a Heine, a Stendhal, l'epoca del Grand-Tour con tappe e mete obbligate, studiato a completamento e coronamento dell'educazione della jeunesse dorée europea. L'Italia povera scopre ora la straordinarietà e la varietà dei suoi paesaggi, delle città d'arte, delle piccole pievi, e le scopre attraverso il gioioso «andare» con la bicicletta.
Alla fine del secolo, in Italia, l'esercizio del velocipede ebbe (ma non per lungo tempo), un tocco di snobismo, lo si praticava più per moda che per elezione dalle classi alte, interiormente ancora legate all'equitazione.
Un nobile di razza, Alessandro Guiccioli, nota nel suo Diario (17) le ore dedicate all'esercizio del velocipede e alle lezioni che prende insieme a Sonnino e a Bertolini. «Le prime prove riescono abbastanza bene - nota in data 19 settembre 1894 - ma temo che non avrò la costanza di proseguire». Il 23 settembre Sonnino ha già ceduto «perché l'esercizio gli causava palpitazioni». La bicicletta è, anche nei salotti principeschi «il grande argomento del giorno», ma, aggiunge Guiccioli: «non offre certo lo spunto a considerazioni molto argute». Povera, modesta bicicletta, quali mai considerazioni argute poteva suscitare nei principi Colonna, Caetani, o nei marchesi Guiccioli e Capranica, tra le dame di compagnia della Regina e i ministri dell'Italia umbertina?
Sarebbe interessante sapere quali reazioni produsse nel pubblico della lirica, il più tradizionale e il più abituato a certe fissità di scena, la presenza di una bicicletta nella FedoraFedora al Lirico di Milano si ebbe nel novembre 1898. Bisognerebbe, forse, andare a vedere i giornali dell'epoca per sapere se questa bicicletta in scena fu colta come elemento turbativo dello spettacolo. di Giordano. Per riprendersi, dopo uno svenimento causato dall'aver appreso che il giovane biondo pianista che sembrava di lei innamorato, era in realtà una spia russa messa al suo fianco, la contessa Olga segue il consiglio di De Sirieux: una corsa in bicicletta! la didascalia del libretto dice: «Olga in costume di sportswoman [...] va a staccare la sua bicicletta deposta sul fianco della gradinata», e scherzando sfida ad una gara De Sirieux, concedendogli pure tre chilometri di vantaggio. La prima della
Più che alla poesia, è alla prosa che dobbiamo affidarci per seguire il cammino della bicicletta nel suo divenire costume di vita che accomuna sempre più le classi sociali, offre libertà nuove alle donne, contribuendo non poco al loro movimento di emancipazione.
«Andarsene ovunque, ad ogni momento, arrestandosi alla prima velleità di un capriccio - scrive Oriani - senza preoccupazioni come per un cavallo, senza servitù come in treno», rappresenta una nuova dimensione del vivere. Le pagine più belle sulla bicicletta le ha scritte Oriani, le più divertenti Guerrini. Il primo, inchiodato nella sua casa di Casola, sogna l'andare «non importa dove», e il viaggio che fece solitario nel 1897 da Faenza in Toscana attraverso l'Appennino è rimasto nel suo ricordo e nel suo scritto l'unico bel sogno realizzato, grazie alla bicicletta. «Partire alla ventura, attendere dal capriccio l'ispirazione, essere più rapidi di un cavallo senza sentirci mai stanchi, arrestarci dappertutto, su qualunque strada, e giunti non serbare alcuna preoccupazione del viaggio compiuto e del come ricominciarlo, ecco il sogno. La bicicletta è così. La sua velocità rivaleggia con quella del vapore, mentre la sua fatica resta un giuoco: è piccola, lieve, muta. Vi si è in bilico, eppure si cessa di avvertirlo: può salire e discendere per qualunque strada, altrimenti la si piglia sotto un braccio e si prosegue egualmente spediti». Pur con la sovrabbondanza, a volte oratoria, che contraddistingue le pagine di Oriani, quasi un fiume in piena, incontenibile, maestoso e lutulento, il volume La bicicletta è uno dei più belli dello scrittore casolano e ben se ne accorse Renato Serra (18) che a lui dedicò uno studio attento, rigoroso, a lungo meditato.
Nella distribuzione dei ruoli, di cui ho dato avvertimento all'inizio, parlare di Oriani è zona off limits per me, di esclusivo dominio di Dirani, perciò non vado oltre nelle citazioni o nei commenti, per non incorrere nelle ire di chi non solo è specialista di Oriani, ma anche erede di quella passione per il ciclismo che egli anzi coltiva con maggiore costanza, con maggiore conoscenza di tutte le scaltrezze della corsa, e con uno spirito di sportiva competizione ignoto all'Oriani.
Altro ritmo di linguaggio e di narrazione usa Olindo Guerrini nel suo libretto del 1901, In bicicletta (19), che raccoglie scritti apparsi precedentemente in giornali sportivi. A Guerrini piace il ciclismo, sente la gioia della corsa tra le bianche strade, nelle ore del mattino, ma non si lascia trascinare più di tanto. Si diverte, piuttosto, a prendere in giro i benpensanti di fine Ottocento.
Dalle sue scherzose pagine ci viene incontro un'Italia vecchiotta, provinciale, ansiosa e timorosa del progresso, proprio quell'Italia che Oriani disdegna, rifiuta, colpisce duramente nella sua scontrosa lotta col mondo intero. Guerrini non ce la fa a sdegnarsi seriamente, risolve e dissolve nell'irrisione, nei ricami delle discussioni da lui stesso provocate (e non si sa mai se vere o inventate), gli episodi, i fatti, che rivelano il conservatorismo della provincia italiana, le ordinanze del sindaco, a limitazione dell'uso delle biciclette in città, le proibizioni dei vescovi all'uso della bicicletta da parte dei parroci, i commenti acidi delle signore nei confronti delle sfacciate giovinette in sella ai bicicli.
Nato nel 1845, il Guerrini scoprì la bicicletta in età matura, ma ne fu contagiato come un adolescente. Del resto, giovane di spirito Guerrini-Stecchetti lo fu sempre. Non solo amici, donne, letterati illustri furono bersagli delle sue burle. Anche la bicicletta gli ispirò pagine di puro divertimento, nelle quali spesso si annidava lo scherzo.
