Sunday, February 28, 2010

MALALAI JOYA, "FINCHE' AVRO' VOCE"




Malalai Joya ha 25 anni, è afgana e ha osato "denuciare l'indenunciabile". In questi giorni gira l'Europa per lanciare il suo libro: "Finché avrò voce. La mia lotta contro i signori della guerra e l'oppressione delle donne afgane" edito da Piemme (pp.350, 17,50 euro).


Malalai denuncia i signori della guerra e della droga che controllano il Paese, denuncia le pessime condizioni di vita del 70% della popolazione e la sciagura di nascere donna in Afghanistan.
Malalai vive sotto scorta dal 2008, quando a Kabul, sotto un gigantesco tendone bianco, di fronte al consiglio afgano riunito a deliberare, prese il microfono e osò denuciare i crimini dei capi mujahiddin e la schiavitù delle donne.
Da allora ha subito cinque attentati e continue minacce. Vive nascosta ma la sua voce è forte e piena di speranza.
Domani, 1 marzo sarà a Roma presso la Feltrinelli di Piazza Colonna. Sarebbe bello incrociare i suoi grandi occhi coraggiosi per dirle, anche da parte nostra, "grazie".

Friday, February 26, 2010

PAROLE PER STARE COMODI



Le parole più appuntite
le avrei dovute spuntare
il letto di rose
che non ho intenzione di abbandonare
la testa sotto il cuscino
a sentire la primavera arrivare
senza preavviso
i boccioli che si schiudono
all'improvviso.

OGGETTI PER POESIA



Le mie parole
sparse su un tavolo
assaggiavano
gocce di caffè e briciole di croissant
silenziose, bianche e nere

POESIA PER OGGETTI



Sul quadrante le parole
si rincorrono
in un vortice che inghiotte
il giorno, la notte
c'è un po' di bianco
per l'alba e una macchia d'inchiostro
per il tramonto
aspettami, sto arrivando.

Thursday, February 25, 2010

DALL'IDEA ALLA PAGINA: DIETRO LE QUINTE DEL LIBRO

I libri dietro le quinte: dall´idea alla pagina, dal lavoro dell´editore alla passione di chi legge, dalla cura del traduttore a quella del libraio, attraversando pagina per pagina tutti i settori, e i diversi generi, dalle fiabe ai bestseller, dai saggi ai racconti. Tutte le persone che fanno un libro (e il suo successo) sono impegnate nella nuova, prossima iniziativa "Libri Come - Festa del Libro e della Lettura" da giovedì 25 a domenica 28 marzo all´Auditorium Parco della Musica qui a Roma. Trentacinque i protagonisti, per svelare il "come" dei libri: per primo, Jonathan Safran Foer (il 3 marzo in un´anteprima allo spazio Risonanze) in cui l´autore di Ogni cosa è illuminata parla di "Come si diventa scrittore (vegetariano)" con Irene Bignardi.

A seguire, quattro giorni di appuntamenti con protagonisti come Antonio Tabucchi (Come si scrive un racconto), Aharon Appelfeld (Come si può scrivere dopo la Shoah?), Fabio Volo (Come scrivo i miei libri), Dario Fo (Come leggo, come scrivo), Stephen Frears (La scrittura creativa del cinema) Niccolò Ammaniti (Io ho paura, le scene terrificanti dei film)... Inevitabile e per forza di cose persistente la dimensione privata del libro-oggetto e della sua creazione, nell´esperienza dei protagonisti. Più tecnico l'approccio degli addetti ai lavori che illustrano, per esempio, "come si scrive il primo libro" (da Nicola Lagioia a Mariolina Venezia) oppure gli esperti dell´associazione italiana editori che guidano a capire "come leggono i libri i ragazzi", passando per i libri di cucina, i libri di storia e i manuali di catechismo. Da segnare in agenda, l´appuntamento con i vent´anni dalla scomparsa di Alberto Moravia ricordati con René de Ceccatty, autore di una monumentale biografia dello scrittore romano.

Diversa dalle altre iniziative romane dedicate ai libri e alla lettura, come il Festival delle Letterature di Massenzio e la Fiera della Piccola e media editoria al Palazzo dei Congressi dell´Eur, entrambe con curriculum ormai quasi decennale, "Libri come" vuole soprattutto aprire ai lettori le porte di un mondo pieno di cose da scoprire. La festa è nata da un´idea di Marino Sinibaldi, direttore di RadioTreRai, insieme a Carlo Fuortes e Gianni Borgna, amministratore delegato e presidente di Musica per Roma, con 450 mila euro di fondi su un progetto di durata triennale, che ha avuto il patrocinio del Comune di Roma. «Abbiamo voluto integrare altri format di successo per noi - racconta Borgna - come il Festival della Storia, della Filosofia, della Matematica». E Fuortes: «Abbiamo ormai la prova che quando si apre il sipario sugli aspetti più tecnici di un mondo, il pubblico risponde decretandone il successo».

Affianca la manifestazione, il Garage: cinque officine in 2200 metri quadri dove si svolgeranno oltre cento incontri promossi da una sessantina di editori con circa 250 tra narratori, poeti, illustratori e critici tutti a ingresso libero.

ANCORA CHARLIE CHAPLIN


Kevin Brownlow, storico e regista, arriva in Italia con un prezioso duplex (libro e Dvd) in cui racconta (e si vede) un Chaplin inedito e segreto: scene tagliate, nel dietro le quinte, nelle prove filmate.

Il libro + Dvd s'intitola "Alla ricerca di Charlie Chaplin" ed è pubblicato da Cineteca Bologna, pp. 163, 18 euro.

E' strano come a volte si senta la mancanza di qualcuno che trasformi in leggerezza le nostre paure più grandi. Come la famosa scena da The Great Dictator, The Globe Scene, in cui il dittatore danza con il mondo...Indimenticabile!

Wednesday, February 24, 2010

L'ESTETICA DEL BRUTTO: UN'INTERVISTA A REMO BODEI

Pablo Picasso, Weeping

Intervista di Silvia Calandrelli a Remo Bodei, rilasciata alla DEAR di Roma il 30-7-96

Professor Remo Bodei, la definizione del brutto incontra le stesse difficoltà, se vogliamo, rovesciate e speculari, di quella del bello. Vi è qualche strategia allora per definirlo, per delimitare bene il campo?

Il brutto è sempre stato considerato come l'ombra del bello, come il suo fratello gemello cattivo. Sostanzialmente, all'inizio della nostra civiltà, il brutto, come il falso ed il cattivo in senso morale, è una mancanza, è un'assenza di bello, un'assenza di vero, un'assenza di buono. Quindi l'unica strategia per capire che cosa è il brutto, è di strapparlo nella sua storia da questa assenza e vedere come acquisti progressivamente dei caratteri ben determinati e poi come acquisti anche diritto di cittadinanza nella patria dell'arte.
Nella filosofia greca, soprattutto tra Platone e Plotino, il brutto si presenta sotto la forma del "non-essere". Una statua manca della proporzione giusta - secondo il canone di Policleto - quando ad esempio una testa maschile non sia, dal mento all'attaccatura dei capelli, un decimo dell'altezza del corpo. Se proporzioni canoniche come questa non sono rispettate, allora la statua viene brutta, è colpita da questa maledizione del non-essere, nel senso che c'è qualche cosa che non dovrebbe essere così.

Fu il Cristianesimo, per motivi religiosi, a rivendicare, in qualche modo, la positività del brutto. In quali termini è avvenuta questa sorta di riabilitazione?

Vi è un motivo fondamentale per cui la religione cristiana in un certo modo riscatta il brutto, così come riscatta il peccato, sino, a volte, a raffigurare brutto il Cristo stesso. Mentre nella tradizione greca, in quella neoplatonica, è l'uomo che deve innalzarsi, attraverso l'ascesi, alla divinità, nella tradizione cristiana - se si guarda uno dei grandi testi di San Paolo che contiene l'Inno a Cristo - noi vediamo che là è Dio che discende, si degrada, si umilia nel farsi uomo, che si svuota della sua gloria e della sua divinità e diventa non solo uno come noi, ma il peggiore di noi dal punto di vista esterno. Così il Cristianesimo pone per la prima volta una separazione tra l'interno e l'esterno: bisogna riconoscere dietro la bruttezza esteriore di un'individuo la gloria di Cristo che risiede in ogni nostro simile.

Nell'Età Moderna continua la riabilitazione progressiva di questo concetto, che ottiene addirittura legittimità nell'arte. Può riassumerci i momenti iniziali di questo processo?

Nell'età moderna si scopre che la bellezza non ha più a che vedere con ciò che è misurabile, ma in un universo infinito noi abbiamo l'esperienza dello smisurato, dell'incommensurabile. Keplero, ad esempio, si vergognava della sua matematica e della sua astronomia, perché non voleva ammettere che il movimento dei pianeti fosse un movimento ellittico e non circolare, che era perfetto per eccellenza. Egli resiste vent'anni prima di accettare questa bruttura, cioè che l'universo non abbia delle configurazioni geometriche accreditate. Ecco, in questo periodo il brutto comincia a essere recepito come qualcosa che esiste in natura. Ci sono poi le esplorazioni geografiche che dimostrano l'esistenza di una quantità di animali strani, oppure bellissimi ma velenosi. Quindi nasce l'idea che la creazione è qualcosa di misterioso, che mescola il bene e mescola il male.Poi c'è stato Shakespeare, che nel "Canto delle streghe" del Macbeth fa dire loro esplicitamente "il bello è brutto, il brutto è bello". Il mondo, guardato in se stesso, non obbedisce più a quei canoni, rigidi, classici, che gli si attribuivano prima. Vi è una sensibilizzazione per il brutto, cioè per il non-classico, che bolle, per così dire, a fuoco lento per circa due secoli.

Il Romanticismo con Schlegel sembra fare del brutto l'elemento distintivo tra l'arte antica e l'arte moderna. Cosa intende propriamente Schlegel con questa distinzione?

Il Saggio sulla poesia greca del 1796, che è la prima grande opera di Friedrich Schlegel - fondatore del Romanticismo - presenta questa distinzione: l'arte antica cresce come fiori di campo, tende spontaneamente al bello, l'arte moderna invece ha bisogno dell' "interessante" cioè di qualche cosa che ci metta continuamente in istato di eccitazione. Questo dipende dal fatto che noi siamo diventati degli individui insaziabili di novità, perché ormai la cultura ha esaurito tutte le sue possibili forme ingenue, e ci è impossibile credere spontaneamente a quello che sentiamo, a quello che vediamo. Per questo il brutto è come un liquore per gli alcolizzati all'ultimo stadio, diciamo così, è quell'elemento di pepe, di interesse, che fa sì che noi siamo avvinti in maniera artificiale alle nostre produzioni artistiche. L'arte romantica si presenta quindi come una grande sperimentazione, in cui tutto viene mescolato, in cui il brutto tradizionale serve come lievito per scoprire nuove forme di bello, come concime, diciamo.

Questa concezione del brutto nell'Ottocento matura ulteriormente sino ad assumere, nel campo dell'arte, addirittura la mostruosità?

Soprattutto Victor Hugo e la letteratura francese dell'Ottocento, il suo "Misteri di Parigi" oppure Baudelaire di quella poesia terribile "A una carogna", vedono l'arte e la bellezza discendere dal loro piedistallo e mescolarsi tra le cose del mondo. In un periodo in cui la società va a scoprire le sue fondamenta, le sue fogne, i suoi aspetti più terribili e impresentabili, l'arte si presenta come un abbandono della dimensione dell'eterno e come una caduta nel quotidiano, o come dirà appunto Baudelaire, una "caduta di aureola". Bello e brutto ormai non si distinguono più, abbiamo oltrepassato i confini stabiliti da Schlegel. Nascono così quei personaggi inquietanti, ma in fondo positivi, come il Gobbo di Notre-Dame, Quasimodo, oppure Tribulé, che è più noto da noi per l'opera di Verdi col nome di Rigoletto.
L'arte si va socializzando, raggiunge masse sempre più estese, è ciò la lega alla politica ed alla critica sociale. É appunto tale rapporto con la critica alla società che fa venire a galla tutti questi aspetti di patologia di cui l'arte si occupa, soprattutto in quelle tendenze del socialismo francese a cui Hugo apparteneva.

Che cosa voleva sostenere Karl Rosenkranz, discepolo di Hegel, con il suo libro del 1853 intitolato l'Estetica del brutto?

Per Rosenkranz vi è anche un'arte brutta, in cui il brutto non solo è qualcosa che l'arte non deve escludere, ma è qualcosa di cui l'arte e la bellezza hanno bisogno, cioè un'opera d'arte è tanto più bella quanto più grande è la quantità di negativo, di brutto, che ha dovuto vincere. Quindi l'arte è in sostanza concepita da Rosenkranz come un combattimento tra l'Arcangelo Gabriele e il diavolo. Se l'arte resta pacificata, se l'arte non si scontra coi grandi problemi che sono inafferrabili, ma che rappresentano il male del mondo, le patologie della realtà, quest'arte non avrà nessuna possibilità di grandezza.

Professore, tutta l'arte moderna, rovesciando i canoni tradizionali del bello, produce opere in cui domina lo stridore dei colori, la deformazione delle figure, le dissonanze, le frasi assurde. Questo significa che il brutto è diventato la vera bellezza?

Significa proprio questo, perché, siccome il bello non problematico, cellofanato, si è trasformato in kitsch, cioè in qualche cosa che non produce più nessuna emozione estetica. Questo perché un tale genere di bello asseconda, liscia tutti i pregiudizi e tutte le forme percettive ormai consunte . Ecco, in questa situazione allora l'arte reagisce sperimentando qualche cosa che va al di là delle forme "fruste", delle forme consumate, e quindi introduce, ad esempio in musica, in forma massiccia quelle dissonanze che già Mozart o l'ultimo Beethoven avevano sperimentato. E le introduce per far sentire il dolore del mondo, una specie di pianto, che invece l'arte ufficiale, in genere sotto la grande ala dello Stato, cerca di eliminare in forma trionfalistica. Se invece di rappresentare fiorellini, rondini, si rappresenta l'orrore, questo orrore ha un valore di carattere catartico e pedagogico, cioè ci fa capire come è fatto il mondo e nello stesso tempo ci addita una dimensione utopica di come il mondo potrebbe essere.

Lei ritiene che la sensibilità dei nostri giorni sia ancora legata a questo pathos vero e proprio per il brutto?

Credo di no, però dobbiamo pensare a cosa ha significato questo pathos per il brutto. C'è stato un periodo in cui l'arte si è posta come compito quello di svelare la presenza del dolore e delle lacerazioni all'interno della società e di ritrovare in questo rimosso il senso più autentico del bello. Puntando cioè solo su tale rimosso e quindi con forme di privazione sensoriale.
Dice Adorno: "l'arte è in lutto". C'è una specie di divieto del piacere, io non devo godere durante la rappresentazione delle opere d'arte, cioè devo soffrire, devo sostanzialmente avere dell'arte una concezione ascetica. Adorno ha pagine molto belle proprio sul carattere della musica. La musica ha un aspetto di sofferenza, ma ha anche un aspetto liberatorio che si manifesta soltanto col pianto. Leggerei solo una sua frase: "L'uomo che si lascia defluire in pianto e in una musica che non gli assomiglia più in nulla, lascia contemporaneamente rifluire in sé la corrente di ciò che egli non è e che aveva ristagnato dietro lo sbarramento degli oggetti concreti. Col suo pianto e il suo canto egli penetra nella realtà alienata". Parole difficili, che però vogliono dire che se noi, attraverso l'arte, e in questo caso la musica, riusciamo a togliere questa barriera che ci separa dal mondo da cui ci siamo staccati, quindi dalla realtà alienata; se noi facciamo rifluire il mondo in noi e nello stesso tempo, attraverso questo allentamento della tensione, che si manifesta nel pianto, facciamo in modo che la nostra soggettività si metta di nuovo in contatto col mondo, ecco che l'arte a questo punto non mi dà soltanto dispiacere, ma anche piacere.
Io credo che attualmente noi - per rispondere alla domanda - siamo stanchi forse di questa overdose di arte che fa soffrire e come tendenza generale - sociologicamente parlando, non artisticamente parlando - si cerca un bello senza dolore. Probabilmente questo dipende dal fatto che la sperimentazione si è avvitata su se stessa e che molte volte non c'è più creatività. Quello che è interessante è che il brutto non viene più necessariamente considerato un lievito o un concime per il bello. Si possono fare delle cose belle, senza pagare il pedaggio del brutto. Che questo sia un fatto transitorio o un fatto permanente, non lo so, però certamente perdendo il contatto col rimosso o col brutto probabilmente si sacrifica qualcosa e tempo verrà, presago, "il cor mel dice", in cui, dopo tutta questa fase luttuosa dell'arte del Novecento, il senso delle avanguardie potrà essere ripreso e senza avere la pretesa di affondare nuovamente nel brutto e nel rimosso, si dovrà pur fare i conti con ciò che un'arte troppo pacificata nel presente ci propone.

Sunday, February 21, 2010

POESIA DELLA DOMENICA



Questa poesia è per un uomo d'affari a piedi nudi in riva al mare.
A lungo l'ho osservato e un'onda di tristezza mi ha inghiottito.

L'uomo-pesce

L'uomo d'affari
tolse scarpe e calzini

i piedi anfibi
gli occhi ferini

lucide squame la giacca
un grigio palmare
la voce come una risacca gutturale

prese a districare
il nodo d'alga e licheni
della cravatta verde mare

l'onda lo sorprese
pronta gli piombò addosso
lo spolpò fino all'osso
come uno squalo predatore.

LORENZO BALDACCI, "UNO SFIGATO" A ROMA



Roan Johnson, anche se non sembra, è italiano. Nato da madre materana e padre londinese, è cresciuto a Pisa. Ha 35 anni e da 10 vive a Roma. Prove di felicità a Roma Est (Stile libero, 2010) è il suo primo romanzo.

«È che lo sfigato è sfigato per natura. Magari perché è grasso, timido, balbuziente. Io ero sfigato per convinzione. Era accaduto per eccesso di sensibilità, avrebbe detto mia mamma. Ero stato fregato, avrei detto io».

Ironica, ruvida, sincera: è la voce di Lorenzo Baldacci, arrivato a Roma per svoltare e incagliato invece in una folla di personaggi esilaranti. E in Samia, la ragazza che attira gli sguardi di tutti, e per tutti resta un inaccessibile mistero. Quella che risplende per una breve, fulminea stagione.
Con sguardo aspro e comico, di giovanissimo provinciale toscano approdato nella capitale, Lorenzo Baldacci racconta una Roma marginale, vitalissima e mai cosí vera. Pony-pizza, badanti, professori in pensione, professori sfruttati, truffe, subaffitti, periferie e campi rom.
Una voce fresca e originale, un irriverente romanzo di formazione che è anche la piú classica e struggente delle storie d'amore.

Lorenzo ha 21 anni ed è approdato nella capitale per cercare di prendere finalmente il diploma in un liceo del «calcioinculo», uno di quelli privati in cui paghi e ti promuovono. A Roma si aspettava il «casino serissimo», invece si ritrova a dover sbarcare il lunario facendo il pony-pizza. Con la sua Vespa Primavera si rovina la schiena a ogni buca delle strade romane, e spia le persone, le loro vite, per cercare di afferrare la città, cambiare punti di vista, e finalmente capire. In questa schiera di personaggi indimenticabili, esasperati, commoventi, si imbatte proprio in Samia, e sembra non capirci nulla neppure di lei.

(recensione da Einaudi.it)

PREGHIERA DELLA DOMENICA


Ernest Hemingway in Spain, 1959 - Photograph by Mary Hemingway in the Ernest Hemingway
Collection, John F. Kennedy Presidential Library and Museum, Boston.

"Nulla nostro, che sei nel nulla, sia santificato il tuo nulla, venga il tuo nulla, sia fatto il tuo nulla, dovunque nel nulla. Dacci oggi il nostro nulla quotidiano, e rimetti a noi i nostri nulla, come noi rimettiamo agli altri nulla. E non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal nulla. Amen."

Hernest Hemingway, Un posto pulito, illuminato bene (da Quarantanove racconti)

Saturday, February 20, 2010

MONOLGO DI UN FOSSILE


Stasera le parole sono appese a un filo- ad asciugare.
Stasera il cielo è nera antimateria - e lo sa Iddio e qualche povero umano cosa sia contemplare il vuoto.
Stasera ritrovo un amico che non riconosco, leggo le sue parole- una fonte sincera è ora acqua mescolata a rancore.
Stasera gli anni sono macine di frantoi- il gusto un po' amaro dell'olio emerge dalle parole, un alone si allarga a macchiarmi i fogli di memoria.
Stasera il vento che non si è ancora levato aspetta indeciso tra i rami ruvidi.
Stasera si avverte nell'aria il brivido dell'inverno e la paura della primavera- il loro abbraccio silenzioso si trasformerà presto in pioggia.
Il Tevere gonfio si è fermato sotto i ponti a dormire- come un barbone qualunque in cerca di riparo. Ne sento il respiro- il corpo nascosto tra gli strati di pietra come un fossile vivo.
Stasera c'è abbastanza silenzio in casa e nella mia vita per un'archeologia della memoria. Perché ogni cosa rimane intatta nel fondo della città, anche quando il tempo sembrava averla distrutta.
Roma ha in serbo un po' di polvere per ciascuno di noi. Un mucchietto di terra leggera che ti entra nei pori, che ti spegne il sorriso, che ti seppellisce la voce.
Ma stasera c'è un vento leggero che arriva da un punto lontano e luminoso nel buio - pretende un pezzo di vita in cambio di un po' di primavera.
Allora Roma spolvera un po' di rovine e uno dei suoi fossili ritorna a scintillare- tesoro emerso dal magma di vita.
Ecco una foglia caduta tra le pietre del Colosseo, ecco l'orma di un leone,l'eco di un ruggito, la piena del Tevere.

LA VITA IN IMMAGINI DI WILL EISNER


Il 28 febbraio comincia la settimana dedicata a Will Eisner e ai graphic novels, The Will Eisner Week 2010. The Will Eisner Week si terrà dal 28 febbraio al 6 marzo 2010.
Il tema è "The Reading Revolution: Will Eisner and the American Graphic Novel."
In programma eventi pubblici tra cui The Minneapolis College of Art & Design, The Savannah College of Art and Design, e the Comic Book Legal Defense Fund in New York City.