Sfidare i dotti in una disputa sugli effetti dello sforzo del ciclista sulla capacità di pensare limpidamente e con logica era una tentazione troppo forte: presentò quindi il bel sonetto «Via Emilia» quale faticoso prodotto elaborato durante una gita in bicicletta da Bologna a Rimini, e, dopo aver condotto egli stesso una sottile autocritica, pose il problema: «Mi proponevo di cercare e sapere se e come il mio cervello fosse atto ad un lavoro mentale durante un esercizio violento...». Molti caddero nella rete e si accese una appassionata discussione nella quale furono trascinati medici e letterati. Alla fine Guerrini dovette confessare: «non so come dirlo perché me ne vergogno... via, il sonetto non era fatto in bicicletta, ma al tavolino». Lo scritto Dante ciclista, poi, è un fare il verso ai tanti scritti danteschi, molti dei quali oziosi, inutili, pedanteschi che imperversarono per un certo periodo. `«Ma come - si chiede Guerrini - è lecito ignorare in questo anno di grazia e in un centro di cultura come Milano, che Dante fu tanto buon ciclista, che compiè il suo viaggio a traverso i tre regni montato in bicicletta? Dante fece il suo viaggio in pista, una pista circolare, e non ovale come ora costuma». Lo dice chiaramente Virgilio, allenatore di Dante: «... tu sai che il loco è tondo, / e tutto che tu sii venuto molto / pur a sinistra... / non sei ancor per tutto il cerchio volto»; e i due poeti vanno uno dietro l'altro come i ciclisti sulle strade terrene: «Lo mio maestro ed io dopo le spalle». Guerrini esprime il suo dubbio sull'ipotesi di alcuni commentatori che si trami di una gara tra Virgilio e Dante; ma se gara dovesse essere stata, è truccata: Virgilio «fa il patto» con Dante: «Io sarò primo e tu sarai secondo». Si potrebbe citare ancora, ma non vorrei lasciar credere che Guerrini sia solo schernitore e burlesco. I sonetti sulla bicicletta sono prova del suo sincero entusiasmo.
Se gli aristocratici romani prendevano dimestichezza con il nuovo mezzo di locomozione nelle «piste» a ciò predisposte e organizzavano gite sulla via Appia, i salotti e i circoli della borghesia di provincia si allineavano ai sindaci e ai vescovi nel condannare uno sport dal quale era facile prevedere un cambiamento di costumi. Nel primo decennio del '900 la bicicletta rappresenta la rivoluzione di consolidati ritmi e culti di vita, è il simbolo della trasgressione. I giovani la considerano l'alleata di possibili sottrazioni ai rigidi riti del corteggiamento e dell'amore sorvegliato; ma in un breve arco di tempo anche i padri di famiglia, gli intellettuali sedentari scoprirono nel suo uso impensate libertà.
Il turismo colto, alla ricerca di luoghi e di segni del passato, cominciò sulle strade bianche, polverose, assolate, percorse dai ciclisti dei Clubs amatoriali.
Qui troviamo Panzini. Una gioia pura, ingenua, quasi infantile, se non fosse troppo scoperta l'educazione del letterato, pervade il professor Alfredo Panzini, quando nel 1907 lascia Milano, la scuola, le lezioni private, gli esami, e dopo cinque giorni di bicicletta raggiunge la casa di Bellaria, sul mare. L'ormai famoso incipit del viaggio si carica, volutamente, di un tono trionfale: «L'11 di luglio, alle ore 2 del pomeriggio, io varcavo finalmente, dall'alto della mia vecchia bicicletta, il vecchio dazio milanese di Porta Romana» (20).
La grande Via Emilia si stende sotto i suoi occhi e dispiega la bellezza dei suoi campi, dei suoi borghi, dei piccoli cimiteri lombardi. Gli offre anche l'occasione di incontri con altri ciclisti e con gli ospiti dei piccoli alberghi durante le tappe. Ma Panzini ha già quarant'anni e non può quindi sentire l'ebbrezza tutta fisica e piena dei giovani. È, inoltre, un professore che non riesce a spogliarsi delle reminiscenze letterarie, dell'esercizio d'associare i luoghi a nomi ed eventi del passato. È un letterato che forbisce e arrotonda la sua pagina, la costruisce con sapienti dosature nel ritmo di una prosa dal fluire classico. «Che piacere quando giunsi alle rive del Po! Era un antico voto che scioglievo. Sa Iddio quante volte lo passai, ma sempre in treno, quel bianco Po, lento, fluente tra il meandro azzurro dei pioppi evanescenti [...] Ora avrei potuto fermarmi, o Po, in mezzo alle tue acque, sul ponte di barche. Mi fermai infatti a dispetto delle zanzare, che quivi sono molte e feroci, e attesi se per le acque lontane giungesse alcuna voce di antica epopea, alcun sospiro dell'idillio di Aminta in cui tu esalasti l'anima giovane, o Torquato!».
Dopo aver ricevuto i complimenti per il suo ritmo ciclistico da un giovane, tutto preso dall'esercizio fisico e che ha ben altro in testa che l'Aminta e Tasso, prosegue: «tutto solo in uno stato d'ebbrezza, che non proveniva da liquore o da vino, ma dal sole e dalla libertà. [...] Quanti bei nomi, andavo fantasticando, ebbero le antiche età per significare questa ebbrezza dell'andare liberi, senza orario e senza legge: i romei, i cavalieri erranti, i clerici vagantes, i trovieri...». Ricorda poi i santi e i santuari del Medioevo, Jaufré Rudel in viaggio per vedere Melisenda, messer Guido Cavalcanti che interruppe il viaggio in Provenza per una fanciulla. Ha anche la fortuna, sempre considerando la sua formazione culturale, di incontrare un viaggiatore
ciclista tedesco, col quale può intendersi ricorrendo alla lingua latina. Professore pure il tedesco; e la comunanza di conoscenze classiche, e di striminziti stipendi statali, rende cordiale e facile il dialogo. Dice il teutonico: «Domine professor, non more divitum et publicanorum, sed more clericorum vagantium iter in Italiam suscepi. Philosophia in Germania tenuem victum parat...». Il latino, la cena, il vino accendono gli animi dei due professori, così che Panzini si trova a recitare Manzoni e Carducci, che «il tedesco pareva capire benissimo», e il tedesco liriche patriottiche.
Mi si permetta un'ultima citazione. Quando giunge a Modena, Panzini loda la gentilezza dei suoi abitanti e va a trovare un riferimento nientemeno che nelle letture greche: «Io trovai dunque Modena meritevole di quegli epiteti di "ben costruita e felice" che Senofonte nell'Anabasi regala a tutte le città dell'Asia Minore...». Non c'è nulla da fare: il letterato non riesce mai a liberarsi da quell'accumulo libresco costruito nel lungo esercizio che lo porta a vivere in una seconda dimensione, a sentire attraverso altri: una vita, insomma, su due piani.
Più fresca, anche se ancora acerba stilisticamente, la novella La bicicletta di Nini, nella quale un ragazzo supera, in una angosciata corsa notturna, i pericoli reali e le paure immaginarie pur di far accorrere il medico dalla nonna infortunata.
Non tanto la paura della notte e del buio su strade disagiate e con un mezzo ancor poco sicuro, quanto il senso del mistero, delI'inquietudine di fronte a realtà diverse, fuori dal proprio mondo, ritroviamo nel bel racconto di Federigo Tozzi, Un’osteria (21). Qui i protagonisti sono due giovani che, attraversando in bicicletta l'Appennino, si trovano costretti a pernottare in un piccolissimo paese di montagna, in una osteria non certo ospitale, nella quale tutti, dalla donna cieca agli uomini che, nella selvatichezza del luogo, sembrano aprire sotterranee ostilità, alla maestrina, spaurita presenza 'civile' in una solitudine di spazi e di anime, comunicano uno strano disagio. «Partiti in bicicletta da Firenze, erano ormai dieci giorni che io e il mio amico Giulio Grandi giravamo l'Emilia; e siccome l'indomani egli doveva trovarsi in ufficio, alle Poste, partimmo, benché piovesse a dirotto, da Faenza, per tornare a tempo. Ma s'era già di novembre; e il cielo tutto bigio, con le strade fangose e piene di pozzanghere; gli alberi ormai con poche foglie gialle; e i primi monti dell'Appennino, su per la lunga salita, attaccati alle nebbie. [...] Vedevo soltanto la sua maglia sbiadita e i suoi capelli impillaccherati sotto il berretto senza ormai più colore». Sono scomparse dal racconto di Tozzi le strade assolate, la gioia di «andare non si sa dove», il canto degli uccelli, il riso dei prati, che accompagnarono il viaggio di Panzini, di Guerrini o le passeggiate di Renato Serra. Viene colto, qui, un diverso aspetto del «girare» in bicicletta, ed è quello della fatica, del disagio, che i due giovani affrontano ancora con spirito sportivo - una variazione nel loro girovagare - ma che i braccianti e i lavoratori dei primi decenni del Novecento conosceranno bene. La bicicletta, per loro non rimanda ai voli, alla libertà: fa parte della fatica quotidiana del lavoro umano, che essa, anzi, allevia in parte.
Divagazioni letterarie ritroviamo in Carlo Linati. Lo scritto, tanto spesso ricordato, Sulle orme di Renzo (22), apre con la visione del bel cielo lombardo e della pianura che il ritorno della primavera illumina di freschi colori. La gita diviene però ben presto occasione per riflessioni sulla propria terra, sul carattere dei lombardi, su Renzo in fuga da Milano, sul Manzoni. «Ogni anno quando i gigli gialli fioriscono sulle pescaie della Muzza e delI'Addetta e i pioppi, lungo la provinciale della Bassa perdono nel sereno ventilato i loro bioccoli d'argento che sono come le parole che si scambiano fra loro questi innamorati della campagna, Donato ed io, incavalcate le nostre biciclette, andiamo a festeggiar maggio, s'uno de' nostri canali. [...] Quel mattino, usciti da Porta Orientale, raggiungemmo a Crescenzago il Naviglio della Martesana, poi, costeggiandolo, ci demmo a percorrere lo stradone che mena a Bergamo attraverso la campagna di Gorgonzola. Per lì era passato Renzo Tramaglino a' tempi de' tempi. Tratto tratto, tanto per ingannare la noia dei lunghi rettifili, scendevamo a terra, ci mettevamo a sedere sul ciglio dello stradone e, cavata di tasca un'edizioncina dei Promessi Sposi, io mi mettevo a leggere ad alta voce il primo passo che mi venisse sott'occhi». Ahimè, anche il libro si portano dietro questi letterati-ciclisti! Del Linati sono più evocative degli odori delle biciclette e delle emozioni delle prime gare le pagine Trotter e HP, nel libro di ricordi, Milano d'allora (23). «Il Trotter era in quegli albori di secolo il più fiorente ritrovo per corse al trotto e in bicicletta. [...] Quanto discutere facevamo noi giovincelli, davanti alle botteghe dei negozianti di biciclette vagheggiando or questa or quella macchina esposta e numerando le innovazioni che di giorno in giorno venivano praticate alla moltiplica, alla forcella, alla catena, allo sterzo e le mai più finite meditazioni se si trattava di acquistarne una: da perderci i sonni!»
Enrico Falqui definisce la pagina di Linati, Sulle orme di Renzo, insieme a quella di Panzini, «una tra le più belle biciclettate della nostra letteratura la quale passa ingiustamente, presso quelli che non la conoscono, per una letteratura da gran sedentari».
Personalmente mi metto nella schiera di «quelli che non la conoscono», la letteratura italiana, perché mi pare che queste «biciclettate» dei nostri letterati confermino e testimonino la matrice sedentaria.
Un fatto è certo: questi nuovi cavalieri erranti dell'epoca moderna si trascinavano sempre dietro l'abito, la mentalità, a volte la pedanteria, del letterato di professione. Per avere pagine ariose, vivaci, veri 'canti' alla bicicletta e alle corse ciclistiche, occorre ricorrere, come dicevo all'inizio, alle pagine sportive o ai giornalisti sportivi. Mi sentirei di aggiungere che la bicicletta, sempre escludendo i primi suoi cultori, da Oriani a Guerrini, ha suscitato un novello interesse e ispirato i più bei scritti in suo onore, negli anni Ottanta, quando «l'invito del governo a risparmiare energia, l'appello degli assessori a non ingolfare il traffico, l'esortazione degli ecologisti a non inquinare l'ambiente» (24) hanno spinto a staccare la bicicletta dal chiodo e a ritessere gli elogi del vecchio, economico mezzo di locomozione.
Dopo Linati, venendo a noi più vicino nel tempo, potrei ricordare Giovanni Guareschi (25), che nel 1941 compì un giro cicloturistico per il «Corriere della Sera», precisamente dai primi di luglio al 12 agosto.
La stoffa del giornalista si vede nelle pagine che narrano il viaggio, e le brevi, lampeggianti citazioni letterarie sono piccoli tocchi, umoristicamente dati, ad uno scritto mosso, rapido, quasi in sintonia con la velocità del turista. «Farò milleduecento chilometri in bicicletta - comunico a Ennia e, approfittando della magnifica mattinata del 10 luglio, inforco la bicicletta e parto». Prima sorpresa è data dai calzoncini corti che sembrano suscitare divertiti commenti nelle ragazze e nelle donne che incontra. «A Fombio una donna matura e con due gran baffi, che pedala su una bicicletta da corsa, mi sghignazza in faccia. E questo mi secca perché io non ho sghignazzato vedendo una donna matura e con gran baffi pedalare su una bicicletta da corsa». Ma ben presto capisce il perché. «È triste ma deve essere proprio così: se il mio giovane fratello si mette i calzoncini corti, la gente dice: Ecco un giovanetto in tenuta sportiva. Se, invece, me li metto io, la gente urla: Ecco un uomo in mutande!». Parma, Reggio, Bologna, Rimini. Dopo aver girovagato, «Finalmente ecco il mare: Talatta, talatta, dico fra me (ma con l'esatta grafia greca) ricordando la traduzione col testo a fronte dell'Anabasi,» (di nuovo il Senofonte ginnasiale!). A Ravenna giunge all'inizio della mattinata, quando la città si sveglia. «Per me Ravenna è una città rovinata dai libri di testo delle scuole secondarie. Per colpa sua io ho avuto rovinate ottime giornate della mia giovinezza e un esame di storia delI'arte a ottobre». Le impressioni più belle sono quelle lasciate dal percorso lungo il Po e dal mulino galleggiante, l'ultima reminiscenza dei Mulini bacchelliani.