Per informazioni clicca qui e troverai il sito di Will Eisner (in inglese) con tutte le informazioni per gli appassionati.

Per tutti, anche i meno informati, ecco una recensione ai cinque classici di Eisner pubblicati da Einaudi Stile Libero.


Will Eisner, Life, in Pictures, Einaudi Stile Libero
da Radio Tre, Fahrenheit

Ritratto dell'artista a fumetti.
In cinque classici del graphic novel, la storia di un giovane ebreo newyorkese alle prese con un'America che cambia faccia, dalla Grande Depressione ai giorni nostri.
«Il disordinato armadio in cui ho cacciato i fantasmi del mio passato». Cosí Eisner stesso definí le cinque storie a carattere autobiografico che scelse personalmente per questa raccolta. Da Il sognatore (1986), la storia di un giovane artista che fa il suo ingresso nel mondo del fumetto prima della Seconda guerra mondiale, a Fin nel cuore dell'uragano (1990), il racconto dell'infanzia e degli anni giovanili dell'artista in un'America in cui il pregiudizio antiebraico era ancora fortissimo.
Il nome del gioco (2003) e Il giorno che diventai professionista (2003), due delle ultime storie disegnate da Eisner. Life, in Pictures è il memorabile autoritratto di un artista che, come amava dire, se non è stato il padre del graphic novel, almeno ha assistito alla sua nascita.

La recensione di Luca Raffaelli, esperto di fumetti e animazione, è sicuramente da ascoltare (in real player). Ecco il link.

http://www.rai.it/dl/radio3/popupaudio.html?t=fahrenheit&p=fahrenheit&d=&u=http%3A%2F%2Fwww.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/archivio_2010/audio/graphicnovel2010_02_03.ram

Friday, February 19, 2010

CHI E' L'INTELLETTUALE: EPICURO VS. GRAMSCI


A. Gramsci

Chi è l'intellettuale?
Da EMF- RAI
Puntata del 19 giugno 2001

Dall'antichità all'illuminismo gli intellettuali hanno spesso cambiato nome: erano saggi, chierici, philosophes. La loro presenza nel territorio della cultura, secolo dopo secolo, ha disegnato più volte un nuovo profilo d'impegno, un approccio al sapere messo sotto esame dal presente.
La domanda che apre la disputa di questa settimana usa quindi l'indicativo, va coniugata al tempo contemporaneo. Chi è oggi l'intellettuale? Colui che schiva la ribalta e lavora protetto all'ombra del "giardino" di Epicuro, libero dagli affanni del potere? Oppure è il suo gemello diverso, il militante che si schiera, che rischia ed è fiero di anticipare, magari cambiare il passo degli eventi, come Gramsci in carcere insegna?
Dare una risposta, qui, nel sito delle idee, vuol dire forse già scegliere la seconda tesi. Ma prima di farlo è bene seguire il percorso tracciato da Vegetti e Viroli sotto la guida del Tommaso televisivo Antonio Lubrano.
Chi erano Epicuro e Antonio Gramsci? Due filosofi lontani nel tempo e nelle posizioni, due intellettuali del passato remoto e passato prossimo.


EPICURO
Il filosofo greco Epicuro nacque a Samo (o, secondo Diogene Laerzio, ad Atene) nel 341 a.C. Fu allievo del platonico Panfilo e poi del democriteo Nausìfone. Fu forse allievo anche dell'accademico Senocrate. A 32 anni inizò il suo insegnamento a Mitilene e a Lampsaco; quando infine si stabilì ad Atene, nel 306 a.C., vi aprì una scuola con sede nel suo giardino. La scuola di Epicuro si impegnò nella diffusione della dottrina del maestro che si accompagnò anche con la polemica verso le scuole filosofiche del tempo, compreso il nascente stoicismo. Delle numerose opere di Epicuro, ci sono pervenute per intero, grazie a Diogene Laerzio, le Lettere ad Erodoto, a Pitocle ed a Meneceo, le Massime capitali e il Testamento, alle quali si sono aggiunte recentemente una raccolta di Sentenze e frammenti dell'opera Sulla natura . Morì nel 270 A.C.

L'intellettuale deve vivere in disparte

Nel "giardino" di Epicuro, il luogo attiguo alla casa del filosofo ad Atene dove si riunivano gli allievi, s'insegna il distacco dalla vita civile. L'intellettuale deve restare nascosto, tenersi a distanza dai giochi del potere e della politica. E' meglio vivere da governati, afferma, piuttosto che da governanti: "non c'è alcuna società tra gli uomini, ciascuno pensa solo a se stesso". Bisogna coltivare i piaceri della vita, alimentare il sapere e la conoscenza, tendere alla privazione del dolore fisico e di quello morale.



L'intellettuale è sempre libero

Il saggio è libero anche quando è in catene, perché la libertà è uno stato interiore e i veri tiranni abitano dentro, non fuori. Le azioni non sono sottoposte né alla divinità né al fato o alla necessità naturale, ma all'arbitrio dell'uomo. Assumersi appieno questa responsabilità vuol dire salvarsi dal carcere degli affanni e della politica, condurre un'esistenza fra amici sul modello del "giardino" ateniese, luogo del sapere e del dominio delle passioni.


ANTONIO GRAMSCI
Antonio Gramsci nasce ad Ales (Cagliari) il 22 gennaio 1891. Nel 1911, grazie ad una borsa di studio, si trasferisce a Torino, ove si iscrive alla facoltà di Lettere, senza tuttavia terminare gli studi, essendo completamente impegnato nella militanza politica nelle file del movimento socialista. Animatore dei Consigli di fabbrica di Torino, nel 1919 fonda «Ordine nuovo», che diviene ben presto il punto di riferimento dell'ala più rivoluzionaria della classe operaia. Nel 1921, a Livorno, è tra i fondatori del nuovo Partito comunista d'Italia. Tra il 1922 e il 1923 trascorre un anno in Unione Sovietica, ove conosce Lenin. Nel 1924 viene eletto deputato e fonda «L'Unità», organo del Partito comunista italiano. Arrestato dalla polizia fascista nel 1926, nel 1928 viene indicato come «il cervello del comunismo italiano» e condannato a venti anni di carcere. Ottenuta una riduzione della pena, viene scarcerato nell'aprile del 1937, ma appena una settimana dopo, nel giorno 27, muore in una clinica romana, a soli quarantasei anni. Le sue opere, comprese nei trentatré Quaderni del carcere, stesi tra il 1929 e il 1935, sono state pubblicate postume nel dopoguerra con i seguenti titoli: Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce; Gli intellettuali e l'organizzazione della cultura; Il Risorgimento; Note su Machiavelli, la politica e lo Stato moderno; Letteratura e vita nazionale. Documento di grande valore sono le Lettere dal carcere.

L'intellettuale deve impegnarsi nella società

La biografia di Gramsci è il manifesto dell'impegno civile, di una causa fondante - quella di promuovere il proletariato a classe dirigente - sposata fino alla fine. Arrestato nel '26 e condannato dal tribunale speciale fascista a vent'anni di reclusione, il fondatore del Partito comunista continua la sua attività anche in carcere, dove elabora il profilo di un intellettuale nuovo che da specialista si fa politico, che agisce per un'avanguardia rivoluzionaria organizzata. La cultura della neutralità non esiste.

L'intellettuale è libero solo in un mondo libero

Per Gramsci la libertà ha cittadinanza soltanto in un mondo libero; la libertà è il risultato di un'emancipazione politica, non può ridursi a consolazione privata. Uno stato che la nega, obbliga i suoi cittadini a una schiavitù con o senza catene. E in un quadro sociale di oppressione, in un regime dittatoriale l'intellettuale ha il compito di lavorare per la riconquista civile della libertà. Anche dietro le sbarre, dove si viene rinchiusi a causa dell'espressione libera del proprio pensiero in un contesto storico, il fascismo, che la vieta.


Se vuoi approfondire vai sul sito http://www.tommaso.rai.it/quinta/intell.htm
Troverai tutto sulla storia del termine "intellettuale" e le sue trasformazioni. Ecco gli argomenti discussi:
  • Sai dove e quando nasce la parola intellettuale?
    In Francia, con il caso Dreyfus.
  • Epicuro e Gramsci, pur lontani nel tempo,
    vivono in epoche di crisi della democrazia.
    Vegetti e Viroli ne ricostruiscono le tavole storiche.

  • Dal rapporto fra gli intellettuali italiani e il fascismo
    a quello più frivolo con il potere televisivo.
    Alcune riflessioni conclusive della disputa.

    Tutto in formato Real Player

Dopo esserti informato partecipa attivamente alla disputa dei filosofi e decidi:

Tuesday, February 16, 2010

AFORISMI SULL'AMICIZIA



Un post dedicato all'amicizia e ad Amicidiletture! E' di qualche giorno fa l'articolo di Alessandro Baricco sull'amicizia. Lo scrittore ne ha parlato su La Repubblica il 30 gennaio, ricordando i tempi in cui non esistevano i social networks e l'amicizia nasceva all'ombra di sotterranee allenze. Vi ripropongo l'articolo accompagnato dalle riflessioni di Aristotele e Cicerone.
L'Amicizia è anche il titolo di un bel libro di Tahar Ben Jelloun, scrittore e poeta marocchino .
In questo sintetico libretto, Tahar Ben Jelloun ripercorre, in un itinerario della memoria, i suoi rapporti di amicizia fin dall’infanzia e dall’adolescenza in Marocco. Imparentata con l’amore pur non coltivandone l’erotismo, sentimento che ci rende migliori, l’amicizia illumina l’esistenza e conferisce un senso nuovo al nostro essere nel mondo. “Nell’amicizia non bisogna che sorga mai lo spettro della guerra, e neppure quello della rivalità o del tradimento. Quando un’amicizia è sfregiata, non c’è niente che possa ricostituirla” (p. 31). Nel libro di Ben Jelloun ci sono anche amici silenziosi, i libri: “Una biblioteca è una camera piena di amici. Sono amici che mi stanno intorno e che mi offrono ospitalità. Una casa senza biblioteca è una dimora senz’anima, senza spirito, senza amicizia. I libri – forse non tutti i libri – quando sono sistemati negli scaffali, sembra che vi osservino, o che vi chiamino. Aspettano. Quando una mano gli si avvicina, si sporgono verso di essa. […] Fare dono di una parte della propria intimità – ricreata, reinventata con le parole e con le immagini – della quale saranno degli sconosciuti a impadronirsi ricoprendola di passione, di amore e di mistero. Chi sta all’origine di un atto simile diventa l’amico eccezionale, lontano fisicamente, o nel tempo, ma così vicino per quello che ha lasciato in dono” (pp. 78-79).

Vi lascio alle parole di Baricco, Aristotele e Cicerone. E naturalmente vi invito a leggere L'Amicizia di Ben Jelloun (Einaudi 1995): scoprirete un sentimento puro e bello e vi verrà voglia di fare amicizia.

ALESSANDRO BARICCO
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Quel che ricordo dell´amicizia ai tempi in cui non esisteva Facebook e nemmeno la Rete, le mail, gli sms l´ho scritto in Emmaus, nell´amicizia di quei quattro ragazzini diciassettenni che muovono il romanzo. I libri non sono mai, stupidamente, la verità, ma è vero che noi eravamo più o meno così, come quei quattro. Una cosa che ricordo bene, ad esempio, è che pensavamo l´amicizia come il prolungamento di una fede: fosse religiosa, come nel nostro caso, o anche laica, o politica, non importava. Anche il Toro andava bene. Ma era importante quel credere comune, non sarebbe bastata la simpatia né qualsiasi altra prossimità sentimentale.
A tenerci uniti era la certezza che stavamo combattendo insieme una qualche sotterranea guerra, di cui poi non capivamo neanche molto. In definitiva negli amici cercavamo meno un sollievo alle nostre solitudini che non l´iscrizione a un qualche eroismo collettivo. Ciò dava ai legami un tratto di necessità, o forse di sacralità, che ci faceva impazzire. Vi trovavamo una fermezza, un´inevitabilità, che non trovavamo altrove. Va da sé che non c´erano amici che non lo fossero per la pelle.
Come i quattro di Emmaus, da ragazzi costruivamo le amicizie su una bolla di dolore. Quando non c´era, ce la inventavamo, credo. Ma sempre ci si riconosceva a partire da una ferita, e ci si voleva bene - e quanto - scambiandoci il segreto della nostra tristezza. Ne sapevano poco le nostre famiglie, e niente il mondo: ma lo spazio di quel penare, che tenevamo segreto, dettava il perimetro di una luogo riservatissimo a cui proprio le amicizie, e solo loro, accedevano. Così essere amici significava condividere un segreto. E scambiare malinconia. Non voglio dire che fossimo depressi o pateticamente romantici (magari lo eravamo anche un po´, ma non è quello il punto), voglio dire che quando cercavamo il massimo della vicinanza ci riusciva più facile farlo entrando nell´ombra dei nostri pensieri cupi, perché lì trovavamo la perfezione. L´allegria era meno interessante. Della felicità non ci accorgevamo.
E poiché non esisteva Facebook, essere amici significava fare delle cose. Non parlarne, o raccontarle: farle. Se cerco di ricordare momenti precisi che significassero amicizia, vedo scene in cui sempre stavamo facendo qualcosa. E mai in casa. Esisteva un nesso preciso tra l´alzare il culo per andare a fare cose e il vivere le amicizie. Anche quando ci scrivevamo, era una cosa particolare, accadeva di rado, e allora una lettera era molto più un fatto che un modo di comunicare. Era un gesto. Le telefonate interminabili (ciò che di più vicino riesco a immaginare al chattare odierno) ce le tenevamo per le fidanzate: tra noi sarebbe stato ridicolo. Parlavamo molto, naturalmente, ma era sempre roba cucita in un gesto, e tempo legittimato da altro tempo, speso in un qualche lavorìo. Ci sarebbe parso tremendamente vacuo frequentarci via computer. Non avremmo saputo cosa dirci. Quando invece anche solo il "tornare da giocare a pallone" diventava uno spazio perfetto, di camminate memorabili, e parole a lungo covate. C´entravano il sudore addosso, le scarpe slacciate, e il pallone, sporco da far schifo, tra le mani, e farlo rimbalzare. Una finestrella su uno schermo, quello ci sarebbe apparso come un ripiego inspiegabile.
Tutto ciò ci costringe a concludere spesso, usando un termine che è tramontato, che quelle erano amicizie profonde. Tacitamente, intendiamo dire che quelle di Facebook non lo sono. Ma la realtà non è così semplice. Se un termine tramonta un perché ci sarà, e l´estinguersi di un profilo certo, per la parola profondità, qualcosa deve insegnarci. Era il nome che davamo a una certa intensità, ma era un nome probabilmente inesatto. Alludeva a coordinate (superficie - profondità) che il mondo quasi certamente non ha: oggi appaiono come una semplificazione un po´ infantile, e stanno all´esperienza reale come un cartone sta al 3D. Strumenti poveri, verrebbe da dire. Così ci resta la memoria di una certa intensità, ma pochi nomi certi per nominarla con esattezza.
Per questo trarre delle conclusioni che non siano da bar sembra difficile. Io posso giusto annotare un´osservazione che oltre tutto ha il limite di riferirsi alla mia esperienza personale: in genere la "profondità" che tendo ad attribuire retrospettivamente a quelle amicizie non sembra aver influito sulla loro resistenza al tempo. Alcune se ne sono sparite, altre sono rimaste, come se una regola non ci fosse: ha tutta l´aria di essere una faccenda dannatamente casuale. E se mi trovo ancora appiccicato addosso persone con cui tornavo da giocare a pallone, è vero che tante altre amicizie che erano analogamente "profonde" se ne sono andate con un fare liquido strabiliante, come se non avessero agganci da nessuna parte, e la benché minima forma di necessità. È bastato alle volte uno spostamento minimo, un´inezia, e già non c´erano più. Così quelle che sembravano pietre incastonate si sono svelate pietre appoggiate su qualcosa di sdrucciolevole: e la petrosità una categoria che solo nella fantasia ha un nesso necessario con la permanenza. Da giovani non potevamo immaginarlo, ma la verità è che si può essere petrosi e provvisori, noi lo eravamo. Rolling stones, come ci insegnò poi qualcuno che, senza saperlo, aveva già capito tutto.


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Aristotele
L'amicizia

"L'amicizia è una virtù o s'accompagna alla virtù; inoltre essa è cosa necessarissima per la vita. Infatti nessuno sceglierebbe di vivere senza amici, anche se avesse tutti gli altri beni (e infatti sembra che proprio i ricchi e coloro che posseggono cariche e poteri abbiano soprattutto bisogno di amici; infatti quale utilità vi è in questa prosperità, se è tolta la possibilità di beneficare, la quale sorge ed è lodata soprattutto verso gli amici? O come essa potrebbe esser salvaguardata e conservata senza amici? Infatti quanto più essa è grande, tanto più è malsicura). E si ritiene che gli amici siano il solo rifugio nella povertà e nelle altre disgrazie; e ai giovani l'amicizia è d'aiuto per non errare, ai vecchi per assistenza e per la loro insufficienza ad agire a causa della loro debolezza, a quelli che sono nel pieno delle forze per le belle azioni. [...]

(Aristotele, Etica Nicomachea, trad. it. in Opere, vol. VII, Bari, Laterza, 1983, libro VIII, cap. 1, pp. 193-194)



Etica Nicomachea: i tre tipi di amicizia

"Tre dunque sono le specie di amicizie, come tre sono le specie di qualità suscettibili d'amicizia: e a ciascuna di esse corrisponde un ricambio di amicizia non nascosto. E coloro che si amano reciprocamente si vogliono reciprocamente del bene, riguardo a ciò per cui si amano. Quelli dunque che si amano reciprocamente a causa dell'utile non si amano per se stessi, bensì in quanto deriva loro reciprocamente un qualche bene; similmente anche quelli che si amano a causa del piacere. (...)L'amicizia perfetta è quella dei buoni e dei simili nella virtù. Costoro infatti si vogliono bene reciprocamente in quanto sono buoni, e sono buoni di per sé; e coloro che vogliono bene agli amici proprio per gli amici stessi sono gli autentici amici (infatti essi sono tali di per se stessi e non accidentalmente); quindi la loro amicizia dura finché essi sono buoni, e la virtù è qualcosa di stabile; e ciascuno è buono sia in senso assoluto sia per l'amico. Infatti i buoni sono sia buoni in senso assoluto, sia utili reciprocamente.

(Aristotele, Etica Nicomachea, cit., libro VIII, cap. 3, pp. 196-199).
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Marco Tullio Cicerone
L'amicizia

Circa l’amicizia... Epicuro così si esprime: di tutte le cose che la sapienza procura in vista della vita felice, niente vi è di più grande dell’amicizia, niente di più ricco e di più gradito. Questo, Epicuro stesso lo ha provato non con le parole soltanto, ma con la sua stessa vita, le sue azioni, il suo costume... E in realtà Epicuro in una sola casa, e per di più piccola, quanto stuolo di amici tenne, e da che mutui sensi d’amore uniti!... Mi sembra dunque che dai nostri l’amicizia sia stata intesa in tre modi. (...) Vi sono poi di quelli che dicono che fra i sapienti intercorre un patto tale ch’essi non amano gli amici meno di se stessi.

(Cicerone, De finibus bonorum et malorum I,20, 65, in Epicuro. Opere, a cura di M. Isinardi Parente, Utet, 1983, pp.154-55 )

Monday, February 15, 2010

IL FIORE DI SARAMAGO


Illustrazione di Fabian Negrin
Da: Anna La Vilaine, Editions du Rouergue


Storia di un fiore di José Saramago


Pubblicato in quaderno di Saramago da massimolafronza il 25 maggio 2009
di José Saramago
http://caderno.josesaramago.org/2009/05/25/historia-de-uma-flor/

Intorno agli inizi degli anni ‘70, quando ancora non ero altro che uno scrittore principiante, un editore di Lisbona ebbe l’insolita idea di chiedermi di scrivere un racconto per bambini. Non ero per niente sicuro di poter adempiere degnamente alla richiesta, per questo, oltre alla storia di un fiore che stava morendo per mancanza di una goccia d’acqua, mi tutelai inserendo un narratore che si scusava di non saper scrivere storie per bambini, a cui, dall’altra parte, diplomaticamente, chiedeva di riscrivere con parole proprie la storia che gli raccontava. Il piccolo figlio di una mia amica, a cui ebbi l’audacia di regalare il libricino, confermò senza pietà il mio sospetto: “Veramente”, disse alla madre, “lui non sa scrivere storie per bambini”. Accusai il colpo e tentai di non pensare più a quel tentativo frustrato di congiungimento con i fratelli Grimm nel paradiso dei racconti infantili. Di tempo ne è passato, ho scritto altri libri che hanno avuto una maggiore fortuna, e un giorno ricevo una telefonata dal mio editore Zeferino Coelho che mi comunica di stare pensando di ristampare il mio racconto per bambini. Gli dico che si tratta di un errore, perché io non ho mai scritto niente per i bambini. Voglio dire, avevo totalmente rimosso l’infausto episodio. Ma, bisogna ammetterlo, è così che è cominciata la seconda vita de “Il più grande fiore del mondo”, adesso con la benedizione di straordinari collage fatti da João Caetano per la nuova edizione che hanno contribuito in maniera definitiva al suo successo. Migliaia di nuove storie (migliaia, sì, non esagero) sono state scritte nelle scuole elementari portoghesi, spagnole e di mezzo mondo, migliaia di versioni in cui migliaia di bambini hanno dimostrato la loro capacità creativa, non solo come piccoli narratori, ma anche come illustratori in erba. Alla fine, il figlio della mia amica non aveva ragione, il racconto, fatto di trasparente semplicità, aveva trovato i suoi lettori. Ma le cose non finiscono qui. Alcuni anni fa, Juan Pablo Etcheverry e Chelo Loureiro, che vivono in Galizia e lavorano nel cinema mi contattarono con l’obiettivo di fare del “Fiore” un’animazione in plastilina, per la quale Emilio Aragón aveva già composto una bella musica. L’idea mi sembrò interessante, gli diedi l’autorizzazione che mi chiedevano e, passato il tempo necessario, inutile specificare tra mille sacrifici e difficoltà, il film è stato lanciato. Nel film ci sono anch’io, con il cappello e abbastanza ringiovanito nell’età. Sono quindici minuti della migliore animazione, che il pubblico ha applaudito nelle sale e nei festival di cinema, come è successo, nel passato recente, in Giappone e Alaska. Come è stato per il premio che gli è appena stato attribuito al Festival del Cinema Ecologico di Tenerife, felicemente risorto dopo alcuni anni di pausa forzata. Chelo è venuto a casa nostra, ci ha portato il premio, una scultura che rappresenta una pianta che sembra voglia salire fino al sole e che, molto probabilmente, continuerà la sua vita nella Casa dos Bicos, a Lisbona, per dimostrare come in questo mondo tutto è legato a tutto, sogno, creazione, opera. É ciò che ci rende degni, il lavoro.
Link per vedere il film:

http://flocos.tv/curta/a-flor-mais-grande-do-mundo/

L'AMORE AI TEMPI DI ELVIRA DONES



In nome delle belle ragazze albanesi
"Signor Berlusconi, basta battutacce"di ELVIRA DONES
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Dalla scrittrice albanese Elvira Dones una lettera aperta al premier Silvio Berlusconi in merito alla battuta del Cavaliere sulle "belle ragazze albanesi". Durante il recente incontro con Berisha, il premier ha attaccato gli scafisti e ha chiesto più vigilanza all'Albania. Poi ha aggiunto: "Faremo eccezioni solo per chi porta belle ragazze".