A differenza di Panzini o di Linati, Renato Serra, ciclista, sportivo (e non della sola bicicletta!), non narra i suoi viaggi per le terre di Romagna, di Toscana, del Lazio. Eppure quella sua «meravigliosa bicicletta» la sentiamo come una presenza costante, la compagna dei suoi viaggi, per lo più solitari, da Bologna a Cesena, da Firenze a Cesena, a Roma (dove svolge il servizio militare, e si lamenta che le marce e gli esercizi non gli concedono molto tempo), per la Romagna. Nel 1903 scrive un sonetto sulla bicicletta, il suo «destrier fremente», ma questa come altre sporadiche composizioni sono puri esercizi metrici. Serra non si lascia trascinare dalle divagazioni letterarie. Per lui questo sport ha qualcosa di più rispetto ad altri perché gli dà autonomia di movimento, gli permette di tornare a casa, quando è studente a Bologna, o di andare a trovare l'amico Panzini in villeggiatura a Bellaria. Ed è uno sport che lo fa sentire agile, lo libera dalle cure dello studio. Non è solo la bicicletta che gli piace, gli piacciono anche la fatica fisica, il camminare, il mantenere il corpo sciolto, esercitato. Scrive alla madre nel 1907 da Firenze: «Mi sono iscritto a una palestra ginnastica per la sera: è d'obbligo la maglia nera. Ti prego di mandarmi la mia (quella che fu fatta fare insieme coi calzoni per la bicicletta)». E nel 1909 all'amico Plinio Carli: «È un mese forse che non mi son seduto a questa tavola: e la penna si rigira assai goffamente fra le dita abbronzate e più usate ormai al manubrio della bicicletta e alle spume salse che le fiorivano nelle lunghe nuotate» (26).
Nella sua sottile sensibilità, Marino Moretti non si lascia trascinare da novità o da entusiasmi sportivi. Nell'arguto racconto Non so andare in bicicletta (27) guarda con distaccata indifferenza la bicicletta che il fratello ha voluto, mettendo in apprensione ed angoscia i genitori e la vede troneggiante «come una statua: in mezzo al tinello come Giuseppe Garibaldi sul piedestallo in mezzo a una piazza».
A voler essere rigorosi sulla definizione «scrittori della bicicletta» e non perdersi nell'elenco delle citazioni nelle quali compare la parola magica, evocatrice di storie particolari, di emozioni, di sentimenti, il mio compito termina qui. Dagli anni Trenta in poi la bicicletta è presente nei libri di memoria, nelle autobiografie, nelle narrazioni di adolescenti incontri ed amori. È la bicicletta
oggetto di desiderio in una Italia povera, dagli scarni stipendi e dagli altrettanto misurati consumi, nella quale l'acquisto della bicicletta costituiva un sacrificio rilevante per le famiglie. Nel ceto borghese
impiegatizio divenne il premio al figlio che terminava gli studi superiori; tra gli operai, i braccianti, i contadini, essa era uno strumento di lavoro; spesso, la condizione per avere un lavoro. Durante la guerra in bicicletta si muovevano le staffette della guerra partigiana e nei difficili anni del dopoguerra costituiva l'unico mezzo per la gita al mare o in collina d'estate, per merende all'aperto.
Il furto di questo prezioso mezzo rappresentava un vero e proprio dramma. Si pensi al bel film di De Sica Ladri di biciclette, il quale non ha niente in comune, se non il titolo, coll'omonimo romanzo di Luigi Bertolini (28). Sarei propensa a collocare questo lungo racconto tra le pagine che più sentono la familiarità, la fraternità dell'uomo col suo «cavallo d'acciaio». Bertolini ci trasporta in una strana Roma, una Roma quasi pasoliniana, se non ammiccasse tra le pagine uno spirito sfumatamente umoristico, una Roma di furfantelli, di imbroglioni, di ladri di professione, di stanchi guardiani dell'ordine, non si sa mai se in combutta o no con i ladri, dove il furto di una bicicletta è di ordinaria amministrazione, e la traduzione in carcere dei responsabili (se mai fosse possibile individuarli e catturarli) oltre ad essere ben poca cosa, turberebbe un equilibrio faticosamente raggiunto. Drammatico, amaro il film; condotto con spirito divertito e irridente il racconto, che ha l'andamento di una quête medievale trasportata nella Roma degli anni Quaranta.
Al termine di questa mia chiacchierata sulla bicicletta, mi accorgo (e chi non se ne accorgerà!) che manca totalmente la letteratura meridionale (non me la perdoneranno Dirani e i suoi amici ciclisti).
Il limite è imputabile principalmente alle mie scarse conoscenze, letterarie e non, sul preciso tema, ma anche al fatto che è la Padania la parte geografica dell'Italia che più si presta ai lunghi percorsi in bicicletta, alle gite possibili anche ai ciclisti di modesta tenuta sportiva. «La Bicicletta vuole la pianura, la Bicicletta è nata per la Padania, per quella gran tavola imbandita con boschi, campagne, fiumi e giardini e città, riposanti in piano, come i pezzi della scacchiera» (29).
Potrei infine, a fugare eventuali ombre di predilezione per l'Italia settentrionale, ricordare Gesualdo Bufalino che alla bicicletta, miraggio anche per i ragazzi del Sud, dedica una rapida scheda del suo Museo d'ombre (30): «Una Wolsit dal sellino fuori sesto e dai freni senza vigore fu il difficile sogno di ogni sabato pomeriggio. Si prendeva a nolo da Suschidda, per quattro soldi ogni quarto d'ora. Giusto il tempo di scendere a precipizio fino alla stazione e di risalire poi, se si sopravviveva, pigiando forte coi tacchi sui pedali, fra i sardonici incitamenti dei coetanei pedoni: "Viddanu, pitalìa" (Contadino, pedala!). Con le magliette grondanti e il cuore a pezzi nei cerei toraci, era allora il momento di buttarsi a sedere sui bastioni della Chiesa Madre, e di esporre entrambe le guance al primo e al secondo ceffone del genitore in agguato».