"Egregio Signor Presidente del Consiglio,
le scrivo su un giornale che lei non legge, eppure qualche parola gliela devo, perché venerdì il suo disinvolto senso dello humor ha toccato persone a me molto care: "le belle ragazze albanesi". Mentre il premier del mio paese d'origine, Sali Berisha, confermava l'impegno del suo esecutivo nella lotta agli scafisti, lei ha puntualizzato che "per chi porta belle ragazze possiamo fare un'eccezione."

Io quelle "belle ragazze" le ho incontrate, ne ho incontrate a decine, di notte e di giorno, di nascosto dai loro magnaccia, le ho seguite da Garbagnate Milanese fino in Sicilia. Mi hanno raccontato sprazzi delle loro vite violate, strozzate, devastate. A "Stella" i suoi padroni avevano inciso sullo stomaco una parola: puttana. Era una bella ragazza con un difetto: rapita in Albania e trasportata in Italia, si rifiutava di andare sul marciapiede. Dopo un mese di stupri collettivi ad opera di magnaccia albanesi e soci italiani, le toccò piegarsi. Conobbe i marciapiedi del Piemonte, del Lazio, della Liguria, e chissà quanti altri. E' solo allora - tre anni più tardi - che le incisero la sua professione sulla pancia: così, per gioco o per sfizio.

Ai tempi era una bella ragazza, sì. Oggi è solo un rifiuto della società, non si innamorerà mai più, non diventerà mai madre e nonna. Quel
puttana sulla pancia le ha cancellato ogni barlume di speranza e di fiducia nell'uomo, il massacro dei clienti e dei protettori le ha distrutto l'utero.

Sulle "belle ragazze" scrissi un romanzo, pubblicato in Italia con il titolo Sole bruciato. Anni più tardi girai un documentario per la tivù svizzera: andai in cerca di un'altra bella ragazza, si chiamava Brunilda, suo padre mi aveva pregato in lacrime di indagare su di lei. Era un padre come tanti altri padri albanesi ai quali erano scomparse le figlie, rapite, mutilate, appese a testa in giù in macellerie dismesse se osavano ribellarsi. Era un padre come lei, Presidente, solo meno fortunato. E ancora oggi il padre di Brunilda non accetta che sua figlia sia morta per sempre, affogata in mare o giustiziata in qualche angolo di periferia. Lui continua a sperare, sogna il miracolo. E' una storia lunga, Presidente... Ma se sapessi di poter contare sulla sua attenzione, le invierei una copia del mio libro, o le spedirei il documentario, o farei volentieri due chiacchiere con lei. Ma l'avviso, signor Presidente: alle battute rispondo, non le ingoio.

In nome di ogni Stella, Bianca, Brunilda e delle loro famiglie queste poche righe gliele dovevo. In questi vent'anni di difficile transizione l'Albania s'è inflitta molte sofferenze e molte ferite con le sue stesse mani, ma nel popolo albanese cresce anche la voglia di poter finalmente camminare a spalle dritte e testa alta. L'Albania non ha più pazienza né comprensione per le umiliazioni gratuite. Credo che se lei la smettesse di considerare i drammi umani come materiale per battutacce da bar a tarda ora, non avrebbe che da guadagnarci.

Elvira Dones, scrittrice-giornalista.
Nata a Durazzo nel 1960, si è laureata in Lettere albanesi e inglesi all?Università di Tirana. Emigrata dal suo Paese prima della caduta del Muro di Berlino, dal 1988 al 2004 ha vissuto e lavorato in Svizzera. Attualmente risiede negli Stati Uniti, dove alla narrativa alterna il lavoro di giornalista e sceneggiatrice.


© Riproduzione riservata (La Repubblica, 15 febbraio 2010)

NUOVE POESIE D'AMORE


Pierluigi Cappello


Da lontano

Qualche volta, piano piano, quando la notte
si raccoglie sulle nostre fronti e si riempie
di silenzio,
e non c’è più posto per le parole,
e a poco a poco si raddensa una dolcezza
intorno
come una perla intorno al singolo grano
di sabbia,
una lettera alla volta pronunciamo
un nome amato
per comporre la sua figura; allora
la notte diventa cielo
nella nostra bocca, e il nome amato
un pane caldo, spezzato.

Alejandra Pizarnik


Presenza

la tua voce
in questo non potersene uscire le cose
dal mio sguardo
mi spossessano
fanno di me un vascello in un fiume di pietre
se non è la tua voce
pioggia sola nel mio silenzio di febbri
tu mi liberi gli occhi
e per favore
parlami
sempre.

Traduzione di Claudio Cinti



da Aa.Vv., Nuove poesie d’amore
a cura di Angela Urbano
Crocetti Editore 2010
Novità - In libreria a inizio Febbraio

Sunday, February 14, 2010

UNA DISPUTA FILOSOFICA


La verità esiste?
E' il destino della filosofia indagare il vero per distinguerlo dal falso. La ricerca di un criterio giusto per riconoscere la verità percorre sempre la stessa strada della conoscenza, lungo tutto il pensiero occidentale. In questo cammino, sua "nemica" storica è la retorica, la tecnica del discorso abile che nella diagnosi di Platone diventa insieme medicina e veleno dell'anima. Anche le parole disoneste, insomma, possono sembrare oneste, se magistralmente combinate. E allora, è possibile e doveroso separarle? Oppure la verità sarà eternamente mescolata all'arte della persuasione?
Le prime risposte sono antiche, eppure non superate. Gorgia da Lentini, campione di retorica, e Socrate filosofo del dialogo, cacciatore del vero, tornano a discutere della quaestio per eccellenza della disputa medievale grazie a due vice del tempo contemporaneo: Giulio Giorello e Giovanni Reale, guidati da Antonio Lubrano. Ecco il link per leggere le differenti opinioni di Gorgia da Lentini e Socrate sulla verità: http://www.tommaso.rai.it/quarta/verita.htm


Dopo aver letto provate a dire la vostra! E che la verità vi guidi verso l'uscita dell'intricata questione...

Thursday, February 11, 2010

QUALCUNO VOLO' DOVE LA TERRA FRANA


Giorni di pioggia, giorni di gelo. Alla Tv le immagini del disastro di Haiti, distante e colorato come il brutto sogno di un pittore visionario di cui si allestisce l'allucinante mostra personale.
Mentre "distogliamo gli occhi dal disastro" ecco che vicino a noi altri scenari si preparano ad ospitare l'orrore.
La prevenzione incompiuta
A pochi chilometri da Sarno, il caso emblematico di San Felice a Cancello. Le opere che dovrebbero salvare il territorio dalle alluvioni restano incompiute. La videoinchiesta di Tommaso Cerno. Una inchiesta da leggere e da conservare, in attesa del prossimo disastro naturale.
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/la-prevenzione-incompiuta/2114923/26

Wednesday, February 10, 2010

JOSE' SARAMAGO, DAL "CUADERNO": QUANTE HAITI?

Il terremoto di Lisbona


Quante Haiti?
(9 febbraio 2010)
di José Saramago

Il giorno di Ognissanti del 1755 Lisbona fu Haiti. La terra tremò quando mancavano pochi minuti alle dieci del mattino. Le chiese erano piene di fedeli, i sermoni e le messe al loro apice… Dopo una prima scossa, la cui magnitudo i geologi oggi calcolano possa aver toccato il nono grado della scala Richter, le repliche, anch’esse di grande potenza distruttiva, durarono ancora l’eternità di due ore e mezza, trasformando l’85% delle costruzioni della città in macerie. Secondo testimoni dell’epoca, l’altezza dell’onda dello tsunami che ne risultò fu di 20 metri, causando 600 vittime tra la moltitudine attratta dall’insolito spettacolo del letto del fiume lastricato di relitti di navi là affondate nel corso del tempo. Gli incendi durarono cinque giorni. I grandi edifici, palazzi, conventi, colmi di ricchezze artistiche, biblioteche, gallerie di dipinti, il teatro dell’opera da poco inaugurato, che, bene o male, avevano resistito ai primi colpi del terremoto, furono divorati dal fuoco. Dei 275 mila abitanti che Lisbona aveva all’epoca, si crede ne siano morti 90 mila. Si racconta che all’inevitabile domanda “E adesso, cosa fare?”, il ministro degli Esteri Sebastião José de Carvalho e Melo, che più tardi fu nominato primo ministro, avrebbe risposto “Sotterrare i morti e prenderci cura dei vivi”. Queste parole, che entrarono subito nella Storia, furono effettivamente pronunciate, ma non da lui. Le disse un ufficiale maggiore dell’esercito, in questo modo spogliato del suo merito, come tante volte succede, a favore di qualcuno più potente.

Sotterrare i suoi cento venti mila, o più, morti è quello che sta facendo adesso Haiti, mentre la comunità internazionale si sforza di prendersi cura dei vivi, nel mezzo del caos e della disorganizzazione multipla di un paese che anche prima del terremoto, da generazioni, già si trovava nello stadio di catastrofe lenta, di calamità permanente. Lisbona è stata ricostruita, anche Haiti lo sarà. La questione, per quanto riguarda Haiti, risiede nel come si deve ricostruire efficacemente la comunità del suo popolo, non solo ridotto alla povertà più estrema ma anche estraneo a un qualsiasi sentimento di coscienza nazionale che gli permetta di raggiungere da solo, con tempo e lavoro, un ragionevole grado di omogeneità sociale. Da tutto il mondo, da luoghi diversi, milioni e milioni di euro e di dollari si stanno riversando su Haiti. I rifornimenti sono arrivati in un’isola in cui mancava tutto, o perché perso nel terremoto, o perché non c’è mai stato. Come per un intervento di una divinità particolare, i quartieri ricchi, in confronto con il resto della città di Port-au-Prince, sono stati poco colpiti dal sisma. Si dice, e a giudicare da quello che è successo a Haiti ci pare certo, che i disegni di Dio siano imperscrutabili. A Lisbona le preghiere dei fedeli non hanno potuto impedire che i tetti e le mura delle chiese gli cadessero addosso schiacciandoli. A Haiti neanche la semplice gratitudine per aver avuto salva la vita e i beni senza aver fatto nulla per meritarlo, ha mosso i cuori dei ricchi verso la disgrazia di milioni di uomini e donne che non possono neanche fregiarsi del termine di compatrioti perchè appartenenti al più infimo dei livelli della scala sociale, ai non-esseri, ai vivi che sono sempre stati morti perchè la vita piena gli è stata negata, schiavi erano dei padroni, schiavi sono delle necessità. Il cuore del ricco è la chiave della sua cassaforte.