Monday, August 23, 2010

IL CASTAGNO DI ANNE FRANK

L'albero di Anne Frank, il vecchio castagno che la bambina amava e di cui ha descritto la bellezza nelle pagine del suo diario, è stato abbattuto dal vento (guarda le foto dal sito La Repubblica.it)

Ora più che mai ha senso il progetto dell'albero virtuale che foglia dopo foglia è cresciuto sul web per ricordare la vita e la morte della giovane Anne Frank. Ecco alcune pagine dal sito http://www.annefranktree.com/index.aspx Anne Frank and the tree, an interactive monument. E' possibile scegliere una foglia e far crescere la memoria!

dal sito http://www.annefrank.org/en/Worldwide/Anne-Frank-Boom/

Anne Frank wrote about the tree in her diary three times.

23 February 1944

The two of us looked out at the blue sky, the bare chestnut tree glistening with dew, the seagulls and other birds glinting with silver as they swooped through the air, and we were so moved and entranced that we couldn’t speak.

18 April 1944

April is glorious, not too hot and not too cold, with occasional light showers. Our chestnut tree is in leaf, and here and there you can already see a few small blossoms.

13 May 1944

Our chestnut tree is in full bloom. It’s covered with leaves and is even more beautiful than last year.

Anne Frank often looked from the attic window at the chestnut tree behind the secret annex. She wrote about it in her diary. Now, the more than 150 year old tree is diseased, but online it will live on. Leave your leaf in the virtual chestnut tree, forward it and keep Anne Frank’s ideals alive.

What does your leaf represent?
Anne Frank was in hiding in the secret annex for over two years. During the day she had to be very quiet and she could never go outside. She yearned for freedom. Anne had a clear opinion about many things. She wrote about them in her diary. Writing made her less sad and it gave her the courage to carry on.

Anne wanted to be useful to others after the war. Not only to the people around her, but also to people she did not know. Anne did not survive the Holocaust but her diary has inspired millions of people all over the world to do their best for a better world. Anne’s wish came true after all.

With your leaf you can show that you too have been inspired by the diary of Anne Frank.

MARGARET MAZZANTINI, SCRIVERE LA VITA



Vi piace Margaret Mazzantini? Non dico solo come autrice (Non ti muovere, Venuto al mondo, Zorro) ma come persona? Eccola in una intervista molto "sincera" dall'archivio di Repubblica.it Dark Room (febbraio 2009). Lei è molto carina forse perché autentica. Non ho ancora letto Venuto al mondo ma ho letto gli altri due libri. Il testo teatrale Zorro lo studiamo a scuola e piace, piace molto! Bella la battuta del figlio Pietro "io i libri di mamma non li leggo, guardo direttamente i film di papà!"

Sunday, August 22, 2010

BUON RIENTRO.... ACCENDIAMO IL CERVELLO!

La provocazione dell'artista: in auto con 25 navigatori (da La Repubblica.it)

L’artista Garvin Nolte li ha installatI tutti nella sua auto e li ha accesi contemporaneamente. In tutti, naturalmente, è stata impostata la stessa destinazione e tutti danno indicazioni al guidatore. In tedesco. Secondo Nolte l’installazione ha a che fare con “l’influenza che gli altri hanno sul nostro percorso di vita in maniera astratta”. Quindi dovremmo guardare il video per capire quando è il caso di seguire ciecamente le indicazioni generate automaticamente da una macchina e quando, invece, sarebbe meglio attivare il cervello.

POESIA PER IL CAMBIO DI SFONDO

Apro la porta e ritrovo
silenziosi sugli scaffali
i miei libri
a chiacchierare
polverosi un po' scontrosi
li sfoglio per salutare
mi viene da starnutire
sono tornata, non c'è più il mare.