Ci saranno altri terremoti, altre inondazioni, altre catastrofi di quelle che chiamiamo naturali. Abbiamo il riscaldamento globale con le sue siccità e le sue inondazioni, le emissioni di CO2 che solo perchè obbligati dall’opinione pubblica i governi si rassegneranno a ridurre, e forse è già all’orizzonte qualcosa a cui sembra nessuno voglia pensare, la possibilità di una coincidenza di fenomeni causati dal riscaldamento con l’avvicinarsi di una nuova era glaciale che coprirebbe di ghiaccio mezza Europa e che adesso starebbe dando i primi e ancora benigni segnali. Non succederà domani, possiamo vivere e morire tranquilli. Ma, lo dice chi sa, le sette ere glaciali attraveso cui il pianeta è passato fino a oggi non sono state le uniche, ce ne saranno altre. Nel frattempo, guardiamo verso Haiti e verso le altre mille Haiti che esistono al mondo, non solo quelli che sono praticamente seduti su instabili faglie tettoniche per cui non c’è una soluzione possibile, ma anche verso quelli che vivono sul filo del rasoio della fame, della mancanza di assistenza sanitaria, dell’assenza di una istruzione pubblica soddisfacente, dove i fattori propizi allo sviluppo sono praticamente nulli e i conflitti armati, le guerre tra etnie separate da differenze religiose o da rancori storici la cui origine ha finito per essere dimenticata in molti casi, ma che gli interessi odierni si ostinano ad alimentare. L’antico colonialismo non è scomparso, si è moltiplicato in diverse varianti locali, e non sono pochi i casi in cui i suoi eredi immediati sono state le stese elite locali, vecchi guerriglieri trasformati in nuovi esploratori del loro popolo, la stessa ingordigia, la crudeltà di sempre. Sono queste le Haiti che vanno salvate. C’è chi dice che la crisi economica sia venuta a correggere la traiettoria suicida dell’umanità. Non sono molto sicuro di questo, ma almeno che la lezione di Haiti possa servire a tutti noi. I morti di Port-au-Prince sono andati a far compagnia ai morti di Lisbona. Non possiamo fare più nulla per loro. Adesso, come sempre, il nostro dovere è di prenderci cura dei vivi.

UNA LEZIONE SULLA NEBBIA CON REMO CESERANI


Oggi alle 14:15, nel residence 4 ci incontreremo per una lezione via skype con il Prof. Remo Ceserani che dall'Università di Stanford ci parlerà del libro "Nebbia" edito da Einuaidi con la collaborazione di U. Eco. Un grande evento per tutti, insegnanti e studenti! Enjoy!

Ecco un articolo su "Nebbia" (Einaudi, 2009) (da Panorama libri, dicembre 2009)

Calcio, vino, profumi e belle donne: ognuno ha le sue passioni. Qualcuno, però, ne ha più d’una, e alle volte può capitare che svicoli dall’ordinario. È accaduto a due rinomati studiosi (a breve, i nomi) che, indipendentemente l’uno dall’altro, hanno per anni raccolto brani letterari sulla nebbia.
Avete capito bene: “l’ammasso di microscopiche gocce d’acqua – la definizione è del dizionario Devoto/Oli – che si forma in prossimità del suolo e provoca una diminuzione della visibilità a valori inferiori a 1 km”. Una descrizione così asettica non sembra lasciare spazio a suggestioni letterarie immortali che valga la pena raccogliere in un’antologia pubblicata da Einaudi nella sua più raffinata collana, I millenni.

Non è così. Il perché lo spiega bene Umberto Eco, curatore insieme a Remo Ceserani dell’antologia: “la nebbia – scrive l’autore del Nome della Rosa – è uterina. Ti protegge. Legioni di esseri umani desidererebbero tornare nell’utero (di chiunque, come diceva Woody Allen). La nebbia ti realizza questo sogno impossibile. Ti concede una felicità amniotica. Hai la sensazione che forse un giorno uscirai dalla vagina e dovrai affrontare il mondo, ma per il momento sei salvo. E siccome la nascita è l’inizio del percorso che ti porterà inesorabilmente alla morte, la nebbia è la garanzia (ahimè virtuale) che alla morte forse non perverrai”.

Non è però questione da affrontare solo con la psicoanalisi. Eco è di Alessandria, “città al cui paragone Londra è un’isola dei mari del Sud”. La nebbia, per lui, non è un elemento decorativo: è probabilmente la principale scenografia di molti dei suoi ricordi, così come l’Etna lo è per un catanese. La passione ha coinvolto da tempo anche Remo Ceserani (che non a caso è nato nel cremonese), forse il più autorevole docente italiano di letterature comparate, autore della voce dedicata alla nebulam del Dizionario tematico di letteratura Utet da lui curato.

Il risultato è una straordinaria antologia, intitolata semplicemente Nebbia (Einaudi, pp. 408, euro 60) e corredata da otto suggestive fotografie di Luigi Ghirri, che raccoglie e cataloga qualsiasi scritto letterario di una qualche rilevanza sul tema.

Dalla Londra di Charles Dickens alla brughiera di Thomas Hardy, dal Purgatorio di Dante alle liriche di Goethe, dal San Martino di Carducci al Cuore semplice di Flaubert, la nebbia diventa bruma, caligine, foschia, si adagia sulle verdi colline della campagna francese o prende forme diaboliche e animalesche, inghiotte il paesaggio che gli fa da cornice o si attarda a testimone distratto e doloroso di traumi ed esperienze di vita.

E arriva quasi a sconfessare ciò che lo stesso Eco scrive in prefazione: e cioè che, se si possono amare i mari del sud pur essendo nati in paesi freddi e brumosi, non si può amare la nebbia se non si è nati nella nebbia. Amare forse no, ma rivalutarla certamente sì, persino per i migliaia di immigrati meridionali che dopo decenni di distanza ricordano ancora l’impatto traumatico di quel muro bianco al loro arrivo nelle stazioni ferroviarie del “Continente".

Tuesday, February 9, 2010

LA VETRINA DEI VINCITORI - Il concorso "Dal quadro alla storia"


Il secondo premio del Concorso "Dal Quadro alla storia" va alla studentessa Erica G. per la storia "Un cane di nome Vigorsol". Complimenti...! Ecco la storia!

Un Cane di nome Vigorsol

7.30. Driiiiiiiiiiinn! Vado a dare il buongiorno a Luca. “Buongiorno bello, dormito bene?” Si, una favola con te che russavi, ma scodinzolo solo per vederlo sorridere. Luca è il mio padrone, scatenato come tutti i ventenni ovviamente, ma non si può tornare tutte le sere a certi orari e infatti non c’è una mattina che non vada a sbattere su qualche mobile o parete nella casa. Stamattina tocca alla porta e come sempre ne dice di tutti i colori... Dopo questo rito prepara la colazione; come sempre a metà opera si ricorda di avere un cane, “Oh! Vigorsol, anche tu vorrai da mangiare!” e mi mangio le noiosissime crocchette al pollo.
8.05. Luca lavora al bar Pongy, il più famoso in tutta Silena, che di sera si trasforma in un pub chichissimo. In teoria apre alle 8.00 ma non riusciamo mai ad arrivare in tempo. Saliamo di corsa sulla vespa rossa, lucente, e fuggiamo via come il vento, determinati a raggiungere il nostro obbiettivo, insieme. Ci sentiamo i più forti, con il vento tra i capelli o le orecchie. Arrivati, apriamo il più veloce possibile ma non mancano mai i commenti del signor Bellini “Ti sembra questa l’ora di arrivare Luca?” e della signora Mancassi “ E quelle occhiaie? Hai fatto tardi eh?!” Se potessi gliene direi quattro ma essendo un cane posso solo provare ad attaccargli le pulci!
8.20 -13.00 Gli ordini mattutini non li so bene perchè la maggior parte delle volte, come questa mattina, mi addormento sotto il bancone, ma alle 9.40... entra Barbara, e Luca si scioglie come burro al sole. È alta, magra, capelli castani chiari con dei riflessi biondi, labbra carnose, e due occhi grandi, castani, specchi della sua anima e dei suoi pensieri. “Buongiorno Luca...”
“ Bb...buongiorno...” balbetta Luca come al solito.
“Un caffèlatte e un cornetto semplice, per favore.”
“ Subito”
“Allora com’è andata ieri sera qua al Pongy?” dice lei cercando di rompere il ghiaccio, ma Luca è un caso disperato.
“Bene...tu, tu non sei venuta?”
“ Eh, no ieri sera ero troppo stanca” dice lei prendendo la sua colazione con un sorriso maledettamente magnifico. “Grazie” e sfila verso i tavoli fuori. Luca come tutte le mattine rimane venti minuti a fissare la porta e sussurra “ Prego, a dopo Barbara...”
Mi avvicino a lui cercando di consolarlo e fargli capire che dovrebbe reagire non so, ad esempio, chiederle il numero. Mi siedo sul suo piede e gli tiro i pantaloni verso di me, si abbassa “Si lo so Vigorsol, hai ragione...la prossima volta ci parlo!!”
12.55 - I prossimi 5 minuti sono i più tesi e attesi della giornata. Sono pronto sulla porta a scattare per uscire. Tutti i giorni alle 13.00 Luca mi lascia andare in giro da solo dai miei amici e lui va a casa di Giovanni, un suo amico di scuola, dove si incontrano di solito. Poi ci incontriamo verso le quattro davanti al negozio per cani dove vado solitamente.
Finalmente scocca l’una e inizio ad abbaiare più che posso e Luca si sbriga ad uscire perchè Franco ha preso il suo posto al bar.
13.00 – 16.00 Corro verso la stradina laterale e Luca mi grida “Ciao, bello a dopo e non combinare guai...” Ma certo come se lo stessi anche ad ascoltare. Corro più che posso e finalmente scorgo Alex, e Cesare. Sono i miei due amici e eravamo al negozio per cani insieme da cuccioli. “ Oi Vigo, ce l’hai fatta!” mi grida Cesare dalla fine della stradina. “ Hehe...scusate ragazzi. Ho fatto il prima possibile...” Chiacchieriamo un po’ finché non arrivano Maddy, Juicy e Heather. “ Ma salve belli!” esclama Juicy. “ Salve ragazze...” rispondo timidamente. “Allora che si fa oggi?” chiede Maddy. “Pensavamo di rubare qualche bistecca” risponde Alex con il suo solito tono di superiorità. “Ah si?! Ma taci che sei un fifone mai visto.” Risponde Heather, amante delle sfide. “Mi stai per caso provocando?” ribatte Alex. “Dipende come la vedi, la mia era solo un’affermazione vera.” Allora Alex con un sorrisetto risponde “ Vieni con me, lo vedrai con i tuoi occhi...” Lei soddisfatta e sicura di sè lo segue. “ Che bambini...” dice Juicy, “Comunque avrei proprio voglia di una ciotola di tonno.” Come se fosse ciò che mangia tutti i giorni. Cesare, non potendo cogliere occasione migliore le risponde, “Tonno o salmone?” e le fa cenno di seguirlo. Così rimaniamo io e Maddy. E’ una cocker miele con il pelo lucente e due occhi dolcissimi. “ Allora? Che mi racconti Vigo?” mi chiede un po’ imbarazzata. “Niente, le giornate sono sempre uguali, non c’è nulla che rompa il solito ritmo...” Non sapevo cosa rispondere, ma in fondo ero stato abbastanza sincero perchè l’unica cosa a rompere il ritmo delle mie giornate erano i brividi e il mal di pancia che sentivo quando la vedevo. “ Capisco...” si affretta a rispondere, “ Facciamo un giro?” Come potrei dirle di no? Così ci incamminiamo verso la piazza principale e parliamo del più e del meno. Mi sembra si stia divertendo anche grazie alle mie battute, ovviamente. Come dice il detto, “Il tempo passa veloce se ti diverti”, e infatti, sembravano minuti quando erano passate le ore e erano le quattro e mezza. Io avevo perso completamente la nozione del tempo quando Maddy disse, “Devo andare, è tardi.” “Vabene... ci vediamo domani” risposi. “Si a domani, Vigo.” In quel momento sentivo il bisogno di riflettere. Mi sdraiai in piazza. Come è difficile... Non potrebbe essere tutto più facile? Sicuramente dovrò parlare prima o poi. Dovrò dirglielo che me la immagino nella ciotola dell’acqua! Ora sono qui, a riflettere ma potrei essere davanti a lei a dirle ciò che provo. Vado. No non vado. Ci dormirò sopra, è meglio. Però.... Don, don, don, don, don. “Oh no!!! Cinque scocchi...sono le cinque!!” Corro, stranamente, verso il negozio per cani. Luca non c’è. Giro lì intorno ma non lo trovo da nessuna parte. Torno al bar quando vedo la vespa rossa e Luca. Era fermo a fissare i san pietrini. Cos’ha? Aspetto prima di avvicinarmi, non voglio distoglierlo dai suoi pensieri. Sò come si sente; probabilmente ha visto Barbara, di nuovo. Devo assolutamente fare qualcosa. Mi avvicino. “Scusa Vigorsol, hai ragione non sono venuto in tempo. Non ti sarai preoccupato?” No, rischio un attacco di cuore ma niente di che. Gli salto in braccio e gli lecco la faccia. “No, no! Mi vuoi lavare? Dai bello, andiamo a casa...” Arrivati a casa, Luca prepara la cena. Io mangio le solite crocchette, ma per fortuna di sera sono al manzo. Dopo cena aspetto il saluto di Luca che esce, ma lo vedo con il pigiama che si sdraia sul divano davanti alla televisione accanto a me. Rimango stupito per un attimo ma poi penso che si sarà reso conto che esce troppo e rientra troppo tardi.
23.00- E’ tardi. Vado nella calda, cuccia che mi aspetta da tutto il giorno. Luca si è addormentato sul divano. Certo che la vita qui a Silena è sempre la stessa, monotona routine...


7.20- “Vigo! Svegliati, dai che se no facciamo tardi... forza che è anche pronta la colazione.”
Certo che sogni strani faccio in questo periodo... “VI-GOR-SOL!” Mi sento scuotere e... non era per niente un sogno!! Luca che sveglia me?? Ma è il mio compleanno e non lo so? Passo oltre e non bado a questa vicenda. Vado in cucina e un ho un miraggio: una deliziosa ciotola di tonno davanti a me. Che buona! Ma so che è immaginaria e cerco di non notarla, ma continuo a camminare verso il divano. “Cos’è non hai fame stamattina? Dai mangia almeno un po’...” dicendo questo si gira verso la ciotola “immaginaria”. Non capisco... Mi avvicino alla ciotola. Ne mangio un morso.... era davvero tonno!! Divoro la colazione e mi accorgo solo dopo, in vespa, delle cose strane che stavano accadendo...
7.55- Oggi siamo arrivati in orario. La signora Mancassi è sbalordita. Guarda il cielo e dice “Oggi nevica, ne sono sicura...” non sarà l’unica sbalordita oggi.
Entrati nel bar Luca serve gli ordini mattutini. Alle 9.40 entra l’angelo.
“Buongiorno Barbara.” dice Luca mentre asciugava un bicchiere. Lei rimane stupita per un attimo. Era sempre lei a salutare per prima.
“Buongiorno, Luca. Un caffelatte e un cornetto semplice, per favore.”
“Solo se mi dai il tuo numero...” risponde il Mio padroncino; si ce l’ha fatta!! Lei rimane senza fiato. Continua a fissarlo e finalmente risponde con il suo sorriso “D’accordo...” Quando le fa lo scontrino lei gli scrive il numero sul retro; oggi mangia la sua colazione al bancone e cominciano a parlare.
“Allora, che hai da fare oggi pomeriggio?” le chiede Luca.
“ Pensavo di fare un giro in centro...” ribatte lei sempre più stupita.
“ E io sò anche con chi.” le anticipa lui.
“Che vuoi dire... E con chi?” domanda lei.
“ Ma è naturale, con me. Ti passo a prendere verso l’una alla piazza principale... va bene?” C’è stato un momento in cui penso di essere stato in apnea finché lei non rispose, “Certamente. Allora a l’una?”
“Si stella” le risponde lui facendole l’occhiolino...
Sembrava la scena del mio film preferito! Sapevo che oggi sarebbe stato un giorno indimenticabile. Ero ancora sotto shock per tutte le cose che erano successe. Vedevo Luca diversamente: come il mio uomo conquistatore ma anche come un grande ragazzo pronto a rendere la sua vita ciò che volesse...
È l’una. Vado a raggiungere i ragazzi e mentre imbocco la stradina laterale, Luca grida “Vigo, ricorda, sii quello che vuoi essere...”
Cominciai a correre più veloce che potessi...
Arrivato gridai “Ciao ragazzi!!”
Loro risero e dissero, “E’ proprio matto Vigo!!” Le ragazze erano tutte lì e per un attimo non sapevo cosa dire o come comportarmi. Mentre Alex stava spiegando com’era andata ieri con Heather e che era riuscito a prendere la bistecca e lei aveva perso la sfida, interruppi dicendo, “Maddy ti devo parlare...”
Lei sembrava stupita ma poi rispose, “Certo.” Dopo avermi seguito all’angolo mi fissava con i suoi due occhioni, aspettando che dicessi qualcosa.
“Maddy,” dissi, “so che cosa romperà il ritmo delle mie giornate” e i nostri nasi si toccarono. Mi sentivo su una stella.
Da quel giorno Luca conquistò Barbara e venne a stare da noi, io mi fidanzai con Maddy. Silena divenne la mia stella, e la mia vita il mio film preferito...

Monday, February 8, 2010

LA VETRINA DEI VINCITORI - Il concorso "Dal quadro alla storia"



D. Buzzati, Il Formicolio


Rullo di tamburi, fiato sospeso, tutti con gli occhi fissi e ... la scrittrice Luisa Adorno che in classe svela i nomi dei vincitori del concorso della nostra scuola ispirato all'opera di Dino Buzzati "Dal quadro alla storia" a.s. 2009\2010
Complimenti a:
Pietro S. R. con la storia "Formicolio" primo premio e pergamena
Erica G. con la storia "Un cane di nome Vigorsol" secondo premio e pergamena
Mavi E. e Camilla C. terzo premio ex-equo con le storie "La fedeltà" e "Le Grande Colombre".
La scrittrice Luisa Adorno ha offerto a tutti i partecipanti una lezione di scrittura, ha elargito consigli.
Ora ne faremo un bel libro!

Per voi, in anteprima, il racconto del vincitore. Complimenti!


Il Formicolio
di Pietro S. R.


Ero un ragazzo normale, che faceva una vita normale e aveva una famiglia normale, almeno prima di quel giorno. Era inverno e le giornate erano fredde e vuote, la scuola era chiusa, mancava una settimana a Natale. Tutto cominciò di Giovedì, quel giorno chiamai Marco, un mio amico, volevo invitarlo a fare una partita di calcio a casa mia.
“Marco, vorresti venire a casa mia?” gli chiesi.
“No, mi dispiace, non dopo ieri sera, scusa,” e attaccò.
Ieri sera? Che era successo ieri sera? Aveva perso la Roma? La Lazio era prima in serie A? No di certo, mio padre avrebbe guardato la partita e mi avrebbe avvertito. Vabbè, glielo chiederò più tardi, andrò fuori ad allenarmi.
“Mamma,” gridai, “vado fuori a tirare due calci al pallone!”
“Non andrai da nessuna parte se non finisci i compiti!” rispose lei dalla cucina.
“E dai mamma!”
“No vai ora, il pallone non lo toccherai per un mese!”
“Cosa?! E perché?! Non ho fatto niente!”
“Ricoprire la casa del tuo maestro di matematica con la carta igienica non è “niente?”
Ero intontito, cosa?, la carta igienica?, il prof? Sapevo però che ribattere alla mamma era incauto così cominciai i compiti, ci misi tutto il giorno con la “pausa pranzo” di mezz’ora. Improvvisamente sentii come un rosicchiare venire dalla mia testa, che poi si fermò. Bah, avrò le “illusioni acustiche” se esistono. Guardai la mia posta, era piena di e-mail che dicevano, Bella Giovi, L’hai fatta grossa, o Ti stimavo ora non più, o l’opposto. Mi insospettii, poi vidi che ad un’e-mail era allegato un filmino, lo guardai, ero sbalordito. Era la casa del prof, la riconoscevo, e là nel giardino, vidi me stesso con una montagna di carta igienica alle spalle. C’era qualcuno che fingeva di essere me, ma no era impossibile,eppure nella registrazione si era sentita la mia voce, inimitabile. Ora che ci penso ieri sera ero uscito proprio insieme a Marco, ma non riesco a ricordare altro, ho come un vuoto di memoria. Poi improvvisamente sentii ancora quello strano rumore, questa volta molto più forte. Sentii perdere le forze, e mi addormentai.