Saturday, August 21, 2010

MAKARIA


Tra le leggende che raccontano la nascita della pasta c'è quella della scrittrice Matilde Serao che nel 1895, nel suo libro Leggende napoletane racconta che la pasta venne inventata da Chico, un mago che aveva come scopo la felicità dell'uomo. Il mago un giorno scoprì la pasta ma una vicina malvagia (e triste!) gli rubò la ricetta diventando ricca e famosa. Chico si consolò sapendo di aver donato ai napoletani il loro piatto più amato. Maccheroni, invece, viene dal greco makares e vuol dire "beati" e indicava i defunti, mentre un'altra etimologia vuole che il termine derivi da makaria, con cui in Grecia si indicava antico impasto di farina e brodo.

Per voi, dalle pagine di Leggende napoletane, un brano della scrittrice e giornalista partenopea:

«O indimenticabili notti create per l’amore! O eternamente bello, golfo di Napoli, dall’amore e per l’amore creato! Nelle notti di primavera, quando il fermento della terra conturba i sensi e tenta l’anima, quando nell’aria vi è troppo profumo di fiori, si può discendere al mare, entrare nella barca, fuggire la costiera, e sdraiati sui cuscini, contemplare l’azzurro cupo del cielo, l’ondeggiamento voluttuoso del flutto, il palpito vivo delle stelle, che pare si vogliano staccare, per precipitare nell’immenso aere. Nelle torbide notti estive che seguono le giornate violente e tormentose, quando la terra si riposa, sfiaccolata da una passione di quattordici ore col sole, felice colui che può farsi cullare in una barca, come in un’amaca, mentre il forte profumo marino gli fa sognare il tropico, la sua splendida e mostruosa vegetazione, e le svelte fanciulle brune che discendono sotto gli archi dei tamarindi.
Nelle meste e bianche notti autunnali, quando la luna malaticcia si unisce alla candida malinconia del cielo [...], vi è chi presceglie il mare come confidente e va a narrargli il disfacimento della sua vita, che inclina a perdersi nel nulla, mentre la morbida curva di Posillipo pare che si abbassi anche essa, desiderosa di scomparire nel mare. Nelle notti tempestose d’inverno, quando il temporale della città ha tutta la grettezza e la miseria delle stradicciuole strette e delle grondaie piagnucolose, quando l’anima sente il bisogno imperioso di una mano che l’afferri, che delizioso ed infinito terrore, che impressione incancellabile trovarsi in alto mare, in un ambiente nero, dove il pericolo è tanto più grande, in quanto è indistinto. Ma più felice di tutti, colui che godette queste notti, carezzando i capelli morbidi di una donna adorata, che, stringendola al cuore, potette sognare di rapirla nel paese sconosciuto degli amanti, che potette sperare di morire con lei, sotto il cielo che s’incurva, nel mare che li vuole».
M. Serao, Barchetta fantasma, in ID., Leggende napoletane, Napoli, Gazzetta di Napoli, 1993, pp. 102-4.

Friday, August 20, 2010

LA POESIA "QUOTIDIANA"


Apro il giornale e penso: quanta ispirazione dalle pagine di un quotidiano! Le notizie grondano vita: paradossali, amare, liete, feroci, fenomenali. Quello che accade intorno a noi è semplicemente un orda fantastica di eventi inspiegabilmente complessi e casuali che non hanno senso alcuno se analizzati singolarmente ma, nell'insieme, formano l'intricato e bellissimo mosaico della vita.
Mentre mi spazzolavo i denti dopo pranzo, ripensando a quanto letto sui quotidiani di oggi, ho capito che una poesia mi stava sulla punta della lingua e che rischiava di venir risucchiata nel vortice inesorabile e inutile del mio lavandino insieme alla schiuma di dentifricio; per tutto il pomeriggio e quasi tutta la sera sono stata occupata con la vita stessa. Solo ora, rilavando i denti, ho sentito sulla lingua una patina di vita che non voleva essere risciacquata. La poesia "quotidiana". Le parole sono ispirate alla lettura dei giornali. Ve l'affido. Buona notte!

p.s.
Abbiamo raggiunto e superato i 20.000 visitarori. Amici di Letture vi amo tutti! :)



POESIA DEL MIO QUOTIDIANO
ispirata alla lettura de La Repubblica del 20 agosto 2010


Che strano, anche sulla luna sono apparse
le prime rughe.
"Avvizzisce" suggerisce
Magrelli. La Luna
diventa una prugna

frutta secca lasciata
a raggrinzire nell'orto
del sistema solare.


Mentre il cielo profuma di autunno
è primavera alla Future Gallerya a Londra:
immaginate alberi di mandarini con prati di gelatina
cieli di marmellata
e fiori
di zucchero: Lily Vanilli

è la Cake Britain, Mad artists e Tea Party

in un letto di pancarré e con scarpe di liquirizia
ripenso all'asta su ebay che vende un WC:
è di Salinger e costa
un milione di dollari

no, non quello dell'ultima casa - garantise un uomo
di nome Littlefield

che ha sposato una donna
di nome Joan -

ma l'autentico WC dell'autore del Giovane Holden

Abdullah, Angelica e Andrea - giovani lo sono anche loro
ma a Cagliari e nel quartiere di Sant'Elia, una teoria
di case popolari, sotto il castello di Cagliari. Il regista
Salvatore Mereu ha tenuto un corso di regia/alchimia/stregoneria

i loro diari di vita difficile mi hanno conquistato e ho deciso
di farne un lungometraggio con la mia Viacolvento. Tajabone:
sono scesi gli angeli sulla terra. Cinque sono le storie intrecciate
e tutte vere. Andiamo ragazzi, vi porto a Venezia.

Beppe Fiorello sogna
uno show con suo fratello e la vuvuzela
entra nell'ultima edizione dell'Oxford dictionary.

La trombetta africana ce la fa. A Casoria
un padre viene assassinato per un grappolo d'uva,

a Londra il papa farà un riposino pomeridiano a settembre
e Fini è in spiaggia alla "Strega sul mare"
parla a un venditore
ambulante pakistano
con un libro di poesie in mano.
Umeed pieno di
parole per testimoniare
vent'anni di vita

difficile.
Altrove intanto
il granaio d'Europa è vuoto,

cade una testa per i diamanti di Naomi
e in Belgio nasce
la festa dei non genitori. Liberateci
dall'abuso della memoria. La Repubblica
Italia 20 agosto 2010.

Thursday, August 19, 2010

DOPO LE FERIE D'AGOSTO


Etimologia, ovvero la storia di una parola. Scopriamo la storia del termine ferragosto
Il termine deriva dal latino feriae Augusti e si riferisce ai giorni feriali introdotti dall'Imperatore Augusto nel mese di agosto. Scuole e uffici chiudevano e vi era il costume di scambiarsi regali e fare festa.

E' passato tanto tempo e il ferragosto dell'era di Berlusconi resiste ai tagli e alle tasse. Ho ripescato per voi un racconto di Stefano Benni apparso il 15 agosto del 1994 da leggere con il sorriso sulle labbra. Il tempo passa ma certe cose non mutano mai!
Mala tempora currun
t...



MANUALE PER VACANZE INDIGENTI
NEGLI ANNI DEL BOOM ECONOMICO

tratto da la Repubblica di domenica 15 agosto 2004

Il governo Berlusconi, oltre alla guerra e varie leggi utili a Mediaset, ha anche portato nel Paese un grande boom economico. Purtroppo una stampa totalmente asservita ai comunisti fa sì che gli italiani non percepiscano questa fortuna e si sentano bidonati e poveri. Fanno meno vacanze e invece di investire in anfiteatri come il loro premier, cercano di risparmiare in ogni modo. Ecco alcuni consigli su come ridurre le spese durante queste vacanze indigenti.

L’ombrellone
Dato che l’ombrellone costa una cifra, usate il decreto spalma-debiti, ovvero dividete la vostra famiglia.
Approfittate del fatto che in spiaggia la distanza tra un ombrellone e l’altro è ormai di sette centimetri. Mettete il nonno su una sedia, esattamente nel minuscolo intervallo tra due ombrelloni. Ognuno penserà che il vecchietto appartenga all’altra famiglia. Quindi ordinate a vostro figlio di inserirsi a giocare in gruppi di bambini ombrellonati, cambiando solo quando viene scoperto ed espulso. In quanto a voi, prendete un lettino, abbassate il parasole e spuntando solo con i piedi, infilatevi sotto un ombrellone qualsiasi. Ci vorrà tutta la mattina perché il proprietario si accorga che non fate parte della sua famiglia. Infine mettete vostra moglie a prendere il sole su un pattino. Se qualcuno vuole il pattino, deve prendere anche lei.
Tenete presente, inoltre, che gli ombrelloni in prima fila sono più costosi di quelli in ultima fila. Più lontano siete dal mare e meno pagate. L’ideale sarebbe aprire l’ombrellone sul piazzale dell’autogrill, oppure, per risparmiare davvero, nel giardino di casa vostra.

Olio solare
Non compratelo. Scegliete un bagnante particolarmente unto e poi abbracciatelo a lungo dicendo “Luigi, che piacere rivederti”. Poi chiedete scusa dicendo che avete sbagliato persona, ma intanto gli avrete portato via metà dell’oliatura.

Il castello di sabbia
Trucco geniale per ridurre le spese dell’albergo. Costruite un castello di sabbia. Cominciate con poco, poi elevatelo. Quando sarà alto quattro metri con porte e finestre, entrateci dentro con i sacchi a pelo. Se qualche bambino dispettoso non lo distrugge a calci, o la marea non lo spazza via, avrete risolto il problema del dormire.

Il terrazzo della pensione
Tutte le pensioni marine hanno i terrazzini con le finestre aperte. Perciò prenotate una singola al primo o secondo piano e portatevi dietro una scala. Fate entrare dal terrazzo, uno alla volta, gli altri sette componenti della famiglia. Se i padroni dell’albergo si insospettiscono, vestite i vostri familiari da pompieri o da imbianchini.

Giochi e divertimenti: il ping-pong
Per risparmiare i soldi del ping-pong, non chiedete le palette. Mettetevi ai due lati del tavolo e fate il rumore della pallina con la bocca. Si può giocare ore e ore, basta non fare il rumore della pallina schiacciata sotto i piedi.

Videogiochi e giostre
Se vostro figlio spende troppo in sale videogiochi, addestratelo a puntare un bambino videogiocatore dall’aria occhialuta e mite. Dovrà balzargli a fianco, impadronirsi dei comandi e dire: “adesso ti aiuto io a distruggere questi bastardi alieni”.
I bambini piccoli invece, devono allenarsi a saltare al volo sulle giostre e sui trenini. Se li allenate bene, possono anche balzare sull’ottovolante.

La doccia
Per risparmiare sulla doccia, entrate in uno stabilimento qualsiasi, aspettate che un signore vada sotto la doccia, poi avvicinatevi con una cartina stradale e chiedete: “scusi, sa dov’è il viale Panoramica?”. Nel fare questo spingetevi sotto il getto d’acqua e fate la doccia insieme a lui. Se scegliete un signore bello alto, riuscirete anche a farvi colare un po’ del suo shampoo in testa, con ulteriore risparmio.

Il giornale
Ci sono tanti modi di leggere il giornale a scrocco ma il più semplice è appostarsi vicino a qualcuno che legge controvento. Prima o poi perderà la calma, girerà le pagine con rabbia scomposta e il giornale si accartoccerà e volerà via. Raccoglietelo, ma ridategli solo la metà. Per i giornalini, addestrate i vostri figli a leggerli direttamente all’edicola, quando c’è ressa.

Cibi: la pizza
Risparmiare su un piatto come la pizza è fondamentale. Alcuni consigli. Ordinate un pizza bianca e portatevi da casa la mozzarella e il pomodoro. Oppure addestrate vostro figlio a rubare tutte le croste di pizza non mangiate, fino a creare una similpizza-mosaico. Come ultimo trucco, travestitevi da cameriere e dirottate cinque Margherite, fuggendo fino all’auto.

Il gelato a turno
Un gelato a un tavolino costa come due frigoriferi. Se vi vergognate a far vedere che potete permettervi un solo gelato in quattro, usate il trucco del turno. Si fa così: si sceglie un tavolo con tovaglia. Poi il padre ordina il gelato seduto al tavolo, mentre gli altri familiari si nascondono sotto. Quando il cameriere non guarda, il babbo va sotto il tavolo e appare la mamma, per mangiare la sua parte di gelato. Quindi tocca al figlio. Poi al nonno. Ma potete anche usare il trucco del gelato caduto. Comprate un gelato al bimbo e lasciatelo cadere a terra. Lui si metterà a piangere. Iniziate a sgridarlo urlando: “Eh no, lo hai fatto cadere e adesso peggio per te, fai senza!”. Il pargolo deve continuare a piangere sonoramente. Quasi sempre spunterà dalla folla una signora caritatevole che ricomprerà il gelato dicendo: “prendi piccolo, io non sono severa come i tuoi genitori”.
Intanto voi potete raccogliere il gelato caduto a terra e mangiarvelo. Magari facendo finta che vi fa un po’ schifo, come fanno Casini e Ciampi.