* * *

Che dormita!, pensai, erano già le 10, ma ero inspiegabilmente ancora molto stanco! Eppure, mi ero addormentato alle 9, 13 ore di dormita. Curioso. Mia madre in quel momento entrò nella camera, avete in mente un falò nel quale vengono buttati rami giovani e per niente secchi? Ecco il fumo che esce dal falò è niente in confronto a mia madre.
“Giovanni! Razza di imbecille! Come hai potuto!” era in lacrime, poi tirò fuori dalla borsa un giornale.
“Cosa ho fatto?” chiesi. Mi porse il giornale:
Professore di Scienze malmenato
Giovane prende a bastonate un anziano insegnante, non è in pericolo di vita me i medici lo tengono in osservazione fino a Lunedì. Il ragazzo scappa prima del colpo di grazia senza lasciar traccia. La vittima chiede di non toccare il ragazzo, la polizia però è allerta.
E sotto l’articolo c’era una mia foto con una ramazza e il professore di scienze sul marciapiede. Com’era possibile... mi ero addormentato alle 9 e sarei andato alle 23 a malmenare il prof di scienze? Cercai di spiegare a mia madre, ma non era possibile, non sapevo come era potuto succedere, l’unica cosa di cui ero certo era che non potevo rimanere solo senza combinare guai. Mia madre mi rinchiuse in camera mia, ed io per sicurezza mi legai (non chiedetemi come). Mi addormentai passarono un paio d’ore circa finché mi svegliai ero per terra, sudato e stanco. Lo strano rumore nella mia testa era ricominciato “Mamma,” gridai. Sentii i suoi passi.
“Cosa suc-” cominciò, ma si bloccò per osservarmi, poi continuò, “Giovanni,” chiese “perché sei legato come un salame?”
“Lunga storia, ora però slegami e portami da uno psichiatra, adesso!”
In due batter d’occhio (due perché dovevo vestirmi) eravamo là. Lo psichiatra era perplesso, non riusciva a capire l’origine di tale miei, ehm, “tic”.
“Ti suggerisco di andare a farti visitare da un medico, forse il tuo è un problema virale,” disse, poi aggiunse, “prega che sia solo quello.”
Andai dal medico e non mi nascose che purtroppo non era un virus, disse, “Prega che sia solo un fenomeno temporaneo”
Pregare, bah proviamo. Non ero mai stato così religioso. Andai alla chiesa più vicina e pregai, “Signore, aiutami a oltrepassare quest’ostacolo così alto, se mi aiuterai io rinuncerò alla televisione per un mese, anzi due, (calcolando la punizione).”
Poi sentii di nuovo quel rosicchiare e insieme sentii una risata di mille voci, che cominciarono a dirmi, “Lo sai che non esisti? O se esisti, esisti male? Perché non ti sottometti al nostro amore?”
Poi sentii un vento caldo venire dall’alto e vidi una suora carmelitana venire avanti (sapevo che era carmelitana solo perché ho una zia suora).
“Hai un problema ragazzo mio?” chiese. I suoi occhi neri parevano venire da un distanza incredibile sembravano raggiungere la fine dell’universo. Ma nonostante la visibile età avanzata lei pareva giovane quanto una ragazza di 14 anni, era... bella
“Non ci crederete mai signora-” risposi.
“Mi chiamo Thérèse da Lisieux, ascoltami ragazzo mio,” disse subito dopo, il suo accento francese spiccava, “io ho creduto a cose che le persone comuni immaginano o fingono di credere...”
“Vabbene, ma lei non rida, intesi?” dissi, lei annuì, e io le raccontai tutto “sento voci nella mia testa, mi rosicchiano il cervello, e quando dormo loro prendono il controllo!”
“Sono le formiche mentali, creature demoniache,” disse e poi la suora gridò, “Orsù, seicento animaletti, lasciatelo stare!” Il brusio si fece più forte
“No!” sentii una voce uscire dalla mia testa.
“Le Sacre Scritture ci illumineranno,” disse la suora, dalla manica tirò fuori una Bibbia, la alzò disse una preghiera e poi la portò giù, sì, sulla mia testa. Avete in mente un mattone in testa? Moltiplicatelo per 50 e triplicate il risultato. Ecco, là siete vicino ad una frazione del dolore che l’illuminazione delle Sacre Scritture possono provocare.
In quel momento le immagini di quelle ultimi due notti mi apparvero davanti, vidi la casa del prof di matematica ricoperta di carta igienica, vidi il povero prof di scienze a terra, e vidi la mia camera buia mentre cercavo di svincolarmi dalle corde. Ma ciò che più mi colpì fu che prima di dare il colpo di grazia al prof, Thérèse era lì di fronte a me e disse “Amen” fu così che mi fermai e strillando corsi via.
Aprii gli occhi e vidi l’altare di fronte a me, ma la suora era sparita, avevo un emicrania terribile, la Bibbia era là, per terra, vidi vicino alla sacrestia una suora carmelitana e le chiesi che fine avesse fatto suor Thérèse di Lisieux. Lei mi guardò con aria curiosa.
“Thérèse di Lisieux non è una semplice suora,” disse.
“Ah, è la badessa?” chiesi.
“Ragazzo, il Piccolo Fiore è una Santa!” disse ridendo, poi se ne andò.
Così fu, per grazia dell’Onnipotente. Da allora potei accudire serenamente al mio lavoro(la scuola), alla famiglia, e al culto di Dio. Subito dopo aver fatto le dovute scuse ai prof, scoprii che il prof di scienze aveva anche lui visto la santa. La Bibbia la tengo sempre con me ancora oggi, e quando mi capita di risentire un brusio, un formicolio per la testa, apro le Sacre Scritture e per un secondo vedo l’immagine della Santa di Lisieux e immediatamente tutto si ferma.

Tuesday, February 2, 2010

"PICCOLO ATLANTE CELESTE"

La luna di Galileo Galilei


Stasera ho tra le mani un libro prezioso, come una stella appena nata, luminoso. Il libro si intitola Piccolo atlante celeste - racconti di astronomia (Einaudi, 2009) ed è una raccolta di racconti di scrittori eccellenti che si sono cimentati con l'ardua impresa di raccontare il cielo, le stelle, il firmamento, l'infinito.
I curatori dell'antologia sono Giangiacomo Gandolfi e Stefano Sandrelli, scienziati e scrittori, che tentano di riconciliare poesia e scienza, letteratura e matematica. Da tempo oramai viviamo nell'impossibilità di concepire la totalità dei linguaggi. Gandolfi e Sandrelli citano il saggio di Charles P. Snow Le due culture e la rivoluzione scientifica, per spiegare come la scissione tra cultura umanistica e cultura scientifica (...) non sia altro che una degenerazione culturale e sociale. E' proprio l'intento di questa antologia a colpire il lettore che, affascinato dalla possibilità di "scoprire le stelle", accetta di non essere più se stesso e si avventura nei racconti di Levi, Galilei, Leopardi, Calvino, Updike, Queneau, Del Giudice e Cortazàr (per citare alcuni degli autori della raccolta). Tra stelle, firmamenti, comete e silenzi scopre il bello e l'inadeguatezza del nostro linguaggio che tenta di tradurre il cosmo in parole.
Capisco Gandolfi e Sandrelli quando dicono che la scoperta del cielo è una rivelazione. Lo scorso maggio ho avuto la fortuna di visitare l'Osservatorio Astronomico di Roma a Monteporzio Catone. Insieme agli studenti di fisica dell'ultimo anno, io speravo di vedere le stelle. Il prof. Luigi Stella in quella occasione è stata la nostra "luminosa" guida e inesauribile fonte di informazioni. Mentre svelava i segreti del firmamento guardavo rapita le immagini delle galassie lontane, simili a cuori che pulsano, distanti migliaia di anni luce. Ma la scoperta più emozionante è stata l'eco del Big Bang, un'onda flebile che continua a vibrare intorno a noi. Il primo vagito del mondo, la prima parola dell'umanita è stata catturata dagli scienziati, per tutti noi. (Avrei voluto chiedere ..."Come mai una notizia del genere non finisce sulle prime pagine dei giornali!")

Prima di immergervi nel libro di Gandolfi e Sandrelli vi "regalo" un piccolo assaggio della sua magia, una poesia ritagliata dalle parole della prefazione.


Piccolo Atlante Celeste
di G. Gandolfi e S. Sandrelli



Esile e prezioso è l'abbraccio
tra astronomi e scrittori
conviene seguirne il corso zigzagando
tra le frasi che celano equazioni
tra i numeri che tradiscono emozioni.

Il pozzo resterà lontano
in basso, sullo sfondo
la Luna i suoi crateri l'orizzonte
meravigliosi e illimitati.

Scienza e poesia non percorreranno
più strade divergenti
adagiati su un foglio s'incontreranno
simboli e linguaggio.

Monday, February 1, 2010

COLD CASES



Alan, mio marito, mi ha appena fatto scoprire un bellissimo sito che ha aggiunto al suo Physics Portal. L'Università del MISSOURI-KANSAS CITY (UMKC) SCHOOL OF LAW ha realizzato un sito in cui è possibile consultare i documenti di tutti i processi più famosi della storia. Alcuni nomi? Gesù di Nazareth, Galileo Galilei, Tommaso Moro, Martin Lutero, Socrate, Oscar Wilde, Sacco Vanzetti. Davvero un sito per appassionati di casi giudiziari e poderosi volumi - anche in rete conservano un odore acre di polvere e lacrime.
Riaprire ciascuno di questi casi è come entrare nel mondo che li ha generati. Qui avrete la possibilità di consultare tutti i documenti a disposizione, ricostruire l'esatta dinamica degli eventi, rendervi conto delle forze messe in moto da accuse e difese. Capirete che le idee nuove subiscono, spessissimo, processi inauditi mentre coloro che le hanno generate pagano un prezzo altissimo per averle diffuse. Nonostante tutto però le idee evadono dalle loro prigioni in cerca di "un cielo nuovo e una terra nuova".http://www.law.umkc.edu/faculty/projects/ftrials/ftrials.htm

ONLINE LE LEZIONI DI SCRITTURA DEI GIOVANI... HOLDEN


(L'immagine si trova all'indirizzo rileggo.wordpress.com/2009/07/)

Prima di trasgredire le regole bisogna impararle. Lo diceva, in modo molto più convincente e raffinato, T.S. Eliot in un saggio dal titolo Tradition and the individual Talent, in cui il poeta spiegava che per diventare un nuovo Dante Alighieri non si può cominciare da zero.
E allora ha un senso anche andare a scuola di scrittura, se si vuole diventare scrittori. Imparare ad imitare lo stile dei propri "eroi dell'inchiostro" e trovare, dopo tanti labirinti e vertigini di parole, il proprio stile.
Sul sito che vi suggerisco Il mio libro non solo potete provare a pubblicare il vostro manoscritto ma troverete anche tutti i consigli per trasformare un prodotto artigianale in un'opera prima in attesa di riconoscimenti! Se avete voglia di cominciare un corso di scrittura creativa, curato dalla Scuola Holden di Torino (si, proprio la scuola di A. Baricco che s'ispirò al capolavoro di Salinger per una scuola che celebra il genio e la sregolatezza ma anche le regole e il sudore dell'artigiano sapiente) non dovete far altro che aprire questo link e vi troverete di fronte ad un corso di scrittura on line per cominciare... a scrivere! Come dicono i curatori dell'iniziativa "un viaggio in dieci tappe, accompagnati dalla Scuola Holden, alla scoperta di quello strano posto dove vivono le storie. Solo su ilmiolibro.it"
Alessandro Baccara, Gianluca Pallaro e Marco Purita, prevedono interventi teorici ed esercizi pratici per scoprire che cosa vuol dire essere un narratore e che senso ha, oggi, raccontare storie. "Lungo il tragitto impareremo cos’è un incipit, come si sceglie il punto di vista, capiremo che le parole sono importanti e che conviene scegliere quelle giuste. Faremo attenzione ai luoghi comuni e a come evitarli, e ci fermeremo a riflettere su come si scrive un finale. Che, detto tra noi, non è mai la fine di una storia. Già, perché poi ci toccherà cimentarci con la riscrittura, sbirceremo tra i segreti di chi scrive le quarte di copertina e ci spingeremo fino a fare la conoscenza di una figura mitica, lo scout editoriale, cioè, colui che è pagato per scoprire i nuovi talenti della scrittura narrativa. Pronti per partire? Bene, preparate i bagagli, affilate le penne e non dimenticatevi il taccuino. Buona lettura e…buona scrittura".
E io aggiungo, in bocca al lupo...Ci vediamo sugli scaffali di una libreria, fra qualche anno. La mia mano vi scoverà tra milioni di volumi. Se è questo quello che desiderate, fate!