Il pesce locale
Difficilmente riusciranno i patetici tentativi di pescare sul posto. Ogni mattina il mare si riempie di illusi armati di canne, che in ore e ore prendono un pesce grande la metà del lombrico usato. Non pescate nei canali o nei porti dove scaricano le sentine delle barche: i pesci ivi contenuti non sono di buon sapore, come il cefalo merdaiolo, il paganello tampax o l’orata gasoliata. Se pescate un pesce orribile e colorato con gli occhi fuori dalla testa, potrebbe essere uno scorfano radioattivo o l’onorevole Gasparri in pareo. Desistete dallo schiodare cozze dalle rocce, e dall’aggirarvi nell’acqua fino al collo con badili o trivelle alla ricerca di vongole. Lasciate fare queste cose ai locali. L’unico modo per ottenere pesce gratis è andare al porto, portandovi dietro la prole. Lì aspettate che il marinaio torni a riva con le cassette del pescato. Cominciate a dire ai vostri piccoli: “guarda Lilli, guarda Pierino, che bel pesciolino ha preso il signor pescatore. Che cos’è?”.
A questo punto si apre un ventaglio di possibilità.
1-Lilli prende in mano i pesciolini uno per uno, chiamandoli tutti “acciughina ”. Il pescatore comprensivo ride, spiega e intanto Lilli infila i pesciolini nella vostra borsetta.
2-Lilli mangia i pesciolini crudi a sushi.
3-Il pescatore vi manda affanculo.
4-Il pescatore dice: signora, mettiamoci d’accordo, salga sulla barca che le faccio vedere del pesce buono. Vostro marito non saprà mai come avete ottenuto quel meraviglioso chilo di orate.

Il pub o disco bar
Vestitevi tutti da donna quando le donne entrano gratis. Quando c’è l’happy hour cercate di mangiare sei o sette vassoi di salatini e portatevi ago e filo per infilarci un chilo di olive. Ma soprattutto risparmiate sulle bevande. Questi bar alla moda sono frequentati da gente che “si distingue dalla gente comune” ovverossia fighetti da spot televisivo che bevono solo bevande con la zeta: squeezer boozer jizzer ezzetera ezzetera. Per ottenere bevande simili basterà che compriate un litro di alcool denaturato e una mastella d’acqua. Se ci buttate dentro un pera avrete un peerzer, se ci buttate una mezza banana avrete un tropical squeezer se vi casca dentro il cane avrete una coca-cola.

Trucco per telefonare
Se volete risparmiare sulla bolletta del cellulare, aspettate che qualche bagnante posi il telefonino. Poi ditegli: è proprio fortunato lei ad avere questo splendido modello di cellulare con il servizio CFB Cross Feedback Bonus. Di fronte alla curiosità del proprietario, insistete spiegando che è uno scandalo che ancora il server non gli abbia attivato il CFB, quindi offritevi di fare voi tutta la procedura. Vi affiderà il telefonino con totale fiducia. Smaneggiategli il cellulare un quarto d’ora, chiamate chi volete, facendo ogni tanto finta di litigare con un operatore. Alla fine riconsegnategli il cellulare dicendo: “ce n’è voluta, ma alla fine l’hanno capita. Entro sei ore lei avrà il Cross Feedback Bonus che le spettava di diritto”. Se siete convincenti potete anche farvi invitare a cena, e può nascere un’amicizia, naturalmente non oltre le sei ore.

Il viaggio
E’ quasi impossibile risparmiare sulla benzina, a meno che non vogliate vampirizzare le altre auto durante le file. Ma se l’ingorgo è molto fitto, potete spegnere il motore ed è facile che quello dietro vi spinga fino al casello. Sui traghetti, se avete un’auto piccola potete provare a entrare di nascosto nel bagagliaio di una maxi-jeep. Se poi il proprietario la scopre e si incazza, dite: “ah, ecco dov’era finita”. In treno potete viaggiare sul tetto come nei film western. Anche l’autostop è una possibilità, ma di questi tempi dovete tenere in mano un cartello con la scritta: sono italiano e ariano.
Ci sono però dei comodi traghetti che partono dalle sponde africane e portano fino alla isole italiane, specialmente Lampedusa e Pantelleria. Si viaggia un po’ stretti e il servizio è un po’ carente, ma c’è un vantaggio. Quando arriverete (se arriverete) forse la smetterete di lamentarvi perché l’Italia è un paese povero.

Bed and breakfast
E’ la risposta di questa estate alle vacanze indigenti. Ce ne sono di molti tipi, ma attenti a scegliere il più conveniente:
Bed and breakfast artistico. Si dorme in un monastero del quattrocento, sveglia alle sei, breakfast con gallette etrusche, fila di sette ore per vedere la madonna di Benozzo da Fagiolo per sentirvi dire che il quadro non c’è, è in mostra nella vostra città da un anno.
Bed and breakfast supercafone. Vacanza di un solo giorno. Mille euro per una singola in hotel sulla costa Smeralda. Bagno in una chiazza di nafta tra due yacht. La sera gara di rutti con Briatore.
Bed and breakfast alta montagna. Pernottamento a duemilatrecento metri. Colazione a duemilasettecento. Il bagno è a tremila. Camminate che vi fa bene.
Bed and breakfast rurale. Casolare ameno, ma sottovento al più grande allevamento di maiali della zona. Sistemazione in letti a castello. Prima colazione: latte fresco, se riuscite a tenere ferma la mucca.
Bed and breakfast supereconomico. Restate in città, nel vostro letto, con un uovo in testa. Appena per l’afa l’uovo sarà cotto e inizierà a colarvi sul volto, fate il breakfast e ringraziate Silvio, Tremonti e Fini. Poi tornate a dormire.